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Sofferenza

22 marzo, 2010 by pomodorozen Categories :
Articoli
Sofferenza
Vita e morte
Yogananda
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Perchè la vita è cosi’ piena di prove?

Attraverso le prove noi impariamo le lezioni della vita. Le prove non sono fatte per distruggerci: sono fatte per sviluppare il nostro potere. Esse fanno parte della naturale legge dell’evoluzione e sono necessarie per noi per avanzare da un livello più basso ad uno superiore. Tu sei molto più forte di tutte le tue prove. Se non lo capisci adesso, dovrai capirlo più tardi.

Dio ti ha dato il potere di controllare la tua mente e il tuo corpo e così liberarti dai dolori e dai dispiaceri. Non dire mai “sono finito”. Non inquinare la tua mente pensando che se cammini un po’ di più ti sforzerai troppo o che se non puoi avere un certo tipo di cibo soffrirai, e così via.Non permettere mai alla tua mente di ospitare pensieri di malattia o di limitazione: vedrai che il tuo corpo cambierà in meglio.

Ricorda che la mente è il potere che governa questo corpo, quindi se la mente è debole anche il corpo diventa debole. Non intrististi o preoccuparti di nulla. Se rafforzi la tua mente non sentirai sofferenze fisiche. Non importa cosa succede, devi essere assolutamente libero nella tua mente.

Come in un sogno puoi pensare che stai male e svegliandoti di colpo vedi che non è vero, così nello stato di veglia devi sapere che la vita non è altro che un sogno.

La mente non ha alcun legame con il corpo se non quello che tu gli dai. Quando la mente potrà rimanere distaccata dal corpo a tuo piacimento, tu sarai libero. Ricorda che sei immortale. Per poter superare le prove della vita avrai bisogno di ringiovanire sia il corpo che la mente. Dovrai sviluppare l’elasticità mentale. Se non puoi fare fronte alle prove della vita, sarai indifeso quando i problemi e le tribolazioni arriveranno.

A volte la vita sembra un gioco crudele. La sola giustificazione per questo è che la realtà è solo un sogno. Hai avuto molte esperienze attraverso molteincarnazioni e ne avrai altre in futuro, ma non dovrebbero impaurirti. Devi recitare tutte le parti in questo film della vita, dicendo a te stesso “Io sono Spirito”.

Questa è la grande consolazione che la saggezza ci dà. Realizza la presenza dell’infinito. Guarda Dio, tuo Padre, il tuo Spirito, dietro le ombre. Nel profondo del tuo essere realizza questo, indipendentemente da ciò che i tuoi pensieri comandano.

Non lasciare sedere nessuno sul trono del tuo cuore se non Dio. Se ami la creazione di Dio più di Dio stesso, sarai deluso. Dio deve essere il primo e l’ultimo, sempre. Non seguire i dettami dei tuoi sogni terreni, perché qualche volta i sogni si trasformano in incubi. Distruggi queste illusioni risvegliandoti in Dio e sarai salvo per sempre.

(di Paramhansa Yogananda, Inner Culture, aprile 1941)

24 dicembre, 2009 by pomodorozen Categories :
Aiuti umanitari
Amore
Equanimità
Sofferenza
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I nostri fratelli …

childeatingofffloor-1-smallPerché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato,  carcerato e siete venuti a trovarmi…
… ogni volta che avete fatto queste cose  a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.”
(Vangelo di Matteo)

Se vuoi supportare cause che difendono i diritti dei più deboli puoi tener conto delle associazioni che Ti segnaliamo qui sotto.
NOI SOSTENIAMO QUESTI PROGETTI

Adozione bambini e supporto alla popolazione Tibetanawww.sostibet.org

Un’adozione a distanza è una grande possibilità di aiutare chi è nel bisogno, potrai trasformare la vita di un essere umano e renderti subito conto del  risultato del tuo piccolo grande aiuto. E’ una grande soddisfazione vedere un piccolo bambino che non ha nulla, crescere autonomo e portare avanti il suo ciclo di studi, avere la possibilitàdi donargli degli strumenti, che lo renderanno indipendente  e membro attivo della sua piccola comunità.
continua

Food for Life – Un pasto al giorno per coloro a cui è stato negato anche questo diritto
Ogni giorno a Vrindavana distribuiamo a bambini, mendicanti e pellegrini (al mattino e al pomeriggio) un totale di 800 pasti caldi e nutrienti. Inoltre ogni giorno distribuiamo cibo ai bambini di scuole povere della zona.
continua

SOS Villaggi dei Bambini Italia
Coerentemente con il modello SOS a livello internazionale, anche SOS Villaggi dei Bambini ha una politica di intervento centrata sul bambino. Questa politica è frutto di confronto interno con tutte le realtà SOS di accoglienza in Italia e a livello mondiale con tutte le organizzazioni SOS ed è coerente con i principi sanciti dalla Convenzione ONU dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.
continua

14 novembre, 2009 by pomodorozen Categories :
Autori - Personaggi celebri
Dalai Lama
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Sofferenza quando si perde un figlio…

dalai-lama

Domanda: come sì ci può distaccare dalla sofferenza quando sì perde un figlio?

Sua Santità il Dalai Lama

Vi era una donna dell’area del Pempo che non aveva figli. Una volta sì avvicinò a un lama kadampa, Potowa e lamentandosi diceva voglio un figlio. Potowa, rassicurandola, rispose è meglio non avere figli, perché se hai un figlio hai una preoccupazione, se hai 2 figli hai 2 preoccupazioni e se hai 100 figli ha 100 preoccupazioni. E la donna tacque.

In questo caso è molto triste, una madre che perde un figlio, perché la madre è la maestra dell’affetto, sono coloro che ci mostrano l’esempio dell’affetto.

Ci sono molte possibilità di passare questo brutto avvenimento se la persona a cui capita ciò è credente. Per esempio se tu credi in Dio ricordati che lui è misericordioso e quindi il fatto che noi siamo sue creature deve avere qualche significato.

Un altra persona che crede nella legge di causa ed effetto può pensare che è a causa di cause e condizioni che è successo questo. Anche se è una cosa molto triste, quando un figlio muore cercate di non dispiacervi troppo, il bambino capisce quello che la madre sente. La madre non deve essere molto triste per il suo bambino, pensate se ci potesse vedere questo bambino così tristi allora lo faremmo ulteriormente soffrire. Questo bambino sarebbe molto più felice di vedere che ciò che lui ha lasciato sta continuando in modo armonioso e costruttivo.

Questa tragedia non deve farci piombare in una tristezza ulteriore e nell’ansia. A parte ciò io non so che cosa dire.
(Nantes, 20.08.08 – V giorno d’insegnamenti di S. S. il Dalai Lama)
Tratto da sangye.it

4 novembre, 2009 by pomodorozen Categories :
Frase del giorno
Pensieri di saggezza
Sofferenza
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Le quattro nobili verità

Buddha- La vita è sofferenza
- La causa della sofferenza è l’ignoranza
- La cessazione della sofferenza è possibile: è la pace che si realizza quando l’ignoranza, l’avidità e l’odio cessano di dirigerci;
- C’è una via per pervenirvi che comporta otto aspetti: comprensione giusta, pensiero giusto, parola giusta, azione giusta, modo di vita giusto, sforzo giusto, attenzione giusta e meditazione giusta.
(Buddha)

4 novembre, 2009 by pomodorozen Categories :
Amore
Sofferenza
Vita e morte
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Affrontare il dolore

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La gioia nascosta nel dolore

(riflessioni di Sister Medhanandi)

© Ass. Santacittarama, 2007. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Tradotto da Gabriella De Franchis

(Tratto dal libro “Freeing the heart”, reperibile dal sito
www.amaravati.org)

Durante questi giorni di pratica insieme abbiamo letto i nomi di molte persone: i nostri cari scomparsi, i nostri parenti, i familiari, gli amici che in questo momento stanno soffrendo angosce e pene indicibili. C’è tanta sofferenza intorno a noi. Come possiamo accettarla? Abbiamo sentito parlare di suicidi, di cancro, di aneurisma, una malattia neuro-motoria che strappa la vita a tante persone giovani e piene di vita. E poi ci sono la vecchiaia, le malattie, il decadimento e la morte, che spengono la vita di molte persone anziane che hanno ancora tanta voglia di vivere. Perché accade questo?

In natura la morte è dappertutto intorno a noi. Ora stiamo entrando nella stagione in cui tutto muore. E’ la legge naturale, niente di nuovo. E tuttavia, molto spesso, continuiamo a allontanarla dalla nostra vita, facendo del nostro meglio per fare finta che non moriremo mai, che non invecchieremo, che saremo sempre in salute, benestanti e lucidi fino all’ultimo momento.

Ci identifichiamo costantemente con i nostri corpi. Pensiamo: “Questo sono io” oppure “Io sono il mio corpo, sono questi pensieri. Sono queste sensazioni, questi desideri, questo benessere, queste meravigliose proprietà che ho, questa personalità.” Ecco dove sbagliamo.

Attraverso la nostra ignoranza rincorriamo le ombre, dimoriamo nelle delusioni, incapaci di affrontare le tempeste che la vita ci porta. Non siamo capaci di stare come le querce che ci sono lungo il confine di Amaravati, che resistono all’inverno e superano tutte le tempeste che le colpiscono. In Ottobre lasciano cadere con grazia le loro foglie. E in estate sono di nuovo in fiore.

Anche per noi ci sono andirivieni, nascite e morti, le stagioni della nostra vita. Quando saremo pronti, e anche se non lo saremo, noi moriremo. Anche se non siamo mai stati ammalati, un giorno nella nostra vita, moriremo comunque: questo è quello che i corpi devono fare.

Quando parliamo di morire, prima che moriamo, non vuol dire che dovremmo cercare di suicidarci per evitare le sofferenze; significa che dovremmo usare questa pratica, questa maniera di contemplare, per comprendere la nostra vera natura. Durante la meditazione possiamo entrare in profondità nella nostra mente, per investigare la vera natura del corpo e della mente, per comprendere l’ impermanenza, e per chiederci cosa è che muore? Chi muore?

La morte può essere pacifica. Una morte pacifica è un dono, una benedizione per il mondo, semplicemente un ritorno degli elementi agli elementi. Ma se noi non ci siamo avvicinati alla realizzazione della nostra vera natura, può sembrare molto spaventosa, e potremmo porre molta resistenza.

Ma noi possiamo prepararci, domandandoci chi siamo veramente; possiamo vivere con coscienza. Poi, quando arriva il momento, possiamo morire con coscienza, completamente aperti, proprio come le foglie che si depositano al suolo, proprio come le foglie sono chiamate a fare.

Rincorrere le ombre….Che cosa cerchiamo veramente nella nostra vita? Cerchiamo felicità, un posto sicuro, pace. Ma dov’è che cerchiamo questecose? Cerchiamo disperatamente di proteggere noi stessi raccogliendo sempre più cose, avendo chiusure sempre più grandi per le nostre porte, mettendo un sistema di allarme. Ci blindiamo costantemente, gli uni contro gli altri – accrescendo il senso di separazione – avendo più proprietà, più controllo, sentendoci più importanti con la nostra laurea, i nostri dottorati. Ci aspettiamo più rispetto e chiediamo soluzioni immediate: è una cultura di gratificazione immediata.

Così siamo costantemente sull’orlo del disappunto, accade se il nostro computer si blocca, se non raggiungiamo un accordo di lavoro o se non otteniamo una promozione.

Questo non significa sminuire il mondo materiale. Noi abbiamo bisogno del supporto materiale, del cibo, dei vestiti, delle medicine; abbiamo bisogno di un rifugio e di una protezione, un luogo in cui riposare; abbiamo anche bisogno di calore, di amicizia. Abbiamo bisogno di molte cose per fare questo viaggio. Ma a causa del nostro attaccamento alle cose,dei nostri sforzi tesi a riempirci di cose e a trovare appagamento attraverso queste, ci rimane un senso di desiderio, di insoddisfazione, perché stiamo cercando nel luogo sbagliato. Quando qualcuno improvvisamente si ammala, perde una gamba, ha un infarto, affronta la morte, prende l’AIDS e deve sopportare indicibili sofferenze, che cosa facciamo noi? Dove ci rifugiamo?

Prima della sua illuminazione, quando il Buddha era ancora un principe, aveva tutto. Aveva quello che nel mondo la maggior parte di persone cerca mentre allontana la morte ai margini della vita, mentre relega la conoscenza della propria mortalità nel punto più estremo della consapevolezza. Era un principe. Aveva una moglie amorevole e un bambino. Suo padre aveva cercato disperatamente di proteggerlo dalle brutture della vita, fornendogli tutti i piaceri dei sensi, incluso un palazzo diverso per ogni stagione. Ma non poteva trattenere suo figlio e un giorno il principe uscì e vide ciò che doveva vedere: i quattro Messaggeri Celesti. Qualcuno potrebbe pensare che sia contraddittorio il fatto che un messaggero celeste possa presentarsi con le sembianze di un vecchio: “Cosa c’è di celestiale in un vecchio che si trascina lungo il bordo della strada?”. Ma è un messaggero divino perché la sofferenza è la nostra maestra, è attraverso la nostra esperienza e la nostra abilità nel contemplare la sofferenza che noi impariamo la Prima Nobile Verità.

Il secondo e il terzo messaggero erano un malato e un cadavere pieno di vermi e di mosche, in decomposizione sulla pira funeraria. Queste furono le cose che il Buddha vide e che gli aprirono gli occhi alla verità sulla vita e sulla morte. Ma il quarto messaggero celeste era un samana, un monaco: un simbolo di rinuncia, qualcuno che aveva rinunciato al mondo per scoprire la vera verità.

Molte persone vogliono scalare l’Everest, la montagna più alta del mondo, ma in realtà c’è un Himalaya qui, in ognuno di noi.

Io voglio scalare quell’ Himalaya, per scoprire la verità che sta dentro di me, per raggiungere la vetta della comprensione umana, per realizzare la mia vera natura. Tutto, sul piano materiale, specialmente le cose alla ricerca delle quali sprechiamo un sacco di energie, sembra piccolo e insignificante di fronte a questa potenziale trasformazione di consapevolezza.

Ecco dove questi quattro segni celesti furono indicati al giovane Siddhartha. Questi sono i messaggeri che ci possono indicare la Via della Verità, lontano dalla via dell’ignoranza e dell’egoismo, dentro la quale lottiamo vanamente, intrappolati in visioni errate, incapaci di affrontarela nostra oscurità, la nostra confusione, il nostro dolore. Stephen Levinesi riferisce alla distanza dal nostro dolore, dalla nostra ferita, dallanostra paura, dalla nostra afflizione, come alla distanza da unacomprensione della nostra vera natura.

Le nostre menti creano l’abisso, l’immenso baratro. Che cosa ci porterà al di là del vuoto? Come possiamo affrontare l’oscurità che sentiamo? Come sviluppiamo quel tipo di discernimento con il quale possiamo realizzare il vero amore in sé, quella pace sublime che non afferra né respinge nulla? Possiamo trattenere tutti i dispiaceri e le sofferenze in un abbraccio compassionevole, che entra nel profondo dei nostri cuori con pura consapevolezza, presenza mentale e saggia riflessione, che tocca il centro del nostro essere? Appena iniziamo a vedere più chiaramente, con visione profonda, penetrante, impariamo la differenza tra dolore e sofferenza. Qual è l’esperienza del dolore? E’ semplicemente naturale che noi proviamo dolore quando qualcuno dei nostri cari muore. Siamo attaccati a quella persona, attaccati alla sua compagnia, abbiamo ricordi di periodi trascorsi insieme. Dipendevamo l’uno dall’altro per molte cose – conforto, intimità, sostegno, amicizia – così ne sentiamo la perdita.

Quando mia madre stava morendo, aveva difficoltà a respirare e i fluidi corporei stavano già iniziando a putrefarsi, improvvisamente si svegliò da un coma profondo e i suoi occhi pieni di riconoscenza incontrarono i miei. Dalla profondità dell’Alzheimer che le aveva impedito di riconoscermi negli ultimi dieci anni, in quel momento tornò ad essere pienamente cosciente, e sorrideva con una sopranaturale gioia splendente. Un raggio cadde su noi due. E poi, il momento successivo, se ne andò. Dov’era la malattia che ce l’aveva rapita per così tanti anni? In quel momento c’era la realizzazione delle vacuità della forma. Lei non era questo corpo. Non c’era nessuna Alzheimer e lei non stava morendo. C’era soltanto l’impermanenza da conoscere, con il cuore e attraverso il distacco, la dissoluzione degli elementi che ritornano alla loro origine.

Conoscendo il trascendente, conoscendo la realtà delle cose come sono – conoscendo il corpo come corpo – ci rendiamo conto che siamo in perenne cambiamento. Impariamo a stare nella pura consapevolezza e tocchiamo ciò che è immortale.

Nelle nostre relazioni personali, con la nostra famiglia, possiamo iniziare a usare la saggezza come nostro rifugio. Non vuol dire che noi non amiamo, che non soffriamo per i nostri cari. Significa che non siamo dipendenti dalle nostre percezioni di nostra madre e di nostro padre, dei figli o degli amici intimi. Non dipendiamo dal loro essere come noi pensiamo che siano, non crediamo più che la nostra felicità dipenda dal loro amore nei nostri confronti, dal fatto che loro vivano o muoiano. Siamo in grado di arrenderci al ritmo della vita e della morte, alla legge naturale, al Dhamma della nascita, dell’invecchiamento, della malattia, della morte. Quando Marpa, il grande maestro tibetano di meditazione, nonché maestro di Milarepa, perse suo figlio, pianse amaramente. Uno dei suoi discepoli allora gli si avvicinò e gli chiese:” Maestro, perché piangete? Voi ci insegnate che la morte è un’illusione”. E Marpa disse:”La morte è un’illusione. E la morte di un bambino è un’illusione ancora più grande”. Ma quello che Marpa riuscì a mostrare al suo discepolo fu che mentre lui era in grado di capire la verità sulla natura condizionata di tutte le cose e sulla vacuità della forma, poteva ancora essere umano, poteva provare quello che stava sentendo, poteva aprirsi al suo dolore. Poteva essere totalmente presente alla sensazione di quella perdita. E poteva piangere apertamente.

Non c’è nulla di incongruente se sentiamo le nostre sensazioni, se tocchiamo il nostro dolore e, allo stesso tempo, sentiamo la verità del modo in cui sono le cose. Il dolore è dolore; il dispiacere è dispiacere, la perdita è perdita: possiamo accettare queste cose. La sofferenza è ciò che noi aggiungiamo a queste cose quando le respingiamo, quando diciamo, “No, non posso”. Oggi mentre leggevo i nomi dei miei nonni che furono assassinati assieme alle mie zie, gli zii e i loro figli durante la seconda guerra mondiale – e i loro corpi nudi gettati in enormi fosse – quest’immagine improvvisamente mi travolse con un dolore della cui presenza non avevo consapevolezza.

Sentii una pressione soffocante. Ero incapace di respirare. Mentre le lacrime mi scendevano sul viso fui in grado di ricordare, di essere consapevole delle esperienze fisiche e di accompagnare questo doloroso ricordo con il respiro, lasciando che si manifestasse. Non è un fallimento provare queste sensazioni. Non è una punizione. Fa parte della vita. E’ parte di questo viaggio umano.

Quindi, la differenza che c’è tra il dolore e la sofferenza, è la stessa che c’è tra la libertà e la schiavitù. Solo se siamo capaci di stare con il nostro dolore, possiamo accettarlo, conoscerlo e guarirlo. Ma se non è bene provare dolore, rabbia, paura o solitudine, allora non è bene guardare le nostre sensazioni, e non è bene tenerle nei nostri cuori e trovare pace con esse. Quando non siamo in grado di sentire quello che dobbiamo sentire, quando facciamo resistenza o cerchiamo di sfuggire alla vita, allora siamo schiavi. Dove ci aggrappiamo, lì c’è la sofferenza, ma se sentiamo semplicemente il puro dolore così com’è, la nostra sofferenza muore…Ecco la morte di cui dobbiamo morire.

Bibliografia:
Il valore della sofferenza – Dalai Lama

Ascoltare il dolore – Roberto Tagliacozzo

Comprendere il dolore del bambino – aniela Schenetti

Il dolore femminile – Maria Puliatti

Il dolore superfluo – Erickson