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foto Josè Canelas – olhares.com

 

La seconda verità del Buddha ci dice che la causa della nostra insoddisfazione è il desiderio, che si può anche descrivere come attaccamento, avidità o impulso ad afferrare. L’oggetto specifico non sembra importante: la buona tavola, un caro amico, un ideale spirituale, se ci attacchiamo proveremo insoddisfazione e soffriremo.

Da dove viene, vi chiederete, il desiderio? In primo luogo, ovviamente, dagli impulsi del corpo: il desiderio di sopravvivenza, il desiderio di cibo, vestiti, riparo, calore, divertimento, piacere. il desiderio è innato negli esseri umani. È innato anche negli animali. Perfino le piante, a modo loro, hanno desideri, in quanto si volgono verso il sole alla ricerca di luce e calore. L’altra fonte del desiderio è il condizionamento sociale, tutto il bagaglio di opinioni e valori che ci derivano da genitori, famiglia, amici, scuola, pubblicità, letture, e che ci condiziona a credere che certe cose siano buone e altre cattive.

Il desiderio più forte è quello basato sulle sensazioni piacevoli. La vita ci inonda letteralmente di piacere attraverso ciascuno dei nostri sensi. Prendiamo ad esempio il senso della vista: gli occhi sono qualcosa di gradito e piacevole. E anche la coscienza visiva è gradita e piacevole, come lo sono gli oggetti visivi, il contatto visivo, le sensazioni che derivano da ciò che vediamo, il riconoscimento visivo, il desiderio di cose da vedere, i pensieri che le riguardano, considerazioni varie, fantasie, e via dicendo. Sensazioni parimenti gradite e piacevoli sorgono dall’orecchio, dal naso, dalla lingua, dal corpo e dalla mente. Ogni giorno della vostra vita vi è data occasione di entrare in rapporto tramite i sensi con oggetti graditi e piacevoli. Eppure non siete felici.

Con la sua seconda verità, il Buddha ci chiede di riconoscere che l’attaccamento al piacere sensoriale mette a repentaglio la nostra felicità. Il Buddha paragonò il piacere sensoriale a un osso spolpato gettato a un cane affamato. Per quanto il cane continui a rosicchiarlo, l’osso non gli toglie la fame. Aben guardare, potreste accorgervi di non essere tanto diversi da quel cane. Per quanto piacere sensoriale riusciate a procurarvi, ne vorreste di più. Quante patatine sono sufficienti? Quanti quadretti di cioccolato? Quanti videogiochi bisogna provare, quanti romanzi bisogna leggere per soddisfare la voglia di esperienze del genere? Quanti rapporti sessuali ci vorrebbero per appagare una volta per tutte il desiderio sessuale? Quanti litri di alcol, quanta droga? C’è gente che ha l’abitudine di fare baldoria fino alle ore piccole finché non crolla. Ma ne ha avuto abbastanza? Si può sempre trovare un nuovo piacere non ancora sperimentato.

Il Buddha paragonò il piacere sensoriale a una spada affilata il cui taglio è ricoperto di miele. Pur di gustare il miele la gente si espone a grandi sofferenze. Non è difficile trovare esempi di persone che si fanno del male o restano uccise, perfino, nella ricerca del piacere. Qualche anno fa i giornali pubblicarono la storia di un operaio che stava riparando un tetto quando, guardando attraverso il lucernario, intravvede la padrona di casa che si aggira per la stanza senza niente addosso. Per vedere meglio, l’uomo si appoggia di peso al lucernario, che cede, e precipita al piano di sotto riportando ferite gravi.
Alcol, droghe, spedizioni rischiose, sport pericolosi, per non parlare del sesso irresponsabile, procurano grandi sofferenze a molte persone. Come non bastasse, i piaceri sensoriali non durano. Il piacere è effimero, come un sogno. Scivola via rapidamente senza lasciare nulla in mano, se non un pugno di sensazioni e ricordi. Come un oggetto preso a prestito, non lo si può tenere a tempo indefinito. Più ci si attacca al piacere, più fa male quando il tempo, il cambiamento o le circostanze inevitabilmente se lo portano via. Il desiderio nasce dalle sensazioni di piacere e dolore. Quando sorge il piacere, c’è il desiderio di trattenerlo e prolungarlo. Quando sorge il dolore, c’è il desiderio di respingerlo o sottrarsi. Per via dell’attaccamento alle sensazioni piacevoli e l’avversione per le sensazioni spiacevoli, si cercano continuamente esperienze che prolungano il piacevole e respingono lo spiacevole.

Una volta trovato qualcosa che risponde allo scopo, subentrano la preferenza e il pregiudizio. Questo stato mentale porta la gente a fissarsi. Nel tentativo di proteggere o trattenere quello che ha, è pronta a mentire, maltrattare e insolentire il prossimo, perfino a prendere le armi per difendere ciò che considera di sua proprietà. il desiderio procura anche sofferenza mentale. Sull’onda di sensazioni nate dal contatto con ciò che è piacevole (forme, odori, suoni, sapori, sensazioni tattili e idee), la gente pensa e razionalizza, teorizza, filosofeggia, specula e concettualizza. Arriva a formarsi opinioni sbagliate e credenze infondate. Riesumando dal passato sensazioni piacevoli, produce una nuova serie di pensieri bramosi, credenze e teorie.

Certe persone sono talmente ossessionate dai propri desideri da augurarsi di rinascere per poter godere ancora degli stessi piaceri. Altre, per via delle esperienze spiacevoli che hanno subito, desiderano di non rinascere: “Basta così”, dicono, “Una vita è sufficiente. Ne ho avuto abbastanza”. Alla base, il desiderio nasce dall’ignoranza, dall’ignorare che non c’è nulla di duraturo e che il desiderio crea disagio.

Quando i sensi entrano in contatto con qualcosa di piacevole, la mente ignorante manifesta l’intenzione di afferrarlo e trattenerlo. E avviene anche l’opposto. Quando i sensi entrano in contatto con qualcosa di spiacevole, la mente ignorante manifesta l’intenzione di sottrarsi ed evitarlo. Sull’onda di intenzioni del genere, la gente commette azioni inappropriate con il corpo, la parola e la mente, incurante delle conseguenze. Sull’onda del desiderio, distorce la realtà ed evita di assumersi in prima persona la responsabilità delle proprie azioni.

tratto da “La felicità in otto passi –  Henepola Gunaratana” lo trovi su il giardino dei libri