WP Remix









Consapevolezza

13 dicembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Consapevolezza
Gianfranco Bertagni
(0) Comment

Mangiare un mandarino con consapevolezza


“Bambini, dopo avere sbucciato un mandarino, potete mangiarlo con consapevolezza o distrattamente. Cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza? Mangiando un mandarino, sapete che lo state mangiando. Ne gustate pienamente la fragranza e la dolcezza.

Sbucciando il mandarino, sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza. Il mandarino che Nandabala mi ha offerto aveva nove spicchi. Li ho messi in bocca uno per uno in consapevolezza e ho sentito quanto sono splendidi e preziosi. Non ho dimenticato il mandarino, e così il mandarino è diventato qualcosa di molto reale.

Se il mandarino è reale, anche chi lo mangia è reale. Ecco cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza.

Bambini, cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza? Mangiando un mandarino, non sapete che lo state mangiando. Non ne gustate la fragranza e la dolcezza.

Sbucciando il mandarino, non sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, non sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, non sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza. Così facendo, non potete apprezzarne la natura splendida e preziosa. Se non siete consapevoli di mangiarlo, il mandarino non è reale.

Se il mandarino non è reale, neppure chi lo mangia è reale. Ecco cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza.

Bambini, mangiare il mandarino con presenza mentale significa essere davvero in contatto con ciò che mangiate. La vostra mente non rincorre i pensieri riguardo allo ieri o al domani, ma dimora totalmente nel momento presente.

Il mandarino è totalmente presente. Vivere con presenza mentale e consapevolezza vuol dire vivere nel momento presente, con il corpo e la mente che dimorano nel qui e ora”.

Tratto da lameditazionecomevia.it – qui il sito

10 dicembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Andrea Pangos
Consapevolezza
Frase del giorno
(0) Comment

Il testimone assoluto e la consapevolezza integrale – Andrea Pangos

Il Testimone Assoluto è Dio Immanifesto, l’Origine – Reale Identità.

Dal Testimone Assoluto traggono espressione i testimoni individuali: gli individui, le vite individuali.

Il Testimone Assoluto non percepisce, non osserva. Eterno, rende però possibile ogni testimone individuale e il suo percepire, osservare.

In quanto Origine del testimone individuale, il Testimone Assoluto lo precede e quindi Testimonia. Precede non in termini di tempospazio, ma perché da Lui spunta il tempospazio di ogni individuo.

Il Testimone Assoluto è il Senza tempo Eternamente esistente. Il testimone individuale è, invece, temporale. Ha durata, contiene il presente ed è anche il presente stesso. È portatore del proprio tempospazio, che sparisce con la sua fine: il principio individuo perdura manifestandosi in forma di ogni individuo, come singola espressione permane però una vita soltanto, che lui stesso è, dal concepimento alla morte.

Consapevolizzandosi, l’individuo può divenire consapevole del Testimone Assoluto e diventare così prova a se stesso che Dio Immanifesto è l’unica Realtà ed è la Reale Identità, il Sé Reale.

Realizzandosi, l’individuo diventa una prova lucente dell’Esistenza chiamata Dio.

Individuo, esperienza e consapevolezza

Ogni individuo produce in sé la propria esperienza di esserci, che è l’esperienza primaria e senza la quale non ci possono essere altre esperienze. La pura esperienza di esserci può essere definita come: Amore, Somma Felicità, Pace, puro Esserci Beatitudine, pura Conoscenza in essere, Beatitudine o puro io sono. Si tratta comunque di idee relative a ciò che è senza pensieri. La pura esperienza di esserci è Conoscenza che precede l’intelletto, senza il quale non ci possono essere pensieri: le idee sono esperienze che esistono perché alla base c’è l’esperienza di esserci, che è pura Conoscenza in essere.

La pura esperienza di esserci rappresenta la consapevolezza di esserci anche quando non è constatata, nel senso che non c’è la constatazione io esisto, ma anche in totale assenza di pensieri: si tratta della consapevolezza che l’esperienza di esserci ha di sé. La pura esperienza di esserci è la pura Conoscenza in essere senza pensiero e senza distinzione in conoscitore e conosciuto, quindi, in quanto Conoscenza, non può non avere conoscenza di sé. Pura Conoscenza in essere, pura esperienza di sé e pura consapevolezza di sé, sono sinonimi che indicano l’autoconoscenza primaria: la conoscenza che l’esperienza di esserci ha di sé, vale a dire l’esperienza che la Conoscenza in essere ha e fa di sé. Ogni aspetto del nostro essere consapevoli si basa sull’esperienza che noi in forma di pura esperienza di esserci abbiamo di noi stessi pura esperienza di esserci.

La consapevolezza di esserci si estende in tutto il campo esperienziale dell’individuo, più precisamente è il campo esperienziale stesso: ogni esperienza fa parte della consapevolezza o esperienza di esserci. Tutto ciò che sperimentiamo, dall’Amore alle emozioni, dal Vuoto mentale ai pensieri, dalle sensazioni all’universo percepito, fa parte del campo esperienziale ed esiste grazie alla nostra esperienza di esserci: ogni nostra esperienza è un segmento vitale che noi produciamo in noi stessi grazie all’esperienza di esserci.

Il campo esperienziale può essere definito anche come campo della consapevolezza e inizia con l’esperienza di esserci e cessa con la scomparsa della stessa. In linea con i concetti di Testimone Assoluto (Origine, Dio Immanifesto) e di testimone individuale (individuo, vita) il campo esperienziale può essere chiamato testimonianza individuale. Il confine primario del campo esperienziale è quindi l’esperienza di esserci, mentre il confine ultimo è rappresentato dalle esperienze sensoriali, che fanno comunque parte dell’esperienza o consapevolezza di esserci. L’esperienza di esserci esiste comunque a prescindere della percezione, cioè dall’attività sensoriale, che è un’espressione e una forma dell’esperienza di esserci.

La consapevolezza di esserci si svolge attraverso tre stati abituali: sonno profondo, sogno e stato di veglia, e uno non usuale: la Consapevolezza integrale.

La consapevolezza di esserci, durante:

- il sonno profondo è tanto silente da non essere riconosciuta;

- il sognare è più attiva, ma è riconosciuta soltanto nel caso di sogno lucido (so che sto sognando);

-lo stato di veglia è ancora più attiva, ma è riconosciuta soltanto parzialmente. La veglia della testimonianza poco consapevole è uno stato di sonnolenza, sopratutto perché offuscata da onanismo intellettivo ed emotivo.

Quasi paradossalmente, la consapevolezza di esserci, che è la base di ogni forma di consapevolezza (rendersi conto, riconoscere), può essere anche inconscia, non riconosciuta. Essendo l’Amore la pura esperienza di esserci è lecito affermare che la consapevolezza di esserci è conscia, riconosciuta, nella misura in cui Amiamo. Più siamo lontani dall’Amare più la consapevolezza di esserci è celata, inconscia, non riconosciuta.

La consapevolezza di esserci scompare definitivamente con la morte. Durante la vita non c’è soltanto durante l’Estinzione, quando cessa temporaneamente e allora l’individuo esiste privo di esperienza di di sé.

Consapevolezza esperienziale e non esperienziale

La consapevolezza, cioè la conoscenza, può essere esperienziale o non esperienziale.

La conoscenza esperienziale è l’esperienza che il campo esperienziale ha di sé integralmente oppure di parti di sé, per esempio delle esperienze definite: corpo fisico, universo, tempo-spazio, sensazioni, emozioni, pensieri, vibrazioni-energie… La consapevolezza esperienziale può quindi essere integrale o parziale.

La Consapevolezza integrale

La Consapevolezza integrale è il Vuoto mentale nobilitato dal Discernimento del Reale dall’irReale, cioè dalla conoscenza che ogni esperienza è irReale.

La Consapevolezza è integrale quando il campo esperienziale fa esperienza integrale di sé come Pace, pura Conoscenza di esserci, Amore, Beatitudine, Somma Felicità. Libero dall’identità immaginata il campo esperienziale si conosce da una prospettiva globale caratterizzata dall’Amore. La Consapevolezza integrale è dell’individuo (senza la vita non ci può essere esperienza), ma è libera dall’identificazione con l’individualità.

La Consapevolezza integrale può essere definita come Ego Divino (Amore) applicato all’intero campo esperienziale. Alcuni confondono l’egoismo e l’egocentrismo con l’ego e pensano che l’ego sia un fenomeno solamente negativo e che deve essere eliminato. Questa visione in bianconero può essere un grande ostacolo per la consapevolizzazione, anche perché può produrre conflitti con l’ego, che sono comunque conflitti di segmenti dell’ego con altri segmenti dell’ego stesso. L’ego può essere più o meno salutare, anche la parte di noi che stimola la consapevolizzazione fa parte dell’ego, che è il punto focale dell’esperienza di esserci. L’ego che si forma dall’identificazione con il limitato (corpo fisico, emozioni, pensieri…), perché si ignora l’Immenso (Amore: Identità esperienziale) e l’Infinito (Dio Immanifesto: Reale Identità), è un ego limitante. L’ego che, invece, scaturisce dall’Amare, perché ha il suo “punto” focale nell’Amore (Io Sono Amore) è un ego Immensamente Sano, è l’Amore stesso. Ego significa io e l’Amore è il puro Io esperienziale. La soluzione è guarire l’ego, non guarire dall’ego: finché c’è esperienza di esserci c’è anche ego. Voler guarire totalmente dall’ego significa voler guarire anche dall’Amore, cioè voler guarire dalla Salute, il che è impossibile finché vita permane.

Durante la Consapevolezza integrale non si conosce ogni specifico segmento del campo esperienziale, conoscerlo significherebbe essere consapevoli di tutti i ricordi nonché di tutte le forme che si costituiscono nella percezione. La Consapevolezza integrale è tale nel senso che il campo esperienziale è caratterizzato dall’Amore come unica esperienza, questo significa che tutto ciò di cui si fa esperienza è l’Amore: l’Amore riconosce se stesso in ogni segmento del campo esperienziale. L’espressione tutto ciò di cui fa esperienza è l’Amore, non dovrebbe essere intesa in modo fuorviante: non c’è un io particolare a fare esperienza, è sempre la consapevolezza a fare esperienza di sé.

Nel senso stretto del termine, la Consapevolezza integrale è un’esperienza egualitaria, nel senso che non c’è differenziazione qualitativa tra conoscitore e conosciuto, c’è soltanto pura Conoscenza in essere (Amore) che fa esperienza di sé. Nel senso più ampio del termine e meno qualitativo del fenomeno, la Consapevolezza integrale può essere anche unitaria, nel senso che non c’è Conoscenza in essere senza distinzione qualitativa in conoscitore e conosciuto, ma c’è, appunto, la differenziazione in conoscitore e conosciuto, contraddistinta comunque dall’esperienza di unità.

La pura Consapevolezza integrale è un’esperienza senza pensieri. La Consapevolezza integrale intesa nel senso più ampio del fenomeno è, invece, caratterizzata dai pensieri, che comunque non sono superflui e scaturiscono dal Vuoto mentale.

La Consapevolezza integrale può essere con consapevolezza del mondo, quando la percezione contraddistinta dall’Amore produce in sé l’esperienza chiamata mondo, oppure senza consapevolezza del mondo, quando l’attività sensoriale non è attiva e l’unica esperienza  è la pura esperienza di esserci.

Consapevolezza parziale

La consapevolezza parziale c’è quando il campo esperienziale è consapevole soltanto di parti di sé, perché condizionato dall’identità immaginata, a causa della quale invece di esserci una prospettiva conoscitiva globale (Consapevolezza integrale), c’è un punto di osservazione ristretto (conoscitore limitato relativo al segmento di identità immaginata che sta predominando in quel momento), che può essere consapevole soltanto di alcuni segmenti del campo esperienziale, immaginandoli separati (percezione frammentata) tra loro e da lui stesso, che pensa di essere il fulcro dell’attività conoscitiva.

Conoscenza esperienziale

Nella conoscenza esperienziale la sperimentazione e la conoscenza dell’oggetto coincidono: il campo esperienziale fa esperienza della forma che conosce, essa è un suo segmento.  Ogni nostra esperienza è un’esperienza che facciamo in noi stessi, il nostro campo esperienziale è sempre in noi, non può essere esteriore.

Percepire il mondo, nel senso di percepire un mondo esistente a prescindere dalla percezione, è una definizione approssimativa basata sull’idea che il mondo percepito sia esteriore, mentre è interiore perché si costituisce nella percezione. Non esiste la percezione del mondo, ma una percezione che produciamo in noi stessi e che definiamo mondo. Non esiste la separazione conoscitore1-conosciuto, sono ambedue aspetti del campo esperienziale; ognuno fa esperienza del proprio mondo.

La conoscenza non esperienziale

Possiamo essere consapevoli di altri aspetti della Totalità, ma possiamo fare esperienza soltanto di ciò che fa parte del nostro campo esperienziale, più precisamente il nostro campo esperienziale fa esperienza di sé. La conoscenza non esperienziale è indiretta, nel senso che è la consapevolezza riguardo a elementi che non si producono nel nostro campo esperienziale: altri individui, Coscienza Originale, Reale Identità…

Nella conoscenza non esperienziale conosciamo l’oggetto conosciuto senza però poterne fare esperienza. Per esempio:

- si può essere consapevoli delle emozioni e idee altrui, ma non percepirle. La percezione di emozioni e di idee definite come altrui è la sperimentazione di impressioni che si formano in noi, anche come conseguenza dell’influsso di emozioni e idee prodotte da altri. Si tratta di un modo di percepirsi della nostro campo esperienziale elaborandosi condizionato da emozioni e idee altrui. Affermare di percepire le emozioni e i pensieri altrui, è simile all’asserire di percepire direttamente le identiche immagini percepite da altri, prodotte da altre percezioni in loro stesse.

-la percezione “del corpo fisico altrui” non è una sperimentazione del corpo fisico altrui,  ma un’elaborazione che avviene in noi, relativa ai processi del corpo fisico altrui. Il corpo fisico altrui non si può toccare, vedere… Come tutte le percezioni, la visione e il tatto sono esperienze interiori.

Testimoniare

Testimoniare significa osservare ciò che accade nel campo esperienziale: immagini, emozioni, pensieri, sensazioni… Si tratta di un osservarsi del campo esperienziale, sia il conoscitore che il conosciuto sono sue parti.

Tranne che durante il sonno profondo e l’Estinzione, il testimoniare c’è sempre, nel senso che i fenomeni vengono percepiti costantemente. Consapevolizzarsi significa anche aumentare la qualità del testimoniare, divenire cioè sempre più consapevoli delle forme che si creano nel campo esperienziale, sopratutto delle emozioni e dei pensieri, per favorire la comparsa del Vuoto mentale.

La qualità del testimoniare può essere definita generalmente oppure relativamente a un dato momento o circostanza. Per esempio, si possono testimoniare qualitativamente i processi riguardanti il lavoro (che chiaramente appaiono in noi stessi), mentre non si riesce ad osservare come dovuto il rapporto con i genitori (che dalla nostra prospettiva è, chiaramente, un’esperienza interiore relativa alle nostre proiezioni definite padre e madre). Oppure, si possono testimoniare con qualità i processi concernenti il rapporto di coppia, ma non quelli al rapporto con il fratello.

Di solito, è più facile maturare l’osservazione qualitativa in un campo piuttosto che in un altro. La qualità in un ambito specifico dipende primariamente da quanto sono stati consapevolizzati i processi relativi alla sfera in questione: lavoro, famiglia, rapporto di coppia, tempo libero… Avvicinarsi alla massima qualità di testimonianza di ogni aspetto della vita è un indicatore chiaro che il nostro esserci si sta integrando con qualità.

L’ambito di testimonianza più qualitativo è l’Alternanza tra il Vuoto mentale e l’Estinzione, anche se durante l’Estinzione l’osservazione cessa perché si estingue temporaneamente l’esperienza di esserci. Più si è vicini ad Amare e a rendere possibile l’Estinzione, maggiore è la qualità del testimoniare. Più il conoscitore è vicino a vibrare d’Amore più il mondo da lui proiettato è vicino a vibrare come Amore; maturando il conoscitore si volge sempre più verso l’Origine (Testimone Assoluto), ritrae così il mondo in sé per farlo apparire nella pura Conoscenza in essere e rendere possibile l’Estinzione.

Testimonianza e distacco

Testimoniare con qualità non significa essere distaccati. Anzi, dissolve l’abbaglio che ci possa essere distacco, nel senso di separazione. Consapevolizzandosi, il campo esperienziale si avvicina a scoprire che tutto ciò di cui fa esperienza (spazio, tempo, avvenimenti, “altri”, emozioni, pensieri…) sono sue forme prodotte da lui stesso e quindi non possono mai essere scisse le une dalle altre. In sostanza, non si tratta di varie “cose”, ma del campo esperienziale che si percepisce in forme diverse.

Il distacco spirituale è il Vuoto mentale caratterizzato dalla piena certezza che ogni percezione è irReale. È distacco nel senso che si continua a produrre Pace a prescindere da ciò che accade, anche perché ciò che avviene accade nella Pace chiamata anche Vuoto mentale.

Tra l’altro, l’osservare consapevole:

- neutralizza l’immaginare la separazione da altri, dal mondo e da Dio.

- non porta alla passività, al fatalismo o all’arrendevolezza, ma matura la risolutezza, la visione chiara e fa agire in modo più determinato, incisivo ed efficace, anche perché stimola la disidentificazione dall’agente immaginario (identità immaginata) e sollecita ad agire in modo sempre più globale.

Maturare la capacità di testimoniare

La maturazione della capacità di testimoniare porta:

- a consapevolizzare l’unità tra il “conoscitore” e il conosciuto,

- a maturare l’eguaglianza tra “conoscitore” e conosciuto, fino al punto in cui scompare la distinzione tra conosciuto e conoscitore, perché si manifesta la pura Conoscenza in essere, senza distinzione, appunto, in “conoscitore” e conosciuto.

- alla loro temporanea Estinzione.

Questa è anche la mappa essenziale del percorso spirituale. L’aumento della frequenza e della durata di questi tre stati (1. esperienza di unità, 2. eguaglianza/pura Conoscenza in essere e 3. Estinzione) rappresenta la sostanza del progresso spirituale. Ignorare ciò, è uno dei motivi fondamentali per cui molti cercano tanto senza scoprire nulla di veramente essenziale.

La capacità di testimoniare con qualità è uno dei maggiori indicatori di maturità spirituale. Per testimoniare qualitativamente, l’individuo poco consapevole deve sforzarsi molto e può riuscirci soltanto per periodi brevi, alcuni secondi o al massimo qualche minuto. Consapevolizzandosi può però testimoniare sempre meglio e con meno sforzo, fino ad arrivare al Vuoto mentale che testimonia super qualitativamente e senza sforzo, quando le vibrazioni di eventuali emozioni e pensieri si coordinano automaticamente con le vibrazioni portanti del Vuoto mentale.

Per migliorare la qualità del testimoniare bisogna migliorare la qualità dei processi interiori ed esteriori.

Il miglioramento interiore consiste nell’aumento della qualità del campo esperienziale in generale. Si ottiene anche:

- aumentando la qualità delle vibrazioni del conoscitore, maturando la sua capacità di osservare consapevolmente, di trasformare le emozioni negative in positive, di liberarsi dai pensieri ostacolanti, di lasciar fluire i processi, di tendere ad Amare a prescindere da ciò che accade, di tenere l’attenzione volta verso il confine tra l’esperienza di esserci e la sua assenza…

- tramite l’influsso positivo sul conosciuto da parte del conoscitore; una maggior qualità vibrazionale del conoscitore accresce quella del conosciuto.

Tutto ciò che percepiamo è un nostro processo interiore, ma è comunque condizionato da fattori “esterni”. Migliorare i processi esteriori significa rendere le circostanze vitali più funzionali alla Realizzazione integrale. Si tratta in sostanza del conoscitore che migliora la qualità del mondo, che lui stesso proietta: eliminando il superfluo, aumentando la qualità delle frequentazioni, ottimizzando il lavoro, migliorando la qualità dei rapporti, consapevolizzando la vita sessuale… La qualità della vita migliora automaticamente con la consapevolizzazione, ma alcuni miglioramenti possono essere anticipati decidendo di eliminare il nocivo e il superfluo, per far spazio all’utile per la Realizzazione.

Testimoniare il corpo fisico

Testimoniare il corpo fisico significa osservare l’esperienza definita corpo avvenire in noi stessi. Questo testimoniare è:

- ingannevole, quando il corpo è percepito come (se fosse) reale e si pensa che il corpo sia  il sé reale: io sono (soltanto) il corpo, oppure in realtà, sono il corpo;

- veritiero, quando c’è la consapevolezza che il corpo:

• è un aspetto irReale di noi stessi individuo, quindi dell’esprimersi di Noi Stessi Assoluto;

• appare in noi stessi, nel nostro campo esperienziale;

• non è veramente separato da ciò che in genere è sperimentato e definito come mondo esterno.

Testimoniare il corpo fisico è spesso definito come osservare se stessi, ma questa espressione andrebbe intesa come: io individuo osservo un aspetto di me individui, un segmento dell’espressione di Me Assoluto. Se invece è inteso come: sto osservando me stesso, perché io sono (soltanto) il corpo fisico, allora è un ostacolo per la consapevolizzazione, perché potenzia l’abbaglio che il corpo sia il sé reale.

Alcune delle funzioni del testimoniare in modo consapevole il corpo fisico sono:

- eliminare i meccanismi comportamentali nocivi, i modelli di reazione ostacolanti l’Amore;

- aiutare la disidentificazione dal corpo fisico, senza però rigettarlo come qualcosa di negativo, attraverso la comprensione che va utilizzato in funzione della Realizzazione Integrale;

- consapevolizzare come l’esperienza chiamata corpo fisico appare con l’attività sensoriale e scompare con la sua cessazione;

- maturare la capacità di concentrarsi;

- trasformare la negazione del corpo fisico (io non sono il corpo fisico, che è un peso per me), in accettazione consapevolizzante del corpo (il corpo è un aspetto di me individuo e un segmento dell’espressione di Me Assoluto);

- integrare i processi emotivi e intellettivi con quelli fisici, il che permette un maggior radicamento (che non è attaccamento) nella materia.

Durante il Vuoto mentale il corpo è sperimentato come sottile forma irReale che appare nell’Amore.

Per facilitare la maturazione della testimonianza del corpo fisico possono essere utilizzate le seguenti richieste:

- Chiedo la rimozione degli ostacoli per testimoniare il corpo fisico.

- Mi apro a consapevolizzare il corpo fisico in me.

-Sono aperto/aperta a maturare la capacità di osservare l’esperienza chiamata corpo fisico.

-Chiedo l’eliminazione dell’attaccamento all’esperienza corpo.

- Abbandono all’Origine l’esperienza corpo fisico.

- Mi apro a consapevolizzare le vibrazioni corporee.

Testimoniare le proprie emozioni e idee

Testimoniando qualitativamente le proprie emozioni e idee si consapevolizzano e si riduce  l’inseguirle e subirle.

Il testimoniare di massima qualità è il Vuoto mentale, che è Amore testimoniante la propria presenza nell’intero campo della consapevolezza.

Nel senso stretto del fenomeno, il Vuoto mentale è senza pensieri e senza emozioni: c’è solamente Amore. Nel senso ampio del fenomeno, invece, ci possono essere anche pensieri ed emozioni. In quest’ultimo caso:

- le emozioni (gioia, compassione, coinvolgimento positivo…) sono testimoniate con qualità. Si osserva quietamente la loro formazione, durata e fine, nonché l’intervallo tra l’emozione appena finita e quella che andrà a manifestarsi;

- le vibrazioni dei pensieri sono in armonia con la vibrazione dell’Amore e si può osservare, con piena chiarezza, l’intervallo tra i pensieri e come questi si formano, durano e scompaiono, praticamente senza turbare il Vuoto. Durante l’intermezzo tra la cessazione di un pensiero e la comparsa di un altro, si sperimenta la pura Conoscenza esente da pensieri. Si può così maturare la certezza che lo stato esperienziale primario è senza pensieri e che quindi esistiamo a prescindere dal pensiero. Questo diminuisce la dipendenza dal pensiero caratteristica per l’individuo poco consapevole, che associa spesso l’esserci alla presenza di pensieri. Penso dunque sono è un’affermazione veritiera, perché senza l’esperienza di esserci non ci possono essere pensieri, ma:

- l’esperienza di esserci c’è anche senza pensieri, esiste a prescindere dall’attività intellettiva;

- l’individuo c’è anche durante il sonno profondo (durante il quale l’esserci è silente) e l’Estinzione (durante la Quale l’esserci cessa temporaneamente).

• Inoltre:

o il puro esserci (Amore) implica l’assenza di pensieri, e

o come Assoluto si precede se stessi individuo e quindi il proprio esserci.

L’osservazione illuminante delle emozioni e dei pensieri può essere fatta durante:

- la meditazione dinamica2, quando si osservano durante le attività quotidiane,

- il sonno consapevole, che può essere stimolato con la richiesta, da fare prima di addormentarsi: Mi apro a consapevolizzare le emozioni e i pensieri durante il sonno.

- la meditazione appartata, per esempio con i due esercizi che seguono.

Meditazione per consapevolizzare i pensieri

1) Dedico questa meditazione al Vuoto mentale.

Visualizzazione: terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno.  Tempo: 1’-2’

2) Mi apro alla meditazione massima.

Visualizzazione: la testa. Tempo: 2’-3’

3) Mi apro a consapevolizzare i pensieri.

Visualizzazione: terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: minimo 10’. Durante la meditazione:

a) indirizzare i pensieri verso il terzo occhio,

b) poi, testimoniare come i pensieri si creano, durano e scompaiono,

c) a seguire, consapevolizzare l’intervallo tra un pensiero e l’altro,

d) infine, prolungare al massimo gli intervalli, sino allo stato senza pensieri.

Meditazione per consapevolizzare le emozioni

1) Dedico questa meditazione all’Amore.

Visualizzazione: il quarto chakra.  Tempo: 1’-2’

2) Mi apro alla meditazione massima.

Visualizzazione: la testa. Tempo: 2’-3’

3) Mi apro a consapevolizzare le emozioni.

Visualizzazione: il quarto chakra. Tempo: minimo 10’. Durante la meditazione:

a) indirizzare le emozioni verso il “centro” del quarto chakra,

b) poi, testimoniare come le emozioni si creano, durano e scompaiono,

c) a seguire, consapevolizzare l’intervallo tra un’emozione e l’altra,

d) infine, prolungare al massimo questi intervalli, sino ad arrivare allo stato in cui l’Amore è l’unica esperienza.

In ambedue le meditazioni si possono saltare i passaggi a), b), c) e d), nel senso che se dopo la terza richiesta c’è già il Vuoto mentale, questo va mantenuto e non turbato con ulteriori operazioni. Così pure se c’è già lo stato del punto c), non si fanno i passaggi a) e b). Simile discorso vale anche se è pervenuto automaticamente lo stato del punto b).

Testimoniare il tempo-spazio

Affermare la verità il tempo e lo spazio sono in me, può sembrare irrazionale. Invece, è irragionevole affermare mi trovo nel tempo e nello spazio, che è un’affermazione basata sull’errata identificazione con il corpo. La logica comune è molto spesso irrazionale, ma sembra razionalità perché esprime credenze comuni assimilate in modo dogmatico, nate dal non aver riflettuto sufficientemente a fondo sulla loro “veridicità”.

Ogni individuo testimonia il proprio tempospazio, perché appare sempre in lui. Osservando in modo illuminante può maturare la certezza:

- che come Assoluto Si è l’Origine del tempo e dello spazio.

- che siccome il tempo e lo spazio sono percepiti dal campo esperienziale, che è in noi individuo:

• non ci troviamo nel tempo-spazio, che è, appunto, in noi individuo;

• come individui siamo anche il tempo-spazio;

• che il tempo-spazio è individuale, nel senso che ogni individuo ha il proprio tempo-spazio, che viene a essere con il concepimento e scompare definitivamente con la morte. Non si viene al mondo, è il nostro mondo a venire ad essere con noi nel momento della fecondazione, la quale è un “vero e proprio” Big Bang: l’inizio di un nuovo universo individuale. Maturare la conoscenza riguardo al proprio universo individuale fa crollare le credenze e i convincimenti basati sulle false convinzioni: che c’è un unico universo in cui vivono tutti, che tutti percepiscono lo stesso universo e che questo universo esiste anche senza il conoscitore.

L’attimo del concepimento, che avviene nel tempo-spazio dei genitori, fa parte dell’avviamento di processi che permettono l’espressione di nuove vibrazioni (di un nuovo individuo) e quindi di un nuovo tempo-spazio (quello del neoconcepito), come manifestazione dell’Assoluto.

Tutte le vibrazioni ed energie dell’individuo, quindi anche tutto il suo tempo-spazio e i cosiddetti corpi sottili, iniziano a formarsi con il suo concepimento. Ciò che Precede l’individuo, cioè l’Assoluto, non è vibratorio. È proprio il concepimento a stimolare l’espressione di un’entità vibratoria (individuo) da uno stato non vibratorio (Assoluto).

La maturazione della testimonianza qualitativa del tempo-spazio può essere favorita:

- dalle richieste: Mi apro a consapevolizzare il tempo-spazio in me, e Mi apro a scoprire l’Origine del tempo-spazio.

- dall’abbandonare il tempospazio all’Origine: Abbandono il tempo e lo spazio a Dio Immanifesto.

- dall’affermazione, relativa alla Reale Identità e non all’individuo, espressa in modo illuminante: Sussisto Origine del tempo-spazio.

- dalle domande poste in modo illuminante: A chi appare il tempo-spazio? Il tempo passa, oppure è fermo e soltanto sembra passare? Dove e a chi avviene? Esiste senza un conoscitore? Esiste uno spazio interiore e uno esteriore, oppure è tutto interno all’esperienza di esserci? Cosa ci fanno il tempo e lo spazio in me? A chi appare il corpo? Chi lo percepisce? Dove appare? Dove appare il mondo?  A chi? Chi ne fa esperienza? Cercando risposte veritiere a queste domande, si apre la porta a constatazioni profondamente logiche, per esempio che:

• il corpo e il mondo appaiono in noi stessi, sono nostri modi di fare esperienza di sé individuo;

• non ci può essere alcuna separazione tra il corpo e il mondo, sono ambedue aspetti della percezione;

•il corpo percepito non è il vero conoscitore inteso come Conoscenza in essere, la quale esigecomunque il corpo, più precisamente i processi vitali che rendono possibile l’esperienza chiamata corpo (la pura esperienza di esserci ci può essere anche senza l’esperienza chiamata corpo, ma esige comunque l’individuo e i suoi processi vitali; l’esperienza corpo non va confusa con il corpo vero e proprio che precede la percezione chiamata corpo).

Si tratta di conclusioni profondamente razionali alle quali si può giungere, anche senza una grande maturità spirituale, con un profondo ragionamento veritiero sulla percezione, per esempio:

- Visto che il mondo che percepisco appare nella percezione, è impossibile che sia esteriore, esterno a me.

- Dato che il corpo appare a me, nella mia percezione, il corpo fa parte di me.

- Siccome sia il corpo sia l’universo che percepisco avvengono nella mia percezione non ci può essere alcuna separazione tra il corpo e l’universo. Un modo per giungere a questa verità è cercare in modo illuminante il (presunto) confine tra corpo e mondo “esteriore”, anche trasbordando dal concetto confine al termine nesso.

- Siccome l’universo appare in me, come individuo sono anche l’universo percepito.

- Dato che l’universo percepito è una questione di percezione, non può esistere un universo “esteriore” uguale a quello che percepisco. Gli individui producono e percepiscono l’universo in modo molto simile tra loro, perché: il software di elaborazione (percezione) e quasi uguale per tutti e perché le fondamenta dell’universo sono i processi della Coscienza Originale, che è una e ogni individuo è una Sua espressione.

- Dato che tutto lo spazio che percepisco è in me: Dov’è il fuori, l’esterno?, Cos’è, c’è?

- Poiché tutto il tempo che percepisco è una mia percezione, non può esserci senza di me. Allora, esiste il prima di me? Per chi?

Queste riflessioni possono portare a volgersi talmente verso l’Origine da far immergere  completamente il conosciuto nel conoscitore e far cessare le esperienze chiamate corpo e universo. Così può essere sperimentato integralmente il “nocciolo dell’esperienza di esserci”, il quale è vibrazionale e contiene il potenziale dell’universo materiale, che si presenta come tale con l’attivazione dei cinque sensi. Questo fa comprendere che la pura esperienza di esserci (stato vibrazionale) è più “reale” della materia, perché ciò che è percepito come materia, alla base è vibrazione. Riapparsa l’esperienza di esserci, dopo essere scomparsa con l’Estinzione,  si può comprendere che anche questo stato vibrazionale è irReale e che l’Origine (Testimone Assoluto, Dio Immanifesto) è l’unica Realtà.

La mancanza di Presenza integrale ora-qua rende la percezione e l’idea che il tempo scorra dal presente verso il futuro, formando così il passato. Invece, esiste soltanto il presente, che originariamente è Amore.

Il tempospazio del puro Vuoto mentale è “unidimensionale”, nel senso che il conoscitore è eguale al conosciuto. Meno il tempo è percepito come (se fosse) tripartito in passato, presente e futuro, meno lo spazio è sperimentato come (se fosse) “diviso” in altezza, larghezza e profondità.

Oltre che con le richieste, domande e affermazioni elencate poco prima, questo processo di consapevolizzazione può essere favorito con il seguente esercizio meditativo per la liberazione dal passato e dal futuro:

1. Dedico questa meditazione alla Presenza integrale.

Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: 1’-2’

2. Mi apro alla meditazione massima.

Visualizzazione: testa. Tempo: 2’-3’

3. Mi apro alla riprogrammazione del passato.

Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: minimo 3’

4. Mi apro a eliminare le cause delle aspettative.

Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: minimo 3’

5. Abbandono il passato e il futuro al Presente.

Senza visualizzare. Tempo: minimo 3’

6. Chi vuole liberarsi dal passato e dal futuro?

Senza visualizzare. Tempo: minimo 3’

Ci si pone la domanda Chi vuole liberarsi dal passato e dal futuro? e si favorisce lo svuotamento da emozioni e pensieri.

Altre espressioni utili:

- Mi apro a consapevolizzare il Presente.

- Chi sta consapevolizzando il Presente, come?

Testimonianza del Vuoto mentale

La testimonianza del Vuoto mentale è il Vuoto mentale che si autoosserva. Si tratta dell’osservarsi dell’Amore che sperimenta se stesso nell’intero campo della consapevolezza. Quando il Vuoto mentale è nobilitato dalla consapevolezza di essere egli stesso irReale, perché soltanto l’Origine (Testimone Assoluto, Dio Immanifesto) è Reale, il Vuoto mentale può essere definito anche come Consapevolezza integrale.

Il Vuoto mentale è anche un’ottima base per orientarsi a consapevolizzare il “punto” in cui compare e scompare l’esperienza di esserci e favorire così l’Estinzione.

Testimoniare il punto esperienziale primario

La consapevolizzazione del “nesso-confine” tra l’esperienza di esserci e la sua assenza, è uno dei processi fondamentali dell’integrazione dell’esserci. Il ricercatore saggio punta direttamente l’attenzione su questo “punto” esperienziale primario (di Ciò che lo precede non può essere fatta esperienza). Tendendo a consapevolizzare questo nesso-confine si concentra sull’essenziale, stimola la trasformazione qualitativa di altri suoi segmenti e rende il suo percorso spirituale un tragitto sempre più sostanziale.

Tendere direttamente a consapevolizzare il “punto” esperienziale primo e ultimo, è anche la via diretta verso il Discernimento del Reale dall’irReale, cioè la piena consapevolezza che il Testimone Assoluto (Dio Immanifesto, Origine, Reale Identità) è l’unica Realtà, mentre la manifestazione esiste solamente come illusione: Mi apro a scoprire il punto esperienziale primario.

Maturare la testimonianza indiretta

Nessuno ha mai visto veramente la propria madre, nessuno ha mai abbracciato altri, nessuno ha mai sentito i Beatles, soltanto Bob Marley ha sentito Bob Marley.

Solamente Bob Marley ha potuto percepire direttamente la propria voce (percezione dell’individuo Marley che percepisce la voce di Marley). Gli altri, più precisamente le altre percezioni, hanno sentito la propria elaborazione di alcuni processi stimolati dal cantare di Bob Marley.

Per quanto riguarda i Beatles non hanno sentito nemmeno loro stessi. Ognuno dei quattro ha udito in sé un’elaborazione di ciò che è definita musica dei Beatles. Ha sentito: direttamente un quarto dei Beatles (la parte della band rappresentata da lui stesso) e indirettamente gli altri tre quarti della band, elaborando nella propria percezione i processi stimolati dai suoi tre compagni.

Abbracciare altri significa prendere tra le braccia segmenti di se stessi. L’abbraccio avviene nella propria percezione. In un abbraccio tra due persone ci sono due abbracci, uno per partecipante. Ognuno fa l’esperienza abbraccio nel proprio mondo, nel proprio campo esperienziale.

Percepire la propria madre significa elaborare dei processi relativi a lei, non vuole dire sperimentarla direttamente. Nella percezione appare una figura che è definita madre, che è una proiezione del conoscitore sullo schermo del conosciuto, è un gioco del campo esperienziale con con sé in sé.

Chi è attaccato (tra l’altro: Chi è questo chi?) all’idea sbagliata di percepire un mondo veramente esteriore, può reputare negativo il fatto che non si può veramente abbracciare l’altro o percepire la propria madre. Invece, non si tratta di un qualcosa di negativo, ma di un’impossibilità del tutto naturale. Negativo, perché abbagliante, è ritenere che il mondo percepito sia esteriore. Quasi paradossalmente, nonostante non ci sia alcuna separazione, è impossibile fare esperienza di altri.

Può essere veramente difficile far crollare i convincimenti che si basano sul convincimento che il mondo percepito è veramente esteriore, ma l’idealizzazione della vita impossibilità la vita vera. Immaginare l’esistenza di un mondo esteriore può anche fare comodo a chi (chi è questo chi?) vuole addossare ad altri le colpe del proprio malessere, ma per maturare il BenEssere dell’Amore è necessario assumersi la responsabilità del proprio mondo, migliorandone la qualità e accettando pienamente l’umanità percepita come propria illusoria proiezione. Immaginare l’esistenza di un mondo veramente esteriore impedisce inoltre la scoperta che la propria sofferenza e felicità sono sostanzialmente mali/beni del prodotto interno, non prodotti importati.

Scoprire che il cosiddetto mondo “esterno” è dentro di noi fa crollare l’abbaglio di poter incontrare veramente qualcuno. Si può incontrare solo se stessi (l’esperienza di esserci è in perdurante meeting con sé) e si è sempre soli con se stessi. Essere pienamente consapevoli di questa solitudine significa essere in compagnia di tutti: la piena percezione dell’esperienza di esserci di essere sempre sola con se stessa le fa sperimentare la compagnia di ognuno. Il senso di vuoto, nel senso di perdita, conseguente a un abbandono, alla fine di un rapporto, alla morte di una persona cara…, è causato dalla scomparsa del proprio segmento percettivo rappresentante quella persona. L’unica vera soluzione, per colmare compiutamente il vuoto emotivo lasciato dalla scomparsa di “qualcuno” è rendere il campo esperienziale vuoto di ogni percezione di separazione, rendendolo integralmente Amore.

Testimoniare le emozioni e idee altrui

Durante il testimoniare non abbastanza qualitativo:

- il conoscitore proietta i propri contenuti su ciò che conosce. Dunque, anche su ciò che percepisce come altri individui, immaginando che facciano parte di un mondo esteriore.

- la percezione è in gran parte diversa dalla Pace ed è automaticamente in conflitto anche con gli altri, c’è ostilità tra i vari segmenti del campo esperienziale.

- la testimonianza non è integralmente Amore e può provare verso gli altri emozioni distruttive, perché costituisce in sé un mondo che non vibra di Amore.

Soltanto il Vuoto mentale, cioè l’Amore, può avere una visione chiara delle emozioni e dei pensieri altrui, essendo privo di proiezioni ne può essere nitidamente consapevole. Il vuoto mentale è anche un grande aiuto per gli altri, perché i loro processi sono trasformati positivamente dal suo ascolto Silente: più la consapevolezza è integrale meglio testimonia le emozioni e le idee altrui, influendo beneficamente sulla loro trasformazione positiva.

Affrancata da ogni conflitto, compiutamente Amore e pienamente consapevole dell’unità, la Consapevolezza integrale non ha nemmeno la possibilità di proiettare i propri contenuti su altri, poiché è anche eguaglianza, o perlomeno unità, del conoscitore e del conosciuto, non sperimenta la molteplicità (nel senso di separazione tra i vari elementi del mondo percepito) ed è consapevole che tutto ciò percepisce sono suoi contenuti. Inoltre, l’Amore non può essere proiettato perché implica l’assenza di uno schermo (su cui proiettare) diverso dallo spettatore: quando si Ama il campo esperienziale è tutto Amore ed è caratterizzato dall’uguaglianza tra soggetto conoscitore, atto conoscitivo e oggetto conosciuto 3.

La Coscienza Originale e il Testimone Assoluto testimoniano senza esperienza

Ogni esperienza riguarda l’individuo e trova fondamento nella sua esperienza di esserci, mentre la Coscienza Originale e la Reale Identità testimoniano senza esperienza.

Il concetto di coscienza che testimonia, spesso utilizzato, va inteso come segue. Quando la parola coscienza è utilizzata per indicare:

- la consapevolezza di esserci, va compreso come Vuoto menale che osserva quietamente l’eventuale formazione di emozioni e pensieri;

- la Coscienza Divina, va interpretato come testimonianza della Coscienza Originale, che c’è sempre, a prescindere dalle esperienze prodotto e quindi sperimentate dall’individuo.

Il concetto Assoluto che testimonia andrebbe, invece, inteso in due modi:

- come Eterna Presenza dell’Assoluto testimoniante la manifestazione in quanto sua Origine. In questo senso l’Assoluto può essere considerato come una specie di “prospettiva Suprema” (questa è comunque soltanto un’idea: l’Assoluto precede ogni prospettiva, non esiste alcuna prospettiva Assoluta o dell’Assoluto).

-come Alternanza tra l’Estinzione e la Consapevolezza integrale, anche perché la Consapevolezza integrale è caratterizzata anche dalla certezza, illuminata dall’Amore, di essere un’espressione irReale dell’Assoluto.

L’Assoluto non sperimenta né se stesso, né la Coscienza, né gli individui.

La Coscienza Originale non fa esperienza né di sé, né dell’Assoluto, né degli individui.

L’individuo, più precisamente il suo campo esperienziale, fa esperienza esclusivamente di se stesso. Non può sperimentare né la Coscienza né l’Assoluto, ma può diventare consapevoli della loro esistenza.

Tu testimone individuale puoi essere più o meno consapevole.  Tu Testimone Assoluto precedi la consapevolezza di esserci, sei pura Consapevolezza senza esperienza.

Testimoniare la Coscienza e il Testimone Assoluto

Testimoniare la Coscienza Originale e l’Assoluto significa essere consapevoli della loro Esistenza. Sostanzialmente, il testimoniare l’Assoluto e la Coscienza Originale è veritiero nella  misura in cui lo stato del testimoniare è prossimo all’esperienza confinante con l’assenza di ogni esperienza (confine/nesso tra esperienza di esserci e sua assenza).

Precedenti l’individuo e inspiegabili, la Coscienza Originale e il Testimone Assoluto possono essere consapevolizzati, non sperimentati, dall’individuo, anche con l’aiuto delle seguenti:

- affermazioni: Sono Dio, Sussisto Assoluto, In Realtà sono il Testimone Assoluto…

- richieste: Mi apro a consapevolizzare la Coscienza Originale; Mi apro a scoprire la Reale Identità; Mi apro a eliminare le cause degli ostacoli per l’Estinzione…

-domande: Chi sono in Realtà?; Qual è la Reale Identità?; Cos’è la Coscienza Originale?; Cos’è il Testimone Assoluto?…

17 ottobre, 2011 by pomodorozen Categories :
Attaccamento
Consapevolezza
Ramesh Balsekar
Ramesh Balsekar
(0) Comment

Gli effetti dell’insegnamento – Ramesh S. Balsekar

RAMESH –  - In quale modo la comprensione ha cambiato la vostra vita quotidiana? Se l’insegnamento non apporta dei benefici nella vostra vita di ogni giorno, è perfettamente inutile.

La vita diventa più semplice non più facile.

RAMESH –  – In seguito alla comprensione, pensi che la tua vita diventerà più facile nel senso che ci saranno meno difficoltà da affrontare?

MICHAEL –  E’ possibile ma non mi interessa.

RAMESH –  Bene. Spero che tu comprenda che comunque non dipende dall’insegnamento.

MICHAEL –  Si

RAMESH –  Non possiamo sapere se la vita diventerà più o meno facile. Se lo diventerà, lo speriamo entrambi, non dipenderà certo dall’insegnamento.

MICHAEL –  Giusto.

RAMESH –  Se era nel tuo destino, sarebbe stata facile anche se non fossi venuto qui. Da un certo punto di vista la tua vita diventa più semplice. Quale è la tua opinione?

MICHAEL –  Sono d’accordo

RAMESH –  Michael, perché la vita diventa più semplice e in quale modo? Perchè c’è meno coinvolgimento?

MICHAEL –  Esatto.

RAMESH –  E non è giusto?

MICHAEL –  Ad un certo punto mi sono reso conto che non potevo controllare tutta la creazione, soltanto il Creatore lo può.

RAMESH –  Giusto.

MICHAEL –  Allora è meglio lasciare il timone nelle sue mani.

RAMESH –  Anche questo è giusto. Significa che Michael è sempre meno coinvolto. Non è vero?

MICHAEL –  Assolutamente.

RAMESH –  E ciò significa che Michael accetta la vita come viene. Michael accetta “Ciò che E’” in ogni momento, senza cercare di cambiarlo. Non è così?

MICHAEL –  Sì.

RAMESH –  Quindi la vita diventa più semplice perchè c’è meno coinvolgimento. E c’è meno coinvolgimento perchè c0è una maggiore accettazione di “Ciò che E’”. E’ semplice, ma la gente lo trova complicato? Perchè? Tu cosa pensi?

MICHAEL –  Finché crediamo di dover o poter fare qualcosa, non possiamo evitarlo.

RAMESH –  Totalmente giusto.

MICHAEL –  Solo la grazia può cambiare questo fatto.

RAMESH –  Sono daccordo anche su questo punto. Quindi il dilemma è ritenere di essere colui che agisce, ovvero l’ego. L’ego viene definito in vari modi, ma in realtà l’ego significa “ritenere di essere colui che agisce”.

Una signora mi ha telefonato da Madras per chiedermi: “E’ vero che hai detto che siamo tutti dei pupazzi?”. Ho risposto: “Sì, e il grande saggio chiamato Rumi è daccordo come”. La signora ha proseguito sottolineando: ” a me sembra tanto difficile accettare che siamo tutti dei pupazzi!”. Che ne dici Michael?

MICHAEL –  Ancora una volta, questo rifiuto viene dal nostro senso di essere colui che agisce.

RAMESH –  Sì; è facile pensare che tutti sono dei pupazzi, ma è davvero difficile immaginare che ‘io’ sia un pupazzo o una marionetta. Non solo si pensa di essere colui che agisce, ma anche di avere il libero arbitrio, non è vero? La gente prova difficoltà ad accettare di essere semplicemente dei pupazzi perchè non è preparata ad accettare che il libero arbitrio non esista.

tratto da “Libero arbitrio o destino? A chi importa?” gli insegnamenti di Ramesh Balsekar

Bibliografia di Ramesh Balsekar:

Pace e armonia – Ramesh Balsekar
Non più confusione – Ramesh Balsekar
Libero arbitrio o destino? A chi importa? – Ramesh Balsekar

1 ottobre, 2011 by pomodorozen Categories :
Andrea Pangos
Andrea Pangos
Consapevolezza
Felicità
(0) Comment

Dialogo sul vuoto mentale tra Claudia Catani e Andrea Pangos

Uno degli obbiettivi – da sempre – della ricerca spirituale è il raggiungimento del cosiddetto Vuoto mentale. Questo obbiettivo non viene però perseguito in tutti i vari tipi di percorso spirituale. In alcuni casi, evidentemente, non è oggetto della ricerca stessa. In altri casi se ne parla, ma il metodo non aiuta l’allievo a raggiungerlo. Esiste il Vuoto mentale? Che cos’è?

Il Vuoto mentale è l’Amore. Amare significa produrre Vuoto mentale. La ricerca spirituale è quindi inscindibile dalla maturazione del Vuoto mentale. Alcuni insegnamenti favoriscono la ricerca del Vuoto mentale, ma lo chiamano diversamente, per esempio Beatitudine, Pace o Puro essere. Gli insegnamenti che non fanno maturare questo stato non andrebbero considerati spirituali perché non conducono all’Amore.

 

Cosa implica il Vuoto mentale?

Nel senso stretto del fenomeno il Vuoto mentale è la pura esperienza di esserci esente da pensieri. Nel senso più ampio del fenomeno, il Vuoto mentale può, invece, essere caratterizzato anche dai pensieri, ma non superflui, che scaturiscono dal Vuoto mentale e praticamente non lo turbano.

 

Cosa accade in quest’ultimo caso al Vuoto mentale?

Il Vuoto mentale accade a se stesso caratterizzato anche dai pensieri. Il Vuoto mentale è consapevole di questi pensieri, di come si creano, durano e terminano e può osservarli e prolungare a piacere l’intervallo tra loro. Può inoltre decidere di far cessare il flusso di pensieri, per permanere esente da pensieri. Il Vuoto mentale applicato alla pratica vita quotidiana esige il pensiero consapevole. Non si può fare la spesa, pagare una bolletta o dialogare senza produrre pensieri. Senza pensieri non si può nemmeno tramandare un insegnamento spirituale.

La ricerca del Vuoto mentale totale non deve diventare un’ossessione, anche perché è impossibile permanere sempre e totalmente senza pensieri, sopratutto per chi non fa una vita da eremita.  Anche la lettura di questo testo esige la formazione di pensieri. La ricerca ossessiva del Vuoto mentale può facilmente diventare un ostacolo per lo stesso Vuoto mentale. Bisogna tendere al Vuoto mentale e contemporaneamente lasciarsi andare al flusso della vita per godersi la vita consapevolmente.

 

Tu parli di Vuoto mentale che osserva i pensieri.

Sì, i pensieri che scaturiscono dal Vuoto mentale sono segmenti del Vuoto mentale stesso, che è il soggetto osservante che osserva alcuni suoi segmenti o esperienze definite pensieri.

 

In che modo, attraverso quali pazienti processi, è possibile allenare la propria mente a “concederci” il Vuoto, lo spazio più amplio possibile tra un pensiero e l’altro?

Non è la mente di qualcuno. Non c’è nessuno ad avere la mente, ogni qualcuno è un fenomeno che abita la mente.

L’allenamento della mente può essere classificato in vari ambiti, tra cui: la meditazione appartata, la meditazione durante le attività quotidiane, l’attività creativa consapevole, il riflettere illuminante, la vita sessuale illuminante, il sonno consapevolizzante. La qualità mentale di ognuno di questi ambiti influisce sulla qualità meditativa degli altri. Perciò è importante puntare alla massima qualità meditativa in tutti gli ambiti.

 

In che senso sono “io” ad abitare la mente? Di chi è allora, la mente?

Se per te intendi Claudia, Claudia è un insieme di concetti che appartengono alla mente. Immergendosi in meditazione, scompare ogni pensiero e quindi ogni identità concettuale. Alla fine l’unica esperienza che rimane è il Vuoto mentale, che è Amore, Identità esperienziale senza identità concettuale, anche perché è senza pensiero.

Tu come individuo, cioè come processo di individualizzazione che dura dal concepimento alla morte, sei, invece, la mente stessa. Mente non intesa, come viene fatto spesso, come apparato percettivo, emotivo e concettuale, ma mente intesa come totalità della vita individuale. In questo senso, scaturendo la mente da Dio immanifesto,  si potrebbe dire che ogni mente è di Dio immanifesto, che però non conosce mente. Dalla prospettiva della mente, cioè dell’individuo, la mente è di se stessa, anche perché è se stessa e ogni avere esige l’essere e senza la mente in questione, non ci sarebbe il suo essere e quindi nessun avere.

 

Cosa intendi per meditazione appartata?

La meditazione appartata consiste nel meditare creandosi le condizioni per ridurre al minimo i disturbi esterni. È un momento da dedicare interamente a se stessi, a farsi del bene meditando. Ed è anche un bene per gli altri. Èimportante utilizzare un metodo meditativo qualitativo che trasformi profondamente la mente.  Alcuni metodi quietano la mente senza però trasformarla in modo profondo.

 

In che modo la sessualità può intendersi illuminante? E come si integra nella ricerca spirituale, dal momento che, secondo alcuni maestri e insegnamenti,la sessualità è considerata un dispendio energetico rispetto alla propria evoluzione spirituale, se non un’attività del tutto fuorviante?

Il problema di alcuni insegnamenti è che sono votati al risparmio energetico, perché non offrono strumenti per aumentare le energie nella misura necessaria.  Secondo alcuni la sessualità andrebbe evitata, anche perché la fuoriuscita dello sperma è un dispendio energetico. Questo è vero, ma se la maturazione spirituale dovesse dipendere anche dalla fuoriuscita del liquido seminale, sarebbe un bel problema, perché invece di agire per ampliare le proprie capacità energetiche, ci si limiterebbe dedicandosi al risparmio energetico. Non va dimenticato che il principio-uomo è anche il potenziale in cui appare l’universo intero come forma dell’esserci umano. Considerando questo, sarebbe veramente paradossale se l’uomo non riuscisse perlomeno a recuperare il potenziale energetico disperso dall’eiaculazione. E poi l’orgasmo è scindibile dall’eiaculazione. Per chi utilizza un metodo evolutivo qualitativo la sessualità sana e l’eiaculazione non rappresentano un problema energetico o spirituale, anzi. La sessualità illuminante attiva e matura potenziali energetici e processi consapevolizzanti utilissimi per la maturazione spirituale. Tra l’altro, l’orgasmo è uno stato in cui l’attività emotiva e concettuale si quieta e questo è uno degli scopi della pratica spirituale.

La sessualità consapevolizzante fa superare i traumi sessuali, mentre l’idea che la sessualità non è spirituale può essere un’ottima maschera concettuale per celarsi problematiche sessuali. Talvolta, maggiore è il trauma, più la sessualità viene negativizzata, per meglio illudersi di essere sulla strada giusta e per dar maggior apparente ragione alle proprie argomentazioni. Ci sono casi in cui i comportamenti condizionati dai blocchi sessuali sono stati definiti come segno di santità.

Dal punto di vista spirituale, la sessualità è un problema quando c’è attaccamento alla sessualità. Ciò implica anche la creazione di fantasie sessuali che allontanano dalla presenza integrale ora-qua. Le fantasie sessuali ci sono anche perché non ci si sente realizzati sessualmente. Realizzando una sessualità illuminante diminuiscono le fantasie sessuali. Producendo piacere la vita sessuale può produrre dipendenza dai sensi. Il vero modo per diventare indipendenti dai sensi è maturare l’Appagamento chiamato Beatitudine o Amore, grazie al quale non c’è bisogno di cercare piacere attraverso i sensi ma si può esprimere la Beatitudine attraverso l’espressione sensoriale, senza attaccamento a essa.

La sessualità è illuminante nella misura in cui avvicina all’Amore ovvero avviene nell’Amore. La sessualità illuminata non è né emozionale né emotiva. Durante il rapporto sessuale illuminato dall’Amore, non ci sono emozioni, perché c’è, appunto, Amore, che precede ogni emozione. Il rapporto sessuale illuminante è caratterizzato dal lasciarsi andare all’Amore e dall’abbandonarsi al partner e questo aiuta a liberarsi dalla rigiditàpsicofisica durante il rapporto, ma anche dopo. La sessualità illuminante porta anche all’attivazione del nodo di Brahma, che nelle donne si trova sul cervice, e che permette un orgasmo globale attraverso l’attivazione di processi ed energie profondamente consapevolizzanti, che favoriscono l’esperienza integrale di se stessi e del partner in se stessi. La sessualità è un ottimo potenziale per scoprire l’Unità e andrebbe praticata consapevolmente.

La vera sessualità è inscindibile dall’Amore che non può esserci senza sessualità, la quale non può esserci senza Amore. A meno di appoggiarsi alla tecnologia, senza l’atto sessuale non ci può essere la vita manifesta, spazio temporale, quindi non ci può essere l’esperienza Amore. L’Origine, Dio immanifesto, è uno stato non esperienziale. Senza l’esperienza primaria-Amore non ci può essere nemmeno l’esperienza sessualità, che come ogni esperienza è una conseguenza dell’esperienza Amore. Senza sessualità non può esserci nemmeno la ricerca spirituale, senza vita non c’è chi possa cercare cosa. Amore, sessualità e ricerca spirituale sono inscindibili. Sacro e profano sono aspetti separati solo a causa di mancanza di Amore, carenza che è causata anche dalla sessualità poco qualitativa e dalle idee sbagliate sulla sessualità, tra cui l’idea che la sessualità non è spirituale. Realizzarsi sessualmente permette anche di caricare meno di aspettative la ricerca spirituale. In più campi ci realizziamo e meglio ci realizziamo, minore è il rischio di compensare le mancanze in alcuni aspetti della vita con eccessi nell’altro, anche nella spiritualità.

 

Ma cosa ha a che vedere l’attività sessuale, sebbene illuminante, con l’esperienza del Vuoto mentale?

Come ho spiegato poco fa, l’orgasmo può essere un’ottima introduzione per permanere Vuoto mentale. La sessualità più profondamente vera avviene nel Vuoto mentale, cioè come espressione dell’Amore nell’Amore, che ha un rapporto sessuale integrale con se stesso, perché ogni esperienza è Amore. Inoltre, la capacità di produrre Vuoto mentale è determinata anche dalla qualità delle energie e la sessualità consapevole è molto energizzante.

 

E in che modo il sonno consapevolizzante può maturare in noi il Vuoto mentale?

Il sonno consapevolizzante favorisce la consapevolizzazione del sonno profondo, dei sogni e dello stato di veglia. È un ottimo aiuto per trascendere questi tre stati in favore dell’alternanza tra il Vuoto mentale e l’Estinzione, anche durante il periodo di riposo, quando l’alternanza va a sostituire il precedente dormire. Maggiore è il grado di consapevolezza, cioè più la conoscenza di esserci è vicina all’Amore, più il dormire si  è trasformato in un riposare illuminato.

 

Prima hai affermato che una mente quieta può non essere una mente trasformata. Cosa intendi con trasformare la mente, dal momento che spesso si intende l’annullare, eliminare la mente come scopo ultimo della realizzazione?

La trasformazione della mente implica l’eliminazione delle cause degli ostacoli interiori ed esteriori per il Vuoto mentale e la maturazione della capacità di produrlo. La meditazione appartata deve creare anche le condizioni per integrare nelle attività quotidiane uno stato meditativo sempre più qualitativo.

L’idea di annullare la mente può essere molto fuorviante, anche perché la mente non può essere annullata, esiste fino alla morte. Compreso in modo errato questo concetto può produrre conflitti, che sono sempre della mente con se stessa. Quando si usa il concetto di annullare la mente si dovrebbe specificare che significa eliminare la modalità meccanica della mente che impedisce il Vuoto mentale. Durante il Vuoto mentale la mente non è annullata, c’è ed è proprio lei a produrre il Vuoto mentale. Se Ramana Maharishi, Sri Nisargadatta Maharaj e altri jnani che hanno parlato di annullamento della mente, la avessero eliminato definitivamente non ci sarebbe il loro insegnamento verbale, che è composto da concetti. Senza mente non ci possono essere idee.

 

Quali sono gli ostacoli al Vuoto mentale?

Gli ostacoli interiori sono psichici, energetici e fisici. Gli ostacoli psichici sono i processi emotivi e concettuali non in funzione dell’Amore.  Uno tra gli ostacoli fisici è uno stato inadeguato del sistema nervoso, che impedisce di progredire come dovuto.  La meditazione andrebbe quindi usata anche per migliorare la qualità del funzionamento del sistema nervoso.  Gli ostacoli energetici sono gli impedimenti per l’energia vitale e le energie evolutive, tra cui il processo della kundalini. Per progredire qualitativamente è necessario maturare le energie evolutive e maturare la capacità di eliminare le cause delle energie ostacolanti.

 

L’attivazione e la maturazione della kundalini sono necessarie per la trasformazione della mente, per la maturazione integrale? Non tutti i metodi prendono in considerazione esplicitamente il processo della kundalini. Secondo alcune dottrine l’attivazione della kundalini è pericolosa e deve avvenire, se mai si attivasse, in maniera graduale…

Dipende a cosa si indica con il termine maturazione integrale, se con questo concetto intendi anche la maturazione della kundalini, allora la maturazione della kundalini è chiaramente necessaria. Per l’illuminazione non è necessario agire direttamente sulla maturazione della kundalini. Spesso la kundalini matura indirettamente, ma l’illuminazione non implica la maturazione della kundalini. E poi, inteso nel senso ampio del fenomeno di maturazione, la kundalini, come le altre energie, non è mai matura, può sempre maturare, aumentare il proprio potenziale energetico. La maturazione della kundalini è comunque utile alla consapevolizzazione. Questo potenziale energetico andrebbe utilizzato in funzione della realizzazione, anche per aumentare il potenziale illuminante della sessualità e per una maggior attività creativa consapevolizzante. L’attivazione della kundalini può essere pericolosa se viene attivata con metodi non sicuri, mentre è sicura se l’attivazione avviene con metodi sicuri.

 

Puoi indicare un metodo sicuro?

Si può meditare con l’aiuto di richieste e affermazioni come: mi apro all’attivazione della kundalini, chiedo all’Amore di maturarmi la kundalini nei sette chakra, mi apro a consapevolizzare la kundalini nei canali energetici. Questo metodo è molto semplice e nel contempo molto efficace, sopratutto se iniziato da un Maestro Autentico. Inoltre, non esige nemmeno l’astinenza sessuale, il digiuno e altre pratiche di rinuncia.

 

Quali dobbiamo considerare come ostacoli esteriori invece?

Gli ostacoli esteriori sono in parte causati dagli ostacoli interiori, come loro proiezioni, ma sono prodotti anche dalle proiezioni negative altrui, cioè dalle emozioni e idee non evolutive dell’umanità intera. É importante meditare direttamente anche per eliminare gli ostacoli esteriori. Si può utilizzare la richiesta diretta: chiedo l’eliminazione delle cause degli ostacoli esteriori, oppure l’affermazione: abbandono gli ostacoli esteriori all’Amore. Alcuni insegnamenti non favoriscono l’azione diretta sugli ostacoli esteriori, anche perché sono stati sviluppati per una vita da monastero e da ashram. Non producono quindi gli anticorpi necessari per una vita da città. Una macchina di formula 1 può essere vincente su pista, ma su un circuito rally non andrà lontano. Parlando di esteriore andrebbe considerato che tutto ciò che percepiamo è una nostra esperienza interiore.

 

Altri insegnamenti, invece, inseriscono a bella posta esponenziali ostacoli “fittizi” come parte integrante del metodo di apprendimento. Specie gli insegnamenti pedissequamente fedeli ad antiche o antichissime tradizioni.E’davvero ancora necessario? O nell’epoca attuale, siamo già piuttosto attentati da inesauribili sfide?

Bisogna utilizzare, non seguire, un insegnamento che porta concreti risultati nella pratica vita quotidiana. La qualità del percorso maturativo è determinata sostanzialmente da quanto ci si libera dalla sofferenza in favore della Felicità. È molto importante essere aperti a conoscere un metodo evolutivo che favorisce la Realizzazione Integrale.

 

E, a proposito di sfide, come è possibile mantenere il Vuoto mentale anche durante le attività quotidiane?

Maturando il distacco spirituale, che non consiste nel distaccarsi dal mondo, ma nell’integrare l’Amore nell’esperienza chiamata vita quotidiana. Il distacco implica la dualità, l’esperienza chiamata separazione. L’integrazione dell’esserci porta invece all’esperienza Unità che è Amore, Vuoto mentale. L’equanimità spirituale non è una questione di distacco dal mondo, ma di essersi radicati nell’esperienza Amore, che permane indipendentemente da ciò che accade, cioè da ciò che appare nella mente. Ciò che viene percepito è sempre un segmento della mente prodotto dalla stessa.

 

In senso pratico, cosa bisogna fare per maturare il distacco spirituale?

Il Vuoto mentale durante le attività quotidiane può essere favorito tendendo a osservare consapevolmente ciò che accade nel campo esperienziale, cioè sensazioni, forme, emozioni e pensieri. Inoltre, è bene tendere a focalizzarsi sul, chiamiamolo così, punto in cui si costituisce l’esperienza di esserci, cioè sul confine tra l’esperienza di esserci e la sua assenza. Così facendo, la mente si volge profondamente verso l’Origine e matura più facilmente il distacco spirituale, anche consapevolizzando che ogni esperienza è irreale. Questi processi possono essere favoriti affermando, per esempio: mi apro alla testimonianza consapevole, oppure eliminazione degli ostacoli per la testimonianza consapevole o mi apro a scoprire il confine tra esserci e assenza di esserci.

 

Semplice ma difficile?….Molti seri ricercatori, durante il proprio percorso spirituale,  restano spesso vincolati ad un  mantra, o a più di uno, o ad oggetti e protocolli cerimoniali particolari e imprescindibili, a esercizi fisici, rituali di purificazione, calendari e cicli. Oppure all’idealizzazione perpetua di un maestro non più in vita, se non di una guida in carne e ossa verso la quale possono manifestarsi processi di transfer e contro transfer (per dirla con la psicanalisi) più o meno consci. Fermo restando il valore e potere trasformativo di qualsiasi pratica seria e consolidata, viene così trascurata l’esperienza del Vuoto mentale in sé.

Il percorso spirituale può essere definito anche come abbandono del superfluo in funzione dell’essenziale. Bisogna essere molto pratici, basarsi su progressi concreti e non farsi abbagliare dalle forme. Maturare spiritualmente è ben diverso dal mero occuparsi di spiritualità, nel senso di occuparsi di temi, fenomeni e metodi spirituali senza però maturare la capacità di produrre Vuoto mentale, cioè Felicità, in ogni aspetto della vita. Bisognerebbe considerare che ai fini della maturazione spirituale, la qualità dello sforzo è determinata primariamente da quanto favorisce la liberazione dalla sforzo. Andrebbe inoltre considerato, ragionevolmente, il principio: massimo sforzo ottenimento minimo, minimo sforzo ottenimento massimo, assenza di sforzo ottenimento immenso. L’assenza di sforzo implica il Vuoto mentale.

 

Qual è, a tuo avviso, la connessione possibile tra investigazione psicanalitica e ricerca spirituale? È possibile una integrazione costruttiva?

Sono a favore della conoscenza spontanea e diretta che emerge con il quietarsi della mente, grazie alla quale in un attimo diventa chiaro ciò che sarebbe incomprensibile in ore e ore di analisi. L’analisi non dovrebbe essere usata per intrappolarsi nella ricerca di spiegazione ai perché psicologici, ma si dovrebbe utilizzarla primariamente per volgersi verso l’Origine, con domande del tipo: Cos’è l’Origine?  Dove inizia il tempo? Cos’è la pura esperienza di esserci, dove compare? Da dove provengo come individuo? Qual è la Reale Identità?

La scoperta dell’Identità spirituale esperienziale, che è l’Amore, e dell’Identità spirituale Reale, che è Dio immanifesto, è di fondamentale importanza. Il ricercatore dovrebbe però tendere anche a consapevolizzare nella misura necessaria il proprio essere fisico, energetico, sessuale, percettivo emotivo e concettuale.

 

Freud o Jung?

Jung, che oltre ad illuminarsi, si è anche Realizzato Integralmente e ha raggiunto l’Eccellenza nel suo campo.

 

Cosa possiamo fare inizialmente, durante l’allenamento progressivo al Vuoto mentale e al distacco spirituale con la meditazione appartata o in attività, per riuscire ad osservare i pensieri e non rimanere coinvolti nel loro turbinio?

Ci si può focalizzare su un unico pensiero, osservandolo senza analizzare. Così  lo si utilizza come oggetto della meditazione. Ci si può concentrare anche sull’intervallo dei pensieri, prolungare l’intervallo fino a interrompere il flusso di pensieri.

All’inizio del percorso spirituale l’osservazione dei pensieri e l’interruzione del loro flusso può essere molto difficile, se non addirittura impossibile. Questo significa anche che se si ha difficoltà a farlo, non si è in una fase avanzata della ricerca spirituale, pur praticando da decenni. Per questo è importante praticare regolarmente un tipo di meditazione appartata veramente trasformante, in modo che la mente si purifichi e consapevolizzi, per poi rendere più facile la testimonianza consapevole durante le attività quotidiane.

Si può pregare ovvero meditare con l’ausilio di affermazioni come: eliminazione delle cause dei pensieri superflui, abbandono le emozioni e le idee all’Amore, chiedo alla Pace di attivarsi in me. Si può anche affermare Amore, Vuoto mentale, Io Sono, Sono Beatitudine oppure Sussisto Assoluto, e rimanere concentrati sul flusso prodotto da queste affermazioni, per favorire l’emersione del Vuoto mentale, ma anche dell’Estinzione.

 

Cosa intendi con il termine consapevolizzare?

Con il termine consapevolizzare riferito ai contenuti psichici, cioè percettivi, emotivi e concettuali, intendo il riconoscimento di un contenuto psichico e l’armonizzazione della sua vibrazione con la vibrazione dell’Amore. Riferito a Ciò che precede l’individuo intendo, invece, maturare la consapevolezza riguardo l’Origine. Maturare la consapevolezza può essere definito anche come illuminare il sapere con l’Amore.

 

E rispetto all’attività creativa, come accade la “consapevolizzazione”?

L’attività creativa porta allo stato di flusso che è uno stato meditativo, più precisamente un passaggio verso la meditazione massima, che è la Beatitudine, l’Amore, quando il flusso si arresta. L’artista saggio riesce a mantenere lo stato meditativo anche una volta terminata la fase creativa. Molti artisti sono però così presi dalle idee riguardo a se stessi, a ciò che hanno creato, a come promuoversi, alla propria immagine, da sciupare spesso questo potenziale meditativo, proprio a causa dell’emergere di idee superflue che impediscono il Vuoto mentale e la consapevolizzazione qualitativa durante le attività non artistiche.

 

Ogni  faticosa conquista contiene in sé il dono per il raggiungimento ottenuto. Cosa ci offre il Vuoto mentale?

Primariamente la Felicità. Inoltre, il Vuoto mentale porta anche a diventare liberi pensatori, liberi di pensare consapevolmente e di non pensare, perché si ha la capacità di produrre Vuoto mentale esente da pensieri. Il Vuoto mentale è una condizione base per essere liberi pensatori. Oltre a permettere il manifestarsi di verità universali e funzionali alla realizzazione spirituale, il Vuoto mentale favorisce pensieri molto qualitativi per la pratica quotidianità. Il Vuoto mentale è la Verità esperienziale, dalla quale possono emergere qualitative verità concettuali.

 

Il Vuoto mentale è accessibile a tutti?

A tutti coloro che sono in grado di produrlo. Se la pratica della Felicità fosse diffusa, per esempio tramite il sistema scolastico, in molti sarebbero in grado di produrre il Vuoto mentale, che allora verrebbe visto come normalità. Una tra le cose paradossali del sistema scolastico ed educativo in generale, più precisamente ritenuto tale, è che nonostante il fatto che ogni essere umano tende naturalmente alla Felicità,  il sistema scolastico ed educativo in generale offrono pochi spunti su come raggiungerla. Di solito, anche chi lo spiega teoricamente non può dare un aiuto concreto, perché per favorire la Felicità altrui bisogna essere in grado di produrla in se stessi.

 

Cosa dovrebbe essere, o fare, un vero maestro per aiutarci a raggiungerlo?

Maggiore è la qualità del proprio Vuoto mentale, più il maestro lo favorisce automaticamente negli allievi. Dovrebbe poi offrire un metodo qualitativo per maturare la capacità di produrre Vuoto mentale, a prescindere dalle circostanze quotidiane prodotte dalla mente e che appaiono nella stessa.

 

In che altro modo potresti definire il Vuoto mentale?

Beatitudine, Amore, Pace, Pura Conoscenza in essere, Identità esperienziale, Dio manifesto puramente, Puro Essere, Felicità, Presente pienamente presente a Sé.

 

Tu in che modo lo vivi, quanto a lungo, e come ha cambiato, se l’ha cambiata, la tua vita?

Non c’è nessuno che vive il Vuoto mentale, è il Vuoto mentale che sperimenta se stesso senza essere contaminato da idee su un io particolare che vive la vita ovvero il Vuoto mentale. L’Amore è un’esperienza praticamente costante. La vita non è soltanto cambiata, è migliorata. Il cambiamento è inevitabile, è costante per tutti e può significare anche un peggioramento. Ilmiglioramento sostanziale è stato il passaggio dalla sofferenza a una Felicità costante, che permette di interagire con il mondo per Realizzarsi Integralmente e tendere all’Eccellenza, senza essere condizionati dal delirio collettivo. Il Vuoto mentale permette di esser reattivi soltanto alla Beatitudine, cioè di essere la fonte della nostra Felicità. Tra l’altro, non ci può essere Felicità se non si è fonte della stessa.

 

Puoi ampliare il concetto di reattivi alla Beatitudine?

Sì! Significa produrre Amore come unica esperienza, in modo da percepire il mondo nella luce dell’Amore, il che fa parte della verità esistenziale. In questo modo, qualsiasi cosa accada nel mondo, lo percepiamo in uno stato d’Amore e quindi siamo integralmente Amore che reagisce a se stesso, che è lo stato naturale, sano ed è di enorme aiuto all’umanità, anche perché genera Compassione.

 

Cos’è la Compassione?

Nel senso più elevato del termine, la Compassione è l’espressione della propria Felicità verso il prossimo unita alla consapevolezza riguardo alla sua sofferenza senza che ci turbi. Non perché si è insensibili, ma perché producendo soltanto Felicità si è Equanimi, Beati, Imperturbabili, strapieni di Amore. Possiamo aiutare altri a liberarsi dalla sofferenza nella misura in cui ne siamo liberi. Soffrendo possiamo fare ben poco per il mondo, un analfabeta non può insegnare a scrivere. Chi non Ama non può trasmettere pienamente l’insegnamento chiamato Amore, che è libertà dalla sofferenza.

 

Dunque la Felicità non si cerca, non si trova ma la si produce?

La Felicità si può cercare. Cercarla nel modo giusto porta a produrla in se stessi. La Felicità viene trovata quando si è Felici, cioè quando si fa esperienza di se stessi come Felicità.

 

 

 

 

28 settembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Ajahn Sumedho
Consapevolezza
(0) Comment

Il silenzio e lo spazio – Ajahn Sumedho

Secondo uno stile di vita mondano, il silenzio è qualcosa di cui non vale la pena occuparsi. È più importante pensare, creare, fare cose: riempire il silenzio con il suono. Di solito pensiamo ad ascoltare il suono, la musica, qualcuno che parla; riguardo al silenzio, crediamo che non ci sia nulla da ascoltare. E quelle volte in cui siamo con qualcuno e nessuno dei due sa cosa dire all’altro, ci sentiamo imbarazzati, a disagio; il silenzio tra noi e l’altro diviene fastidioso.
Tuttavia, concetti come silenzio e vacuità cominciano a indicare una direzione da sviluppare, qualcosa cui prestare attenzione, dal momento che nella vita moderna siamo riusciti a distruggere il silenzio e a demolire lo spazio. Abbiamo creato una società nella quale siamo ininterrottamente indaffarati; non sappiamo come riposare o rilassarci o come semplicemente essere. A causa delle pressioni cui la nostra vita soggiace, menti intelligenti sprecano tanto di quel tempo a sviluppare una tecnologia che faciliti la vita, eppure ci ritroviamo stressati. Li hanno chiamati “congegni per risparmiare il tempo”, dovrebbero permetterci di ottenere tutto ciò che vogliamo semplicemente premendo un bottone. Mansioni noiose sarebbero così svolte da robot e macchinari. Ma come trascorriamo il tempo che abbiamo risparmiato?
In un modo o nell’altro dobbiamo avere qualcosa da fare, rimanere indaffarati, dover riempire sempre il silenzio con il suono e lo spazio con le forme. In effetti, l’enfasi è sull’essere una personalità, qualcuno che possa dimostrare il proprio valore. È questa la lotta estenuante, il ciclo interminabile da cui ci sentiamo stressati. Quando siamo giovani e pieni d’energia possiamo goderci i piaceri della gioventù, la salute, le storie d’amore, le avventure e tutto il resto. A un tratto, però, queste esperienze possono interrompersi, magari per una menomazione o perché abbiamo perso qualcuno cui eravamo molto attaccati. Ciò che ci accade può scuoterci al punto che i piaceri sensoriali, la salute, il vigore, il bell’aspetto, la personalità, le lodi del mondo non ci danno più felicità. Oppure possiamo sentirci amareggiati perché non siamo riusciti a ottenere il livello di piacere e successo che immaginiamo ci spetti di diritto. Così dobbiamo sempre metterci alla prova, essere qualcuno, intimiditi dalle richieste della nostra personalità.
La personalità è condizionata nella mente. Non nasciamo con una personalità. Per diventare una personalità dobbiamo pensare, concepirci come qualcuno. La personalità può essere buona o cattiva, o un insieme di cose, e dipende dal riuscire a ricordare, dall’avere una storia, avere opinioni, assunti su noi stessi, attraenti o non attraenti, amabili o no, intelligenti o stupidi, opinioni variabili a seconda delle situazioni. Ma quando sviluppiamo la mente contemplativa vediamo attraverso ciò. Cominciamo a sperimentare la mente originaria: la coscienza prima che sia condizionata dalla percezione.
Ora, se cerchiamo di pensare a questa mente originaria, ci ritroviamo intrappolati nelle nostre facoltà analitiche. Perciò, dobbiamo osservare e ascoltare anziché sforzarci di immaginare come diventare qualcuno che è illuminato. Meditare al fine di diventare qualcuno che è illuminato non funziona, perché in tal modo creiamo il nostro io come una persona che adesso è non-illuminata. Tendiamo a riferirci a noi stessi come non-illuminati, persone con un mucchio di problemi, o addirittura come casi disperati. A volte ci immaginiamo che la cosa peggiore che possiamo pensare di noi stessi è la verità. C’è una sorta di perversione che ritiene che l’autentica sincerità risieda nell’ammettere le peggiori cose possibili su noi stessi!
Non sto formulando giudizi contro la personalità, ma vi sto consigliando di conoscerla, in modo che non siate più spinti dall’illusione che create e dagli assunti che avete su voi stessi in quanto persone. Ed è per questo che si impara a sedere calmi in meditazione e ad ascoltare il silenzio. Non è che questo vi renderà illuminati, ma si oppone alla forza dell’abitudine, alle energie inquiete del corpo e delle emozioni. È per questo che ascoltate il silenzio. Potete udire la mia voce, potete udire i suoni delle cose che accadono, ma dietro tutto ciò c’è una specie di sibilo, un ronzio quasi elettronico. Questo è quello che chiamo ‘il suono del silenzio’. Lo trovo un modo molto utile per concentrare la mente, giacché, quando si inizia a notarlo (senza considerarlo una sorta di conseguimento), esso diviene un efficace metodo per la contemplazione, per udire sé stessi pensare. Il pensare è di per sé una specie di suono, no? Quando pensate, potete udirvi pensare. Così, quando ascolto me stesso pensare è come ascoltare qualcun altro che parla. Per cui ascolto il pensiero della mente e il suono del silenzio: quando sto con il suono del silenzio, mi accorgo che non sto pensando. C’è calma, per cui osservo, osservo coscientemente la calma e questo aiuta a riconoscere la vacuità. La vacuità non è il rifiuto, la negazione di qualcosa, ma un lasciar andare le tendenze abituali dell’attività irrequieta o del pensiero ossessivo.
Ascoltando, potete effettivamente arrestare la forza delle abitudini e dei desideri. E in questo ascolto, in questo stare con il suono del silenzio, c’è attenzione. Non occorre chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie o chiedere a qualcuno di uscire dalla stanza, non occorre trovarsi in un posto particolare, a quanto pare funziona ovunque. Può essere molto prezioso in una situazione di vita in comune, in famiglia, in qualsiasi contesto di vita abituale. In situazioni del genere ci abituiamo agli altri e tendiamo ad agire secondo assunti e abitudini senza neanche accorgercene. E il silenzio della mente consente a tutte queste condizioni di essere ciò che sono. Ma l’abilità di rifletterci in termini di sorgere e cessare ci permette di vedere che tutte le percezioni e tutti i concetti che abbiamo su noi stessi sono condizioni della mente, non sono ciò che siamo veramente. Ciò che pensate di essere non è ciò che siete.
A questo punto potreste ribattere: “E allora cosa sono?”. Ma avete bisogno di sapere cosa siete? Avete bisogno di sapere cosa non siete, è abbastanza. Il problema è che crediamo di essere tutte quelle cose che non siamo e per questo motivo soffriamo. Non soffriamo a causa del non-sé (anatta), del non essere nessuno: soffriamo perché siamo qualcuno tutto il tempo. Ecco dov’è la sofferenza. Quando non siamo ‘qualcuno’, perciò, non c’è sofferenza, c’è sollievo, come deporre un pesante fardello pieno di ‘auto-coscienza’, di paure per ciò che le altre persone pensano. Tutto quell’insieme che è correlato al senso del nostro ‘io’, possiamo lasciarlo cadere. Possiamo semplicemente lasciarlo andare. Che sollievo non essere qualcuno! Non sentire di essere qualcuno che ha tanti problemi, che “dovrebbe praticare di più la meditazione”, che “dovrebbe andare ad Amaravati più spesso”, che “dovrebbe sbarazzarsi di tutte queste cose e non ci riesce!”. Tutto questo è pensiero, vero? È fabbricare ogni genere di concetti su se stessi. È la mente giudicante. La mente discriminante che vi dice in continuazione che non siete buoni abbastanza, che dovete essere migliori.
Quindi possiamo ascoltare; questo ascolto è a nostra disposizione tutto il tempo. All’inizio magari è utile fare ritiri di meditazione, trovare situazioni in cui siete incoraggiati e sostenuti in questo compito, dove c’è un insegnante che vi stimola, che vi aiuta a ricordare, perché è facile ricadere nelle vecchie abitudini, soprattutto nelle abitudini mentali, che sono sottili. E il suono del silenzio non sembra degno di essere ascoltato. Anche se ascoltate la musica, potete ascoltare il silenzio dietro la musica. Non distrugge la musica, ma la pone in una prospettiva in cui non siete trascinati via dalla musica o assuefatti al suono. Potete apprezzare il suono e anche il silenzio.
La Via di Mezzo di cui parla il Buddha non è un estremo di annichilimento. Non è come dire: “Tutto ciò di cui dobbiamo occuparci è il silenzio, la vacuità, il non-sé. Dobbiamo sbarazzarci dei nostri desideri, della nostra personalità, tutto il regno dei sensi è una minaccia al silenzio. Dobbiamo distruggere tutte le condizioni, tutta la musica, tutte le forme, non dobbiamo avere forme in questa stanza, solo muri bianchi”. Non si tratta di vedere il mondo ‘formato’ come una minaccia alla vacuità, di parteggiare per il condizionato o per l’incondizionato, ma piuttosto di riconoscere la loro relazione: questa è una pratica continua.
La consapevolezza è la via, dal momento che siamo fortemente condizionati dallo stare qui, sul pianeta Terra, con questo corpo umano. Dobbiamo vivere tutta la vita all’interno dei limiti, dei problemi e delle difficoltà del corpo umano. E abbiamo emozioni. Sentiamo tutto e ricordiamo tutto. Siamo in questo stato di piacere e dolore per tutta la vita. Ma possiamo vederlo nel modo giusto, ed è questo che intende il Buddha: comprendere le cose così come sono, riuscire a lasciar essere le cose così come sono, anziché creare illusioni.
A causa dell’ignoranza creiamo infinite illusioni sulla vita, sul nostro corpo, sui nostri ricordi, sul nostro linguaggio, sulle nostre percezioni, opinioni, punti di vista, la cultura, le convenzioni religiose, e così diventa complicato, difficile e separativo. L’alienazione che oggi la gente prova è il risultato dell’ossessione riguardo a se stessi, l’ossessione per cui il nostro senso dell’io è di assoluta importanza. Siamo stati educati a pensare che la nostra vita è tutta qui, per cui possiamo riempirci della nostra auto-importanza. Anche il fatto che possiamo ritenere di essere un caso disperato: anche qui continuiamo a dare quella enorme importanza. L’importanza che conferiamo a noi stessi ci fa trascorrere anni dagli psichiatri a discutere i motivi per cui saremmo senza speranza. È piuttosto naturale, visto che dobbiamo passare tutto il tempo con noi stessi. Possiamo fuggire dagli altri, ma non da noi stessi.
L’anatta, il non-sé, è molto frainteso, si tende a vederlo come una negazione dell’io, qualcosa da mettere via, che non dovremmo avere. Non è così che funziona l’anatta. L’anatta, il non-sé, è un suggerimento per la mente, è uno strumento per cominciare a riflettere su cosa siamo veramente. A lungo andare, non occorre considerarci in alcun modo in termini di ‘essere qualcosa’. Se portiamo avanti questa riflessione, allora il corpo, le emozioni, i ricordi, tutto ciò che sembra identificarsi in maniera così assoluta, insistente, con noi stessi, può essere visto in termini di ‘sorgere e cessare’. E quando siamo consapevoli della cessazione delle cose, ci sembra più autentico delle condizioni effimere che tendiamo ad afferrare o dalle quali ci sentiamo ossessionati. Le tendenze abituali sono molto forti, ci vuole un po’ per riuscire a superare questo scoglio dell’ossessione per l’io, ma ci si può riuscire.
In merito a ciò, alcuni psicologi e psichiatri hanno commentato che abbiamo bisogno di un io. È una cosa importante da considerare, l’io non è qualcosa che non dovremmo avere, ma è qualcosa cui dare la giusta collocazione, è bene che l’io poggi sulla bontà della nostra vita invece che venga a crearsi dai difetti, dagli errori e dalle tendenze negative della mente.
È così facile vedersi in modi molto critici, specialmente quando ci si paragona ad altre persone o si immaginano grandi figure della storia. Ma se ci paragoniamo continuamente a ideali, non possiamo fare altro che criticarci per come siamo, perché la vita è così, è un flusso, un cambiamento, è sentirsi stanchi, avere a che fare con problemi emotivi, con la rabbia, con la gelosia, con le paure, con ogni sorta di desiderio, con tutto ciò che non vogliamo ammettere neanche a noi stessi. Ma questa è una parte del processo, dobbiamo riconoscere le condizioni e osservare la loro natura, che siano buone o cattive, perfette o imperfette: sono impermanenti, sorgono, cessano. In questo modo impariamo in continuazione e troviamo forza nel lavorare attraverso le nostre condizioni karmiche. Forse nella vita non abbiamo ottenuto un granché, forse abbiamo avuto ogni sorta di problemi fisici ed emotivi. Ma, in termini di Dhamma, questi non sono ostacoli, anzi, molte volte sono questi problemi, queste difficoltà che ci spingono a risvegliarci alla vita. E una parte di noi si rende conto che cercare di raddrizzare ogni cosa, di abbellire ogni cosa, di mettere tutto in ordine e rendere la vita piacevole, non è la risposta. Riconosciamo che nella vita c’è qualcosa di più che limitarsi a controllarla e cercare di ottenere il massimo dalle condizioni.
Il riconoscimento del silenzio è una via per lasciare andare la nostra posizione, il nostro senso dell’io, la nostra convenzione. Nel silenzio c’è unità. È come lo spazio in questa stanza: è lo stesso per tutti noi. Non posso affermare che lo spazio è mio. Lo spazio è semplicemente spazio, è dove le forme vanno e vengono. Ma è anche qualcosa che possiamo osservare, contemplare. E cosa accade? Sviluppando la consapevolezza dello spazio, cominciamo ad avere un senso dell’infinito: lo spazio non ha né inizio né fine. Possiamo costruire stanze, considerare lo spazio come qualcosa che esiste in una stanza come questa, ma sappiamo che in realtà è l’edificio che è nello spazio. Lo spazio è come l’infinito, non ha confini. Ma nelle limitazioni della nostra coscienza visiva, i confini ci aiutano a vedere lo spazio in una stanza, perché lo spazio in quanto infinito è troppo. Lo spazio in una stanza è sufficiente per contemplare la relazione tra le forme e lo spazio. Ascoltare il suono del silenzio e i pensieri ha lo stesso effetto.
Per un certo periodo ho praticato formulando deliberatamente i pensieri, pensieri neutri che non suscitano sensazioni emotive, come “io sono un essere umano”. E ascoltavo me stesso formulare quel pensiero con l’intenzione di ascoltare il pensiero in quanto pensiero e il silenzio che vi è dentro. In questo modo contemplo e riconosco il rapporto tra la facoltà del pensiero e il silenzio, il silenzio naturale della mente. Ed è qui che stabilisco la consapevolezza, la capacità che ho come individuo di essere un testimone, di essere colui che ascolta, ciò che è vigile. Nei confronti delle emozioni, ciò può essere molto difficile. Possiamo avere molte emozioni negative verso noi stessi, perché non abbiamo risolto molti dei nostri desideri di possedere le cose, di sentire le cose, di ottenere molte cose o di sbarazzarci delle cose. È qui che ascoltiamo le nostre reazioni emotive. Cominciate a osservare cosa accade da un punto di vista emotivo quando c’è questo silenzio. Può esserci negatività, possono sorgere dubbi su questa pratica, del tipo “non so cosa sto facendo”, o “è una perdita di tempo”. Ma ascoltate anche queste emozioni: sono soltanto abitudini della mente. Se le ammettiamo e le accettiamo, esse cessano. Le reazioni emotive se ne andranno progressivamente e avrete fiducia nell’essere semplicemente ciò che è consapevole.
Quindi potete fondare la vostra vita nell’intenzione di fare del bene e di astenervi dal fare del male. Paradossalmente, abbiamo bisogno di questo rispetto di noi stessi. La meditazione non si poggia sul concetto secondo cui se siamo consapevoli possiamo fare quello che ci pare, ma comporta un rispetto per le condizioni: rispettare il corpo che abbiamo, la nostra umanità, la nostra intelligenza e la nostra abilità nel fare le cose. Non significa essere attaccati o identificati, significa che la meditazione ci permette di riconoscere ciò che siamo: è così com’è, le condizioni sono così. E significa rispettare anche i nostri limiti. Il rispetto verso se stessi, il rispetto verso le condizioni, equivale al rispetto per qualsiasi stato in cui ci troviamo. Non vuol dire che ci piaccia quello stato, ma significa accettarlo e imparare a lavorare con le sue limitazioni.
Dunque, per la mente illuminata non si tratta di ottenere il massimo. Non si tratta di dover avere la migliore salute possibile e le migliori condizioni possibili, non si tratta di alimentare un senso dell’io, di qualcuno che agisce solo se ha il meglio. Quando cominciamo a renderci conto che i nostri limiti, i nostri difetti e i nostri aspetti più strani non sono impedimenti, allora li vediamo nel modo giusto. Possiamo rispettarli, possiamo essere disposti ad accettarli e ad adoperarli per superare il nostro attaccamento verso di essi. Se pratichiamo in questo modo, possiamo essere liberi dall’attaccamento e dall’identificazione con le percezioni di noi stessi, di come siamo. È quanto di meraviglioso possiamo fare come esseri umani, è ciò che ci permette di attingere alla pienezza della nostra vita. Ed è un processo continuo.

Il silenzio e lo spazio

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2004. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Giuliano Giustarini.

Dal ‘Forest Sangha Newsletter’, n. 58, ottobre 2001.