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Ajahn Sumedho

11 novembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Ajahn Sumedho
Risveglio
Saggezza
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Così com’è – Achaan Sumhedo

Quanti di voi oggi hanno  praticato  con l’intento di diventare qualcosa?  “Sono  riuscito  a fare  questo diventare  quello…  a liberarmi  di una cosa…  a raggiungerne  un altra… Questo meccanismo  si  infiltra  persino   nella  nostra   pratica  del  Dhamma.

Questo e’ il modo  in cui sono  le cose, non  e un  atteggiamento fatalistico  di mancanza  di interesse  o indifferenza:  e’ invece una concreta  apertura  al modo  in  cui le cose naturalmente devono essere  in questo  momento.  Ad  esempio,  in questo  precrso  momento  la situazione  e’ questa  e non puo  essere diversa da quella che e’. :E’  ovvio, vi pare?

In  questo   preciso  momento,  che  voi  vi sentrate euforici o depressi  o ne’ l’una  ne l’altra cosa,  contenti o scontentl,  illuminati o schiavi dell’illusione  per  meta illuminati  per meta schiavi dell’illusione,  per  un  quarto illuminati  per  tre  quarti  nell’illusione,  disperati  o  pieni  di  speranza,  così  stanno  le  cose.

E in questo  momento  non  possono  essere che  cosi’.

Che  cosa prova il vostro  corpo?  Notate  semplicemente che il corpo  e cosi’  E’ pesante,  attaccato  alla terra,  materiale, sente  la fame  il caldo e il freddo,  si ammala, a volte si sentein forma, a volte’ si  sente   giu’.

Questa   e’  la  situazione   di  fatto.   II  corpo umano  e’ fatto  cosi com’e; per  cui la tendenza   a volere  che  le cose stiano  diversamente viene lasciata cadere.  Questo  non vuol dire  che  non  dobbiamo cercare  di  migliorare  le  cose,  ma  lo facciamo  partendo dalla comprensione e dalla saggezza anziche da  un  desiderio  ignorante.

Il mondo e’ fatto cosi com’e, e accadono certi eventi  e nevica ed esce il sole, e la gente va e viene, non si intende a vicenda si sente ferita; Ia gente impigrisce, e’ ispirata, piomba nella depressione,  resta  delusa,  si  parla  alle  spalle  e  si  delude  a vicenda;  e c’e l’adulterio,  ci sono il furto,  l’ubriachezza   la tossicodipendenza;  ci sono le guerre, e ci sono sempre state.

In  una  comunita’  come Amaravati possiamo vedere il modo in  cui  stanno  le  cose. Oggi  e’  un  fine settimana  e  viene  piu’ gente a offrire il cibo,  c’e'  piu’ folla e piu’  rumore, e a volte ci sono i bambini  che  corrono  dappertutto   gridando,  e  la  gente calpesta gli ortaggi e rovina un po’  tutto. Voi potete osservare: “E cosi che vanno le cose” anziche’: “Questa  gente sta violando la mia pace”.  O, se amate la quiete ordinata  del pasto abituale, in cui  non  accade niente  di  tutto  cio’ e  non  c’e'  nè  vocio nè baccano, potreste  reagire dicendo:  “Non  mi piace guest’atmosfera, preferisco un’atmosfera  diversa”. Ma la vita e’ fatta cosi  e’ cosi  che  vanno  le  cose  a  questo  mondo,   cosi  e’  l’esistenza umana.  Per  cui  nella  nostra  mente  noi abbracciamo  tutto e osservare  “Questa e’ la realta delle cose” ci permette  di acccettare i movimenti e i cambiamenti  dal silenzio al baccano  dall’ordine al caos.

Si puo essere dei buddhisti  molto egoisti e volere una vita tranquilla e la possibilita di  meditare,  e tempo in abbondanza per  la  pratica  seduta  e  per  studiare  il  Dhamma,  e:  “Io  non voglio dover  ricevere gli  ospiti  e  parlare  di  banalita’  con  la gente”,  oppure:  “Io  non  voglio… bla  bla  bla”.  Potreste  veramente  essere  molto   molto  egoisti  come  monaci  buddhisti.

Potreste volere che il mondo  si conformi  ai vostri ideali e ai vostri sogni, e, quando  non  lo fara’, lo  rifiuterete. Ma anziche’ quella di adattare le cose ai propri desideri, la via del Buddha e quella di osservare come stanno le cose. Ed e’ un gran sollievo quando si accetta Ia situazione cosi com’e, anche se non e’ particolarmente   piacevole;  perche  l’unica  vera  infelicita’ e  nel non volere che le cose stiano come stanno.

Che le cose vadano bene o no, se noi non accettiamo la situazione cosi com’e,  si avra’ come risultato che la mente creera’ una  qualche  forma  d’infelicitià. Per  cui, se  siete  attaccati  alle cose che  filano lisce,  comincerete  a  preoccuparvi  di  quando non andranno  piu cosi bene, anche se in quel momento non ci sono problemi. Ho appena notato questo atteggiamento nelle piccole cose,  come quando  c’e il sole e uno  e  tutto  felice, e subito  dopo  pensa:  “Però  il sole  potrebbe  andarsene  da  un momento all’altro!”

Non appena mi sono attaccato  a una percezione, e ad esempio  sono  contento  perche’  splende  il sole,  ecco  che  arriva il pensiero sgradevole che probabilmente  non  durera’.  A qualunque cosa vi attacchiate, essa portera’ con se il suo opposto.  E a quel  punto,   quando  le  cose  non  andranno  troppo   bene,  la mente tendera’ a pensare: “Voglio che vadano meglio di cosi”. Per cui, dovunque  c’e la morsa del desiderio, ecco che spunta la sofferenza.

Il mondo dei sensi e’ portatore di piacere e di dolore, e’ bello, brutto,  indifferente, contiene  tutte le gradazioni, tutte le possibilita’. Questo  e’ solo lo stato di fatto dell’esperienza  sensoriale. Ma quando  sono all’opera  l’ignoranza  e la credenza  in un se, noi vogliamo il piacere e non  vogliamo il dolore.  Vogliamo la bellezza e  non  la  bruttezza.  “Ti  prego,  Dio,  ti  prego  fammi sano, di aspetto  piacente  e  pieno  di  fascino, e fammi restare giovane a lungo, fammi guadagnare un sacco di soldi, dammi la ricchezza e il potere, tiemmi lontane le malattie, circondami di piaceri per quanto  possibile, ti prego”.  A quel punto  arriva la paura che possa capitarmi il peggio. Posso prendermi la lebbra,  l’AIDS,  il morbo  di  Parkinson  o  il cancro.  E  potrei  essere respinto, disprezzato, umiliato, lasciato fuori solo al freddo,  affamato, malato, esposto ai rischi, mentre fischia il vento e ululano i  lupi.

Dal punto  di vista del se’, c’e una paura tremenda  dell’emarginazione, dell’ostracismo e del disprezzo della societa. C’e la paura di essere abbandonati  e respinti, la paura di invecchiare e di essere lasciati morire soli, c’e la naturale paura  del pericolo fisico, di trovarsi in situazioni minacciose per il corpo; e c’e  la paura dell’ignoto, del mistero, degli spettri e degli spiriti disincarnati.

Ecco  perche’  siamo  attratti  dalla  sicurezza. L’appartamento confortevole  con  elettricita’,   riscaldamento  centrale,  assicurazione e garanzie su tutto, rate pagate e contratti  firmati. Tutto cio’  da’  un senso di  sicurezza.  O cerchiamo  la  sicurezza degli affettti   Di  che mi amerai sempre da  morire.  Dimmelo anche se non lo pensi. Dammi  un senso di eterna sicurezza “. E nella domanda,  a causa della morsa del desiderio  si insinua sempre l’ansia.                                                                ‘

Così qui noi tendiamo a puntare la luce sull’elevazione dello spirito  umano  anziche’ sulle  sicurezze materiali. Come  mendicanti  del  cibo,  voi  correte  il  rischio  di  non  avere  nulla  da mangiare.  Potreste non  avere  un  riparo,  potreste  non  avere medicine efficaci, Potreste  non  avere  nulla  di  dignitoso  da mdossare. La gente e molto generosa, rna come mendicanti noi non diamo per  scontato  che  lo  sara’  sempre  perche  lo  meritiamo. Siamo grati per  tutto  cio’ che ci viene  offerto   e coltiviamo l’atteggiamento del  volere  e  necessitate  di  poco.

Dobbiamo essere prontl  ad  andarcene  e ad  abbandonare  tutto  in qualsiasi momenta, e avere quel tipo di mente che non  pensa: “questa  e’  casa mia, voglio  la  sicurezza  per  il resto  dei miei giorni.

Comunque  vadano le cose, anziche’ avanzare pretese ci adattiamo: al tempo, al luogo, alla vita. In qualunque modo vada  e in quel modo che va.

Qualsiasi malattia possa colpirci, qualsiasi cosa, catastrofe o trionfo possa prombarci addosso, potro dire che questa e la situazione cosi com’e. E in questa non c’e rabbia o avidita’, ma accettazione e capacita’ di affrontare la vita come viene.

Non  siamo  qui  per  diventare  qualcosa,  o  per  liberarci  di qualcosa,  per  cambiare  o  per  fare  una  cosa  qualsiasi per  noi stessi, rna per svegliarci sempre di più, per riflettere, osservare e conoscere il Dhamma.  Non  preoccupatevi  che le  cose possano cambiare in peggio. In qualsiasi modo cambino, abbiamo la saggezza per adattarci a esse. E cio’ che io posso vedere e la reale assenza di  paura  dalla  vita del monaco  mendicante.  Noi sappiamo adattarci, sappiamo  apprendere  saggiamente da  tutte le situazioni,  poiche’  questa  vita terrena  non  e  la nostra  vera casa. Questa  vita terrena  e’  un  passaggio che ci troviamo a compiere,  un  viaggio attraverso  il regno dei sensi, e  non  ci sono nidi, case, dimore nel regno dei sensi. E tutto  molto impermanente, soggetto in qualsiasi momento al cambiamento e alia distruzione. Questa  e la sua natura. E il modo in cui stanno le cose. Non c’e  nulla di deprimente  in tutto  cio’, se certo non si avanza più la pretesa di stare al sicuro.

La realta dell’esistenza e che quaggiù non  c’e  nessuna casa. Per  cui la vita del senza-dimora, l’andare  in giro a mendicare, viene definita ‘messaggero celeste’, poiche’ colui che ha scelto la vita spirituale non  partecipa più delle illusioni della mente terrena, che e’ cosi determinata  rispetto al rossedere una casa e la sicurezza materiale.

Voi avete la fede ne  Buddha, nel Dhamma, nel Sangha, e l’insegnamento  e le opportunita, in quanto mendicanti  e  meditanti  della  visione  profonda  e  della  comprensione, per liberare la mente dalle ansie che vengono dall’attaccamento al regno dei sensi.

L’idea  di  possedere  e  di  dipendere  dalle cose  e  l’illusione della vita terrena. La credenza di avere un se’ genera tutte queste illusioni, da cui dobbiamo proteggerci costantemente. Siamo sempre in  pericolo, c’e sempre  qualcosa di cui preoccuparci  e avere  paura.  Ma  quando  quell’illusione  e  disslta  dalla  saggezza, ecco che la  paura  scompare;  vediamo che questo  e’   un viaggio, un passaggio oltre il mondo dei sensi, e stiamo pronti a imparare le lezioni che ci insegna, quali che siano.

Ajahn Sumedho – Così com’è

4 ottobre, 2011 by pomodorozen Categories :
Ajahn Sumedho
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Un brutto granello di sabbia – Ajahn Sumedho

Quando non siamo vigili, tendiamo a lasciarci catturare dalla forza d’inerzia delle nostre abitudini, tra cui quella di preoccuparsi è la più forte. Preoccuparsi molto conduce alla pazzia, eppure alcuni ritengono che se non si preoccupano sono degli irresponsabili; per costoro ‘preoccuparsi’ significa ‘prendersi cura’, mentre la preoccupazione è semplicemente il risultato del pensiero ossessivo.

Quando siamo vigili mettiamo energia nella mente, e lo stesso avviene per il corpo, infatti per mantenere il corpo eretto è necessaria la presenza di energia e di sforzo. Da dove viene questo sforzo? Quando il corpo muore, cade a pezzi, si decompone, si disintegra; nessuno può mettere energia in un cadavere perché la forza vitale é svanita. La forza vitale è qualcosa che si estende fuori dal corpo, è un’energia mentale che non proviene dal corpo stesso.

Possiamo riempire il corpo di energia, e possiamo anche riempire la mente di energia ed essere vigili e attenti. Nell’attimo in cui si è vigili non c’è pensiero, a meno che io non voglia, deliberatamente, pensare qualcosa in quel momento. C’è l’essere vigile: posso vedere le persone che mi stanno davanti e posso parlare, ma non c’è nessuna preoccupazione per nessuna cosa in quel momento, nessuna paura, nessuna brama, nessun dubbio, ciò che è presente è semplicemente il riconoscimento del momento. Se sono disattento, la mia mente comincia a vagare qua e là, prende le cose personalmente, sente avversione, sente bramosia e pensa “non voglio tenere un discorso, voglio andare a dormire, sono stufo di tenere discorsi!” Ma se svuoto la mente, allora c’è consapevolezza della situazione e c’è un rapporto con ciò che, in questo istante, è utile e prezioso.

Cominciamo a meditare rendendo la nostra vita molto semplice, prendendo i precetti morali ed essendo consapevoli del respiro. Vediamo le abitudini della mente, il voler parlare, il voler mangiare e bere. Ci impegniamo con la morale, la consapevolezza del respiro e il silenzio. Dopo, cominciamo a rilassarci all’interno di questa restrizione, ossia cominciamo ad arrenderci alle limitazioni, ai confini, e allora ci sentiamo in pace, molto più in pace che se balliamo e cantiamo o se lasciamo che il desiderio ci spinga qua e là. È sufficiente limitarsi a osservare il corpo, le sensazioni, ed essere svegli e consapevoli. Consapevoli di cosa? Del momento. All’inizio abbiamo un oggetto di consapevolezza, possiamo osservare il respiro, oppure le sensazioni del corpo, poi prestiamo attenzione semplicemente a ciò che sta succedendo nel momento stesso. Ci stiamo dirigendo verso il lasciar andare, verso la semplicità fondamentale, il Nirvana, la realizzazione incondizionata.

Improvvisamente tutte le nostre idee più assurde cominciano a prendere una forma conscia. Molti di noi amano pensare a se stessi come a persone piuttosto sensate e ragionevoli, o almeno così succede a me: “Un uomo sensato, ragionevole, gentile e di buona indole!”. E invece rimaniamo intrappolati nella stoltezza, stupidità, irrazionalità, nell’emozione, e ci ritroviamo a essere solo immondizia! Non possiamo essere sempre ragionevoli e sensati, per esserlo dovremmo rifiutare qualsiasi cosa che non sia ragionevole, ma non ci interessa tutta l’immondizia che appare, preferiamo prestare attenzione a qualcosa che sia interessante o eccitante. Nell’ambito ristretto della moralità, della consapevolezza e del silenzio, è difficile mantenere l’immagine di una totale ragionevolezza e razionalità. L’immondizia, repressa e irrazionale, riappare. Non è sorprendente? Non sapevamo che fosse lì, la nostra vita è stata talmente condizionata, diretta e controllata, che l’aspetto dell’immondizia non è stato visto, e anche se visto è stato messo da parte: “Non voglio avere niente a che fare con questo aspetto!”.

L’apparire dei rifiuti mentali deve essere considerato un buon segno: non dobbiamo agire spinti da questi rifiuti, ma nemmeno dobbiamo reprimerli o assecondarli; dobbiamo osservarli. La paura, la stoltezza, la stupidità, i sentimenti irrazionali, la rabbia repressa, tutti gli scarti che possiamo avere represso: possiamo diventarne pienamente consci, il che significa che abbiamo la possibilità di lasciare andare tutto ciò, piuttosto che respingerlo. La nostra meditazione, allora, può consistere semplicemente, a volte, nel convivere pacificamente con una mente che chiacchiera, con la stupidità, col pensiero irrazionale: semplicemente osserviamo quello che c’è, con pazienza, come un testimone silenzioso. Non stiamo osservando un io, non è una cosa personale, è semplicemente un insieme di condizioni alle quali non è mai stato concesso, in passato, di divenire consce, ma piuttosto sono state riposte lontano dalla coscienza. In altri termini, queste condizioni continuavano lo stesso ad avere una forza karmica e continuavano a influenzarci. Ma quando consentiamo a queste condizioni di assumere una forma conscia, allora la forza karmica finisce. Ciò significa che ci liberiamo dal peso di quella forza karmica repressa, non ci blocchiamo né scappiamo, piuttosto ci permettiamo di vedere le condizioni. Queste condizioni non vengono viste come cose personali, e dunque non stiamo guardando un essere sentimentale e folle.

La mente è come uno specchio, ha il potere di riflettere le cose: gli specchi riflettono qualsiasi cosa, bella o brutta, cattiva o buona, e nessuna cosa nuoce allo specchio. Qualsiasi cosa rifletta, per lo specchio va sempre bene, le immagini gli scorrono davanti, sono lì, e poi vanno via, le immagini non sono lo specchio. Per quanto spaventose e orrende possano essere, sono comunque solo immagini riflesse, e non c’è nessun bisogno di punire lo specchio.

Dobbiamo essere molto pazienti, pronti a sopportare l’odore dei rifiuti fino a quando non vanno via. Un modo abile per sopportare le cose spiacevoli, le cose per le quali siamo portati ad avere avversione o dalle quali siamo intimoriti, è quello della benevolenza. La pratica della benevolenza è un mezzo adatto: questo genere di amore consiste in una gentile sopportazione. Generalmente usiamo la parola ‘amore’ come interscambiabile con la parola ‘piacere’, come se queste due parole significassero la stessa cosa: se ci piace qualcosa, spesso noi diciamo di amarla, ma in questa pratica di benevolenza non è necessario che la cosa ci piaccia: ciò che avviene in questa pratica è che, semplicemente, non proviamo avversione nei confronti della cosa. È più un amore nel senso cristiano della parola e consiste nell’accettare una situazione, senza soffermarsi su ciò che non va e sui suoi difetti. La benevolenza consiste nella capacità di essere gentili e delicati con ciò che non ci piace, poiché è facile essere gentili e delicati con ciò che ci piace, anzi, è piuttosto piacevole. È difficile essere scortesi con le persone che ci piacciono, mentre può non essere affatto difficile esserlo con chi ci è antipatico. Lo stesso accade con le cose e le condizioni: se appaiono nella mente alcune cose brutte e spiacevoli, pensiamo: “Detesto questa cosa! Vattene via!”. Questa non è benevolenza. Ma se qualcosa di cattivo e spiacevole si presenta alla nostra mente e usiamo la gentilezza, allora possiamo accettarla con piena coscienza e possiamo poi lasciarla andare. Non colpiamo quella cosa, non tentiamo di farne qualcosa, né la sua presenza ci turba. Per questo la benevolenza e un mezzo adatto per riuscire a sopportare ciò che normalmente non sopporteremmo.

Innanzitutto dobbiamo cominciare a praticare la benevolenza su noi stessi, poiché se odiamo noi stessi tenderemo a odiare anche gli altri, e qualsiasi sentimento gentile per il nostro prossimo sarebbe soltanto un sentimentalismo superficiale. Questo tipo di sentimento non è reale gentilezza perché scaturisce da un concetto. Noi generiamo benevolenza verso noi stessi non creandoci problemi per le azioni compiute in passato, e nemmeno trasformiamo in problemi la stupidità dei nostri pensieri, le nostre opinioni e le nostre credenze. Non creiamo nessun senso di colpa, nessun rimorso e nemmeno nessun odio nei nostri confronti. Possiamo persino praticare la benevolenza nei confronti del dolore che ci può accadere di sentire quando sediamo a lungo in meditazione: questo significa essere gentili nei confronti del dolore, non provare avversione, non preoccuparsi e nemmeno provare il desiderio di sbarazzarsene.

Possiamo commettere un errore, forse possiamo dire qualcosa di sbagliato e, invece di sentirci in colpa e odiarci, perdonarci per avere dei punti deboli, non giustificando le debolezze, ma nemmeno facendone un problema. Avere una paziente gentilezza per le parti inaccettabili della nostra mente, significa voler consentire alle cose spiacevoli di esistere, e permettergli di seguire il loro corso naturale verso la cessazione.

Quando usiamo benevolenza nei nostri confronti, allora possiamo averne anche per gli altri e convivere con la gente senza provare avversione nei confronti di coloro che non sono gentili o che non approviamo. Quando non c’è benevolenza possiamo pensare: “Vorrei che non fossero così, che non facessero questa cosa”. Ma quando abbiamo benevolenza possiamo tollerare i problemi del mondo e, allo stesso tempo, a esserne pienamente consapevoli. Non che ci debba piacere ciò che non ci piace, il punto è, piuttosto, di permettere a ciò che non ci piace di esistere e di essere disposti a conviverci pacificamente e poi lasciarlo andare.

Praticare la benevolenza non significa usare il sentimento, ne è sufficiente pensare semplicemente alla benevolenza. Praticare la benevolenza significa resistere, consentire a ciò che è spiacevole di essere spiacevole, stare attenti allo spiacevole senza permettere alla mente di scivolare nell’avversione. Come riuscirci? Facciamo un esperimento con il dolore fisico: quando sentiamo un disagio possiamo avere benevolenza verso questo disagio, consentendo al dolore di esistere, convivendoci realmente in pace, senza creare nella nostra mente nessun problema. Concentriamoci sul dolore e conviviamoci senza un atteggiamento guidato dal desiderio di liberarcene.

Ci sono persone che si portano dietro una grossa clava da uomo delle caverne, sulla quale c’è scritto ‘benevolenza’, e pensano: “Se colpisco questo dolore con la benevolenza, il dolore andrà via”. Ma non dobbiamo usare la benevolenza con l’intento di liberarci delle cose, dobbiamo usarla per ricordarci di essere estremamente pazienti con tutto ciò che di spiacevole c’è nella vita, le brutture, il dolore, le delusioni, i disinganni, gli insuccessi.

Quando non creiamo nulla nella mente, allora la mente si fa chiara. La mente in se stessa, la mente originaria e incondizionata, è chiara, luminosa e serena, e può contenere tutto. Possiamo permettere a tutti i rifiuti dell’universo di attraversare la mente originaria, non ne riceverebbe alcun danno: nulla può macchiare o danneggiare la mente originaria.

Quando non siamo consapevoli veniamo catturati dal modo in cui sembrano apparire le cose. Pensiamo: “Non debbo essere come sono. Il mondo non deve essere così, non mi piace. Non voglio essere qui. Voglio essere lì”. Diventiamo possessivi, invidiosi, gelosi, contrariati, irritati, pieni di odio, avidi, bramosi, spaventati, avari; pensiamo con apprensione al futuro, siamo sempre più terrorizzati, senza fine. Il chiacchiericcio mentale, i rifiuti che si agitano, il ribollimento interno non finiranno mai. Pensiamo: “Questo è il mio vero carattere, un vero schifo. Anch’io devo essere un vero schifo con tutto questo che ho dentro”. Ma, in realtà, tutta questa immondizia è semplicemente ciò che non siamo. Di questo ci rendiamo conto quando siamo delicati, molto gentili, molto pazienti e non precipitosi verso noi stessi. Diciamo: “Devo fare questo, devo sviluppare la concentrazione, la benevolenza, devo sviluppare tutto questo e poi voglio compiere un viaggio astrale! Ho così tante cose da fare, e mi viene chiesto di stare col dolore e con l’immondizia. Non voglio sprecare la mia vita convivendo pacificamente coi rifiuti! Io voglio liberarmi dell’immondizia; voglio fare viaggi astrali, voglio fare qualcosa che valga la pena, raggiungere qualcosa, ottenere! Non posso stare in pace con questa stupida immondizia intorno e dentro di me”.

Quando reagiamo in questo modo, quando abbiamo l’idea di volerci liberare dei rifiuti, allora aggiungiamo immondizia all’immondizia. Questa, invece, deve venire alla coscienza, non andrà via passando per un sentiero clandestino, né sparirà improvvisamente uscendo dalla porta di servizio; dobbiamo permetterle di entrare nella mente conscia e poi di uscire.

Quando rendiamo stabili i precetti morali e diventiamo realmente consapevoli, allora il canale attraverso il quale può scorrere l’immondizia sarà sgombro e sicuro. Ciò di cui abbiamo bisogno e sopportare pazientemente e riflettere saggiamente fino a quando la via d’uscita si delinea chiaramente. Agendo in questo modo le condizioni, siano esse buone o cattive, non hanno più nessuna importanza.

Che le condizioni siano importanti, irrilevanti, pulite o sporche, sono pur sempre condizioni. Non abbiamo bisogno di guardare dentro i rifiuti e di esaminarli, perché comunque sono solo rifiuti! Noi però possiamo lasciarli andare, ma è necessaria l’equanimità per non restare intrappolati nelle condizioni. Abbiamo dedicato molta parte della nostra vita a lasciarci afferrare dalle condizioni e questo perché, di fatto, siamo attaccati alle loro caratteristiche, scegliamo quelle che ci piacciono, cerchiamo di sbarazzarci delle altre. Un’intera vita dedicata a scegliere con cura, a selezionare, a filtrare, ad accumulare, ad annullare, ad ammucchiare, a custodire gelosamente, a tentare di possedere.

Immaginiamo di essere in riva a un fiume, guardiamo un granello di sabbia e diciamo: “Non è stupendo questo piccolo granello di sabbia? Quest’altro granello, invece, è orribile, non lo posso soffrire!”. Stiamo guardando miliardi di granelli di sabbia e li raccogliamo, distinguendo quelli che ci piacciono da quelli che non ci piacciono; andiamo in estasi per la bellezza di uno e cadiamo in depressione per la bruttezza di un altro, tutto questo e ridicolo! Se voi vedeste qualcuno agire cosi pensereste che e proprio matto. E quest’uomo si deprimerebbe per aver raccolto un brutto granello di sabbia! Ma molti di noi fanno lo stesso, e lo fanno con le condizioni mentali. Siamo esaltati o depressi da granelli di sabbia o condizioni, il che, in realtà, è lo stesso. Quando guardiamo alle condizioni come a granelli di sabbia, non sentiamo più il bisogno di confrontarle l’una con l’altra, né andiamo in estasi o ci deprimiamo quando appaiono. Dunque e molto utile vedere le condizioni come granelli di sabbia.

Non è necessario indugiare nell’avversione per qualcosa di sgradevole, né diventare possessivi e andare in estasi per qualcosa di bello: possiamo avere equanimità, calma, distacco e vedere le condizioni mentali semplicemente per quello che sono: condizioni.

È realmente possibile riuscire a essere consapevoli di tutto: ciò che dobbiamo fare è liberarci dall’abitudine di attaccarci continuamente alle differenti condizioni che vengono e vanno, afferrando una cosa e respingendo un’altra. Per fare questo dobbiamo diventare consapevoli. All’inizio, infatti, l’abituale tendenza ad afferrare è un problema reale. Perciò quando ci accorgiamo che stiamo afferrando qualcosa dobbiamo ricordarci di lasciare quella cosa, di lasciarla stare e, dopo un po’ di tempo, la nostra tendenza ad afferrare le cose diminuirà.

Possiamo usare parole del tipo ‘lasciar andare’ per ricordare a noi stessi di deporre le cose, lasciarle stare e non creare problemi su di esse. Quando ci attacchiamo a una cosa e cominciamo a preoccuparci e a soffrire, questo è il momento di lasciarla andare. Dovremmo realmente investigare questo attaccamento, osservare quello che stiamo facendo. Certamente, possiamo avere timore di lasciar andare perché non sappiamo cosa ci accadrà di conseguenza. Perciò possiamo avere molta paura: “Se lascio andare i miei desideri e le mie preoccupazioni, allora non rimarrà più nulla, potrei dissolvermi, scomparire!”. Ci siamo portati appresso il fardello così a lungo che abbiamo finito col credere che il fardello siamo noi e quindi non possiamo immaginare una vita senza di esso. L’idea di lasciar andare il fardello e simile all’idea di uccidere noi stessi: quando pensiamo di lasciar andare tutti i desideri e tutte le paure abbiamo la sensazione di annientarci. Ma, una volta lasciatolo andare, allora sappiamo cosa significa non avere problemi: siamo in grado di vedere chiaramente, con la mente attenta al momento presente, adattati al tempo e al luogo, non più prigionieri della forza dell’abitudine e delle condizioni.

Quanta gente nel mondo, quanti pericoli, quanta sofferenza! Imparare dai rifiuti della nostra mente ci è possibile, ma richiede determinazione e fiducia. Alle volte possiamo ritrovarci su altopiani desolati e su pianori che sembrano susseguirsi uno dopo l’altro: “Perché mai ho cominciato a meditare? Vorrei non averci mai pensato!”. Ma se non torniamo indietro, se attraversiamo quell’altopiano e quel deserto, sopportando la monotonia della nostra mente, allora sapremo come è dall’altra parte.

Un brutto granello di sabbia

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Neva Papachristou

Estratto del libro “Lasciar andare il fuoco“, su gentile concessione dell’Editore Ubaldini.

28 settembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Ajahn Sumedho
Consapevolezza
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Il silenzio e lo spazio – Ajahn Sumedho

Secondo uno stile di vita mondano, il silenzio è qualcosa di cui non vale la pena occuparsi. È più importante pensare, creare, fare cose: riempire il silenzio con il suono. Di solito pensiamo ad ascoltare il suono, la musica, qualcuno che parla; riguardo al silenzio, crediamo che non ci sia nulla da ascoltare. E quelle volte in cui siamo con qualcuno e nessuno dei due sa cosa dire all’altro, ci sentiamo imbarazzati, a disagio; il silenzio tra noi e l’altro diviene fastidioso.
Tuttavia, concetti come silenzio e vacuità cominciano a indicare una direzione da sviluppare, qualcosa cui prestare attenzione, dal momento che nella vita moderna siamo riusciti a distruggere il silenzio e a demolire lo spazio. Abbiamo creato una società nella quale siamo ininterrottamente indaffarati; non sappiamo come riposare o rilassarci o come semplicemente essere. A causa delle pressioni cui la nostra vita soggiace, menti intelligenti sprecano tanto di quel tempo a sviluppare una tecnologia che faciliti la vita, eppure ci ritroviamo stressati. Li hanno chiamati “congegni per risparmiare il tempo”, dovrebbero permetterci di ottenere tutto ciò che vogliamo semplicemente premendo un bottone. Mansioni noiose sarebbero così svolte da robot e macchinari. Ma come trascorriamo il tempo che abbiamo risparmiato?
In un modo o nell’altro dobbiamo avere qualcosa da fare, rimanere indaffarati, dover riempire sempre il silenzio con il suono e lo spazio con le forme. In effetti, l’enfasi è sull’essere una personalità, qualcuno che possa dimostrare il proprio valore. È questa la lotta estenuante, il ciclo interminabile da cui ci sentiamo stressati. Quando siamo giovani e pieni d’energia possiamo goderci i piaceri della gioventù, la salute, le storie d’amore, le avventure e tutto il resto. A un tratto, però, queste esperienze possono interrompersi, magari per una menomazione o perché abbiamo perso qualcuno cui eravamo molto attaccati. Ciò che ci accade può scuoterci al punto che i piaceri sensoriali, la salute, il vigore, il bell’aspetto, la personalità, le lodi del mondo non ci danno più felicità. Oppure possiamo sentirci amareggiati perché non siamo riusciti a ottenere il livello di piacere e successo che immaginiamo ci spetti di diritto. Così dobbiamo sempre metterci alla prova, essere qualcuno, intimiditi dalle richieste della nostra personalità.
La personalità è condizionata nella mente. Non nasciamo con una personalità. Per diventare una personalità dobbiamo pensare, concepirci come qualcuno. La personalità può essere buona o cattiva, o un insieme di cose, e dipende dal riuscire a ricordare, dall’avere una storia, avere opinioni, assunti su noi stessi, attraenti o non attraenti, amabili o no, intelligenti o stupidi, opinioni variabili a seconda delle situazioni. Ma quando sviluppiamo la mente contemplativa vediamo attraverso ciò. Cominciamo a sperimentare la mente originaria: la coscienza prima che sia condizionata dalla percezione.
Ora, se cerchiamo di pensare a questa mente originaria, ci ritroviamo intrappolati nelle nostre facoltà analitiche. Perciò, dobbiamo osservare e ascoltare anziché sforzarci di immaginare come diventare qualcuno che è illuminato. Meditare al fine di diventare qualcuno che è illuminato non funziona, perché in tal modo creiamo il nostro io come una persona che adesso è non-illuminata. Tendiamo a riferirci a noi stessi come non-illuminati, persone con un mucchio di problemi, o addirittura come casi disperati. A volte ci immaginiamo che la cosa peggiore che possiamo pensare di noi stessi è la verità. C’è una sorta di perversione che ritiene che l’autentica sincerità risieda nell’ammettere le peggiori cose possibili su noi stessi!
Non sto formulando giudizi contro la personalità, ma vi sto consigliando di conoscerla, in modo che non siate più spinti dall’illusione che create e dagli assunti che avete su voi stessi in quanto persone. Ed è per questo che si impara a sedere calmi in meditazione e ad ascoltare il silenzio. Non è che questo vi renderà illuminati, ma si oppone alla forza dell’abitudine, alle energie inquiete del corpo e delle emozioni. È per questo che ascoltate il silenzio. Potete udire la mia voce, potete udire i suoni delle cose che accadono, ma dietro tutto ciò c’è una specie di sibilo, un ronzio quasi elettronico. Questo è quello che chiamo ‘il suono del silenzio’. Lo trovo un modo molto utile per concentrare la mente, giacché, quando si inizia a notarlo (senza considerarlo una sorta di conseguimento), esso diviene un efficace metodo per la contemplazione, per udire sé stessi pensare. Il pensare è di per sé una specie di suono, no? Quando pensate, potete udirvi pensare. Così, quando ascolto me stesso pensare è come ascoltare qualcun altro che parla. Per cui ascolto il pensiero della mente e il suono del silenzio: quando sto con il suono del silenzio, mi accorgo che non sto pensando. C’è calma, per cui osservo, osservo coscientemente la calma e questo aiuta a riconoscere la vacuità. La vacuità non è il rifiuto, la negazione di qualcosa, ma un lasciar andare le tendenze abituali dell’attività irrequieta o del pensiero ossessivo.
Ascoltando, potete effettivamente arrestare la forza delle abitudini e dei desideri. E in questo ascolto, in questo stare con il suono del silenzio, c’è attenzione. Non occorre chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie o chiedere a qualcuno di uscire dalla stanza, non occorre trovarsi in un posto particolare, a quanto pare funziona ovunque. Può essere molto prezioso in una situazione di vita in comune, in famiglia, in qualsiasi contesto di vita abituale. In situazioni del genere ci abituiamo agli altri e tendiamo ad agire secondo assunti e abitudini senza neanche accorgercene. E il silenzio della mente consente a tutte queste condizioni di essere ciò che sono. Ma l’abilità di rifletterci in termini di sorgere e cessare ci permette di vedere che tutte le percezioni e tutti i concetti che abbiamo su noi stessi sono condizioni della mente, non sono ciò che siamo veramente. Ciò che pensate di essere non è ciò che siete.
A questo punto potreste ribattere: “E allora cosa sono?”. Ma avete bisogno di sapere cosa siete? Avete bisogno di sapere cosa non siete, è abbastanza. Il problema è che crediamo di essere tutte quelle cose che non siamo e per questo motivo soffriamo. Non soffriamo a causa del non-sé (anatta), del non essere nessuno: soffriamo perché siamo qualcuno tutto il tempo. Ecco dov’è la sofferenza. Quando non siamo ‘qualcuno’, perciò, non c’è sofferenza, c’è sollievo, come deporre un pesante fardello pieno di ‘auto-coscienza’, di paure per ciò che le altre persone pensano. Tutto quell’insieme che è correlato al senso del nostro ‘io’, possiamo lasciarlo cadere. Possiamo semplicemente lasciarlo andare. Che sollievo non essere qualcuno! Non sentire di essere qualcuno che ha tanti problemi, che “dovrebbe praticare di più la meditazione”, che “dovrebbe andare ad Amaravati più spesso”, che “dovrebbe sbarazzarsi di tutte queste cose e non ci riesce!”. Tutto questo è pensiero, vero? È fabbricare ogni genere di concetti su se stessi. È la mente giudicante. La mente discriminante che vi dice in continuazione che non siete buoni abbastanza, che dovete essere migliori.
Quindi possiamo ascoltare; questo ascolto è a nostra disposizione tutto il tempo. All’inizio magari è utile fare ritiri di meditazione, trovare situazioni in cui siete incoraggiati e sostenuti in questo compito, dove c’è un insegnante che vi stimola, che vi aiuta a ricordare, perché è facile ricadere nelle vecchie abitudini, soprattutto nelle abitudini mentali, che sono sottili. E il suono del silenzio non sembra degno di essere ascoltato. Anche se ascoltate la musica, potete ascoltare il silenzio dietro la musica. Non distrugge la musica, ma la pone in una prospettiva in cui non siete trascinati via dalla musica o assuefatti al suono. Potete apprezzare il suono e anche il silenzio.
La Via di Mezzo di cui parla il Buddha non è un estremo di annichilimento. Non è come dire: “Tutto ciò di cui dobbiamo occuparci è il silenzio, la vacuità, il non-sé. Dobbiamo sbarazzarci dei nostri desideri, della nostra personalità, tutto il regno dei sensi è una minaccia al silenzio. Dobbiamo distruggere tutte le condizioni, tutta la musica, tutte le forme, non dobbiamo avere forme in questa stanza, solo muri bianchi”. Non si tratta di vedere il mondo ‘formato’ come una minaccia alla vacuità, di parteggiare per il condizionato o per l’incondizionato, ma piuttosto di riconoscere la loro relazione: questa è una pratica continua.
La consapevolezza è la via, dal momento che siamo fortemente condizionati dallo stare qui, sul pianeta Terra, con questo corpo umano. Dobbiamo vivere tutta la vita all’interno dei limiti, dei problemi e delle difficoltà del corpo umano. E abbiamo emozioni. Sentiamo tutto e ricordiamo tutto. Siamo in questo stato di piacere e dolore per tutta la vita. Ma possiamo vederlo nel modo giusto, ed è questo che intende il Buddha: comprendere le cose così come sono, riuscire a lasciar essere le cose così come sono, anziché creare illusioni.
A causa dell’ignoranza creiamo infinite illusioni sulla vita, sul nostro corpo, sui nostri ricordi, sul nostro linguaggio, sulle nostre percezioni, opinioni, punti di vista, la cultura, le convenzioni religiose, e così diventa complicato, difficile e separativo. L’alienazione che oggi la gente prova è il risultato dell’ossessione riguardo a se stessi, l’ossessione per cui il nostro senso dell’io è di assoluta importanza. Siamo stati educati a pensare che la nostra vita è tutta qui, per cui possiamo riempirci della nostra auto-importanza. Anche il fatto che possiamo ritenere di essere un caso disperato: anche qui continuiamo a dare quella enorme importanza. L’importanza che conferiamo a noi stessi ci fa trascorrere anni dagli psichiatri a discutere i motivi per cui saremmo senza speranza. È piuttosto naturale, visto che dobbiamo passare tutto il tempo con noi stessi. Possiamo fuggire dagli altri, ma non da noi stessi.
L’anatta, il non-sé, è molto frainteso, si tende a vederlo come una negazione dell’io, qualcosa da mettere via, che non dovremmo avere. Non è così che funziona l’anatta. L’anatta, il non-sé, è un suggerimento per la mente, è uno strumento per cominciare a riflettere su cosa siamo veramente. A lungo andare, non occorre considerarci in alcun modo in termini di ‘essere qualcosa’. Se portiamo avanti questa riflessione, allora il corpo, le emozioni, i ricordi, tutto ciò che sembra identificarsi in maniera così assoluta, insistente, con noi stessi, può essere visto in termini di ‘sorgere e cessare’. E quando siamo consapevoli della cessazione delle cose, ci sembra più autentico delle condizioni effimere che tendiamo ad afferrare o dalle quali ci sentiamo ossessionati. Le tendenze abituali sono molto forti, ci vuole un po’ per riuscire a superare questo scoglio dell’ossessione per l’io, ma ci si può riuscire.
In merito a ciò, alcuni psicologi e psichiatri hanno commentato che abbiamo bisogno di un io. È una cosa importante da considerare, l’io non è qualcosa che non dovremmo avere, ma è qualcosa cui dare la giusta collocazione, è bene che l’io poggi sulla bontà della nostra vita invece che venga a crearsi dai difetti, dagli errori e dalle tendenze negative della mente.
È così facile vedersi in modi molto critici, specialmente quando ci si paragona ad altre persone o si immaginano grandi figure della storia. Ma se ci paragoniamo continuamente a ideali, non possiamo fare altro che criticarci per come siamo, perché la vita è così, è un flusso, un cambiamento, è sentirsi stanchi, avere a che fare con problemi emotivi, con la rabbia, con la gelosia, con le paure, con ogni sorta di desiderio, con tutto ciò che non vogliamo ammettere neanche a noi stessi. Ma questa è una parte del processo, dobbiamo riconoscere le condizioni e osservare la loro natura, che siano buone o cattive, perfette o imperfette: sono impermanenti, sorgono, cessano. In questo modo impariamo in continuazione e troviamo forza nel lavorare attraverso le nostre condizioni karmiche. Forse nella vita non abbiamo ottenuto un granché, forse abbiamo avuto ogni sorta di problemi fisici ed emotivi. Ma, in termini di Dhamma, questi non sono ostacoli, anzi, molte volte sono questi problemi, queste difficoltà che ci spingono a risvegliarci alla vita. E una parte di noi si rende conto che cercare di raddrizzare ogni cosa, di abbellire ogni cosa, di mettere tutto in ordine e rendere la vita piacevole, non è la risposta. Riconosciamo che nella vita c’è qualcosa di più che limitarsi a controllarla e cercare di ottenere il massimo dalle condizioni.
Il riconoscimento del silenzio è una via per lasciare andare la nostra posizione, il nostro senso dell’io, la nostra convenzione. Nel silenzio c’è unità. È come lo spazio in questa stanza: è lo stesso per tutti noi. Non posso affermare che lo spazio è mio. Lo spazio è semplicemente spazio, è dove le forme vanno e vengono. Ma è anche qualcosa che possiamo osservare, contemplare. E cosa accade? Sviluppando la consapevolezza dello spazio, cominciamo ad avere un senso dell’infinito: lo spazio non ha né inizio né fine. Possiamo costruire stanze, considerare lo spazio come qualcosa che esiste in una stanza come questa, ma sappiamo che in realtà è l’edificio che è nello spazio. Lo spazio è come l’infinito, non ha confini. Ma nelle limitazioni della nostra coscienza visiva, i confini ci aiutano a vedere lo spazio in una stanza, perché lo spazio in quanto infinito è troppo. Lo spazio in una stanza è sufficiente per contemplare la relazione tra le forme e lo spazio. Ascoltare il suono del silenzio e i pensieri ha lo stesso effetto.
Per un certo periodo ho praticato formulando deliberatamente i pensieri, pensieri neutri che non suscitano sensazioni emotive, come “io sono un essere umano”. E ascoltavo me stesso formulare quel pensiero con l’intenzione di ascoltare il pensiero in quanto pensiero e il silenzio che vi è dentro. In questo modo contemplo e riconosco il rapporto tra la facoltà del pensiero e il silenzio, il silenzio naturale della mente. Ed è qui che stabilisco la consapevolezza, la capacità che ho come individuo di essere un testimone, di essere colui che ascolta, ciò che è vigile. Nei confronti delle emozioni, ciò può essere molto difficile. Possiamo avere molte emozioni negative verso noi stessi, perché non abbiamo risolto molti dei nostri desideri di possedere le cose, di sentire le cose, di ottenere molte cose o di sbarazzarci delle cose. È qui che ascoltiamo le nostre reazioni emotive. Cominciate a osservare cosa accade da un punto di vista emotivo quando c’è questo silenzio. Può esserci negatività, possono sorgere dubbi su questa pratica, del tipo “non so cosa sto facendo”, o “è una perdita di tempo”. Ma ascoltate anche queste emozioni: sono soltanto abitudini della mente. Se le ammettiamo e le accettiamo, esse cessano. Le reazioni emotive se ne andranno progressivamente e avrete fiducia nell’essere semplicemente ciò che è consapevole.
Quindi potete fondare la vostra vita nell’intenzione di fare del bene e di astenervi dal fare del male. Paradossalmente, abbiamo bisogno di questo rispetto di noi stessi. La meditazione non si poggia sul concetto secondo cui se siamo consapevoli possiamo fare quello che ci pare, ma comporta un rispetto per le condizioni: rispettare il corpo che abbiamo, la nostra umanità, la nostra intelligenza e la nostra abilità nel fare le cose. Non significa essere attaccati o identificati, significa che la meditazione ci permette di riconoscere ciò che siamo: è così com’è, le condizioni sono così. E significa rispettare anche i nostri limiti. Il rispetto verso se stessi, il rispetto verso le condizioni, equivale al rispetto per qualsiasi stato in cui ci troviamo. Non vuol dire che ci piaccia quello stato, ma significa accettarlo e imparare a lavorare con le sue limitazioni.
Dunque, per la mente illuminata non si tratta di ottenere il massimo. Non si tratta di dover avere la migliore salute possibile e le migliori condizioni possibili, non si tratta di alimentare un senso dell’io, di qualcuno che agisce solo se ha il meglio. Quando cominciamo a renderci conto che i nostri limiti, i nostri difetti e i nostri aspetti più strani non sono impedimenti, allora li vediamo nel modo giusto. Possiamo rispettarli, possiamo essere disposti ad accettarli e ad adoperarli per superare il nostro attaccamento verso di essi. Se pratichiamo in questo modo, possiamo essere liberi dall’attaccamento e dall’identificazione con le percezioni di noi stessi, di come siamo. È quanto di meraviglioso possiamo fare come esseri umani, è ciò che ci permette di attingere alla pienezza della nostra vita. Ed è un processo continuo.

Il silenzio e lo spazio

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2004. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Giuliano Giustarini.

Dal ‘Forest Sangha Newsletter’, n. 58, ottobre 2001.

 

29 luglio, 2011 by pomodorozen Categories :
Ajahn Sumedho
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Opinioni e punti di vista – Ajahn Sumedho

 

Riflettere sul tornare al centro … il che significa che ciascuno di noi, in questo momento, è il centro dell’universo. Non è un’interpretazione soggettiva, in questo momento è una realtà. Voi siete, nel contesto della mia esperienza del presente, l’oggetto; il centro è qui e ora, in questo punto qui. Sto riflettendo sulla presenza, il punto dove facciamo esperienza della vita; la coscienza è sempre da questo punto … la consapevolezza qui e ora. Ciascuno di noi è una forma distinta nell’universo, ma per tutta la vita facciamo esperienza dell’universo da questo centro, ovunque ci capiti di essere: qui, in un kuti, in cima a una montagna, all’aeroporto …

Riflettere sul centro: non è un punto nello spazio, è la realtà del nostro essere. Tradotto sul piano personale (“Io sono il centro dell’universo”), suona come una fantasia grandiosa di essere il più importante, Dio, o una speciale prerogativa. Ma è del tutto normale, perché ciascuno di noi, ciascuna creatura, è effettivamente il centro dell’universo sul piano del vissuto. Anche una pulce è un essere cosciente, ed esperisce la coscienza da questo punto, che sia ospite di un cane o di un gatto. Non credo che le pulci abbiano uno spiccato senso di individualità, dato che non pensano abbastanza. Ma non essendo una pulce, non posso parlare per loro. Posso parlare per me … e io sono un essere umano qualunque. Non ho niente di speciale, considerando i miliardi di persone che popolano il pianeta. Sto parlando in termini convenzionali: “Sono uno degli innumerevoli abitanti del pianeta”, il che indubbiamente è vero. Non è un’affermazione sbagliata o falsa, ma corrisponde davvero ai fatti? Quello che capita a questa forma è il mio vissuto, di conseguenza conta, anche se, su scala macrocosmica, sono una pulce che non conta granché nell’universo.

Se morissi sul colpo, per l’universo non sarebbe un grave perdita. Lo noterebbero in pochi. Come quando muore una pulce: a chi importa? Anzi, magari siamo contenti. Vedere pulci morte potrebbe essere meglio che vederle vive. Ma in termini di esperienza, ed è di questo che parlo, questo punto è l’esperienza del qui e ora. Dunque lo stato di risveglio, la consapevolezza, è la capacità che abbiamo di riflettere sull’esperienza, non in base alle preferenze e opinioni personali, ma dalla posizione del Buddha che conosce il Dhamma. La coscienza in una forma separata è l’esperienza del conoscere. Ed è questo che abbiamo fatto durante il ritiro, conoscere le cose come sono, invece che per sentito dire, invece di formulare opinioni e punti di vista soggettivi: “Io mi sento … le mie idee al riguardo … il mio corpo sente …”. I pensieri abituali e il linguaggio si basano in gran parte sull’idea di io e mio. Ma oltre il pensiero e il linguaggio, quando smettiamo di pensare, la presenza c’è ancora, vero?

Quando penso: “Sono Ajahn Sumedho”, e mi faccio coinvolgere dalle associazioni di quel pensiero e l’attaccamento a quella particolare percezione di me, la consapevolezza c’è ancora, ed è la via d’accesso al senza morte. È l’occasione, la crepa nel samsāra, la via di scampo dalla schiavitù e dalla sollecitazione costante delle nostre abitudini. Pensare è un’abitudine; l’idea di me stesso come persona è un’abitudine. Le abitudini personali sono sakkāya-ditthi, sīlabbata-parāmāsa e vicikicchā, i primi tre dei dieci vincoli, o samyojana, in pāli. Questi tre vincoli vanno superati, compresi a fondo. Allora si realizza il sentiero: è l’entrata nella corrente, o sotāpatti. Il punto è riconoscere i vincoli, piuttosto che disfarsene cancellando tutto, svuotando la mente; poterli osservare, invece di subirli passivamente e diventare una personalità, le convenzioni e i pensieri o il processo discorsivo.

Si tratta quindi di indagare la natura del sé, di esaminare, osservare il sé, piuttosto che partire dal presupposto di non dover avere un sé o non dover pensare a se stessi … che dipende dal pensiero. Se credo all’anattā, se credo al non sé, considero me stesso come un oggetto di cui disfarmi, non tanto da comprendere. Comprendere nel senso della prima nobile verità, comprendere dukkha, comprendere [understanding] il sé, ‘sostenere’ [standing under] il sé, osservarlo. Lo stesso pensiero: “Sono Ajahn Sumedho”, è un oggetto nella mia mente. Posso pensarlo, ma al tempo stesso, se sono consapevole, posso osservarlo, essere testimone di quel pensiero. Nel Dhammapada c’è un verso su cui ho riflettuto per anni: “Appamādo amatapadam“, “La consapevolezza è la via del senza morte”. Appamādo è l’opposto della noncuranza, è prestare attenzione, essere presenti. Amata è il senza morte. Per me ha sempre avuto un significato particolare. Quando leggevo il Dhammapada o i sutta queste parole mi suscitavano una forte risonanza, risaltavano.

Ci sono moltissimi testi nel buddhismo; il Tipitaka (il canone pāli) è sterminato. Quando cominci a leggerlo ti ci perdi dentro … non ce la farai mai a finirlo tutto. Ma poi ti fidi della tua intuizione nella vita, di quello che ha veramente significato per te, che risalta, che richiama la tua attenzione quando leggi i sutta o il Dhammapada. Nel Sutta Nipāta c’è un verso che dice: “C’è un isola, un’isola oltre la quale non puoi andare” (v. 1094). È una metafora che ho sempre trovato molto significativa. Un’isola oltre la quale non puoi andare, il punto centrale: oltre questo non si può andare. Una volta raggiunto il centro, una volta riconosciuto il centro, quando poi te ne allontani sei tornato sulla circonferenza. La metafora dell’isola suggerisce questo. O il concetto di axis mundi, il centro dell’universo, del mondo.

Se non riconosciamo il punto centrale, restiamo sempre sulla circonferenza, restiamo sempre nel samsāra. Cercheremo il centro, ma lo cercheremo sempre sulla circonferenza, invece di essere il centro. Quindi la consapevolezza, prendere rifugio nel Buddha, Dhamma, Sangha, non è rifugiarsi in qualcosa che sta sulla circonferenza del pensiero o dell’universo, in entità non meglio definite o energie invisibili di cui presumiamo, o mettiamo in dubbio, l’esistenza. Sono concetti che servono a ricordarci il centro di questo momento, il centro dell’essere presenti qui e ora. Dal centro, se la mia personalità si trova sulla circonferenza del samsāra, mi conoscete in quanto persona. Le convenzioni, anche quelle del buddhismo theravāda, sono fuori, nel mondo convenzionale, nel samsāra. Quindi lo scopo non è legarsi alle convenzioni buddhiste, ma metterle al servizio della consapevolezza, del tornare al centro.

Con sīlabbata-parāmāsa, il secondo vincolo, l’attaccamento ignorante alle convenzioni, ci leghiamo alle convenzioni. Nel mondo buddhista abbiamo opinioni contrastanti. In Inghilterra ci sono opinioni nette, opinioni settarie, opinioni pro o contro l’hīnayāna, il mahāyāna, il buddhismo tibetano, il vajrayāna, lo zen. Poi ci sono l’advaita, la bhakti, il sufismo, il misticismo cristiano, i testimoni di Geova, i mormoni. Ci attacchiamo molto a una particolare convenzione. Diventiamo la convenzione, e questo è un vincolo, un impedimento. Inoltre è separativo. Se la mia principale identità consiste nell’essere un buddhista theravāda, il mahāyāna mi sembrerà un’altra cosa. Avrò certe opinioni sul theravāda e se incontro qualcuno che si professa mahāyāna lo riterrò diverso da me. Lo stesso dicasi per un cristiano, o un mormone. Perfino nell’ambito del theravāda i punti di vista e le opinioni abbondano.

“L’insegnamento del Buddha è così”, “Questo è il vero insegnamento”, e queste frasi, questi pronunciamenti ex cattedra, mi portano ad asserire che la mia via è quella giusta. Nel theravāda, una pletora di opinioni e punti di vista genera divisione, separazione e attaccamento alle convenzioni. È separativo. Quindi, che cosa è unitivo in questo momento, dov’è che non divido, che non giudico dal versante soggettivo delle mie preferenze personali? Al livello personale ho le mie preferenze, lo ammetto. Ho scelto di seguire la tradizione theravāda perché mi attrae. È una preferenza personale, ma ne sono cosciente. Non deve per forza tradursi in attaccamento. In genere si adotta la convenzione da cui ci si sente attratti, con cui si sente un’affinità. E poi: “Dovete fare esattamente come me, non c’è altra via che il buddhismo theravāda, perché io ci sono arrivato per quella strada e tutte le altre sono eresie o illusioni”. E questo è separativo, vero? È un’altra opinione personale.

Quindi, prendendo atto di questo, il centro non ha opinioni. Perché nasca un’opinione devo diventare ‘Ajahn Sumedho’ ed esprimermi di conseguenza … siamo tornati ai tre vincoli di sakkāya-ditthi, sīlabbata-parāmāsa e vicikicchā. Anche se una convenzione come quella del theravāda è utile, l’attaccamento alla convenzione è un vincolo. Un vincolo lega, limita, separa. Il vincolo non è la convenzione di per sé, bensì l’ignoranza e l’attaccamento alla convenzione, che di per sé è solo un abile mezzo, un espediente, non un fine. Se la considero un fine, mi sentirò in dovere di persuadere tutti a diventare buddhisti theravāda, e se non lo fanno, li taccerò di apostasia, eresia, di non essere veri buddhisti. Creerò una separazione. Sostengo di aver ragione, e se non siete d’accordo con me avete torto, ovviamente.

Ragione e torto sono frutto del pensiero; vero e falso, bene male, sono frutto del processo discorsivo, dell’intelletto discriminante. Il termine vicikiccā si traduce con ‘dubbio’. E come nasce il dubbio? Pensando. Se pensate troppo, dubiterete continuamente. Perché il linguaggio è così, è una nostra proiezione, è un artificio, una creazione culturale; la convenzione, l’io, sono aggiunte al presente. Io creo me stesso nel presente. “Sono Ajahn Sumedho, un buddhista theravāda”. E poi, se mi lego a quelle opinioni, mi faccio guidare dall’ignoranza, avijjā, il non conoscere il Dhamma.

Potrei conoscere il Dhamma a perfezione con una mente condizionata dal theravāda. Potrei essere uno studioso di pāli o un esperto di buddhismo theravāda. Potrei sapere tutto sul tema, scrivere manuali universitari e via dicendo. Quindi, riflettendo sul mondo delle convenzioni, sīlabbata-parāmāsa è una parola interessante, che di solito si traduce con ‘attaccamento ai riti e alle cerimonie’. Fra molti buddhisti occidentali si nota una certa arroganza. Non siamo buddhisti per cultura o per nascita, lo abbiamo scelto. Quindi, le liturgie a base di inchini, canti e bastoncini di incenso non suscitano il nostro attaccamento. Anzi, preferiremmo evitarle. Non mi sono mai illuso che i riti e i canti potessero darmi l’illuminazione o purificarmi, non fa parte del mio condizionamento culturale. Perciò gli occidentali arroganti disprezzano il lato devozionale della convenzione buddhista e presumono di essere esenti da attaccamenti, come se il vincolo di sīlabbata-parāmāsa non li riguardasse. Conoscete la storia di sputare sulla statua del Buddha, o il detto: “Se incontri il Buddha, uccidilo”. Noi non avremmo nulla in contrario, perché potremmo sempre sostenere che ai tempi del Buddha non c’erano statue del Buddha. Certi buddhisti inglesi le condannano, dicendo che non è vero buddhismo, ma sīlabbata-parāmāsa, e che a loro non servono le statue del Buddha. È un’altra opinione, vero?

Sul piano della riflessione, della consapevolezza, mi chiedo se ho pregiudizi contro le statue del Buddha, e comincio a prenderne coscienza. Che cos’è? Perché ce l’ho? In realtà, a me le statue del Buddha piacciono, quindi me ne circondo; a me non hanno mai dato problemi, ma a qualcun altro sì. Ci sono i puristi, che vogliono che tutto si conformi alla loro idea di cosa ha veramente insegnato il Buddha secondo i sutta, o il Canone. Ma come diceva Ajahn Chah: “Vero, ma non giusto. Giusto, ma non vero”. L’ho sempre trovato utilissimo, perché è tanto facile sentirsi nel giusto, pretendere di aver ragione, e attaccandosi all’avere ragione diventare negligenti. Se insisto che la mia opinione è giusta, dimentico il momento presente, e assumo una prospettiva dogmatica.

Il dogmatismo è il pericolo di tutte le convenzioni religiose. Ho ragione, quindi dev’essere così, altrimenti è sbagliato. Un’altra forma di dualismo, vero? Ragione e torto, bene e male, vero e falso. L’unico modo per essere obiettivi su torto e ragione, vero e falso, è esserne consapevoli. Perché la consapevolezza non critica, non discrimina. Non decide se è giusto o sbagliato, ma discerne le cose come sono. Quindi, se entro in un tempio, vedo una statua del Buddha e ritengo che sia un caso di sīlabbata-parāmāsa, attaccamento ai riti e alle cerimonie, potrei avere ragione, potrebbe darsi che quella gente sia attaccata alla forma del buddhismo. Ma ci si può attaccare alle proprie opinioni, e anche questo è sīlabbata-parāmāsa: l’attaccamento alla mia interpretazione delle scritture, alla linea del partito, alla tradizione, al punto di vista. Quindi è l’attaccamento, il fenomeno che il Buddha ci incoraggiava a osservare, sakkāya-ditthi, l’attaccamento all’illusione del sé come anima permanente e separata, a ‘me’ come persona permanente. E l’attaccamento alla convenzione, l’attaccamento alla razionalità, al processo discorsivo, alle opinioni e punti di vista sul torto e la ragione, il bene e il male.

Quindi nel corso del ritiro insisto su questo punto: vedere l’attaccamento, riconoscere ciò che si definisce upādāna, l’attaccamento o la fissazione che derivano dall’ignoranza, per poter penetrare la natura del sentiero, o ‘entrare nella corrente’. Non si tratta di fare tutto nel modo giusto, disfarsi delle statue del Buddha, dei riti e delle cerimonie, annullare la propria personalità e smettere di pensare per non attaccarsi ai pensieri. Provate a farlo, provate a smettere di pensare, pensando: “Non dovrei pensare”… state ancora pensando. A prescindere da quanto pensi di non dover pensare, continuo a pensare; non è sbagliato, ma non mi sveglio a quello che sto facendo, alle cose come sono. Il processo discorsivo è un oggetto nella coscienza. Le statue del Buddha o la loro assenza, l’io, sakkāya-ditthi, vengono visti in termini di Dhamma.

Dhamma, dunque, è il modo di essere, il sorgere e cessare, di tutte le condizioni. “Sabbe sankhārā aniccā” non è aggrapparsi all’opinione che tutte le condizioni sono impermanenti, è osservare, essere testimone dell’impermanenza. L’impermanenza è così. L’opinione che non dovrebbero esistere statue del Buddha, è un’opinione che sorge e cessa, quindi il rifugio è nella consapevolezza di quell’opinione. L’opinione può essere: “Dovete avere statue del Buddha, dovete cantare in pāli, altrimenti non è vero theravāda”.

I quattro stadi del sentiero (di chi è entrato nella corrente, del sakadāgāmī, dell’anāgāmī e dell’arahant) hanno a che vedere con il riflettere sui dieci vincoli, non con il diventare, con ‘me’ che divento uno di questi stadi. Nella maggior parte dei casi, se sakkāya-ditthi, sīlabbata-parāmāsa e vicikicchā non vengono capiti e superati, l’errore è cercare di diventare ‘uno che è entrato nella corrente’ o di diventare un arahant. Oppure, credere di non poterci riuscire: “Non posso farcela, ho così tanti attaccamenti che non vedo come sia possibile. E poi, c’è davvero qualcuno che è ‘entrato nella corrente’?”. Quando vivevo in Thailandia, gli occidentali venivano a chiedermi se Ajahn Chah fosse un arahant. A volte l’arroganza dei buddhisti occidentali lascia esterrefatti: vanno in Thailandia a cercare gli arahant e poi decidono che non ce ne sono. Ma da cosa si riconosce un arahant? Dovrebbe avere l’aureola, emettere luce dorata?

Alcuni monaci affermano di essere arahant, e la gente specula se sia vero o no. A volte, i monaci che si proclamano arahant non si comportano come tali; ma come si comporta un arahant? Usiamo il termine per riferirci all’eterea immagine di un santo, a una figura spirituale che abbiamo visto in un dipinto, a un sublime ideale di perfezione umana? O forse il Buddha usava parole come queste non in funzione dell’identità e del divenire, ma in funzione del lasciar andare? Quindi, come per i vincoli, non si diventa un sotāpanna; si lascia andare l’ignoranza, i vincoli che ottenebrano. I primi tre vincoli vengono lasciati andare grazie alla comprensione, mettendosi nella prospettiva del Buddha che conosce il Dhamma, piuttosto che in quella di qualcuno che cerca di disfarsene o di distaccarsene.

Ecco perché sviluppare la fede e la fiducia nella consapevolezza è così importante. Posso ancora avere opinioni, punti di vista e preferenze, fa parte della personalità. Ma la consapevolezza li pone nella giusta prospettiva. Non mi aggrappo alle mie opinioni giudicando tutto attraverso il filtro separativo del: “Io ho ragione, tu hai torto”. In un dualismo come questo, la personalità mi separa: la mia personalità è diversa dalla tua. Le convenzioni possono avere un forte effetto separativo. Il settarismo è un problema: sunniti e sciiti, cattolici e protestanti, buddhisti e cristiani, indù e musulmani. La separazione ha luogo a causa dell’ignoranza che ci fa attaccare alle nostre consuetudini, al nostro credo, alla nostra convenzione, alla nostra opinione, e infine all’attaccamento stesso. Nessuna di queste convenzioni è un male, di per sé, di solito hanno tutte una certa validità, ma attaccarvisi per ignoranza è un problema.

Quindi è un punto su cui riflettere. Cos’è l’attaccamento al concetto di personalità, alle convenzioni, al condizionamento culturale? Siamo condizionati culturalmente fin dall’infanzia. Sono nato a Seattle da una famiglia bianca anglicana di classe media, e le opinioni dei miei genitori, le aspettative culturali, il senso di cosa è giusto e sbagliato, di cosa si fa e non si fa, derivano da lì. Non le avevo alla nascita. Se fossi nato altrove sarei diverso, con una cultura diversa, una diversa religione, e quello sarebbe il mio condizionamento culturale. Il condizionamento culturale comincia a operare fin dalla nascita, quindi è difficile superarlo, a volte.

Ci sono talmente tanti pregiudizi e atteggiamenti culturali che ci vengono instillati fin da quando siamo piccolissimi, come dev’essere una femmina, come dev’essere un maschio, le buone maniere, cosa è giusto e cosa sbagliato, le aspettative dei genitori, della classe sociale di appartenenza e le identità che ne conseguono; spesso sono pregiudizi che non mettiamo mai in discussione, di cui non prendiamo coscienza. Quindi per ‘sīlabbata-parāmāsa intendo anche il condizionamento culturale, che si può trascendere o superare solo grazie alla consapevolezza. I pregiudizi, gli atteggiamenti che acquisiamo per osmosi, per il semplice fatto di essere nati e allevati da certi genitori in un certo gruppo sociale… non c’è niente di male in tutto ciò. Dire che alcuni sono meglio di altri è arroganza culturale, vi pare?

Gli inglesi hanno una lunga storia di arroganza culturale. Andare a salvare o civilizzare il resto del mondo, convertirlo al cristianesimo, rimetterlo in riga, liberarlo dalla barbarie, è tutta arroganza culturale. Oggi pensarla così non è più politicamente corretto, per fortuna. Ma per andare oltre l’intero meccanismo, oltre l’attaccamento agli ideali di democrazia, uguaglianza e libertà concepiti alla maniera occidentale, c’è bisogno di consapevolezza. Semplicemente, riconoscete il punto fermo, un’attenzione equilibrata e riflessiva rivolta al presente, e coltivatela. Esercitatevi a notare l’impermanenza del concetto di sé, del condizionamento culturale, il sorgere e cessare dei pensieri e del processo discorsivo.

 

Estratto del libro “Il suono del silenzio”, su gentile concessione dell’Editore Ubaldini.

 

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Letizia Baglioni

 

20 ottobre, 2010 by pomodorozen Categories :
Ajahn Sumedho
Consapevolezza
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So che non so – Ajahn Sumedho

Discorso tenuto a Morlupo il 1 novembre 1999.

Questa sera, nella riflessione sulla pratica, vorrei mettere in rilievo il suo luogo, quello speciale laboratorio che si trova nel nostro cuore e nella nostra mente. Attraverso la consapevolezza intuitiva, facciamo attenzione a come sono le cose, rendendocene pienamente coscienti, perché in realtà non siamo consapevoli di molta parte della vita. Possiamo renderci conto di come il condizionamento della mente ci predisponga a fare l’esperienza delle cose solo attraverso certe percezioni; quando le cose non rientrano nella nostra sfera di esperienza, nel nostro modo di percepirle, tendiamo a non notarle. Un essere umano molto condizionato è qualcuno che sperimenta la vita attraverso le condizioni che ha acquisito, tende a vedere e a interpretare la vita attraverso i presupposti, le distorsioni, le percezioni che gli sono propri e che ha acquisito a causa del suo condizionamento sociale e culturale.

Ecco perché un condizionamento etnico molto conservatore, o un approccio alla vita essenzialmente fondamentalista, si basano sulla convinzione che una certa condizione è la sola giusta e ciò con cui non sono d’accordo viene liquidato come sbagliato, come qualcosa di eretico, di alieno, come il nemico. Abbiamo, dunque, paura di ciò che è straniero, alieno, o diverso, o di quello che non conosciamo, l’ignoto, l’incerto, l’estraneo; molti vogliono liberarsi di tutto questo, vogliono espellerlo o evitarlo.

Chi vive la sua vita in modo molto conservatore si sente minacciato da qualsiasi genere di comportamento inusuale, lo considera anormale ed estraneo e teme i valori alieni, perché sono aspetti ignoti nella sua vita, e nel suo condizionamento culturale c’è una sorta di certezza in cui si aspetta che le cose rientrino, che confermino la sua visione della vita, per poter essere d’accordo e accettarle.

Quando vivevo in Thailandia, notavo che alcuni occidentali, a causa della diversità di condizionamento, del linguaggio diverso, della differenza climatica, alimentare, della grande diversità culturale dalla società europea, erano presi dal panico, dalla paura, perché erano entrati in contatto con condizioni ed esperienze diverse per qualità da ciò a cui erano abituati, lo chiamavano ‘shock culturale’.

Lo stesso vale per gli approcci fondamentalisti alla religione: avvicinandoci alla fine del millennio, al periodo apocalittico, che presenta aspetti sconosciuti e incerti, diventano sempre più popolari le religioni fondamentaliste, i modi di vedere l’esperienza in termini rigidi, dove siamo tutti d’accordo che le nostre percezioni sono quelle giuste, e che tutto quello che non vi rientra è sbagliato.

Volerci sentire sicuri, avere la sensazione di sapere esattamente cos’è bene e cos’è male, cos’è vero e cos’è falso, come qualcosa che ci viene dato dall’esterno, è uno degli aspetti umani che più abbiamo in comune, quando i tempi diventano più incerti e l’ignoto ci spaventa. Talvolta proviamo una forte tentazione a far parte di qualche organizzazione, dove ci si dica esattamente come vestirci, cosa dire, come comportarsi, come pensare e dove, in certo modo, ogni cosa è per noi già predisposta nella maniera accettabile e non resta che adattarvisi: tutto questo crea un senso di sicurezza.

La sensazione di non sapere, l’insicurezza, l’incertezza sono condizioni della mente che cominciamo a riconoscere, quando ci apriamo alla consapevolezza intuitiva. Usiamo perfino metodi, modi per sviluppare la capacità di non conoscere. In alcune forme di buddhismo Zen ci si pongono deliberatamente domande impossibili, a cui non c’è risposta. O in alcuni insegnamenti Vedanta si usano domande quali: “Chi sono io?”. Un approccio in cui continui a chiederti: “Chi sono?”. O si viene posti in situazioni in cui la sicurezza e la certezza della propria vita sono spazzate via e per sopravvivere puoi contare solo sulla capacità intuitiva della mente.

È una realizzazione importante contemplare il futuro come ignoto, sapere che il futuro è l’ignoto, che non si sa. Per esempio, fatevi la domanda: “Chi sono?”. Cosa succede? La mente pensante si arresta. Vi chiedete: “Chi sono io?” e si crea un vuoto, non è vero? C’è un’interruzione nella nostra mente pensante che si ferma. Sono consapevole di questa specie di vuoto, quando finisce la domanda e si avverte il vuoto. E investo di consapevolezza questo vuoto, voglio conoscere questo vuoto nel pensiero, in cui il pensiero non è presente, ma c’è questa sorta di spazio. Dopo quel vuoto, la mente pensante ricomincia: “Be’, sono Ajahn Sumedho”, o qualcosa del genere, ma questo lo so già, quello che cerco non è una risposta, voglio essere consapevole di quel vuoto, di quello spazio.

È un modo per imparare realmente a essere consapevoli, per accogliere quella sorta di vacuità della mente, in modo che il non pensiero venga registrato dalla coscienza.

Un altro modo è porsi la domanda: “E poi? Che altro?”. E la mente pensante si ferma. Non mi interessa veramente cosa ci sarà dopo, cosa succederà, quello che mi interessa è l’arrestarsi della mente pensante, il vuoto, in modo da poterlo registrare, da notarlo: è così, così è fatto il non pensiero. E allora lo conservo nella consapevolezza intuitiva, nella coscienza. Questa pratica ci permette di riconoscere, di essere pienamente consapevoli e coscienti di quando il pensiero si ferma, degli spazi tra le parole, del silenzio alla fine della domanda, e della sensazione di dubbio e di incertezza da cui si è sorpresi, dell’insicurezza, di tutti gli stati mentali che ci procurano la sensazione di non sapere, in cui il pensiero non funziona più, ma la consapevolezza opera ancora.

Anche il suono del silenzio è un altro modo per arrivare allo stesso scopo, in quanto ci si sintonizza sul suono primordiale, cosmico, metafisico e il processo del pensiero si ferma quando si riposa in questo stato di attenzione. Riguardo al suono del silenzio, è importante dargli significato, perché per alcuni è solo un ronzio nelle orecchie. E un ronzio nelle orecchie non sembra molto importante, sembra piuttosto qualcosa di cui ci vorremmo disfare. O per cui conviene andare dal dottore. Se lo sperimentiamo come un ronzio nelle orecchie, finisce per diventare un disturbo, finiamo per sentirci infastiditi o ostili. Il suono del silenzio ha spesso ispirato la poesia dei Sufi. Non ricordo se fosse Rumi o Kabir che ha descritto, in una poesia, il suono del silenzio come lo scintillio di un milione di stelle. È stato chiamato la voce di Dio o il flauto di Krishna. O gli si può attribuire un nome più scientifico come la soglia dell’udibilità.

Quando lo prendiamo in considerazione in modo più poetico o in termini positivi, gli attribuiamo un significato, qualcosa di cui ricerchiamo la compagnia, qualcosa a cui diamo valore.

Negli anni scorsi ho cominciato una corrispondenza con un carcerato di una prigione del Texas. Era interessato alla meditazione e continuava a lamentarsi di un ronzio alle orecchie; nonostante io continuassi a ripetergli che quel ronzio era un grande dono, lui continuava a chiedermi: “Dimmi cosa devo fare per liberarmene”. Io continuavo a sottolineargliene la bellezza e lui mi rispose: “Da quando ho cominciato a scriverti, non posso liberarmi da questo ronzio”.

Questo carcerato sta evidentemente mettendo in atto una resistenza, ha un intenso desiderio di liberarsi del ronzio. Si è fatto un’idea della meditazione come di uno stato mentale colmo di pace, tranquillo e totalmente quieto, senza ronzio. Ma attraverso la pratica di meditazione di visione profonda, o consapevolezza intuitiva, non si fa che notare il modo in cui le cose sono, l’attitudine verso il momento presente è l’accettazione, e quindi, anche nel caso in cui senti che stai opponendo resistenza, anche in quel caso sei disposto ad accettare questa resistenza.

Abbiamo tutti diverse tendenze di carattere, la mia personale tendenza è di opporre resistenza alla vita: il modo in cui tendevo a relazionarmi all’esperienza, quando ero laico, si manifestava, in generale, attraverso il tentativo di oppormi e di controllare le cose. Quindi, notavo che le mie aspirazioni religiose andavano più verso un desiderio di annichilimento che di felicità. Mia madre, da buona cristiana, era l’opposto, mirava alla felicità eterna. Aveva un’enorme fede nell’insegnamento cristiano, una fede tale che pensava che, una volta morta, avrebbe vissuto con Dio in uno stato di permanente felicità. Non era una cosa che io desiderassi particolarmente, non mi attraeva, quello che volevo io era una sorta di sparizione nel vuoto.

Notando questa tendenza nella mia vita monastica, che si manifestava come desiderio di liberarmi delle cose, desiderio di non esistere, desiderio di non essere niente, scoprii che questa tendenza verso ciò che chiamiamo annichilimento, o nichilismo, era un desiderio molto forte. E divenni consapevole, attraverso la consapevolezza intuitiva, attraverso la pratica della presenza mentale, di una sorta di resistenza automatica alle cose. Potevo avvertire interiormente me stesso che cercavo di spingere la vita lontano da me. Attraverso la consapevolezza, cominciai ad accorgermi che questa attitudine si manifestava a livello sottile, non era un rifiuto intenzionale di qualcosa, era più che altro una reazione inconscia.

Cominciando a riconoscere e ad accorgermi della sofferenza che questa resistenza alla vita produceva, fui in grado di lasciarla andare, mi fu possibile smettere di farlo; quando riuscii a vedere me stesso mettere in atto questa resistenza e potei accoglierla come un’esperienza pienamente cosciente, solo allora mi fu possibile lasciarla andare.

Con l’esperienza intuitiva, inoltre, si deve rinunciare a cercare di descriverla e semplicemente realizzarla entro i limiti a cui siamo soggetti nella condizione umana. È un fatto su cui riflettere, per esempio, contemplando la nostra attuale esistenza, come entità coscienti, una singola entità cosciente nell’universo. È questo la nascita, quando nasciamo come esseri umani, viviamo dentro questa restrizione dell’essere un’entità, apparentemente separata e indipendente, un’entità cosciente in questo vasto sistema dell’universo.

Questo significa, che durante la vita di questo corpo, ogni sorta di cose influiranno su di esso, dal giorno in cui nasciamo fino al giorno in cui moriamo, questo breve tratto di vita viene sperimentato come un continuo urto, una sorta di irritazione su una forma sensibile. Questo significa che siamo sempre soggetti alla sensazione di essere agitati, irritati, in qualche modo, dalle cose che influiscono sulla vista, l’udito, l’odorato, il gusto, il tatto e infine sicuramente anche le nostre incessanti abitudini emozionali e di pensiero.

È anche importante considerare come in questo momento, prendendo me stesso come esempio, questa entità conscia è qui e voi siete nella mia mente. Anche se a livello convenzionale, voi siete seduti qui, e siamo tutti ugualmente individui umani di questo gruppo, in termini di esperienza diretta, voi siete nella mia mente, andate e venite e influite su di me. In termini di realtà, in questo momento, ognuno di noi è il centro dell’universo. Non è un’affermazione tronfia o un’esaltazione egoica, ma un invito a riflettere.

Riguardo alla relazione con qualcun altro, per quanto intima possa essere questa relazione, in termini di esperienza, l’altro va e viene nella nostra mente. È semplicemente così, è così che sperimentiamo la vita in quanto entità consapevoli nell’universo.

Quando prendiamo le cose personalmente, in questo caso la personalità non si basa sulla riflessione riguardo all’essere il centro dell’universo, la nostra personalità si basa sul confrontare noi stessi alle idee e alle aspettative delle altre persone e della società in cui viviamo.

In questo momento io sono al centro dell’universo, questa è la mia esperienza attraverso la vista, quello che vedo, essendo adesso notte fuori, è che c’è luce in questa stanza, quindi riesco a vedere con chiarezza le persone sedute in fondo alla stanza, riesco a vedere le finestre e questa visione mi fa sentire al sicuro, dentro a una stanza illuminata, anche nel mezzo di questo vasto, buio universo che le sta attorno.

Ma mi ricordo di quando come monaco vivevo nella foresta, nell’oscurità della foresta e non c’era luce, non c’era la luna, ed era completamente buio. Sedevo nell’oscurità, fissavo il buio, e non riuscivo a vedere assolutamente niente, non potevo nemmeno scorgere la mia mano di fronte agli occhi. E sentivo un’incredibile paura sorgere nella mia mente, perché sedere là come il centro dell’universo, un’entità cosciente e il centro di un’oscurità completa, era terrificante, perché nel buio ci poteva essere qualsiasi cosa, magari serpenti velenosi, o insetti, o anche fantasmi, tigri, chissà. Ci poteva essere qualunque cosa, perché non potevo vedere, e l’immaginazione cominciava a creare infinite possibilità terrificanti, presenze ignote nel buio. Nella tradizione thailandese, avevamo quelli che sono chiamati ombrelli ‘tudong’, fatti di bambù, che possono essere appesi sotto un albero e così creare una specie di zanzariera che pende dall’ombrello. Allora, io ero tanto in preda alla paura che mi infilavo sotto la zanzariera e accendevo una candela e la candela illuminava lo spazio dentro la zanzariera, in modo che potevo vedere tutto entro quel minuscolo piccolo cerchio che stava sotto l’ombrello recintato dalla zanzariera. E la paura scompariva completamente, perché avevo la sensazione di essere nella luce, potevo di nuovo vedere, potevo vedere quello che rientrava nell’area intorno a me.

Anche se ero sicuro che se ci fossero state tigri o serpenti, la zanzariera non li avrebbe fermati, avevo lo stesso l’illusione di essere nella luce, proprio come in questa stanza: abbiamo la sensazione di sapere dove sia ognuno di noi, ma cosa accadrebbe se all’improvviso mancasse l’elettricità e restassimo bloccati in questa stanza buia?

Talvolta, basta uscire di notte e guardare l’immensità del cielo, il fatto che sia così vasto, che l’universo in cui viviamo sia così sconfinato, e noi non possiamo in realtà capirlo, non possiamo realmente conoscerlo. Talvolta ci sentiamo rapiti o presi dalla meraviglia davanti al mistero e alla maestosità dell’universo, che possiamo percepire, ma non conoscere.

Nella pratica di presenza mentale, di consapevolezza intuitiva, non abbiamo bisogno di conoscere niente riguardo a nient’altro, abbiamo solo bisogno di conoscere le cose come sono in questo preciso momento, entro la limitazione del corpo umano, della coscienza sensoriale, sentendo ciò che è presente, ciò che possiamo osservare ora. Il Buddha paragonava il suo insegnamento delle Quattro Nobili Verità a una manciata di foglie: non sono tutte le foglie della foresta, è solo una manciata. Entro la limitatezza della nostra coscienza umana, non possiamo relazionarci con tutte le foglie della foresta, o contare tutti i granelli di sabbia del fiume Gange.

Quello che stiamo facendo è imparare da questa manciata di foglie, che in realtà è come il corpo, la coscienza, le esperienze sensoriali, il modo in cui sono le cose, per come le possiamo sperimentare direttamente nel momento presente. È un’esperienza che rende molto umili, perché il percorso spirituale non fa inorgoglire, non fa diventare un essere spirituale altamente evoluto che fluttua per aria, qualcuno al di sopra di tutti gli altri. Non diventiamo esseri fantastici spiritualmente evoluti, giacché la nostra meta, la vera misura della visione spirituale, inclina a una profonda umiltà. Ci si sente paghi, grati di piccole cose; anziché cercare di sapere tutto su qualsiasi cosa, anziché essere un’autorità, un esperto, si è più consapevoli di non sapere, e che non è necessario sapere tutto, basta conoscere la differenza tra il condizionato di cui facciamo ora esperienza e l’incondizionato.

Ora sono monaco da trentatre anni e il risultato di trentatre anni di pratica come monaco buddhista è che so di non sapere. So che c’è la sofferenza, quando è presente, e conosco le cause della sofferenza, e so quando la sofferenza non c’è. E so quando la mia personalità è attiva e quando non c’è persona. È la diretta conoscenza di ciò che chiamiamo ñana dassana, la conoscenza e la saggezza che provengono dalla comprensione intuitiva diretta, dall’osservazione, anziché dal collezionare conoscenze sulle cose. Il mio insegnante in Thailandia, Ajahn Chah, una volta mi raccontò che quando iniziò a praticare la meditazione disse al suo maestro: “Stai cercando di farmi diventare stupido”. È curioso che Ajahn Chah e il suo miglior amico di quel piccolo paese a nord est della Thailandia vennero ordinati insieme monaci. Risiedettero entrambi nel monastero del villaggio e studiarono il pali e gli insegnamenti fondamentali del Dhamma e dopo cinque anni Ajahn Chah andò nella foresta per praticare la meditazione, e il suo amico si recò a Bangkok per studiare l’Abhidhamma e la lingua pali all’università buddhista.

Quando incontrai Ajahn Chah, allora vivevamo a Ubon, una provincia del nord est, talvolta il suo amico, quando c’era qualche cerimonia, ritornava a far visita ad Ajahn Chah. E a quel tempo, quello che era stato il monaco partito alla volta di Bangkok, aveva ottenuto i titoli accademici più alti negli studi dell’Abhidhamma, c’erano nove livelli di conseguimento e li aveva ottenuti tutti e nove nello studio dell’Abhidhamma, che è una psicologia molto complessa, come anche nello studio del pali, ed era piuttosto noto per la sua erudizione. Ma Ajahn Chah mi diceva: “Vedi, dopo tutti questi anni lui non ha veramente capito”. E doveva affidarsi ad Ajahn Chah per la sua saggezza. Questa è la conoscenza diretta, che non sembra essere tenuta in grande valore nel mondo. Non ci farà vincere il premio Nobel, né ottenere alcuna onorificenza, ma in termini di realizzazione della verità e di liberazione dalla sofferenza, è al di là di qualsiasi riconoscimento. E se siete disposti a imparare anche solo questo, allora sentirete di aver imparato tutto quello che è necessario sapere, tutto quello che è davvero necessario conoscere.

Questa è la riflessione che vi offro per questa sera.

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2010. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Samira Coccon e Chandra Candiani