L’altra sera, mentre seguivo un programma televisivo che parlava di miracoli, ho visto una signora dire che, essendo malata gravemente, si era recata in pellegrinaggio in Calabria da Fratel Cosimo per ottenere la guarigione.
Giunta a destinazione si era trovata in mezzo a situazioni più gravi della sua. Perciò mentre pregava, vedendo davanti a lei una giovane malata, chiese alla Madonna di non guarire lei ma quella giovane. Finita questa preghiera la signora sentì un grande calore dentro e svenne: quando si riebbe era guarita.
Nella trasmissione un teologo ha poi sottolineato questa guarigione dicendo: “Questo è il segno che, se noi pensiamo agli altri, Dio può occuparsi di noi”. Questa affermazione mi ha commosso e mi ha fatto pensare a tutte le malattie, che in questo tempo mi hanno perseguitato, mandandomi all’ospedale parecchie volte. In mezzo al dolore e alla sofferenza degli ospedali io non ho mai pensato agli altri ma solo a me stesso implorando, nelle mie preghiere, la mia guarigione e non pensando a chi, forse, soffriva più di me. Sentendo le parole di quel Teologo mi è venuto in mente ciò che dice spesso il Maestro: amatevi gli uni e gli altri come io vi amo e ricordate che ciò che farete agli altri sarà fatto a me e permetterà a Dio di aiutarvi.
Se conoscete persone bisognose d’assistenza, accertatevi che vogliano aiuto e siate sicuri di sapere come meglio aiutarli. Non entrate o interferite nella vita degli altri, ma semplicemente inviate loro amore e compassione, cercando di alleviare il dolore e le pene che hanno dentro.
Non cercate di cambiare gli altri contro il loro desiderio, ma alleviate le loro pene, pensate a loro come se pensaste a voi. Aspettatevi sempre il meglio da quelli che conoscete o incontrate, ed evocherete la loro bontà raggiante.
Se qualcuno ha un problema e chiede assistenza, fate quel che potete. Spesso basta un consiglio o un’istruzione, altre volte un incoraggiamento o un appoggio emotivo, e altre ancora un’aiuto economico o semplicemente amore. Qualunque aiuto dobbiate dare, ricordate che solo così permetterete a Dio di aiutarvi e pensare a voi. L’amore, che in questo tempo sembra essersi dimenticato del mondo, amplia la nostra mente e la fede, e ci rende partecipi dell’immortalità dell’anima. Incontrando chi soffre con disponibilità avrete l’opportunità di capire gli altri e di modificare o cancellare i vostri peccati.
Ciò che abbiamo vissuto o commesso non è mutabile ma, con la nostra azione e dedizione, possiamo modificarne il contenuto emozionale della nostra memoria affinché non abbia più a influenzarci. Solo stabilendo rapporti responsabili con il nostro prossimo, riusciremo ad ampliare la nostra maturità mentale ed emozionale, operando in armonia con il Processo Vitale.
Dovremo pensare in termini positivi e non lamentarci per i sacrifici che facciamo, tralasciando atteggiamenti, stati di coscienza e attività che comportino uno spreco di energia. Dobbiamo agire con riserbo e non drammatizzate, lasciando che la nostra trasformazione sia un esempio per tutti. Se coloro che vi circondano sono oppressivi e distruttivi, stabilite con loro una linea di condotta tale da non incontrare impedimenti nel compimento del vostro destino. In ogni circostanza, fate del vostro meglio e chiedetevi alla fine: potevo fare di più? Ho fatto ciò che avrei fatto per me? Ho scelto la cosa migliore?
Non dobbiamo dimenticare ciò che il Saggio ci insegna: “L’uomo è il padrone dei propri pensieri, l’artefice del proprio carattere, colui che può creare e forgiare le proprie condizioni, il proprio ambiente e il proprio destino”.
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L’AUTORE
Musicista, scrittore, pubblicitario. Da molti anni coltiva un profondo interesse verso le discipline esoteriche e spirituali, l’astrologia, lo yoga e le tecniche mentali. Fin da piccolo ha scoperto la sua sensitività, che tuttavia ha divulgato solo da pochi anni attraverso libri, conferenze e corsi.
Ha pubblicato finora i seguenti libri: per Gian Marco Bragadin Editore, “Francesco, un Santo, un sentiero, una storia”, “Progetto uomo”, “La nostra Assisi”, varie edizioni di “AURA, Guida alla New Age”; per Rizzoli e Sonzogno, “Volare con l’anima”, “Astrologia creativa”, “Astrologia e salute”; per Sperling & Kupfer, “Voglia di volare“, “Le immagini dell’anima”, “Volare con l’anima”, “Le immagini dell’anima”, “L’Incontro”; con Manuela Pompas, “Aura la luce dell’anima” (Sperling & Kupfer), “I sogni dell’anima” (di prossima pubblicazione), “Diventare sensitivi“.
E’ stato spesso ospite di programmi televisivi, tra i quali il “Maurizio Costanzo Show”, “Il Tappeto volante” e altri. Ha condotto per due anni su Antenna 3 Lombardia la trasmissione “Il Melograno”, insieme a Gian Marco Bragadin.
Si sta diffondendo sempre di più in Italia il counseling, una nuova professione che insegna a valorizzare e potenziare le proprie capacità di ascolto ed empatia per metterle al servizio della crescita personale altrui, in tanti ambiti diversi.
E’ un atteggiamento professionale peculiare quello con cui counselor si rivolge al cliente, a metà strada tra il rituale distacco del medico e il caldo coinvolgimento dell’amico del cuore, tra l’aritmetica competenza del commercialista e quella carismatica di un maestro. Carl Rogers stesso, in Psicoterapia di consultazione (ed. Astrolabio), definisce il counseling come “un legame sociale diverso da tutti quelli che l’individuo può aver sperimentato fino a quel momento”. Che cosa caratterizza questa relazione, la cui specificità ha portato alla decisione di non italianizzare il nome della professione ma di mantenerne la dizione originaria – counseling – dal significato così insostituibile?
Proprio il fatto che, prima ancora di essere un rapporto professionale, il counseling è un rapporto umano. E’ un momento privilegiato di interazione in cui il counselor crea le condizioni per una comunicazione autentica, in cui il cliente si senta accolto, ascoltato, accettato, compreso. In un tipo di società dallo stile di vita sempre più frenetico, anonimo e automatizzato nelle relazioni interpersonali, diventa sempre più difficile per le persone crearsi situazioni in cui potersi aprire con un interlocutore senza doverne temere il giudizio, la considerazione superficiale, il disinteresse o addirittura il rifiuto.
Il counseling risponde a questa profonda necessità di incontro autentico e di condivisione di riflessioni inascoltate che spesso, una volta accolte da un orecchio attento, da sole si incanalano verso una possibile risoluzione adatta alla persona. Anche in questo il counseling si distingue da altre relazioni professionali, nel suo accompagnare dolcemente l’interlocutore verso l’esplorazione della sua situazione sostenuto dal sottinteso che sarà lui stesso a poter trovare la soluzione di volta in volta necessaria, che è lui – il cliente – l’”esperto”, l’unico possibile esperto nell’arte di comprendere e dirigere la sua stessa vita.
Al di là della metodologia e delle tecniche usate dai diversi approcci nel counseling, questa priorità dell’incontro umano accomuna tutte le scuole, è l’essenza stessa della relazione di counseling. E’ qualcosa che non si impara sui libri ma che è la vita stessa a insegnare, è un atteggiamento interiore di profondo rispetto e accettazione di sé e dell’altro, che può solo nascere da un lavoro di crescita personale, da un aver sviluppato in prima persona quello che Adrian Van Kaam definisce “impegno esistenziale”: la consapevolezza della propria fondamentale libertà di fronte alle sollecitazioni della vita, della potenziale creatività di dare direzione e qualità alle relazioni e della responsabilità conseguente nei confronti della propria esistenza.
La formazione al counseling, ai futuri professionisti in questa nuova professione destinata a diffondersi sempre di più, passa necessariamente per un percorso di scoperta, riconoscimento e consolidamento delle qualità umane presenti in ogni persona che abbia affrontato in prima persona un percorso di conoscenza, accettazione e integrazione personale. Un percorso che sviluppa, a sua volta, la sicurezza interiore necessaria per accompagnare un altro essere umano alla ricerca di sé, con la stessa tranquilla fiducia con cui una guida di montagna accompagna un escursionista sul suo percorso: fornendo stimoli ma sapendo attendere che l’altro sia pronto a coglierli, incoraggiando senza forzare, mettendo in guardia senza invadere, guidando, passo per passo, verso una crescente autonomia e una maggior fiducia in se stessi.
Il counseling è basato su una profonda fiducia nell’essere umano, nella sue capacità di autodeterminazione e nei suoi valori più alti potenzialmente presenti in ognuno. E’ questa fiducia che deve impregnare l’atteggiamento di ogni counselor, deve essere il messaggio subliminale che viene passato nella relazione per sostenere la persona nella sua ricerca di sé, con la tranquilla certezza che non spetterà mai al counselor dirle dovere deve andare e cosa deve fare.
Chi conduce l’incontro dovrà “soltanto” essere lì per l’altro, esserci davvero, con tutto se stesso con tutta l’attenzione, l’empatia, la partecipazione di cui è capace chi ha già fatto quella strada in prima persona e decide di intraprendere la professione del “facilitatore” del processo di crescita, della guida di montagna verso tra vette e abissi dell’animo umano, di catalizzatore di un ampliamento di punti di vista e di orizzonti.
Questa presenza, questa capacità di mettere a disposizione la propria umanità, questa autentica premura dimostrata nei confronti del proprio interlocutore, prima ancora di qualsiasi tecnica o strategia pianificata a tavolino, sono gli elementi fondanti, peculiari e vincenti di questa nuova professione di aiuto, del counseling.
Marcella Danon
Bibliografia
Ecopsicologia – Marcella Danon
Counselling – Marcella Danon
Introduzione al counselling – Danilo Toneguzzi
Forse avete riflettuto un poco su quanta abbiamo detto domenica mattina, approfondendo I’indagine per conto vostro, e può darsi che siate giunti a un punto oltre il quale non vi e riuscito di andare. Allora, potremmo spingerci un poco pili avanti insieme. Domenica dicevamo che noi dobbiamo avere la capacita di pensare insieme. Questa capacità affiora inevitabilmente, in modo del tutto naturale, quando ci rendiamo canto di quanto sia importante pensare insieme, in un mondo che va corrompendosi ogni giorno di più.
Pensare insieme non ha nulla a che fare can l’essere d’accordo o il non esserlo, ma richiede che vengano messi completamente da parte pregiudizi, criteri di valutazione, punti di vista e opinioni personali. Pensare insieme significa I’assenza di qualsiasi divisione tra noi; significa che in voi non c’e un pensatore separato dall’atto di pensare. C’e soltanto l’atto di pensare, la capacita di pensare insieme, e non il vostro modo personale di pensare, diverso dal modo di un’altra persona.
Ma evidentemente questa assenza di divisione non può sussistere se non siete disposti a mettere da parte le vostre esigenze personali, la vostra vanità, le vostre conclusioni particolari, cui date tanta importanza. Finchè non mettete da parte tutto questo, non è possibile incontrarci, non e possibile essere insieme. La parola ‘insieme’ significa camminare insieme, essere vicini in ogni momento e non stare uno avanti e l’altro indietro. Significa fare la stessa strada senza pensare a cose diverse, guardare le stesse cose senza interpretare quello che si vede in base alle proprie preferenze, ai propri pregiudizi; significa osservare, ascoltare, camminare insieme.
Mi chiedo se vi rendete conto di che casa accada tra due esseri umani, quando sono capaci di stare ‘insieme’. Nella permissività della società attuale, ognuno di noi pretende di essere soddisfatto, sessualmente, emotivamente, o in altri modi, ed e naturale che questa esigenza di soddisfazione porti con se tutto il problema della frustrazione. Per favore, ascoltate attentamente quello che vorrei farvi notare. Non preoccupatevi di accettare o di negare quanto stiamo dicendo. Stiamo pensando insieme. .
Ci si aspetta soddisfazione da un’altra persona, oppure si agisce spinti dal desiderio di diventare qualcuno, di avere successo. Ed e inevitabile che ogni forma di desiderio, alla ricerca di soddisfazione, si muova verso la frustrazione e la nevrosi. Ma quando siamo capaci di pensare insieme, quando voi, insieme alle persone che sono con voi, avete messo da parte opinioni, pregiudizi, valutazioni personali, e così via, in modo che sia scomparsa qualsiasi barriera che vi divide, allora, non c’e alcuna ricerca di soddisfazione, e quindi non esiste nemmeno frustrazione. Questa non e un’affermazione superficiale, non e un concetto che stabilisce un obiettivo da raggiungere, ma esprime la consapevolezza del fatto che in qualsiasi campo, politico, religioso, economico, sociale, finchè non saremo capaci di pensare insieme, dovrà inevitabilmente sussistere la divisione.
E questa divisione alimenta il desiderio di inevitabilmente a finire nella frustrazione, nella inconsulte. Solo quando pensiamo insieme, finisce qualsiasi squilibrio. Se me lo consentite, posso chiedere a quelli di voi che hanno ascoltato quanto abbiamo detto domenica mattina, se avete lasciato perdere opinioni, persuasioni, esperienze personali? Oppure, consciamente o inconsciamente, continuate a tenervele strette e per di più ora state facendo lo sforzo di capire che cosa significhi pensare insieme? Se fosse così sarebbe un tentativo davvero infantile, che permetterebbe di man tenere superficialmente tra noi una certa comunicativa, mentre in realtà alimenterebbe la divisione e quindi il conflitto.
Vedete, quando pensiamo insieme, il conflitto finisce completamente. Mi domando se ve ne rendete conto. Per favore, questo fatto deve essere capito. Da millenni gli esseri umani vivono nel conflitto, nella tensione emotiva, nello sforzo di sostenere ogni genere di contese, fisiche e psicologiche.
Da millenni gli esseri umani si sfruttano reciprocamente. Alla base di qualsiasi relazione umana c’e questa situazione penosa. Essere capaci di pensare insieme significa sottoporre a un cambiamento radicale la propria relazione con gli altri, perchè la divisione scompare. Se voi siete ambiziosi, anche se un’altra persona non lo è, c’è divisione. Se credete in Dio, in Gesù o in Krishna, e un’altra persona non ci crede, c’e divisione e quindi conflitto. Potete tollerarvi reciprocamente – ed è quanto sta accadendo oggi nel mondo – tuttavia la divisione rimane, i nazionalismi rimangono.
(tratto da: Jiddu Krishnamurti – Che cosa vi farà cambiare – Discorsi a Saanen)
Bibliografia
Riflessioni sull’io – Krishnamurti
Come siamo – Krishnamurti
“Il fatto che esistano metodi e visioni differenti risponde alla natura e alle disposizioni dei vari esseri”.
Un articolo del Dalai Lama per spiegare come sia giusto che esistano diverse religioni: percorsi e linguaggi diversi per una unica meta
La distinzione tra bene e male non è un concetto assoluto, astratto: è esattamente il bene e il male che i nostri stati dell’essere, i nostri modi di pensare, producono in termini di benessere o malessere.
Il vero senso di una religione, di una spiritualità, è esattamente quello di preoccuparsi di fornire gli strumenti per sviluppare le qualità costruttive ed eliminare i pensieri distruttivi. Vi possono essere molte credenze religiose connesse a questa aspirazione di evitare la sofferenza e trovare il benessere. Queste credenze possono avere forme primitive o essere più complesse.
Da benefici estremamente terreni, limitati alla sopravvivenza, nacque un insieme di credenze attribuite alla luce, al potere del sole e degli elementi naturali; possiamo supporre che in esse non vi fossero inizialmente profondità filosofiche.
Queste religioni primitive, nei secoli, hanno cominciato a diventare più complesse, più profonde, incorporando delle visioni metafisiche e filosofiche sulla vita e il suo senso. Allora si è istaurata una visione più vasta, una conoscenza più profonda delle cose, dei meccanismi della felicità e della sofferenza.
Possiamo distinguere varie posizioni metafisiche che si sono sviluppare nel corso del tempo: alcune per esempio hanno affermato l’esistenza di un dio creatore, dando vita alle spiritualità teiste; altre si sono orientate verso la legge di causalità e non hanno formulato l’idea di un creatore… insomma, nelle diverse parti della Terra, riguardo le religioni si sono stabilite delle differenze di carattere metafisico.
Lasciando da parte le credenze primitive, con la loro venerazione degli elementi naturali e così via, se osserviamo le grandi religioni o le grandi spiritualità fondate su visioni metafisiche e filosofiche molto profonde, notiamo che tutte incoraggiano, stimolano e considerano essenziale lo sviluppo dell’amore verso il prossimo, l’amore altruista e la compassione. Non ce n’è una che, alla base, non ritenga essenziale sviluppare tali qualità.
L’accento sull’importanza dell’amore altruista e della compassione lo ritroviamo nel cristianesimo, nell’ebraismo, nell’islamismo, nelle varie correnti dell’induismo, nel buddhismo, nel jainismo, insomma, in tutte le grandi religioni.
Per quanto riguarda le religioni monoteiste, è chiaro che quando si descrivono le qualità di un dio creatore o di un creatore in quanto principio assoluto, gli si attribuiranno tutte le qualità positive, come amore infinito, grande compassione, grande pazienza, e grandi qualità di conoscenza, fino all’onniscienza. Saranno quindi tali qualità attribuite che ispireranno la nostra fede in quella religione. Infatti, nessuno aspirerebbe ad affidarsi a un dio che sarebbe incessantemente in collera, che vorrebbe incessantemente nuocere alle proprie creature, che sarebbe irritato e geloso.
È chiaro che nella loro essenza, nel loro fondamento, le religioni, teiste o no, accordano un valore essenziale all’amore del prossimo e alla compassione. Il modo per coltivare amore e compassione, i motivi per cui dobbiamo farlo, differiscono a causa delle differenti filosofie e a seconda che si tratti di religioni teiste o no. La ragione di tante differenze filosofiche dipende dalle differenti condizioni umane, dalle differenti culture sviluppate nelle varie epoche e regioni della Terra. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che tutte le religioni, nelle loro diversità, mirano a migliorarci in quanto esseri umani; per questo è importante avvicinarsi a queste grandi religioni, conoscerle, promuovere rapporti armoniosi con i loro praticanti, evitare di comportarsi con ostilità.
È esattamente con lo scopo di esprimere l’altruismo nei confronti degli esseri umani, di fare il loro bene, che Buddha, per esempio, ha dato insegnamenti in apparenza contraddittori. In varie situazioni, di fronte a individui con facoltà intellettive, attitudini e disposizioni differenti, il Buddha ha dato risposte apparentemente in contraddizione tra loro. Perché? Perché nel suo desiderio di aiutarli a migliorare, in funzione del loro sviluppo e del loro bene, ha compreso che era necessario un insegnamento che tenesse conto di tale diversità.
Il fatto che esistano metodi e visioni differenti risponde alla natura e alle disposizioni dei vari esseri, perché gli esseri umani in questo senso non sono tutti uguali, non possono essere aiutati nello stesso modo, non si può dare a tutti gli stessi strumenti per migliorare in un modo unico, uguale per tutti. Le differenze tra le varie tradizioni religiose, quindi, non solo sono accettabili, ma auspicabili.
Come si possono conciliare, allora, le diversità filosofiche e metafisiche? Si può parlare di vari tipi di verità, ognuna in un certo senso valida, giustificata. Ma allora, con quale criterio scegliere? Come conciliare questa relatività con il fatto che quando noi personalmente percorriamo un sentiero spirituale abbiamo bisogno di credere a una sola verità, così come non possiamo andare nello stesso tempo in tutte le direzioni? Se guardate questo uditorio [Il discorso si è svolto davanti a oltre 6.000 persone, n.d.r.], vedrete che tra voi vi sono credenti e non credenti di diverse religioni, persone che applicano una pratica religiosa, ma tra loro la pratica non è la stessa, e persone che non hanno nessun credo religioso ma hanno una filosofia e una visione della vita.
È chiaro che qui, in questo momento, c’è una pluralità di credi e non-credi, è come uno specchio del mondo, una pluralità che è necessaria e benvenuta. Nello stesso tempo vedete bene che tutti noi manifestiamo rispetto gli uni per gli altri e che queste differenti visioni e fedi in questi giorni coabitano in modo armonioso.
Sul piano individuale, però, quando si tratta di percorrere il nostro cammino spirituale, quello che abbiamo scelto, dobbiamo concentrarci completamente su tale sentiero di trasformazione e apprezzare nel suo giusto valore l’aspetto di verità che riflette. Dobbiamo sentire, avere fiducia che ‘questa, per me, è la verità’, perché altrimenti faremo davvero fatica a sviluppare la forte determinazione necessaria a progredire sul nostro sentiero. Dovremmo quindi avere una convinzione personale, nel nostro intimo, che ‘questo è per me il modo in cui prende forma la verità’ e tuttavia rimanere aperti alla realtà di una pluralità di verità.
(Dalai Lama – Tratto da SIDDHI, periodico di Buddhismo Mahayana)
L’amore per gli alberi è, o dovrebbe essere, parte della nostra natura, come respirare. Gli alberi fanno parte della terra come noi, pieni di bellezza, con quel loro strano distacco. Così immobili, pieni di foglie, ricchi e luminosi, proiettano le loro lunghe ombre e la loro gioia selvaggia quando soffia la bufera. Tutte le foglie, anche quelle sul ramo più alto, danzano al minimo soffio di brezza, e l’ombra è accogliente, quando il sole batte forte. Seduti con la schiena contro il tronco, se rimanete in silenzio, stabilite un rapporto durevole con la natura. I più hanno perso questo rapporto; quando passano in automobile o risalgono queste colline chiacchierando, vedono tutte queste montagne, queste valli, i corsi d’acqua e le migliaia di alberi, ma sono troppo assorbiti nei loro problemi per guardarsi intorno e rimanere in silenzio. Un pennacchio di fumo si alza lungo la valle, e sotto passa un autocarro, carico di tronchi appena recisi, non ancora scortecciati. Un gruppo di ragazzi e di ragazze passa chiacchierando, facendo fremere l’immobilità del bosco.
La morte di un albero, nel momento finale, a differenza di quella dell’uomo, è bella. Un albero morto nel deserto, senza più corteccia, ripulito dal sole e dal vento, con tutti i rami nudi spalancati al cielo, è una visione meravigliosa. Una grande sequoia, vecchia di molte centinaia di anni, viene abbattuta in pochi minuti per fare recinzioni e sedili, per costruire case o per arricchire la terra in un giardino. Quel meraviglioso gigante è morto. L’uomo avanza nel cuore delle foreste, distruggendole per creare pascoli e costruire case. Le regioni vergini stanno scomparendo. C’è una valle, circondata da colline che forse sono le più antiche della terra, dove i ghepardi, gli orsi e il daino, che un tempo era possibile vedere, ora sono completamente scomparsi, perché l’uomo è arrivato dappertutto. La bellezza della terra viene lentamente distrutta e inquinata. Macchine e costruzioni a più piani stanno facendo la loro comparsa nei luoghi più inaspettati. Quando perdete il rapporto con la natura e con i cieli immensi, perdete ogni rapporto con l’uomo.
Arrivò insieme alla moglie e parlò quasi sempre lui. Lei era piuttosto timida, e aveva l’aria intelligente. Lui era piuttosto arrogante, e aveva l’aria aggressiva. Disse di essere stato presente a qualcuno dei miei discorsi dopo aver letto uno o due libri e aver assistito a qualche dialogo. ” In realtà, siamo venuti a parlare con lei personalmente del nostro problema più grosso, e spero di non averla disturbata. Abbiamo due figli, un maschio e una femmina che vanno a scuola, fortunatamente per loro. Non vogliamo infliggergli le tensioni che ci sono tra noi, anche se prima o poi le avvertiranno. Mia moglie e io siamo molto innamorati; non userei la parola amore, perché ho capito che cosa lei intende con questo termine. Ci siamo sposati abbastanza giovani; abbiamo una bella casa e un piccolo giardino. Il denaro non rappresenta per noi un problema. Lei sta bene di suo, e io lavoro, anche se mio padre mi ha lasciato qualcosa. Non siamo venuti da lei come da un consulente matrimoniale, ma vogliamo discutere con lei, se ce lo consente, il nostro rapporto. Mia moglie è piuttosto riservata, ma io sono sicuro che fra poco parteciperà anche lei alla discussione. Eravamo d’accordo che avrei incominciato io.
Abbiamo grossi problemi di rapporto. Ne abbiamo parlato spesso, ma non ne è venuto fuori niente. Dopo questa premessa, la domanda che vorrei farle è la seguente: che cosa c’è di sbagliato nel nostro rapporto, e che cos’è il rapporto giusto?”.
Che rapporto avete con queste nuvole, piene della luce della sera, o con questi alberi silenziosi? Non è una domanda a sproposito. Vedete quei ragazzi che giocano là, in quel campo, quella vecchia auto? Quando vedete tutto questo, vi chiedo, qual è la vostra reazione? “Non lo so con esattezza. Mi piace vedere i bambini che giocano. E anche a mia moglie piace. Per quelle nuvole o quell’albero non ho sentimenti speciali. Non ci ho pensato; probabilmente non li ho neanche mai guardati”.
La moglie disse: “Io sì. Per me hanno un significato, ma non riesco a dirlo a parole. I bambini là fuori potrebbero essere i miei figli. Dopo tutto, sono una madre”. Signore, guardi quelle nuvole e quell’albero, come se li vedesse per la prima volta. Li guardi senza che il pensiero interferisca o divaghi. Li guardi senza definirli ‘nuvole’ o ‘albero’. Li guardi semplicemente con il cuore e con gli occhi. Appartengono alla terra come noi, come quei bambini, e come quella vecchia auto. Dar loro un nome fa parte del pensiero.
“Guardarli senza ricorrere alle parole sembra quasi impossibile. La forma è la parola”. Quindi le parole svolgono un ruolo molto importante nella nostra vita. Sembra che la nostra vita sia un intreccio di parole complicate, legate tra loro.
Le parole esercitano una grossa influenza su di noi: parole come dio, democrazia, libertà, totalitarismo. Evocano tutte immagini familiari. Le parole moglie e marito fanno parte delle nostre espressioni quotidiane.
Ma la parola moglie non è in realtà la persona in carne e ossa, con le sue complessità e i suoi problemi. Quindi la parola non è mai la realtà. Quando la parola assume un’importanza totalizzante, la vita, la realtà , viene trascurata. ”Ma non posso sfuggire alla parola e all’immagine che essa evoca”. Non possiamo separare la parola e l’immagine. La parola è l’immagine. Osservare senza parola/immagine, questo è il problema.
“Ma è impossibile!”. Se permette, lei non ha cercato di farlo seriamente. La parola impossibile blocca in lei la possibilità di farlo. Non dica, la prego, che è possibile o impossibile, ma lo faccia semplicemente.
Torniamo un attimo alla sua domanda: che cos’è il rapporto giusto?
Quando noi avremo capito che cos’è il rapporto, sono sicuro che lei scoprirà da solo che cosa è giusto. Che cosa significa per lei il rapporto? “Mi faccia pensare. Significa tantissime cose, a seconda delle circostanze. Un giorno è una certa reazione, il giorno dopo ha una portata completamente diversa. È responsabilità, noia, irritazione, reazioni sensuali e il bisogno di fuggire da tutto questo”.
Questo è quello che lei chiama rapporto. Si tratta di livelli diversi di reazioni sensoriali, di sentimenti – di romanticismo, se si è portati a quello – di tenerezza, attaccamento, solitudine, paura e così via (apprensione, più che paura reale). Questo è quanto viene definito rapporto con una persona o con l’altra. Lei è in rapporto anche con i suoi ideali, le sue speranze, le sue esperienze, le sue decisioni.
Tutto questo è lei e il suo rapporto con un altro; e l’altro è simile a lei, anche se da un punto di vista biologico, culturale e fisico può essere diverso. Ciò non indica forse che lei si muove sempre all’interno dell’egocentrismo e che l’altra persona agisce in maniera simile? Due vite parallele che non si incontrano mai? “Incomincio a capire che cosa lei intende, ma la prego, continui”.
Diventa chiaro che non esiste un rapporto reale. Fondamentalmente ci preoccupiamo di noi stessi, del nostro piacere, cedendo all’altro per ottenere a nostra volta soddisfazione, e così via all’infinito. Diciamola in un altro modo. Perché gli esseri umani sono così centrati su se stessi, o egoisti nei più riposti recessi del loro essere? Perché? Gli animali selvatici non sembrano tanto egocentrici quanto lo sono gli esseri umani.
Se noi dobbiamo scoprire in prima persona qual è il rapporto giusto, dobbiamo approfondire questo interrogativo. È necessario sperimentare la percezione senza movente. La maggior parte di noi trova difficile osservare senza un qualche tipo di movente. Riusciamo a esaminare insieme, con obbiettività, quel che realmente accade in un rapporto fra due persone, si tratti di un rapporto intimo o no? Quasi tutte le reazioni, specialmente quelle dolorose o piacevoli, vengono registrate nel cervello, nella coscienza o a un livello più profondo. Questa registrazione, che inizia nel momento in cui nasciamo e continua fino alla morte, costruisce lentamente un’immagine o un quadro che ognuno ha di sé. Quando ci sposiamo o viviamo con un altro per un mese o per anni , ciascuno dei due si forma un’immagine dell’altro. Le ferite, le irritazioni, le parole dure, quelle dolci, e così via, le reazioni sensuali, le osservazioni intellettuali, il cameratismo e la tenerezza, la fantasia di realizzazione -e le associazioni culturali: tutto questo forma le diverse immagini che si riattivano nelle diverse circostanze.
A parte i rapporti fisici reali, queste immagini distorcono o ostacolano un rapporto d’amore profondo, la compassione con la capacità di comprensione profonda che essa implica
“E allora in che modo è possibile impedire la formazione di queste immagini?”. Non le pare di porre una domanda sbagliata? Chi è che impedisce? Non le sembra che a porre la domanda siano ancora una volta un’immagine o un’idea? Non sta forse ancora lavorando di fantasia, passando da un’immagine all’altra? Questo tipo di indagine non porta da nessuna parte. Quando una persona è colpita o ferita psicologicamente – il che accade fin dall’infanzia – le conseguenze di quella ferita sono ovvie: la paura di subire altre ferite, un ritrarsi costruendosi tutt’intorno una barriera, un ulteriore schermo isolante e così via, un processo che alimenta la nevrosi. Se e quando si ha consapevolezza di queste ferite, di questi conflitti, e li si osserva, allora istintivamente viene fatto di chiedersi in che modo sia possibile evitare di venire feriti.
L’immagine ultima è l’io , il sé con la lettera maiuscola e minuscola. Quando si arriva a cogliere il pieno significato del perché il cervello, il pensiero, formi queste immagini, la verità del perché queste immagini esistano, questa percezione stessa dissolve ogni processo di formazione delle immagini. Questa è la libertà ultima. “Per quale ragione il cervello – o il pensiero, come dice lei – forma delle immagini?”.
Forse per sentirsi protetto? Per essere al sicuro contro il pericolo? Per avere certezze, per evitare la confusione? Anche la più piccola parte del cervello per funzionare bene, in maniera efficiente, deve avere delle certezze, deve sentirsi al sicuro. Se poi quelle certezze e quella sicurezza sono un’illusione o un’invenzione del pensiero, come lo sono la fede o la credenza, in realtà non ha alcuna importanza, purché quell’area agitata del cervello si senta al sicuro, tranquilla, senza incertezze.
Noi moriamo in questa illusione. Accompagnato dalle immagini, come ad esempio il nazionalismo, e le immagini che si trovano in tutti i templi del mondo, l’uomo vive e porta avanti il conflitto, il piacere, il dolore.
Queste immagini vengono fabbricate a non finire.
Ma solo quando noi percepiamo che esse ostacolano e gettano un’ombra sul rapporto reale e rotondo tra noi e gli altri, tra noi e quella nuvola, tra quell’albero e quei bambini, allora soltanto può esserci amore.
(di J. Krishnamurti)
Dal Bulletin 56, 1989 – Saanen, Svizzera, agosto 1981.
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da Lista Sadhana – Yahoo