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(di Fabio Gabrielli)

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La solitudine, ben diversa dall’isolamento, si delinea come uno stare al mondo autentico e positivo: un fecondo raccoglimento interiore per poi riaprirsi agli altri.

Il linguaggio, in cui dimora il mondo e nel quale svela il suo senso, talvolta genera confusione, ci fa percorrere sentieri solo apparentemente levigati e sicuri, ma, in realtà, insidiosi, pieni di “crepacci nascosti”; questo perché siamo noi a fare un uso distorto, banale e banalizzante del linguaggio e non perché esso ci induca per sua natura alla mistificazione, al sapere apparente o imposto dal mondo del “si dice, si fa”, ecc.

Capita, così, che non di rado tendiamo a vedere nella solitudine una modalità inautentica, lacerante e dolorosa di stare al mondo, scambiandola con l’isolamento, la chiusura interiore, il mutismo relazionale.

Nicola Abbagnano, invece, afferma che: ” La solitudine non è quella del misantropo, che vive nella preoccupazione di subire danni e ingiustizie da parte degli altri; che rimangono perciò sempre presenti nel suo timore. È piuttosto quella di chi cerca una pausa di raccoglimento che gli permetta di sentire meglio il sapore della vita”.

Quello che Abbagnano propone è un “esistenzialismo positivo”, dove l’uomo è possibilità, progettualità aperta sul mondo, norma a se stesso, lettura interiore dei suoi possibili che nulla hanno a che vedere con lo sguardo estetizzante, narcisistico, ripiegato su se stesso dell’intimismo, ma anche con forme di solitudine negativa (il nulla, la nausea, lo scacco o naufragio).

L’uomo è, dunque, colui che ha capacità di scelta, che si concretizza in un compito, in una missione quotidiana con tutte le sue conseguenze etiche ed esistenziali: la vita come dubbio, come continua rimessa in discussione dei dati acquisiti, come impegno, sforzo, faticosa conquista.

La solitudine, come introspezione, scavo interiore, duro lavoro di dissodamento dell’anima, viene a delinearsi, in ultima analisi, come continua riapertura degli occhi, come “dilatazione delle pupille” su ciò che si deve fare e si deve essere.

Insomma, la solitudine non è affatto fuga dalla realtà, ma una forma di isolamento positivo, un ricrearsi un proprio spazio interiore, un ri-spalancare gli occhi su se stessi per riflettere, al di là delle abitudini, delle opinioni che presupponiamo consolidate, sugli interrogativi di fondo dell’esistenza, per poi riaprirsi al mondo carichi di energie positive.

Tratto da Lista Sadhana – Yahoo