Mi rendo conto adesso, che il mio cammino non è terminato, e tornerò nel ciclo della trasmigrazione delle anime, nel samsara. Sò che prima o poi ci riincontreremo, e spero vivamente che quando ci rivedremo, tu sarai in grado di dirmi quale sia la cosa più importante correre dietro a migliaia di desideri o conquistarne uno solo.
Ti auguro ogni bene e felicità.
Il tuo Apo.
(Lettera del maestro morente a Tashi – dal film “Samsara“)
-
Bibliografia:
Samsara – Dalai Lama
L’ultimo viaggio – Stanislav Grov
L’ultimo
-
SAMSARA
Il termine sanscrito samsara indica, nelle religioni dell’India quali il Brahmanesimo, il Buddhismo, il Giainismo e l’Induismo, la dottrina inerente al ciclo di vita, morte e rinascita. È talora raffigurato come una ruota.
In senso lato e in un significato più tardo, viene ad indicare anche “l’oceano dell’esistenza”, la vita terrena, il mondo materiale, che è permeato di dolore e di sofferenza, ed è, soprattutto, insustanziale: infatti, il mondo quale noi lo vediamo, e nel quale viviamo, altro non è che miraggio, illusione maya.
Immerso in questa illusione, l’uomo è afflitto quindi da una sorta di ignoranza metafisica, ossia da una visione inadeguata della vita terrena e di quella ultraterrena: tale ignoranza conduce l’uomo ad agire trattenendolo così nel sasara.
fonte: wikipedia
Estratto dal film Samsara – Pan Nalin
Nel Buddhismo il “dhamma-vicaya” costituisce uno dei sette fattori (bojjhanga od anche: bodhi-anga) del Risveglio spirituale buddhista, ovvero della cosiddetta illuminazione spirituale buddhista.
Tali fattori a loro volta fanno parte del Bodhipakkhika Dhamma, cioè del compendio delle 37 principali indicazioni fornite dal Buddha circa il percorso spirituale che conduce alla realizzazione buddhista. Il fattore del “risveglio spirituale buddhista” rappresentato dal dhamma vicaya, consiste nella cosiddetta “analisi ed investigazione del dhamma” (vedere anche il termine dhamma o dharma in questa enciclopedia).
L’espressione “investigazione del dhamma” significa “verifica della verità degli insegnamenti buddhisti”, cioè significa che il buddhista non deve credere per fede agli insegnamenti che riceve dai propri Maestri spirituali, neppure agli insegnamenti impartiti dal Buddha stesso, ma deve sempre fare egli stesso la propria personale esperienza della verità dell’insegnamento che gli viene offerto. Significa anche non affidarsi per fede ai propri Maestri spirituali ed ai Sacerdoti e non aspettarsi troppo dagli insegnamenti e dalle spiegazioni provenienti dagli altri o dai libri, delegando a queste spiegazioni provenienti dall’esterno una comprensione che invece il praticante buddhista può e deve raggiungere da sé stesso, per proprio intimo e personale convincimento raggiunto attraverso la propria personale esperienza vissuta.
Significa accettare sempre e solo con discernimento, evitando di concedere la propria fede a priori, la quale invece deve essere concessa sempre e solo a ragion veduta sulla base della propria verifica personale, altrimenti è mal riposta. Infatti qualsiasi fede detenuta in modo aprioristico, cioè quando essa non sia stata acquisita attraverso un percorso personale di ricerca e di verifica, in genere finisce per costituire solamente un pregiudizio ed in quanto tale ostacola quella condizione di “distacco” che il Buddhismo indica come condizione prioritaria da perseguire nel raggiungimento del corretto atteggiamento interiore, ed allora risulta molto più difficile “lasciare andare” i propri pregiudizi secondo la strada indicata dal Buddhismo stesso.
In questo differisce anche il significato del termine “saddhā”, cioè la fede nel significato buddhista, rispetto al significato religioso tradizionale.
La “fede buddista”, a cui si accosta anche il termine di “fiducia buddhista”, deve intendersi come fede o fiducia nella propria pratica e nei propri mezzi; fede o fiducia esclusivamente proveniente dalla concreta sperimentazione (dhamma-vicaya) dei risultati man mano conseguiti durante la corretta pratica buddhista.
Per il cristiano cattolico, ad esempio, la “fede” ha per oggetto esclusivamente la propria adesione a Dio e consiste specificamente in una delle “tre virtù teologali” cristiane mediante cui il cristiano aderisce ad una “verità rivelata” anche con l’intelligenza, aiutata dalla grazia, non per intrinseca evidenza di tale verità, ma per l’autorità di Dio rivelatore e per questa ragione il cristiano è chiamato a credere in Dio incondizionatamente, in quanto per il cristiano la propria salvezza è imprescindibile da detta fede, dogmatica ed aprioristica.
Nel Buddhismo, invece, il termine saddhā (fede o fiduia nel significato buddhista) non esprime l’atto di adesione incondizionata a degli insegnamenti imposti da altri dall’esterno od attraverso la dottrina ed a cui il buddhista debba credere ed aderire “per fede”; il praticante buddhista non deve accettare alcunché con sentimento di acquiescenza e non deve considerare l’insegnamento buddhista alla stregua di un “ipse dixit” da parte dei propri Maestri spirituali o del Buddha stesso, bensì “deve verificare” sempre lui stesso in prima persona la verità di ogni insegnamento buddhista che riceve, con piena consapevolezza, attraverso la sperimentazione personale della propria pratica buddhista, così come l’indicazione del “dhamma-vicaya” (l’investigazione della verità degli insegnamenti buddhisti) lo invita esplicitamente a fare.
Dharma è un termine sanscrito che presso le filosofie orientali riveste numerosi significati. Può essere tradotto come Legge, Legge cosmica, Legge Naturale, oppure il modo in cui le cose sono. Vivendo in accordo con questa Legge, è possibile porre fine alla sofferenza dovuta al ciclo delle nascite e delle morti (Saṃsāra). Poiché tutte le azioni (Karma) producono frutti (alcuni piacevoli e altri spiacevoli, a seconda del tipo di azione), l’unico modo per ottenere la Liberazione è attenersi all’Ordine Universale, e vivere in armonia con esso, senza attaccarsi ai conseguenti risultati piacevoli delle azioni virtuose, in modo che esse conducano gradualmente alla Liberazione.
La parola Dharma (in sanscrito: “धर्म”), o Dhamma in lingua Pali, è usata nella maggior parte delle filosofie o religioni (se non in tutte) di origine indiana, le Religioni dharmiche: Induismo (Sanatana Dharma), Buddhismo, Jainismo e Sikhismo. Nella sua forma più antica, dharman, il termine compare per la prima volta nei Veda.
È difficile fornire une definizione sintetica ed esaustiva per “Dharma”; questa parola infatti ha una lunga ed articolata storia ed un complesso insieme di significati ed interpretazioni. Molti, sia Occidentali che Orientali, hanno formulato quantità diverse di possibili trasposizioni, da giustizia a religione; termini, comunque, con una connotazione morale che non esprime completamente il significato metafisico. Con la parola dharma infatti si indica anche la religione, ma non si esaurisce a questo; esso indica una sorta di “legge della natura”, norma eterna ed “ordine” sia del cosmo che della vita individuale e sociale degli esseri umani.
Si possono quindi individuare due dimensioni nel concetto di Dharma: una che riguarda la legittima acquisizione e fruizione dei beni di questa vita, e l’altra, di tipo escatologico, che concerne il fine ultimo di ogni anima, la liberazione finale dal Saṃsāra.
“Dharma” deriva dalla radice dhri, che significa sostenere, reggere. Il termine deve prima essere compreso nel suo originale contesto metafisico, quello dell’essere “conformi” a quel Principio Divino Creativo che opera dall’interno dell’individuo. Rappresenta la “legge interiore” dell’individuo, Legge a cui occorre prestare obbedienza, se si vuole che la propria vita sia in accordo con la Volontà Divina. Questo è ciò che gli Induisti (o le altre tradizioni metafisiche) considerano il principale scopo della vita. A proposito di questo, è interessante notare che la tradizione indù individua quattro principali scopi della vita dell’uomo (Purushartha); l’ultimo di essi è Moksha, la liberazione definitiva dell’anima. Subordinati a questo scopo, se ne riconoscono altri due: Artha, il benessere (l’uomo ha bisogno dei beni materiali per sostenere la vita); Kama, il desiderio, il piacere (l’uomo ha bisogno di essere felice e godere delle cose buone e dei piaceri del mondo). Questi due concetti devono essere visti in funzione del fine ultimo, il che significa che devono essere guidati e regolati a seconda dei principi morali e dei valori religiosi, o Dharma, per poter effettivamente condurre alla Liberazione.
In “Dharma”, inoltre, troviamo il principio fondante del sistema delle caste – ovvero categorie di persone all’interno delle quali gli individui erano fedeli ad un “decreto interiore” a cui non potevano ribellarsi.
Nel Buddhismo, Dharma indica gli insegnamenti del Buddha sull’origine del dukkha (la sofferenza) o la pratica di tali insegnamenti, e di conseguenza il Buddhismo stesso. Il Dharma è una legge universale che regola il funzionamento del mondo, e che il Buddhismo s’impegna a trasmettere e spiegare, sin dal primo discorso pubblico del Buddha ( Dharmaçakrapravartana). Il Dharma è simboleggiato da una ruota, il dharmaçakra.
Il discorso di Dharma è un discorso pubblico tenuto da un maestro buddhista, sugli insegnamenti del buddhismo stesso. I maestri buddhisti tengono regolarmente discorsi di Dharma. In rete se ne può trovare un assortimento molto ampio, sotto forma di testo, registrazione audio in formato mp3, o registrazione video, per lo più in inglese (Dharma talks”).
Il termine dharma, sempre nel Buddhismo, quando scritto con l’iniziale minuscola, indica anche i diversi fenomeni osservabili, ovvero: tutti gli oggetti conoscibili, quelli della mente, gli oggetti materiali, le regole e le tradizioni religiose e i comportamenti virtuosi.
(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.)