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Determinazione

13 luglio, 2011 by pomodorozen Categories :
Determinazione
Presenza mentale
Thich Nhat Hanh
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La pratica della presenza mentale – Thich Nhat Hanh

La pratica della presenza mentale insegnata dal maestro di meditazione dhyana
(chan in cinese, thien in vietnamita e zen in giapponese)

 

Thich Nhat Hanh sottolinea il ritorno al respiro consapevole, in ogni istante della propria vita, per potersi fermare (samatha) e guardare in profondità (vipasyana). La meditazione seduta, ma anche la meditazione camminata, la meditazione del lavoro, la meditazione del pasto, la consapevolezza nel mettersi in comunicazione con gli altri, sono alcuni dei mezzi abili per poter assumere uno stile di vita “meditativo”.

Thich Nhat Hanh esorta inoltre a essere totalmente attenti e consapevoli in tutti i momenti della giornata – sia quando si lavora che quando si cucina, si lavano i piatti o si va in bagno – e a fare attenzione ai piccoli richiami che ci aiutano a far tornare al “qui e ora” la mente sempre distratta. Ogni volta che suona una campana o il telefono si respira tre volte, con la raccomandazione di sorridere (anche se si è tristi, perché il sorriso influisce sullo stato d’animo), e si recita in silenzio una breve poesia:

Ascolta, ascolta
questo suono meraviglioso
mi riporta
alla mia vera casa.”

Anche il semaforo rosso può diventare un amico che ci ricorda di fermarci e ritornare a noi stessi.

Meditazione Seduta

Sedere in meditazione è come ritornare a casa per dare piena attenzione al nostro sé e prendercene cura. Possiamo irradiare pace e stabilità proprio come il Buddha nelle molte immagini che lo ritraggono. Sediamo in posizione eretta con grande dignità e ritorniamo al nostro respiro. Portiamo piena attenzione a ciò che è in noi e a ciò che ci circonda. Lasciamo che si crei spazio nella nostra mente e che il nostro cuore diventi leggero e tranquillo.

La meditazione seduta è di enorme beneficio. Ci accorgiamo che possiamo tranquillamente stare con ciò che è in noi – dolore, rabbia, irritazione, o gioia, amore e pace. Stiamo con quello che c’è senza esserne trasportati via. Lo lasciamo venire, lo lasciamo rimanere e, poi, lo lasciamo andare. Non c’è alcun bisogno di scacciare, di reprimere o di fare finta che i nostri pensieri non ci siano. Osserviamo i pensieri e le immagini della nostra mente con occhio amorevole e con accettazione. Abbiamo la libertà di starcene fermi e calmi nonostante le tempeste che possono sorgere in noi.

Se durante la seduta le gambe o i piedi si addormentano, sentiti libero di modificare dolcemente la posizione. Puoi continuare a seguire il respiro e, lentamente e con attenzione, cambiare posizione. Che tu sia seduta su un cuscino, un panchetto, una sedia, o direttamente sul pavimento, siedi in modo da stare comoda. Cerca, senza sforzarti troppo, di tenere la schiena diritta, in modo che l’aria possa entrare e uscire con facilità dai polmoni e dal diaframma. Se possibile, inspira ed espira attraverso le narici, respirando in modo dolce e impercettibile.

Meditazione Camminata all’Interno

Tra una sessione di meditazione seduta e l’altra, per sciogliere un po’ il corpo e per praticare la consapevolezza in movimento, pratichiamo Kinh Hanh, una meditazione camminata lenta. Camminiamo insieme, in senso orario, facendo un passo a ogni inspirazione e uno a ogni espirazione. Prova a portare l’attenzione al contatto dei piedi con il pavimento. Puoi iniziare a camminare con il piede sinistro, inspirando e dicendo in silenzio `inspiro’. Poi, quando il piede destro avanza e tocca il pavimento, puoi dire dentro di te`espiro’.

Meditazione Camminata all’Aperto

Ovunque camminiamo, possiamo praticare la meditazione camminata. Ciò significa semplicemente sapere che stiamo camminando: lo scopo della meditazione camminata è solo camminare, essere nel momento presente, consapevoli del nostro respiro e del nostro camminare. Non c’è bisogno di arrivare da nessuna parte. Camminiamo liberi e stabili, senza fretta. Siamo presenti ad ogni passo. E quando desideriamo parlare, ci fermiamo e diamo piena attenzione all’altra persona, alle nostre parole e all’ascolto.

Camminare in questo modo non dovrebbe essere un privilegio. Dovremmo poterlo fare in qualsiasi momento. Ci guardiamo attorno e vediamo quanto vasta sia la vita, vediamo gli alberi, le nuvole bianche e il cielo senza limiti. Ascoltiamo il canto degli uccelli. Sentiamo la freschezza della brezza. La vita ci circonda e noi siamo vivi, in buona salute e in grado di camminare in pace.

Camminiamo come persone libere e sentiamo i nostri passi farsi più leggeri. Godiamo di ogni passo che facciamo. Ogni passo ci nutre e ci guarisce. Camminando, lasciamo l’impronta della nostra gratitudine sulla terra.

Camminiamo più lentamente del solito, anche se un po’ più veloci di quando facciamo kin hanh nella sala di meditazione. Nel camminare, coordiniamo il respiro con i passi. Nel far questo può esserci d’aiuto l’uso di una gatha. Facciamo due o tre passi per ogni inspirazione ed espirazione:

Sono arrivato (inspirando);Sono a casa (espirando)

Nel qui (inspirando);E ora (espirando)

Se camminiamo in salita è probabile che i polmoni richiedano di fare due passi a ogni inspirazione e due passi a ogni espirazione. Adattiamo dolcemente la pratica alla richiesta dei nostri polmoni, in qualunque momento, qualunque essa sia. Scrolliamoci di dosso ogni preoccupazione e ansia.

Camminando potresti voler stringere la mano di un amico e sentire così tutta la felicità per la sua presenza accanto a te. Di quando in quando, vedendo qualcosa di bello – un albero, un fiore, un farfalla – vorrai fermarti ad osservare meglio. Nel guardare, continua a seguire il respiro, in modo da non essere catturato dai tuoi pensieri e perdere così la vista di quel bel fiore.

Mangiare Insieme

Nella meditazione del pasto mangiamo in silenzio. Questo ci permette di gustare realmente il cibo e di entrare profondamente in contatto con le persone che ci siedono attorno. La prima volta che ti capiterà di mangiare in silenzio potrà sembrarti strano o innaturale, ma dopo un po’ ti accorgerai che un pasto in silenzio può dare molta felicità, pace e comprensione profonda.

Mangiare insieme è una vera e propria meditazione. Possiamo iniziare a praticare fin da quando ci serviamo da mangiare: riempiendo il piatto siamo consapevoli che molti elementi – pioggia, sole, terra, aria e amore – sono riuniti a formare quel cibo meraviglioso. Vediamo che attraverso quel cibo l’intero universo sostiene la nostra esistenza.

Mentre ci serviamo siamo consapevoli degli amici che ci circondano, e prendiamo la quantità di cibo che è giusta per noi. Prima di iniziare a mangiare la campana viene invitata a suonare tre volte, e possiamo allora godere del nostro respiro mentre pratichiamo le cinque contemplazioni del cibo:

Questo cibo è un dono della terra, del cielo e di tanti esseri viventi, ed è frutto di molto duro lavoro fatto con amore.
Che noi possiamo mangiarlo in consapevolezza e gratitudine, così da essere degni di riceverlo.
Che possiamo riconoscere e trasformare le formazioni mentali non salutari, in particolare l’avidità, e imparare a mangiare con moderazione.
Che possiamo mantenere viva in noi la compassione, alimentandoci in un modo che riduca la sofferenza degli esseri viventi, protegga il nostro pianeta e inverta il processo di riscaldamento globale.
Accogliamo questo cibo per coltivare la fratellanza, rafforzare il Sangha e nutrire la nostra aspirazione a essere al servizio degli esseri viventi.

Mangiamo lentamente, provando a masticare ogni boccone almeno 30 volte. Godiamo di ogni boccone e della presenza dei fratelli e delle sorelle di Dharma attorno a noi. Stabiliamoci nel momento presente, mangiando in modo che durante il pasto possano realizzarsi stabilità, gioia e pace. Mangiando in silenzio il cibo viene reso più reale dalla nostra presenza mentale, e siamo consapevoli del suo nutrimento. Dopo aver finito il pasto, prendiamoci qualche momento per essere consapevoli di aver finito, consapevoli che la nostra scodella è vuota e la fame soddisfatta. Renderci conto della fortuna di aver avuto quel cibo nutriente da mangiare, cibo che ci sostiene sul sentiero della comprensione e dell’amore, ci riempie di gratitudine.

dal sito www.esserepace.org

31 gennaio, 2011 by pomodorozen Categories :
Autostima
Determinazione
Felicità
Frase del giorno
Madre Teresa
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Sentiti vivo … – Madre Teresa di Calcutta

Non aspettare di finire l’università,
di innamorarti,
di trovare lavoro,
di sposarti, di avere figli,
di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili,
che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina,
la primavera,
l’estate,
l’autunno o l’inverno.
Non c’è momento migliore di questo per essere felice.
La felicità è un percorso, non una destinazione.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro,
ama come se non ti avessero mai ferito
e balla, come se non ti vedesse nessuno.
Ricordati che la pelle avvizzisce,
i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni.
Ma l’importante non cambia:
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela.
Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza.
Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida.
Finché sei vivo, sentiti vivo. Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere. (Madre Teresa di Calcutta)

30 gennaio, 2011 by pomodorozen Categories :
Determinazione
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Non darti per vinto – Michele Panaro

Spesso non è la difficoltà oggettiva ad abbattere l’individuo, quanto la paura mentale di non farcela. In realtà ciascuno ha in sé gli strumenti per affrontare le sfide della vita: l’importante è imparare a riconoscerli e allenarsi ad usarli.

Nel giugno del 1983 il caporale dei marines Karl Bell, precipitato in fondo ad una gola inaccessibile del Bear River, in California, sopravvisse 20 giorni cibandosi unicamente di erba, muschio e formiche. Il suo peso scese da 91 a 61 kg.

Nel 1954 un mercantile russo affondò a 600 miglia dalla costa orientale sovietica. Tre marinai vennero salvati dopo 5 mesi passati a vagare su una zattera nel Pacifico.

Nel 1974 Valery Kosjak, scagliato in mare da un’ondata, rimase per 4 ore circondato da pescecani. Nonostante non avesse speranza di sfuggire alla morte, mantenne la massima calma e -disse- tanta voglia di vivere. E sopravvisse!

Questi sono solo alcuni casi clamorosi che documentano di come l’uomo, in situazioni di estrema necessità, possa trovare in sé risorse insospettabili per superare anche i momenti di più profonda avversità. Questi episodi fanno ancora più riflettere se si pensa al dato statistico che riporta che il 90% dei naufraghi muore nei primi tre giorni dopo l’incidente, quando ancora nonsi può parlare di morte per fame e per sete. Dove sta, dunque, la differenza tra chi “non ce l’ha fatta” e chi è ancora qui “a raccontarla”?

Alla maggior parte degli uomini, verosimilmente, non capiterà mai di dover affrontare situazioni estreme come quelle riportate, è però vero che spesso la quotidianità mette ciascuno davanti a sfide che sembrano impossibili, a decisioni e scelte che si vorrebbero rimandare all’infinito, ad appuntamenti di domani che ci segnano e rovinano l’oggi.

Tutte le scuole di sopravvivenza sottolineano come l’organismo umano abbia in sé risorse incredibili che, però, vengono generalmente annullate da una mancata preparazione; mantenersi allenati sia nel fisico che nella disponibilità mentale ad accettare e affrontare il peggio è l’unico mezzo per non farsi cogliere impreparati.

Il problema fondamentale che, infatti, emerge, è che in realtà non è la difficoltà oggettiva ad abbattere l’individuo, quanto piuttosto la “certezza” di non farcela, l’angoscia mentale che attanaglia lo spirito e preclude ogni tentativo: se scegliere può significare dover prendersi carico, dover decidere e, inevitabilmente, dover abbandonare qualcosa, molto più facile è lasciare che tutto vada come deve andare, abituandosi ad un ruolo perdente di spettatore della stessa propria esistenza.

Ma se questo atteggiamento è di per sé sbagliato…

Ma se questo atteggiamento è di per sé sbagliato, orientato com’è alla passività e alla disabitudine al gusto della lotta, ci sono momenti particolari nella vita di ciascuno in cui il confronto con gli scogli dell’esistenza diventa inevitabile: tutti hanno incontrato o potrebbero incontrare la sfida difficile, l’insuccesso, la malattia, la morte di una persona cara. Questi sono dati di fatto, ci sono e non si può far finta di niente.

L’avere un problema, il subire un’ingiustizia, l’affrontare un lutto, non è una colpa, non è essere inferiori, è solo un problema: “abbiamo” un problema, non “siamo” un problema. Ciascuno ha in sé gli strumenti per affrontare le sfide della sua vita, per pilotare in prima persona il cambiamento, per andare oltre il trauma e ripartire, ogni volta, con rinnovato entusiasmo.

E sono proprio le situazioni estreme quelle che possono rivelare la chiave per capire la normale strada da percorrere, per questo si studiano quelli che “sono ancora qui”, che sono tornati. A pochi, pochissimi, sarà chiesto di dover affrontare 20 giorni di deserto senza cibo né acqua, ma a ciascuno sarà chiesto e offerto di vivere la propria vita, il proprio qui ed ora; e, proprio come in un deserto, ognuno potrà scegliere se farsi prendere dal panico, dall’ansia, dallo stress e aspettare così, passivamente, che qualcuno o qualcosa lo tiri fuori da quella situazione, oppure potrà decidere di affrontare, come hanno fatto tutti i piccoli/grandi uomini, il deserto psicologico, incontrando finalmente se stessi. E allora il deserto fiorirà e ognuno canterà il suo canto!

Lo stare bene, la felicità, non è un dono che piove dall’alto, è una conquista che va rinnovata ogni giorno, è una “dichiarazione di guerra” alla morte e alla sconfitta, è un non darsi mai per vinti. La gioia è anche lotta. Non siamo solo foglie che inesorabilmente in autunno l’albero dismette: si possono scegliere, in tutte le stagioni, i propri “alberi” e si può vivere in tutte le stagioni cantando la propria canzone.

tratto da lista Sadhana Yahoo –   (di Michele Panaro)

24 novembre, 2010 by pomodorozen Categories :
Determinazione
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La preghiera del guerriero – Video e Testo

La Preghiera del guerriero
(di Stuart Wilde)

Sono quel che sono.
Avendo fede nella bellezza dentro di me, sviluppo fiducia.
Nella dolcezza ho forza.
In silenzio cammino con gli dei.
In pace capisco me stesso e il mondo.
Nel conflitto mi allontano.
Nel distacco sono libero.
Nel rispettare ogni creatura vivente, rispetto me stesso.
In dedizione onoro il coraggio dentro di me.
In eternità ho pietà per la natura di tutte le cose.
In amore accetto incondizionatamente l’evoluzione degli altri.
In libertà ho potere.
Nella mia individualità esprimo la Forza divina che è dentro di me.
In servizio do quel che sono diventato.
Sono quel che sono:

Eterno, immortale, universale e infinito. E cosi sia!

22 novembre, 2010 by pomodorozen Categories :
Determinazione
Felicità
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Un motivo per sorridere – Dalla malattia alla meditazione – Maneesha James

E’ da oltre 20 anni che Nirodh non sorride più e non perché non abbia avuto alcun motivo per farlo. Dopo tutto, Nirodh è pieno di creatività. All’età di 28 anni gli viene diagnosticata la distrofia muscolare. I primi sintomi della malattia si manifestarono sul suo viso. Nell’intervista che segue ci racconta come un handicap può essere vissuto e superato al proprio interno.

E’ da oltre 20 anni che Nirodh non sorride più e non perché non abbia avuto alcun motivo per farlo. Dopo tutto, il 52enne Nirodh è pieno di creatività. Insieme alla sua compagna, Ushma, ha fondato e dirige l’Osho Arihant Meditation and Creative Arts Center di Varazze, in Italia. Musicoterapista ed etnomusicologo, è anche direttore della società di servizi musicali e multimediali “Nostudio”.

Dopo due anni dal matrimonio, all’età di 28 anni e con un figlio che non aveva ancora compiuto un anno, a Nirodh viene diagnosticata la distrofia muscolare. Una malattia degenerativa, di origini genetiche (anche sua sorella ne è affetta), per la quale non si conoscono cure efficaci. I primi sintomi della malattia si manifestano sul suo viso. Nirodh non può sorridere, ridere, corrugare la fronte o lasciarsi andare a qualsiasi altra delle tante espressioni facciali di cui si serve la maggior parte delle persone per manifestare le proprie emozioni e per comunicare con gli altri.

Dopo essersi dedicato alla meditazione per 30 anni, Nirodh decide di organizzare seminari per persone disabili. Tema dei seminari: “Come la meditazione può trasformare uno stile di vita delimitato da confini sempre più ristretti in un’opportunità per espandere illimitatamente la propria crescita interiore”.  Nell’intervista che segue, Nirodh spiega alcuni aspetti della sua esperienza e offre suggerimenti a chi si trova in una situazione simile alla sua.

Per una persona che ha un handicap fisico, come una paralisi per esempio, diventa quasi naturale spostare lo sguardo all’interno di se stesso, poiché il ballo, per esempio, e altri movimenti diventano attività impossibili. Così questa persona può diventare un “osservatore”, che poi è l’essenza della meditazione. Quando la vita ti obbliga a confrontarti con la caducità del tuo corpo e i suoi limiti, il fatto che tu ti focalizzi sulla tua interiorità è una sorta di compensazione, quasi naturale.

- Maneesha James: Cosa intendi per “osservare?

- Per me, osservare significa sedermi all’interno di me stesso, come se fossi di fronte a un lago molto tranquillo, piatto. senza che alcun sasso venga gettato dentro. A questo punto posso vedere molto più chiaramente cosa sta succedendo nella realtà.

Se, invece, ti fai prendere dalla rabbia, per esempio, allora il lago diventa agitato e tu non riesci a vedere niente. E a quel punto, poiché non sei in grado di guardare serenamente, l’acqua ti travolge.

L’osservare non accade nello spazio del pensiero ma in quello del non-pensiero, perché se tu pensi, ti muovi. Può essere un movimento appena percettibile, ma si tratta sempre di un movimento; è un’increspatura sulla superficie di quel lago interiore.

- Maneesha James: Come tutto ciò può aiutare, particolarmente in caso di malattia?

- Aiutandoti a renderti conto che la tua testimonianza non è malata; è solo il tuo corpo ad esserlo. Se commettiamo l’errore di pensare che la testimonianza è malata, siamo veramente malati!

Inoltre non dovremmo lasciarci andare al pensiero che se non possiamo fare yoga, o ballare o se non possiamo fare qualsiasi altra cosa, significa che non possiamo realizzarci, perché la realizzazione di noi stessi non è legata esclusivamente al corpo. Il corpo non è un parte intrinseca della crescita interiore. Al contrario, e questo vale per tutti ad un certo punto della vita, dobbiamo renderci conto dei limiti del nostro corpo. La nostra testimonianza è come la musica su un CD. La musica non è il CD di plastica. La musica è l’essenza del CD.

- Maneesha James: E per coloro che sono disabili ma che non sanno niente di meditazione e di come osservare.?

- Essere malato ti costringe a entrare nella tua interiorità, ma se non lo fai seguendo una prospettiva meditativa, entri nella mente e nella sua disperazione. Per esempio, mi capita di incontrare persone disabili che sono molto arrabbiate con la vita e con tutto ciò che è legato ad essa, inclusi gli altri esseri umani. Possono usare la loro malattia anche per manipolare gli altri. Per esempio, quando c’è una discussione, sanno che alla fine vinceranno perché possono tirar fuori il loro asso nella manica, ossia “Ho ragione perché sono  malato”. Questo atteggiamento funziona quando si gioca sul senso di colpa e di imbarazzo degli altri. E’ una forma di potere.

Può accadere che utilizzino la loro malattia per punire gli altri. Fanno sentire gli altri in difetto perché non si prendono cura di loro, non li aiutano a sopportare il dolore e così via. Quindi, ripeto, possono creare un senso di colpa in coloro che si prendono cura di loro. Alcuni utilizzano la loro malattia, altri la rinnegano. Maneesha James: Quali risvolti ha, a livello personale, il fatto di non poter contare sulla propria indipendenza?   Essere indipendente non significa essere un’isola e sentire che non hai bisogno di niente da nessuno; significa condividere, senza dipendenza reciproca, ma con amore. Può succedere che la persona disabile sia di aiuto agli altri. Gli altri possono aiutarla con il corpo e può succedere che la persona disabile possa aiutare loro psicologicamente. L’importante è che non sia uno scambio a direzione univoca.

- Maneesha James: Che tipo di atteggiamento hai verso il tuo corpo? Come ti senti, per esempio, quando non ti permette di fare qualcosa che vuoi fare?

- Prima che scoprissi di avere questa malattia, la mia vita era molto intensa. Come molte menti artistiche ero anche piuttosto auto-distruttivo. Paradossalmente, la mia malattia mi ha portato ad abbandonare questo atteggiamento e mi ha obbligato a prestare attenzione al mio corpo. Quello che mi è successo mi ha fatto tornare coi piedi per terra perché, fino ad allora, avevo seguito idee, obiettivi, mettendoci tutta la mia energia – e dimenticandomi di avere un corpo.

Il lento processo di una malattia progressiva offre una buona opportunità per osservare la mente – perché osservare è qualcosa che devi imparare, un processo a cui devi essere continuamente richiamato. E’ qualcosa che tutti noi – non solo chi soffre di una malattia – dimentichiamo e osservare il proprio corpo può essere una buona base per osservare anche tutti gli altri aspetti del nostro sistema persona.

Un’altra opportunità che mi si è presentata, attraverso il corpo, è avere tempo per utilizzare me stesso non per una vita molto dinamica, ma per una grande espansione interiore – come per esempio la creatività.

- Maneesha James: Con la tua compagna, Ushma, hai creato più di 11 CD per la meditazione e circa 27 CD musicali, tutti reperibili in Italia e negli USA, vero?

- Sì. Per 15 anni ho anche condotto delle ricerche sul suono e la mente, lavorando simultaneamente su questo tema: mi trovavo sul Lago di Como, presso un istituto statale per persone psicotiche. Studiando le onde prodotte dalle frasi, apparentemente senza senso, pronunciate da persone affette da turbe psichiche, ho scoperto che, in realtà, c’è un modulo, un ritmo e un significato in ciò che esprimono. Questa scoperta ha rappresentato la base per una pubblicazione.

- Maneesha James: Tutte le persone disabili hanno il potenziale per essere così creative?

- Sì, ma prima di esplorare la loro creatività, devono acquisire la consapevolezza dei limiti della loro malattia e della libertà di cui dispongono. Se si lasciano cadere nelle trappole della mente – lamentandosi o lasciandosi andare alla disperazione – perdono un’opportunità perchè, al di là di cosa facciano o non facciano, devono comunque vivere!

- Maneesha James: Quali sono i metodi utili per la meditazione, quando la capacità di muoversi è limitata?

- Non esiste una situazione ideale per la meditazione; ognuno può iniziare da dove vuole.

Tutte le tecniche che richiedono la partecipazione del corpo possono essere utilizzate in modo limitato, quindi chiunque dovrebbe essere consapevole dei limiti del proprio corpo e muovere ciò che può. Se puoi muovere solo il collo, per esempio, puoi visualizzare nella tua sfera immaginativa di ballare molto liberamente. Immaginare di riuscire a muoverti in piena libertà può procurarti un pò di felicità.   Emettere suoni senza senso è una buona tecnica per schiarirsi la mente perchè permette di scaricare, in modo del tutto naturale, ciò di cui devi liberarti. La considero una tecnica che richiede molto coraggio perchè nella tua voce  c’è molto della tua personalità e inizi ad essere un individuo quando inizi a usare la tua voce. Se una persona disabile utilizza questa tecnica insieme ad altri, passa dalla sfera della solitudine alla sfera della condivisione.

- Maneesha James: Come va affrontato il dolore?

- Quando abbiamo un dolore molto forte, dovremmo ricorrere alla medicina perchè non possiamo alleviarlo con l’aiuto della mente o delle emozioni; si tratta di un disturbo. Il corpo fisico sta inviando un messaggio. Ovviamente è importante, prima di tutto, cercare di evitare quel dolore, se puoi, per esempio evitando quei movimenti che sai già che ti procureranno dolore.

C’è una meditazione descritta da Osho – per entrare nel dolore. Il dolore inizia a dissolversi quando inizia a espandersi da un punto in cui era concentrato, diminuendo così di intensità. Non cercare di sfuggire al dolore ma ascoltalo più in profondità; parlagli. A quel punto puoi capire quanta parte di questo dolore sia frutto della tua mente e quanta parte sia effettivamente fisica.

La nostra idea mentale del dolore può renderlo più acuto. Di solito la mente inizia a farne un dramma; ciò porta a disperdere la propria energia e a far aumentare, di conseguenza, il dolore stesso.

- Maneesha James: Come reagisci quando le persone che ti incontrano per la prima volta rimangono stupite o addirittura impressionate e forse anche imbarazzate?

- Se sei un tipo infelice, trasmetti tale energia e le persone la assorbono. Se, invece, riesci a ridere di te stesso ed essere gioioso. non succede che gli altri sentano il mio dolore – il dolore è un problema mio – ma gli altri possono vedere che sono felice così come sono. Ciò non significa che a me piaccia essere una persona disabile; non è piacevole essere malati.

Ma è bello essere felici perchè ho scoperto, nella mia condizione, qualcosa per cui essere felice. Le persone mi parlano delle loro sofferenze psicologiche. Può darsi che ciò accada perchè vengono attirate da me a farlo – percepiscono che sono una persona che ha affrontato una grande sfida.

Potrebbero pensare che se io riesco ad essere felice così come sono, forse la loro situazione non è poi così tanto grave. Il mio suggerimento ai portatori di handicap è: non permettete che tutta la vostra vita ruoti attorno alla vostra malattia. Usate il vostro handicap per espandervi. Le persone monopolizzano la situazione con la loro malattia e questa è un’altra strategia di potere.

C’è altro nella vita! C’è l’essenza, la meditazione, l’osservazione. sì il tuo corpo scomparirà quando avrai 80 anni o giù di lì, quindi certamente il corpo è importante – ma non è tutta la tua vita. Altrimenti, finirebbe per essere un disastro. E a me non piace essere negativo.

- Maneesha James: Non provi alcun risentimento ad essere un portatore di handicap?

- E’ molto importante essere capace di perdonare la madre o il padre che ti hanno trasmesso la malattia, perdonare la società e te stesso. Inoltre non devi colpevolizzare nessuno perchè tutti fanno del loro meglio ma, al contrario, devi usare la situazione in cui ti trovi per tuffarti nell’amore e nella consapevolezza. Non è piacevole confrontarti con la società perchè ti fa sentire anormale.

Ovviamente non puoi cambiare la società. Vedi persone che fanno cose che tu non puoi fare. E’ molto pesante da sopportare. Ciò fa parte del perdono che devi concedere a te stesso. Infine dobbiamo essere responsabili di ciò che siamo – dobbiamo accettarlo. Se abbiamo un problema, non dobbiamo crearne un altro!

Puoi essere connesso alla vita in qualsiasi luogo; l’energia non è concentrata maggiormente in un luogo piuttosto che in un altro. Se riusciamo a fare nostra questa percezione, allora ogni cosa assume una sua personalità e possiamo interagire con qualsiasi cosa – per esempio, una pianta in un vaso. E’ viva; necessita di cure e ogni giorno che passa puoi osservare i suoi cambiamenti. Persino i sassi, se li guardi da questa prospettiva, ti parlano dell’esistenza.

Puoi esprimere la tua creatività abbellendo la tua stanza. Puoi decidere di dipingere le pareti di un nuovo colore, di installare un impianto hi-fi, di utilizzare fragranze profumate, insomma di renderla più confortevole in tanti modi diversi.

Non è necessario cercare un posto esterno ideale perchè puoi dimenticarti di te stesso in qualsiasi posto! Questa verità vale per tutti, e soprattutto per coloro che possono muoversi solo molto lentamente e con l’aiuto degli altri.

Di solito le persone senza handicap fisici non prestano alcuna attenzione a ciò che fanno perchè le normali attività quotidiane sono del tutto naturali per loro, ma per le persone disabili, invece, queste attività assumono una grande importanza. Per loro, piccoli eventi o semplici azioni possono rappresentare un problema grande quanto l’Himalaya.

A volte ci troviamo in un posto che ci sembra brutto, ma dentro di noi c’è uno spazio bello a cui non tutti possono accedere. Coloro che utilizzano una porta convenzionale che promette l’accesso alla felicità potrebbero, prima o poi, scoprire che in realtà non è così. Dipende da noi – da come utilizziamo le situazioni. Il senso di pienezza e il senso di felicità non sono cose pre-confezionate.
(di Maneesha James) tratto da Lista Sadhana
Nirodh Fortini – Bibliografia