Mia nonna è il primo essere umano che ho visto morto. Era sdraiata, e appariva così bianca e cοsì in pace, così silente e felice, aperta e al tempo stesso chiusa. Ne fui geloso, e al tempo stesso ebbi paura. Pensai che doveva sentirsi sola: non la potevo più avvicinare.
Quando ti ho visto, amato Maestro, !a sera del tuo compleanno, ho avuto la stessa, identica sensazione: non ti sentivi solo nonostante i nostri canti, danze, musiche? Eri così lontano e immerso in un silenzio sacro… come non mai, per me!
Sei vivo e morto allo stesso tempo?
La morte è bellissima, così come è bella la vita, se sai comunicare con la morte. È bella perché è un rilassamento. È bella perché, chi muore, cade di nuovo nella fonte dell’esistenza, per rilassarsi, per riposarsi, per prepararsi a tornare di nuovo.
Nell’oceano si alza un’onda, poi ricade e poi si rialza ancora … avrà un altro giorno, vivrà ancora, con un’altra forma… per poi ricadere e svanire.
La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio.
Di nuovo tornerai a fiorire. Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di nuovo e ancora… fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza.
Solo allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte suprema.
La morte comune è temporanea: tornerai a vivere ancora.
Quando un Buddha muore, muore per sempre. La sua morte ha in sé la qualità dell’eterno…
Hai ragione: io sono vivo e morto, allo stesso tempo. Come persona, sono morto, come entità, sono morto. Come “nessuno”, sono vivo.
E tu, accanto a me, puoi essere geloso e al tempo stesso aver paura. Ma dovrai mettere da parte la paura; potrebbe ostacolarti; potrebbe impedirti di godere questa opportunità che ora hai a portata di mano: è molto difficile incontrare un “nessuno”.
Tu l’hai trovato. E se tu, come me, non diventi un “nessuno”, avrai mancato questa occasione, ricordalo! Muori, così come sono morto io, e allora sarai vivo, così come lο sono io.
Esiste una vita che non ha nulla a che vedere con le singole persone, chiunque esse siano. Esiste una vita che non ha nulla a che vedere con i singoli sé. Esiste una vita di vuoto, innocente e vergine: io la metto alla vostra portata… mettete da parte ogni paura, e avvicinatevi a me. Lasciate che io diventi la vostra morte e la vostra resurrezione.
Un Maestro Zen, Bunon, ha detto:
“Mentre sei vivo, sii come un uomo morto; sii totalmente morto,
comportati come più ti piace, e tutto andrà bene“.
(Osho – Tao: The Three Treasures, vol. III – 30 giugno 1975)
(Fotografia in testata by Martinica)
Bibliografia sulla morte:
Morte: La grande finzione – Osho
La mente oltre la morte – Dzogchen Ponlop Rinpoche
Cenni sulla morte – Annie Besant
La vita dopo la morte – Pietro Archiati
La vita non e’ un viaggio. Non e’ una meta. E’ un processo. Arrivate passo per passo. E se ogni passo e’ meraviglioso, se ogni passo e’ magico, lo sara’ anche la vita. E non sarete mai di quelli che arrivano in punto di morte senza aver vissuto. Perche’ non vi sarete mai lasciati sfuggire nulla. Non guardate al di sopra delle spalle degli altri. Guardateli negli occhi. Non parlate ai vostri figli. Prendete i loro visi tra le mani e parlate con loro.
Non fate l’amore con un corpo, fate l’amore con una persona. E fatelo ora. Perche’ questo momento non durera’ in eterno. Sparira’ in fretta e non tornera’ mai piu’. Tanti di noi passano la vita a piangere sui momenti passati.
Troppo tardi ! Ma c’e’ un milione di momenti che devono ancora venire.
(Osho – Estasi:il linguaggio dimenticato)
Trascrizione del discorso del 1° novembre 2000 a chiusura del ritiro di Castelfusano (Roma).
La prima parte, in corsivo, è l’insegnamento rivolto ai bambini presenti al ritiro.
Una signora che era qui con noi ieri è dovuta partire perché le è morta la madre. Credo che le sarebbe piaciuto molto restare con noi e condividere il discorso di Dharma, ma lo ascolterete anche per lei. Quando una persona che ci è molto cara muore non sappiamo dove andrà, e non sappiamo se la incontreremo ancora in futuro, da qualche parte. Nell’insegnamento del Buddha si parla di non venire e non andare. Si tratta di un modo profondo di vedere se quella persona cara è ancora con noi o non c’è più.
Faremo ora insieme un esercizio sul non andare e non venire. L’altro giorno ho detto che nel buddhismo si preferisce la parola manifestazione piuttosto che creazione; quando facciamo il gesto di accendere un fiammifero in realtà non siamo noi ad accendere la fiamma, ma piuttosto la aiutiamo a manifestarsi. Se si guarda profondamente in questa scatola di fiammiferi, potremo vedere che la fiamma c’è già, non la vediamo davvero, ma sappiamo che la fiamma c’è ed aspetta solo di manifestarsi.
Tutte le condizioni sono già sufficienti tranne una, e l’ultima è il movimento della mia mano. Già da ora possiamo parlare alla fiamma e dirle: “Per favore, fiamma, manifestati”. Se non ci fosse, non potremmo parlarle così. Per piacere, aiutatemi a parlare alla fiamma ed ecco la risposta della fiamma: vedete, la fiamma si è manifestata, starà un pochino con noi e poi se ne andrà.
Ora parliamo di nuovo alla fiamma: “Cara fiamma, da dove sei venuta? Dove sei andata, mi manchi tanto”. Nello stesso modo una persona che ci è molto cara si è manifestata ad un certo punto della nostra vita e poi è andata via. Crediamo che prima che apparisse non esisteva, e che dopo la sua scomparsa non esiste più perché abbiamo la nozione di essere e non essere. Qualifichiamo il prima della manifestazione come non essere e la manifestazione come essere. Poi, dopo la cessazione della manifestazione, è di nuovo un non essere. Secondo il Buddha questi due concetti non possono essere applicati alla realtà. Prima che la fiamma si manifesti non si può chiamarla “non essere”, e quando si manifesta è sbagliato considerarla “essere”. Infine quando la manifestazione cessa di nuovo sbagliamo dicendo che non è.
Secondo il Buddha, quindi, la natura della fiamma non è né essere, né non essere. La vera natura della fiamma è libera dalla nozione di essere e non essere. Nell’insegnamento del Buddha, “essere e non essere non è questo il problema”. Nirvana è l’assenza di tutte le idee, comprese quella sull’essere e non essere. Chiediamo allora alla fiamma: “Da dove sei venuta?”, e se ascoltiamo profondamente la fiamma ci dirà: “Caro amico, non sono venuta da nessun luogo, quando le condizioni sono sufficienti mi manifesto. E andrò ovunque, non importa dove, quando le condizioni non saranno sufficienti.
Cesserà la manifestazione, ma non andrò da nessuna parte”. Possiamo comprendere l’affermazione fatta dalla fiamma e possiamo comprendere che la natura della fiamma non è né andare né venire. La realtà è libera dalle nozioni di essere, non essere, andare e venire.
Quando ci capita di perdere qualcuno molto vicino, vi prego, praticate nel modo suggerito dal Buddha. Potrete toccare davvero la sua presenza se eliminerete le nozioni di essere e non essere, andare e venire. Una volta ho fatto un discorso di Dharma a Plum Village e negli occhi dei bambini ho letto che avevano compreso questo essere e non essere, non andare e non venire. Se i bambini prestano attenzione, possono anche loro comprendere i discorsi di Dharma. Chiediamo alla fiamma di manifestarsi, inspiriamo ed espiriamo con attenzione ed aiutatemi a chiedere alla fiamma di manifestarsi: “Cara fiamma, per favore manifestati.” Proviamo ad accendere una candela: la fiamma è la stessa di quella di prima o è diversa? Non rispondete subito, prima dobbiamo praticare il guardare profondamente. È la stessa o sono diverse?
Il Buddha ci direbbe che non sono né la stessa né sono diverse, perché la realtà trascende le idee di stesso e diverso. Se lasciamo la candela una mezz’ora e poi torniamo, vedremo che la fiamma è ancora lì e la fiamma sarà la stessa, o meglio pensiamo che la fiamma sia la stessa, ma se guardiamo profondamente vedremo che ogni fiamma ha il suo ossigeno con cui bruciare, il suo combustibile di cui vivere, e se guardiamo ancor più profondamente vedremo che c’è una successione di fiamme, che non è la stessa fiamma che ha una certa durata, ma è piuttosto la successione di una moltitudine di fiamme.
Immaginiamo che qualcuno al buio tenga una torcia in mano e con quella luce disegni un cerchio: se non siamo molto lontani dalla persona avremo l’impressione che sia un cerchio di fuoco, mentre non è affatto un cerchio di fuoco quanto il susseguirsi del movimento a darci l’impressione di un cerchio di fuoco. Allo stesso modo, se abbiamo una cinepresa, possiamo fare un esperimento analogo: con la successione di tanti fotogrammi daremo l’impressione del movimento. Ma guardando profondamente potremo vedere la successione di una moltitudine di immagini. Quindi pensare che la fiamma sia la stessa è un’illusione ottica, ma anche dire che sono fiamme diverse, che non hanno collegamento tra loro, non è corretto. Con la pratica del guardare in profondità si può dire che la natura della fiamma non è né di essere la stessa né di essere diversa. Ora, per non dimenticare, abbiamo bisogno che qualcuno scriva sulla lavagna queste parole: “Non andare, non venire; non essere, non non essere; non uguale e non diverso”. Crediamo che la fiamma sia nata quando Thay l’ha accesa e che sia morta quando Thay l’ha spenta, quindi abbiamo ancora una nozione di nascita e morte. All’inizio di questo discorso vi ho invitato a pensare ai fenomeni come a qualcosa che si manifesta e non a qualcosa che nasce.
… continua
Prima di diventare monaco facevo l’insegnante di inglese a Bangkok. Era il 1966 e in Thailandia c’erano molte basi militari dell’aviazione americana. Uno degli insegnanti della scuola di lingue era un aviatore americano. Una volta, quando tornò dopo un’assenza di circa una settimana, gli chiesi dove fosse stato. Mi rispose: “Sono stato in un posto del nord-est della Thailandia dove la gente è così povera che mangia gli insetti”. Pensai: “Io non ci andrò mai”. Mi vedevo piuttosto come un monaco seduto in samadhi sulla spiaggia, sotto una palma, oppure in una caverna tra montagne incantevoli, impegnato nella realizzazione della verità. Ovviamente sono finito a fare il monaco nel nordest della Thailandia per dieci anni, ed è vero, laggiù mangiano insetti.
Il primo anno in monastero lo passai da solo, in una piccolo capanna. Non scambiavo praticamente parola con nessuno, meditavo soltanto. Riuscivo a seguire piuttosto bene i miei programmi. Essendo americano, alto e corpulento, mi bastava gonfiare il petto e assumere un’espressione fiera per ottenere tutto quello che volevo. Durante quell’anno arrivai a rendermi conto che ero diventato molto arrogante, con quel tipo di carattere che ha bisogno di avere dei limiti. Ero sempre stato una persona molto indipendente; ora avevo bisogno di imparare a obbedire e a far parte di una comunità. Avevo bisogno di un insegnante che non si rassegnasse al mio carattere.
Per caso un monaco del monastero di Ajahn Chah, l’unico che sapeva l’inglese, visitò il monastero dove vivevo. E finì che mi portò con sé, a conoscere Ajahn Chah. L’idea di vivere nella tradizione tailandese della Foresta mi ispirava molto, così decisi di rimanere. All’inizio ero affascinato dalla vita nel monastero e mi sentivo molto ispirato, ma ben presto iniziarono le difficoltà. La luna di miele finì, e la vecchia mente giudicante riprese il sopravvento. Prese a fare molto caldo, iniziò la stagione del monsone, e tutto diventò fradicio e maleodorante. Così cominciai ad odiare quel posto. Ricordo che sedevo pensando: “Perché sono qui?”.
Ajahn Chah amava testare la resistenza della nostra pazienza fino al punto in cui non pensavamo che ce l’avremmo fatta a resistere un altro minuto. Per me era diventato una specie di koan. Sentivo la mia voce ripetere: “Non ce la faccio più… Ne ho abbastanza. Questa è la FINE!”.
Poi ho scoperto che potevo resistere ancora. Cominciai a non fidarmi più di questo lamento isterico interiore, che dentro di me diceva continuamente: “Sono stufo, non ce la faccio più”. Da questo punto di vista lo stato monastico e le condizioni di vita che impone mi furono di grande aiuto.
Ma c’erano anche un sacco di abitudini che resistevano alla vita monastica. Essendo americano, cresciuto con un ideale di vita di libertà e di uguaglianza, mi sentivo incredibilmente frustrato, soffocato da quel sistema. Vivevo in una struttura gerarchica fondata sull’anzianità. Ed essendo il monaco più giovane, dovevo svolgere una serie di compiti per i monaci più anziani. Imparare ad accettare questi doveri e a prendere interesse al loro svolgimento fu per me una grossa sfida. C’era la parte egoista di me che avrebbe voluto vivere la vita monastica nei suoi propri termini. Avrei voluto decidere di svolgere determinati compiti solo se lo avessi ritenuto utile per me; ma nella maggior parte dei casi non era così. Sentivo dentro di me una specie di resistenza e un sentimento di ribellione.
Nello stesso tempo, c’era una continuo incoraggiamento a prendere reale coscienza di quello che stavo provando: la resistenza, la ribellione, l’atteggiamento di critica. Erano emozioni che emergevano e che potevano essere osservate durante la meditazione. Divenni consapevole della mia ostinazione, di un’immaturità che mi faceva brontolare e lamentarmi se le cose non andavano come volevo. L’enfasi era sul coltivare la consapevolezza di quello che stavo provando, così fu un periodo piuttosto interessante. Non ero certo spinto al conformismo, come se fosse un campo militare. Nessuno mi costringeva a stare in quel luogo, ero stato io a scegliere di vivere lì. Il mio impegno era di adeguarmi alla disciplina, di arrendermi alla vita monastica.
Adattarmi ad una vita monastica così rigida e tradizionalista includeva imparare a mangiare cibo che non amavo particolarmente. La gente del villaggio poteva portare piatti piccanti di curry con pollo, con pesce o con rane. E magari Ajahn Chah rovesciava tutto in una catino e mischiava. Era terribile. Oppure poteva capitare che per il nostro pasto le monache raccogliessero qualcosa nel bosco, ad esempio delle foglie. Ricordo che scrivevo a mia madre: “Vado avanti mangiando foglie”. E lei mi rispondeva con lettere molto preoccupate.
All’inizio non riuscivo a mangiare. Solo vedere il cibo mi faceva star male. Per fortuna eravamo nella stagione dei manghi, e c’erano grandi vassoi di manghi. Così riuscii ad andare avanti un mese intero nutrendomi di manghi e riso glutinoso. Ma poi la stagione dei manghi finì e io ripresi a dimagrire a vista d’occhio. Alla fine cominciai ad imparare come mangiare. E’ incredibile come possiamo adattarci bene. Incominciai a pensare che se ero in grado di mangiare quel cibo, sarei stato capace di vivere dovunque. In nessun posto il cibo sarebbe potuto essere peggiore di quello.
Qualche volta capitava che noi monaci andassimo tutti in città, nel retro di un grande carro. Poi si camminava per un giro di questua con Ajahn Chah. Era davvero una bella esperienza. Stavano tutti al bordo della strada principale, la gente aveva ogni tipo di cibo e lo versava nelle nostre ciotole. Quando le ciotole erano piene, qualcuno veniva con un grande cesto, noi versavamo il cibo nel cesto e andavamo avanti. Quando tornavamo al monastero, potevamo scegliere cosa mangiare tra quello che era rimasto nelle nostre ciotole. Era un’occasione così rara che ci faceva davvero perdere la testa. Una volta una donna mise nella mia ciotola una piccola torta. Quando arrivò il momento di versare il contenuto della ciotola nel cestino più grande, cercai di trattenere la torta nella ciotola. Non volevo che l’uomo che portava il cestino si accorgesse di quello che stavo cercare di fare, e la mia mente fu invasa da ogni genere di pensiero contorto. Era incredibile vedere con quanto sforzo e con quanta ansia cercassi di trattenere la torta. Ne ero totalmente ossessionato.
Mi scoprì anche ossessionato dai dolci. Vivendo nel celibato, ogni forma di attività sessuale è vietata. Questo limita il piacere che si può provare. Possiamo solo mangiare un pasto al giorno, spesso senza niente di particolarmente buono. Però ci sono permessi, se sono offerti, lo zucchero e il miele, come tonici. Una volta Ajahn Chah mi diede un sacchetto di zucchero. Ero così felice. Pensai: “Lo assaggio solamente”. Così aprii il sacchetto, ci infilai un cucchiaino, lo riempii e lo misi in bocca. Dopo un quarto d’ora avevo finito il sacchetto. Non riuscivo a fermarmi. A volte sognavo i dolci: andavo in pasticceria, mi sedevo e ordinavo delle torte dall’aspetto squisito. Appena ero sul punto di mangiarne una mi svegliavo.
La mente fa un sacco di scherzi. Quando si vive in una condizione in cui non si possono soddisfare tutti i propri desideri e non si può fare semplicemente ciò che si vuole, possono sorgere strane sensazioni e incredibili forme di desiderio su cose che prima non erano mai state un problema. Quando ero laico i miei desideri erano estesi su un gran numero di cose; nella vita monastica si erano tutti concentrati sullo zucchero e sui dolci. Eccomi là, un monaco che aveva ricevuto la piena ordinazione, che cercava di condurre una vita spirituale, e che si comportava come un fantasma affamato, sognando zucchero e dolci. Un altro monaco americano che aveva perfino la madre che gli spediva pacchi pieni di caramelle e di dolci al cioccolato.
Essendo il desiderio così concentrato, potevo però contemplarlo facilmente. Imparare a riflettere su questi desideri, su queste ossessioni della mente, è molto importante. E’ in queste circostanze che spesso abbiamo bisogno dei precetti per evitare di seguire le nostre abitudini o quella che è solo la via più semplice, quale che sia. I precetti ci aiutano ad osservare le sensazioni che sorgono, le nostre reazioni, e i risultati del nostro comportamento. Le restrizioni e il controllo che sono imposti dai precetti ci danno il senso del limite. Con consapevolezza riflessiva, impariamo a notare quanto forti possono essere gli impulsi e le ossessioni della mente. Possiamo vederli come oggetti mentali, piuttosto che come bisogni da soddisfare. Anche se a volte la mente urla: “Non ce la faccio più!”, la verità di tutta la faccenda è che possiamo tranquillamente farcela. Gli esseri umani hanno straordinarie capacità di resistenza. Se impariamo a esercitare un controllo su noi stessi, a non essere semplicemente trascinati dall’impeto dell’impulsività, allora iniziamo a trovare forza nella pratica. Non dobbiamo necessariamente essere schiavi delle abitudini e degli istinti.
Le molte regole della vita monastica sono basate su questo controllo. Una delle regole che all’inizio mi irritava veramente era quella che riguardava le vesti. Quando diventiamo monaci, ci viene dato un abito composto da tre vesti. Nella tradizione delle Foresta c’è l’usanza di indossare tutte e tre le vesti quando si esce per il giro mattutino della questua. Di mattino faceva molto caldo, e noi dovevamo sempre camminare parecchio, attraverso risaie e villaggi. Così, al ritorno, le vesti erano zuppe di sudore. Le vesti erano colorate con una tinta naturale di albero del pane e così, dopo un po’, la miscela di sudore e tinta di albero del pane cominciava a odorare terribilmente. Sembrava una vita incentrata sulle vesti: usare le vesti, lavare le vesti, cucire le vesti. Ma io non volevo avere una vita incentrata sulle vesti: io volevo meditare.
Trovavo tutto questo incredibilmente frustrante. Ricordo che una volta dissi a un altro monaco: “Questa di mettersi tutte le vesti è un’usanza stupida. Tutto quello che ci serve è una veste leggera, che ci copra adeguatamente. E’ molto difficile fare le nostre vesti pesanti, ci vuole tanta stoffa e usandola tutti i giorni nel caldo si deteriorano facilmente. Così dobbiamo farne altre, e questo significa più stoffa, più tinta, più cucito”. Ne feci un buon motivo per non mettermi tutte e tre le vesti, essendo la persona ragionevole che sono. Ma in realtà stavo solo piagnucolando e lamentandomi.
Il monaco raccontò tutto ad Ajahn Chah, che mi fece chiamare. Ero così imbarazzato. Improvvisamente mi apparve chiaro: perché fare un problema di tutto questo? Indossa semplicemente quelle vesti! Non vale la pena di fare queste scene. Lo posso sopportare. Non manderà in rovina la mia vita. Quello che mi sta rovinando la vita è la mia mente lagnosa, che dice: “Non voglio fare questo, questo è stupido, non ne vedo il motivo!”. Questa continua recriminazione mi stava consumando dal di dentro: affliggersi, criticare, avere opinioni rigide, stufarsi, voler andar via, rifiutarsi di collaborare, lamentarsi della vita. Questa è la sofferenza che non potevo sopportare. Mi resi conto che anche per la maggior parte della mia vita prima di diventare monaco, anche nel pieno di una vita confortevole, avevo l’abitudine di lamentarmi e di vedere le cose incessantemente con occhi critici.
Queste sono le cose che possiamo contemplare. Non possiamo controllare cosa sorge nella nostra mente, ma possiamo contemplare le nostre reazioni e imparare da questo, piuttosto che essere trascinati, impotenti, dalle reazioni istintive e dalle cattive abitudini. Anche se ci sono molte cose della nostra vita che non possiamo cambiare, possiamo cambiare il nostro atteggiamento nei confronti della vita. In fin dei conti la meditazione è soprattutto questo: cambiare il nostro atteggiamento, passare da un atteggiamento auto-centrato, del tipo di “liberati di questo oppure prendi più di quest’altro!”, a un atteggiamento di accoglienza benevola della vita in quanto tale. Per accogliere l’opportunità di mangiare cibo che non ci piace, di vestire con tre vesti in una giornata caldissima. Per accogliere il disagio, l’essere stufi, la voglia di fuggire via. Questo modo di accogliere la vita esprime una comprensione profonda. La vita è così. Qualche volta è bella, qualche volta è orribile, e la maggior parte del tempo non è né l’una né l’altra cosa. La vita è così.
La vita è così
del venerabile Ajahn Sumedho
© Ass. Santacittarama, 2008. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Traduzione di Federico Petrangeli
Testo adattato di un discorso pronunciato il 18 aprile 1999 presso lo Spirit Rock Meditation Centre (USA).
Non nascita e non morte … continua dalla seconda parte
Lo scopo della pratica è di liberarci dalla sofferenza, ma il più grande sollievo è di toccare la nostra vera natura di non nascere e non morire. Ecco perché non dovremmo essere troppo indaffarati nella vita quotidiana, ma trovare sempre il tempo di praticare questo meraviglioso insegnamento del Buddha che ne costituisce la crema, il nettare; sarebbe un terribile spreco non riuscire a praticarlo.
Al tempo del Buddha, c’era un praticante di nome Anathapindika che era un uomo d’affari molto generoso sia dal punto di vista delle risorse materiali che delle energie che metteva al servizio dei più deboli e poveri. La gente nel suo paese lo amava, tanto che gli aveva dato questo nome che significa “colui che si prende cura degli emarginati”. Un giorno si recò nel boschetto di bambù dove il Buddha meditava e gli chiese di accettarlo come suo discepolo e poi lo invitò a recarsi nel suo paese, Kosala. E quando il Buddha accettò, egli tornò felice nel suo paese per trovare un luogo degno di ospitare il Buddha e i suoi discepoli, trovò il palazzo di un principe il quale fu contento di metterlo a disposizione del Buddha e dei suoi discepoli come centro di pratica. Poi l’uomo d’affari con sua moglie e i tre figli presero i cinque meravigliosi addestramenti di consapevolezza e praticarono insieme al Buddha. Cinque anni dopo, Anathapindika si ammalò gravemente e il Buddha personalmente andò a trovarlo a casa dopodiché chiese al suo discepolo più anziano, Sariputra, di prendersi cura di quell’uomo. Sariputra era intimo amico di Anatapindika perché quando quest’ultimo aveva invitato il Buddha nella sua terra lo aveva aiutato ad organizzare l’accoglienza. Sariputra chiese al venerabile Ananda, suo fratello di Dharma, di accompagnarlo a far visita al morente.
Anatapindika fu felice di vedere arrivare i due monaci al suo capezzale, ma era talmente debole da non riuscire a mettersi a sedere e allora Sariputra disse: “Caro amico, non devi metterti a sedere, noi prenderemo due sedie e ci siederemo accanto a te per parlare”.
Dopo essersi seduto Sariputra chiese: “Caro amico, come stai? Il dolore del corpo sta diminuendo o sta crescendo?” “Caro venerabile Sariputra, il dolore del mio corpo non sembrerebbe proprio diminuire, sta aumentando piuttosto.” Shariputra allora propose la meditazione delle tre Rimembranze: la rimembranza del Buddha, la rimembranza del Dharma e la rimembranza del Sangha.
Sariputra era uno dei discepoli più intelligenti del Buddha, egli sapeva che per più di venti anni Anatapindika aveva provato piacere ad essere al servizio del Buddha, del Dharma e del Sangha e perciò sapeva bene che praticare le tre rimembranze avrebbe annaffiato i semi della gioia e dunque propose proprio questo esercizio. Immaginate i due monaci seduti al capezzale di quest’uomo che praticano la meditazione guidata. Dopo circa otto minuti i dolori diminuirono e il sorriso ricomparve sul suo viso. Dobbiamo ricordare l’esperienza di Sariputra quando sediamo accanto a qualcuno gravemente ammalato, così da annaffiare i semi della gioia e dare sollievo alla sua mente ed al suo corpo. Subito dopo, Sariputra invitò Ananda e Anatapindika a continuare una meditazione sui sei organi di senso:
“Questi occhi non sono me,
io non sono preso da questi occhi;
questo corpo non sono io,
io non sono preso da questo corpo;
questa coscienza mentale non è me,
io non sono preso da questa coscienza mentale.”
Dovete sapere che i sei organi di senso, ossia i cinque sensi più la mente, si manifestano quando le condizioni sono sufficienti e se noi ci identifichiamo con loro, la disintegrazione del corpo diventa molto dolorosa. Perciò non dobbiamo identificarci con i sei organi di senso che includono la coscienza mentale e il corpo. In questo modo potremo cancellare tutta la paura che si prova in punto di morte.
C’è una pratica che dice:
“L’elemento terra non è me,
io non sono racchiuso dall’elemento terra;
l’elemento acqua non è me,
io non sono limitato dall’elemento acqua;
l’elemento fuoco, il calore in me, non è me,
io non sono limitato dall’elemento fuoco;
l’elemento aria non è me,
io non sono limitato dall’elemento aria”.
Quando le condizioni sono sufficienti, allora il corpo si manifesta, ma il corpo non viene e non va da nessuna parte. Prima della
manifestazione del corpo non possiamo qualificare il corpo come non esistente. Dopo la cessazione della manifestazione del corpo non possiamo qualificare il corpo come non esistente. La natura del corpo e anche della nostra mente è la natura della non nascita, non morte, non andare, non venire. Ed è proprio questo insegnamento del non nascere, non morire, non andare, non venire che abbiamo imparato all’inizio del discorso di Dharma.
Quando arrivò a questa pratica, le lacrime iniziarono a scendere lungo le guance di Anatapidika e Ananda, sorpreso, gli chiese che cosa gli stesse succedendo: “Perché piangi, hai dei rimpianti?” “No, venerabile Ananda, non ho nessun rimpianto.” “Oppure non hai praticato con successo la meditazione guidata?” “No, venerabile, ho praticato la meditazione guidata con molto successo” “E allora, perché piangi?” “Piango perché sono commosso, ho praticato il rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha per più di trent’anni, ma non ho mai provato una pratica così meravigliosa come quella fattami provare oggi dal venerabile Sariputra. Al che Ananda replicò: “Caro amico, questo insegnamento il Buddha lo impartisce a noi monache e monaci tutti i giorni” Anatapitika disse: “Per favore, va e riferisci che è vero che ci sono persone che non praticano l’insegnamento dell’essere e non essere, non andare e non venire, non nascere e non morire, ma ce ne sono tante altre però che amano molto praticarlo. Chiedo quindi che il Buddha offra questo insegnamento anche ai laici e non solo ai monaci.” Fu questa l’ultima frase pronunciata da Anatapidika prima di morire in pace.
Questa storia si trova nel libro appena tradotto: “I canti di Plum Village”, nella parte dedicata agli insegnamenti per l’uomo moderno. Per favore, prendetene visione; il mio consiglio è di non essere troppo indaffarati nella vita quotidiana. Dovremmo avere il tempo per praticare ogni giorno questi insegnamenti, perché, se veramente pratichiamo liberandoci della paura, la nostra felicità aumenterà centinaia di volte, e se sediamo accanto ad una persona in fin di vita senza paura potremo davvero aiutarla a non aver paura.
Trascrizione del discorso del 1° novembre 2000 a chiusura del ritiro di Castelfusano (Roma).
fonte: http://www.esserepace.org