SOLITUDINE

SOLE DELL’ANIMA

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Premessa

In questo contesto non si intende trattare il caso di chi per motivi sociali e politici o di grave disagio è costretto all’esperienza della solitudine – che richiederebbe un altro approfondimento – ma del concetto di solitudine.

Scrive Gibran nel poema SABBIA E SCHIUMA

La solitudine è una tempesta silenziosa

che distrugge i nostri rami secchi,

e tuttavia spinge le nostre radici viventi a fondo

nel cuore vivente della terra vivente

E’ la più bella immagine di Saturno, pianeta dell’essenza, dell’equilibrio perfetto, della canalizzazione attraverso cui l’energia fluisce per creare, dall’istinto, intelligenza e sapienza.

La parola solitudine composta dalla radice solis, propone un percorso nella direzione del sole interiore. Per rivolgere lo sguardo all’interno occorre che l’esterno sia buio e silenzioso: è la condizione che l’anima cerca in momenti particolari, prima che un cambiamento, attivato spesso da una crisi, abbia inizio e, in effetti, crisi significa cambiamento.

Alla periferia della consapevolezza, dove normalmente ci si trova, questa situazione di crisi – cambiamento – ricerca interiore non è per niente piacevole, perché è accompagnata da uno stato d’animo di disagio e insofferenza, quando non addirittura sofferenza; motivo per cui si tende a sfuggirla il più possibile. Fuga, in realtà ancor più generatrice di ansia e frustrazione, che riporta incessantemente al punto di partenza: è un’equazione a ripetere interrotta solamente dalla resa. A cosa? Alla propria anima, a sé stessi, alla voce interiore. Ecco allora come, attraverso la resa all’anima, la solitudine diventa uno stato di particolarissimo interesse rivolto all’ascolto del Sé sconosciuto, reso possibile dall’assenza di qualsiasi disturbo, e tutto o quasi è disturbo!

Quando si riesce a raggiungere e abitare uno stato di pace dove il tempo è sospeso, la capacità di ascolto è totalmente purificata e noi possiamo indurci ad accogliere la risposta alla domanda che, come Anima, avevamo formulato.

La solitudine ha naturalmente diverse sfumature, e si arriva ad apprezzarla solo contemplandola ai livelli nobili a cui è arrivata dopo essere passata al vaglio negli strati più remoti.

Nella mia rivisitazione del mito di Penelope, la regina, nel suo peregrinare, passa dalla solitudine – quale effetto di lontananza e separazione, di perdita del contatto con l’interiorità, di rinuncia nell’aderire al proprio modo di esistere – alla solitudine come scoperta della meraviglia del vivere.

È la rivoluzione della rinascita: dalla debolezza alla forza, dalla paura al coraggio, dalla tristezza alla gioia, dal turbamento alla pace.

In questa solitudine sacra scopre di essere non isolata ma unita, non sola ma sostenuta; scopre che tutto ciò che la circonda – e Tutto la circonda – la appoggia.

La solitudine paradossalmente non esiste più. Il significato si trasforma e acquista un valore di totalità: la goccia appartiene all’acqua nelle forme differenti del rigagnolo sullo filo d’erba o sul vetro della finestra, del ruscello, del lago, dell’oceano. Nessuna goccia è l’unica e ognuna è partecipe della parte più estesa della superficie terrestre, e questa estensione la colma: è una goccia pervasa d’oceano.

Ma qualche volta la goccia non lo sa o la ha dimenticato, e questa dolorosa perdita di memoria si chiama solitudine. L’esigenza di rintracciarne l’inconsapevole senso di appartenenza è stimolata dalla necessità di uscire dall’angoscia e dal dolore.

La solitudine remota è dimenticanza – appunto remota – completamente radicata e assimilata nella coscienza umana, tanto da aver assunto la concretezza di uno status specifico dell’uomo.

È normale soffrire di solitudine, sentirsi soli; ma quando con coraggio osiamo scrutarla scopriamo, come dice il poeta, che è una tempesta silenziosa (chi ha mai visto una tempesta silenziosa?) che distrugge i rami secchi.

Noi non vediamo tempeste silenziose che distruggono rami secchi; eppure, quando è giunto il momento, c’è qualcosa nel mondo che fa gialle le foglie verdi e distrugge i rami secchi e, ugualmente sempre in silenzio, dal seme fa nascere il fiore, la pianta e l’albero con i suoi rami, verdi prima secchi poi …

Ed è così che la tempesta silenziosa intrisa di forza e abitata dalla Vita spinge le nostre radici vive in una terra viva dove batte il cuore dell’umanità.

L’umanità è l’oceano degli uomini e possiede un cuore grande che batte scandendo un ritmo al quale il piccolo cuore dell’uomo spontaneamente si sintonizza – quando l’uomo non gli impedisce di rispondere – partecipando alla grande sinfonia offerta dalla terra grata all’universo che l’accoglie, la sostiene, la ama; perché la solitudine è un percorso solitario dal buio alla luce, dall’ignoranza alla sapienza, dalla paura alla pace, dalla parzialità all’anima, dalla morte alla vita.

Elisabetta Mastrocola

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