“La sofferenza non e’, ne’ positiva, ne’ negativa: la sofferenza e’ propria della vita. E la vita e’ crescita, e ogni crescita comporta la sofferenza come uno dei suoi ingredienti essenziali”.
Tony era solito ripetere tali affermazioni, soprattutto in situazioni concrete di sofferenza, nelle quali ci vedeva lottare e spendere molte energie. In questo modo mi ha portato a sviluppare una certa tolleranza della sofferenza e delle contraddizioni della vita.
“Se mi immunizzo in tutti i modi contro la sofferenza, mi escludero’ da qualsiasi intimita’ e crescita, mi escludero’ dalla vita stessa”.
Una volta capito che non dovevo evitare la sofferenza a ogni costo, iniziai a respirare liberamente. Fui in grado di “esplorare” con facilita’ i dolori della mia vita, come la separazione dei miei genitori. Riconobbi l’energia che viene liberata quando imparo ad accettare l’inevitabile: quei fattori sui quali non ho alcun controllo. All’inizio mi esercitai con Tony, che evidenziava questa verita’ nei momenti cruciali in cui ero piu’ vulnerabile; divenuto consapevole, in seguito continuai da solo e fui condotto nelle zone congelate della mia vita, le quali ritrovarono, a poco a poco, vita e movimento.
Mi ripetevo sovente: “E’ doloroso ma posso accettarlo, e’ un atteggiamento vitale”.
“Puoi accondiscendere e non soffrire, ma essere morto. Puoi essere libero e spontaneo e soffrire, ma essere vivo”.
———–
Durante il nostro soggiorno a Sadhana, Tony mi disse: “Ti ho trovata viva, vibrante e davvero molto matura sotto diversi punti di vista. Tuttavia, ho avvertito un certo disagio e ora so il perche’. Mia cara, emotivamente sei una tipica adolescente che seduce uomini a destra e a sinistra, di sopra e di sotto, e ti chiedi perche’ gli uomini cadono ai tuoi piedi a ogni passo”. Aveva colto nel segno, anche se non mi era facile accettarlo, dal momento che e mi consideravo gia’ prossima alla santita’…
Dalla seduta successiva, Tony fece di tutto per farmi notare le mie tattiche di seduzione: sguardi, pose, scelta delle parole per comunicare i miei sentimenti, atteggiamenti, ecc.
———-
Tony una volta mi disse: “A causa dell’enfasi posta, nella nostra formazione di gesuiti, sul controllo delle emozioni, sei diventato un uomo d’acciaio. C’e’ un tale calore di sentimenti dentro di te, ma tu lo reprimi, non lo esprimi mai, non sei veramente te stesso”.
La sua osservazione mi infastidi’. “Lo so”, risposi, “ma se lascio la presa potrei perdere il controllo di me stesso: una volta che la diga e’ aperta, potrei essere trascinato via dalla piena dei miei sentimenti”.
Tony replico’ freddamente: “Dipende da te. Puoi scegliere se essere un “uomo d’acciaio”, o un individuo dal gran cuore”.
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Dall’ultima lettera di Tony del 1 giugno 1987, il giorno prima che morisse:
“Ritengo che tutti i miei interessi siano ora incentrati su qualcos’altro, sul “mondo dello Spirito”, e tutto il resto mi appare futile e assolutamente irrilevante… Mai prima, nella mia vita, mi sono sentito cosi’ felice, cosi’ libero…”
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Tony era stato in Spagna a studiare filosofia. Li’ incontro’ un gesuita, padre Calveras, che anche in quei giorni prima del Concilio Vaticano, sosteneva: “La preghiera dei gesuiti e’ diventata troppo speculativa. Ignazio dava grande importanza alle emozioni nella preghiera”!. Tony rimase profondamente impressionato quando Calveras gli domando’: “Come preghi? Descrivi il tuo modo di pregare”. Tony penso’: ” Ecco un vero guru” . Si risvegliava in lui la guida spirituale.
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In una delle ultime sedute del mio corso, o soggiorno lungo, a Sadhana, Tony ripete’ un’idea che aveva gia’ menzionato: “Se non fate progressi, non e’ perche’ mancate di buona volonta’, ma perche’ non avete memoria… Non fate affidamento sulle “conquiste” fatte: i loro benefici svaniranno a poco a poco se non vi ricordate di rafforzarli attraverso la pratica quotidiana. I vostri modelli nevrotici saranno con voi anche domani. Avrete delle crisi.
Allora ricordate cio’ che avete capito su di esse e come ne siete usciti. Continuate a esercitarvi nei nuovi modelli, nelle reazioni nuove, nelle fantasie e negli esercizi che vi hanno aiutato. Col passare del tempo, la stretta delle vecchie abitudini potrebbe allentarsi. In ogni caso non sarete piu’ gli stessi… se ricordate di fare pratica ogni giorno.
“Sarete come quell’uomo che, dopo il corso a Sadhana, diceva alla sua comunita’: ” Entro ancora in crisi un sacco di volte, ma rido di piu’ e certamente mi sento molto piu’ in pace”
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Tony mi ha portato a cercare consiglio e forza soprattutto in me stesso.
“Quando vedi chiaramente che una posizione che hai adottato, che un giudizio che hai formulato e’ puro, non influenzato dall’ego, avrai anche la forza di agire di conseguenza”.
Una volta mi scrisse: “Al momento non sperimenti la forza, perche’ non ti vedi chiaramente. La verita’ ti rendera’ libero. Conoscendoti cosi’ come sei, senza l’aggiunta di bugie, diventerai saldo. E allora potrai far fronte a tutto e a tutti”.
Penetrando in me stesso iniziai a scoprire cio’ che stavo facendo con me stesso: i miei modi disonesti di affrontare i miei pensieri e sentimenti, la mia difficolta’ ad accettare le osservazioni positive e negative su di me… Tramite questa continua e onesta consapevolezza iniziai a godere di una maggiore liberta’ e serenita’ nell’affrontare le situazioni sfavorevoli, sempre sostenuto dalla calorosa comprensione di Tony e dal suo incitamento amorevole e affettuoso.
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Ho avuto molte occasioni di trascorrere qualche momento tranquillo con Tony. Il periodo piu’ memorabile furono i due giorni che passai con lui a Sadhana, di ritorno dall’ultimo seminario che tenne a Pune. Fu una settimana prima della sua morte. Molte cose che disse allora, mi tornano alla mente ora. Le ho applicate alla mia vita travagliata negli ultimi mesi e le ho trovate molto efficaci; mi hanno dato tanta pace e felicita’.
1. Un cuore colmo di gratitudine non puo’ mai essere infelice.
2. Ogni giorno, quando ti svegli, ricorda che potresti non vedere il domani. Se farai cosi’ godrai di ogni singolo giorno.
3. Pensa alla morte e inizierai a vivere. Noi non pensiamo mai alla morte; percio’, ci attacchiamo alle cose e alle persone e finiamo per condurre una vita miserabile nel terrore di perderle.
4. Non attaccarti alle cose nella vita: godine finche’ ci sono, ma ricorda che un giorno dovrai lasciarle, non potrai portarle con te. Vale la pena essere cosi’ infelici nel tentativo di trattenerle?
5. Una cosa che mi disse quel giorno si staglia chiaramente nella mia memoria: “Se dovessi morire domani e sapessi di dover morire, la cosa che mi renderebbe molto felice sarebbe sapere di aver aiutato tante persone. La mia esistenza su questa terra e’ stata di qualche utilita’ per l’umanita’”. Quante persone possono dire lo stesso della propria vita su questa terra? Passiamo il tempo a fare cose per noi stessi, o ad aiutare gli altri?
6. Abbiamo sempre tutto cio’ che ci serve per essere felici. Ma siamo infelici, perche’ ci concentriamo su cio’ che vogliamo e non possiamo avere.
ANTHONY DE MELLO
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Oggi, vorrei riflettere sul tema dell’unità e vorrei cominciare con una breve poesia del grande maestro cinese Li Po:
Gli uccelli sono spariti nel cielo
e ora svanisce l’ultima nuvola.
Ci sediamo insieme
la montagna e io
finché solo la montagna
rimane.
La ricerca dell’unità mi sembra un tema che attraversa tutta la nostra vita. Una delle più grandi sofferenze che sperimentiamo, come esseri umani, è la sofferenza di sentirsi separati, isolati, o esclusi. È un dolore che ha le sue radici nella solitudine, nella paura e nell’imbarazzo. Quando ci sentiamo isolati o non in contatto, questo senso di separazione può esprimersi in varie forme d’ansia, e cerchiamo di porre fine a questa sofferenza attraverso la ricerca di unità, nella relazione o nell’intimità, con gli altri, con la natura, con noi stessi.
Una delle più grandi fonti di gioia che sperimentiamo, come esseri umani, sono i momenti in cui abbiamo un barlume di unione. Quando scompare la separazione, prende il suo posto una profonda intimità e connessione. Questi barlumi di unione possiamo ritrovarli nelle stesse situazioni in cui sperimentiamo la separazione: nelle nostre relazioni con gli altri, nella natura, con noi stessi. E nei momenti in cui vi è un bagliore di unione, è presente la sensazione che quello che sta accadendo ci basti, sia sufficiente, non manca niente, nulla da conquistare o a cui aspirare.
Non abbiamo bisogno di situazioni speciali per incontrare questi barlumi di unione. Possono accadere in momenti di vera semplicità. E quando avvengono, sono momenti che ci dànno ispirazione e ci fanno intravedere una possibilità. La meditazione riverbera spesso la ricerca di unione.
Nella meditazione vengono sottolineate due dimensioni di unità: c’è l’unione che nasce dallo sviluppo di un’attenzione chiara e saggia nel presente, ed è la qualità di unione che nasce dalla concentrazione; e vi è un’altra dimensione di unione e non separazione che nasce dalla comprensione intuitiva.
Nella pratica di meditazione, sviluppiamo entrambe le dimensioni di unità. Riapprendiamo e riscopriamo la piena attenzione, e insieme approfondiamo la saggezza, lasciando cadere la confusione e i fraintendimenti. Ora, l’unione della concentrazione e l’unione della visione profonda non sono esattamente le stesse.
Penso che nessuno potrebbe affermare che la concentrazione è di per sé liberante, non è nemmeno un pre-requisito per la visione profonda, tuttavia è connessa allo sviluppo della comprensione intuitiva o visione profonda. Il Buddha creò questa immagine ternaria: sulla bontà del cuore si costruisce l’attenzione saggia; sull’attenzione saggia si edifica la comprensione profonda.
Ci sono alcuni temi paralleli presenti sia nell’unione sviluppata attraverso la concentrazione, sia nell’unione della comprensione intuitiva, perché sia la concentrazione che la visione intuitiva comportano il lasciar cadere e abbandonare la frammentazione, il distanziarci, la resistenza. Sia la concentrazione che la comprensione intuitiva coinvolgono l’essere pienamente nel momento presente.
Quando cominciamo a coltivare e a sviluppare la pratica meditativa, quello che sviluppiamo è l’attenzione saggia. È un processo di avvicinamento, sempre più intimo, al momento presente, imparando a vedere le cose così come sono, con grande semplicità, senza aggiungere, né togliere niente. Allora, quando respiriamo, semplicemente respiriamo; quando ascoltiamo, semplicemente ascoltiamo. In questa piena attenzione, il mondo delle associazioni, delle preferenze, delle simpatie e antipatie, comincia a tramontare.
Al Buddha una volta fu chiesto: “Come si riconosce un illuminato da un non illuminato?”. Il Buddha rispose con questo esempio: immagina una persona che cammina attraverso un campo, dove si trova un arciere che gli scaglia una freccia e la persona rimane ferita a una gamba. Allora, che la persona sia illuminata o non lo sia, sentirà male. Ma si può notare la differenza, se quella persona, guardando in su, vede l’arciere che sta per lanciare un’altra freccia. La persona non illuminata dirà: “So che anche questa freccia mi colpirà, so esattamente quanto mi farà male e quanto grande sarà la ferita”, e via dicendo tutte le storie che nella sua mente potrebbero sorgere. Mentre l’illuminato, probabilmente, se ne andrà dal campo.
Ora, questa qualità di piena attenzione è qualcosa che possiamo addestrare e che si attua attraverso lo sforzo saggio, la felicità e la chiara intenzione; attraverso questi fattori, mente e corpo pervengono a uno stato di calma, di silenzio, e di benessere.
Tutte le pratiche di attenzione saggia sono essenzialmente pratiche che diminuiscono il senso di distanza e di isolamento. Dovendo attraversare strati di resistenza, strati delle nostre storie, e di irrequietezza, alcuni hanno difficoltà a coltivare l’attenzione saggia; tendono ad avere una visione gerarchica e a pensare che la concentrazione non sia molto importante. Talvolta questa resistenza sorge semplicemente perché la concentrazione necessita di molto sforzo e energia: come avrete visto in questi giorni, coltivare l’attenzione saggia richiede un’immensa dedizione. È vero che la mente non attenta può avere molte comprensioni intuitive, ma molto spesso rimangono a livello del pensiero, senza avere potere trasformante.
In inglese abbiamo il detto: l’ignoranza è beatitudine. Penso che sia stato inventato da qualcuno che aveva molte intuizioni, ma non abbastanza concentrazione. Noi ci vediamo cadere e ricadere sempre nello stesso buco, e questa esperienza, alla fine, crea frustrazione: frustrazione di essere prigionieri delle nostre abitudini che causano sofferenza, l’abitudine all’indugio, le ossessioni, o le simpatie e antipatie.
Non c’è necessariamente mancanza di visione profonda in tutto questo, ma quello che manca è la calma necessaria che permette a queste visioni profonde di penetrare a livello cellulare, dove la comprensione è sufficientemente forte da sradicare l’abitudine alla confusione. Queste abitudini di confusione richiedono veramente l’attenzione saggia.
L’attenzione saggia provvede un ambiente interiore di calma e benessere, dove la comprensione può toccarci in profondità. L’attenzione saggia è un antidoto alla frammentazione, che consiste nella sensazione di essere persi senza fine nei nostri pensieri riguardo la realtà, pensieri che spesso ci conducono a smarrirci in storie e costruzioni molto drammatiche.
Quando ho cominciato a insegnare, uno dei primi ritiri che ho condotto era nella foresta tropicale in Australia. Avendo vissuto a lungo in Asia, mi vedevo come una persona forte e stabile, ma gli Australiani sono gente davvero solida. Quando per la prima volta entrai nella foresta tropicale, dov’era situato il centro, mi accorsi ben presto di quanti animali selvaggi vivano nella foresta. Devi camminare molto consapevolmente sul sentiero, perché i serpenti velenosi amano dormirvi. Non puoi camminare nella foresta, senza che qualche sanguisuga ti cada sopra e ti si attacchi addosso. E c’erano enormi, gigantesche lucertole che sembravano coccodrilli. Tutti gli australiani mi dicevano: “Sono animali selvaggi molto mansueti, non ti faranno del male”. E dicevano: “È solo una lucertola!”, ma io ero sicura che fosse un coccodrillo quello che cadeva dagli alberi.
E poi la capanna nella foresta: costruiscono le capanne senza porte. Durante la notte, tutti gli animali selvaggi, che di solito stanno fuori, entrano dentro. Chiaramente, stando sdraiati a letto, sul pavimento, senza elettricità, ci si può solo immaginare cosa sia entrato. E io giacevo lì, aspettando di essere mangiata da un coccodrillo o che un serpente mi si avvitasse intorno al collo.
Dopo essere rimasta nella morsa del panico per alcune notti, mi venne in mente che la vera chiave per avere a che fare con tutto questo poteva essere l’attenzione saggia. C’era un intervallo vuoto, tra i suoni che sentivo e la storia che immaginavo a riguardo, e non era certo possibile trovare rifugio nella storia; ma ascoltare un suono solo come un suono, questo era un rifugio.
Mi vengono in mente quei meravigliosi versi cinesi che dicono:
la grande Via non è difficile per coloro che non hanno preferenze.
Quello che la saggia attenzione fa è demolire l’abitudine di allontanarsi da ciò che è, perché l’abitudine di abbandonare ciò che c’è è anche l’abitudine di creare separazione e distanza. Quindi, noi nella pratica impariamo a ritornare sempre di nuovo, in virtù dell’unione, a questo momento. E ogni volta che torniamo al respiro, ogni volta che iniziamo di nuovo, stiamo anche imparando la profonda lezione del lasciar andare. Lasciar andare la frammentazione, la divisione, l’indugio. Ci addestriamo nella semplicità e nella calma. Tutto questo coltiva il fattore dell’unità.
È detto che nel campo della concentrazione ci sono cinque fattori di sviluppo dell’unione o dell’assorbimento. Sono: attenzione applicata, attenzione sostenuta, rapimento, felicità, e unità. Il primo fattore, l’attenzione applicata, è quello che pratichiamo qui. È quello da cui partiamo: portiamo l’attenzione, ancora, sempre di nuovo, al momento presente. E questo ci avvicina, e avvicinandoci, essendo più vicini al respiro, siamo più vicini al momento presente.
Inoltre, constatiamo che la nostra attenzione è spesso riluttante a rilassarsi in questa unità. Perdiamo interesse nel respiro, ci annoiamo, l’attenzione viene presa in ostaggio da qualcos’altro che sta accadendo, o si perde nelle reazioni a quello che avviene. Diamo qualche occhiata di sfuggita al respiro, ma sembra che ci sia molto altro che si frappone: suoni, pensieri, sensazioni del corpo, tutte cose che si intromettono. All’inizio, ci troviamo a cercare di spingere via tutto questo, reagiamo, e trattiamo tutto come distrazione, ma così facendo diventiamo più tesi, e aumenta la resistenza.
Più avanti, cominciamo a vedere che la coltivazione dell’unità deve includere tutto. Così, invece di lamentarci, o resistere, o lottare con i suoni e le sensazioni, scopriamo che possiamo portare la stessa attenzione saggia a tutto quanto. E invece di perderci o di diventare reattivi, impariamo a sostenere tutto quello che sorge, con un’attenzione calma e gentile; e vediamo che la forza della nostra attenzione sta nell’illuminare tutto quello che c’è. E quando tutto è illuminato dall’attenzione saggia, non esistono ostacoli.
In questa calma, ci spostiamo dall’attenzione applicata all’attenzione sostenuta. Quando la mente e il corpo cominciano a integrarsi, e riposano in un senso di felicità e benessere, non c’è bisogno di molto sforzo per essere presenti, perché scopriamo che essere presenti, svegli e attenti è di fatto un aspetto della felicità.
Quando arriviamo a un’attenzione naturale e senza sforzo, riposiamo nel respiro: il respiro respira se stesso, c’è il semplice ascoltare, il solo camminare. Questa è detta attenzione sostenuta, perché è semplice riposare nel momento presente.
All’interno dell’attenzione sostenuta, sorge il rapimento, un profondo e intenso senso di beatitudine, che pervade la mente e il corpo, e accade un grande silenzio. Questo senso di rapimento diventa più calmo e si muta in una forma molto quieta e silenziosa di felicità; e la felicità è ciò che dà origine all’unione o assorbimento. Questo è lo sviluppo della concentrazione.
Non l’ho esposto per deprimervi con pensieri su quanto distanti siate dall’unione, ma per comprendere che c’è un intero percorso di sviluppo all’interno del sentiero della concentrazione. E la felicità è un aspetto importantissimo dello sviluppo della concentrazione. Si dice che nella mente di felicità, l’attenzione trova il suo vero fondamento.
Gli stati di unione che si raggiungono attraverso la concentrazione sono temporanei, dipendono da certi fattori: energia, tempo, sforzo. Ma, anche se gli stati di concentrazione sono temporanei, da essi nascono benefici e comprensioni durevoli. Vorrei menzionare alcuni di questi benefici. Prima di tutto, la scoperta di una qualità di felicità interiore, profonda e intensa, che non dipende da ciò che riceviamo attraverso i sensi; non è qualcosa che acquisiamo, otteniamo, o raggiungiamo.
Nella scoperta di questa qualità di felicità interiore, c’è una profonda comprensione del fatto che non si può, altrimenti, raggiungere uno stato piacevole comparabile a questo. E questa comprensione cambia la nostra relazione con il mondo: diminuisce la tendenza all’attaccamento e all’avversione, spezza l’ossessione ad acquisire e a liberarsi da.
Nel benessere di questi stati di concentrazione, troviamo un vero grande silenzio. E scopriamo che amiamo essere presenti, e, per questo, la mente tende a perdere la sua dipendenza e infatuazione per il mondo dell’essere perennemente indaffarati, dell’agitazione e della fantasia; tende a perdere la dipendenza dall’ansia e dall’indugio, ed emerge la sua capacità di pensare liberamente e creativamente. In questo senso, la mente diventa una nostra grande amica.
Questa è una delle dimensioni dell’unità. C’è una sorta di fusione tra due cose, in cui chi respira è assorbito dal respiro, l’ascoltatore è assorbito nel suono. Ma c’è anche un’altra dimensione di unione, che nasce dalla visione profonda, che nasce dal vedere la trasparenza della separazione.
Il senso di separazione, negli insegnamenti del Dharma, è considerato un fraintendimento, radicato nell’attaccamento a un’idea del sé, come separato, isolato, e indipendente da altri sé. Attenersi all’idea di un sé fisso, nel mezzo di un mondo di persone e di cose che cambia, attaccarsi a questa credenza nel sé, rende tutto il resto ‘altro’. E, proprio come percepiamo il nostro sé come indipendente e isolato, vediamo anche gli altri sé come indipendenti e isolati. È una prospettiva che incute paura. Ed è terreno fertile per un incessante attaccamento e avversione.
E l’incessante avvicendarsi di attaccamento, avversione e separazione è la natura stessa dell’alienazione. Un mistico cristiano disse che l’ansia è lo stato d’animo dell’ignoranza. Certo c’è ansia, se viviamo in modo da vedere la separazione ovunque, perché abbiamo paura della perdita, o timore di essere feriti, o la paura di mancare di qualcosa; e queste paure ci spingono ad afferrarci e attaccarci ancora più strettamente.
Non sempre ascoltiamo le sensazioni di ansia come messaggeri, quali sono. Sono messaggeri che ci chiedono di osservare se la separazione è una cosa reale, mentre noi vogliamo istantaneamente liberarci dall’ansia; e passiamo il tempo ad aggrapparci o a distrarci in un modo o nell’altro, creando nelle nostre vite ulteriore paura e resistenza.
È curioso che quello che stiamo cercando, nell’attaccarci e aggrapparci, è una sorta di unione. Pensiamo che afferrandoci alle cose, afferrandoci alle persone molto strettamente, possiamo farle nostre o scomparire in loro, ma attorno a tutta questa attività di afferrarci e attaccarci c’è, naturalmente, la realtà. E cosa fa la realtà? Cambia continuamente, si muove in continuazione: è una bruttissima notizia per l’attaccamento, perché niente starà fermo per noi, e noi, in realtà, non possiamo aggrapparci a niente.
Così, ci troviamo davanti a questo doloroso dilemma o enigma: ci aggrappiamo alle cose, per liberarci dalla sofferenza della separazione, dall’ansietà, ma viviamo in un mondo in cui non è veramente possibile aggrapparsi a nulla. Se lo capiamo in profondità, è una comprensione molto potente che ci permette di fare un passo indietro, per osservare le radici del senso di separazione e della sofferenza. Questo è il punto da cui possiamo cominciare a vedere la trasparenza della separazione.
Quello che effettivamente vediamo non è reale separazione, ma le svariate formazioni mentali che sorgono e passano, seguendo il loro ritmo, abbracciate da una consapevolezza molto espansiva, molto ampia. Se costruiamo la nostra casa negli oggetti, pensieri, idee, che sorgono e passano, dicendoci: “Grazie all’attaccamento, questo è quello che io sono”, allora avremo sempre frammentazione. Se invece, attraverso la comprensione, siamo capaci di riposare nell’atto stesso del vedere e nella consapevolezza, questa espansività, questa ampiezza non è più limitata dal continuo sorgere e passare e ha una qualità di silenzio in cui la comprensione intuitiva arriva come una grazia e dove la trasparenza diventa una profonda comprensione.
L’attenzione ha come suo frutto la calma e il silenzio; e il silenzio ha come sua natura la capacità di ascolto e la ricettività; e la ricettività ha la possibilità di essere toccata dalla comprensione profonda.
(di Christina Feldman)
[Traduzione di Chandra Candiani]
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Mi rendo conto adesso, che il mio cammino non è terminato, e tornerò nel ciclo della trasmigrazione delle anime, nel samsara. Sò che prima o poi ci riincontreremo, e spero vivamente che quando ci rivedremo, tu sarai in grado di dirmi quale sia la cosa più importante correre dietro a migliaia di desideri o conquistarne uno solo.
Ti auguro ogni bene e felicità.
Il tuo Apo.
(Lettera del maestro morente a Tashi – dal film “Samsara“)
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Bibliografia:
Samsara – Dalai Lama
L’ultimo viaggio – Stanislav Grov
L’ultimo
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SAMSARA
Il termine sanscrito samsara indica, nelle religioni dell’India quali il Brahmanesimo, il Buddhismo, il Giainismo e l’Induismo, la dottrina inerente al ciclo di vita, morte e rinascita. È talora raffigurato come una ruota.
In senso lato e in un significato più tardo, viene ad indicare anche “l’oceano dell’esistenza”, la vita terrena, il mondo materiale, che è permeato di dolore e di sofferenza, ed è, soprattutto, insustanziale: infatti, il mondo quale noi lo vediamo, e nel quale viviamo, altro non è che miraggio, illusione maya.
Immerso in questa illusione, l’uomo è afflitto quindi da una sorta di ignoranza metafisica, ossia da una visione inadeguata della vita terrena e di quella ultraterrena: tale ignoranza conduce l’uomo ad agire trattenendolo così nel sasara.
fonte: wikipedia
Estratto dal film Samsara – Pan Nalin
Il dolore e’ reale, ma la sofferenza emerge solo quando ti opponi al dolore ed e’ il risultato della tua opposizione al dolore, alla realta’ che ostacola i tuoi desideri. Se accetti il dolore, la sofferenza non esiste. Il dolore, per l’essere reale, non e’ intollerabile, perche’ ha un senso comprensibile che lo placa. Cio’ che risulta insopportabile e’ avere il corpo qui e la mente nel passato o nel futuro, e’ il desiderio di distorcere la realta’ che e’ inamovibile. Questo si’ che e’ intollerabile, perche’ e’ una lotta inutile, come e’ inutile il suo risultato: la sofferenza. Non e’ possibile lottare per cio’ che non esiste, non si deve cercare la felicita’ dove non c’e', ne’ prendere per vita cio’ che vita non e’. Bisogna svegliarsi! Non appena ci svegliamo…..paf! finisce la sofferenza.
(da Ti voglio libero come il vento, pag. 17 – Anthony De Mello)
26 aprile 2003
Un Monaco in laboratorio
Di S.S. il Dalai Lama
DHARAMSALA, India
Nel tempo attuale le emozioni distruttive come l’ira, la paura e l’odio stanno creando problemi devastanti in tutto il mondo. Giornali e telegiornali ogni giorno ci propongono macabri richiami della potenza distruttiva di queste emozioni; la domanda che ci dobbiamo porre quindi è: Cosa possiamo fare, ciascuno di noi, per sconfiggerle?”
Naturalmente queste emozioni disturbanti sono sempre state parte della condizione umana. Coloro che inclinano a ritenere che nulla potrà “curare” i nostri impulsi all’odio ed alla distruzione reciproca, direbbero che questo non è che il prezzo dell’essere umani. Questo punto di vista tuttavia rischia di indurre un atteggiamento di apatia nei confronti delle emozioni distruttive, e di farci concludere che la nostra distruttività è incontrollabile.
Personalmente credo che come individui noi abbiamo a disposizione mezzi pratici per vincere i nostri impulsi pericolosi – quegli impulsi che a livello collettivo possono condurre alla guerra ed alla violenza di massa. Come prova di questo non porto soltanto la mia pratica spirituale e la comprensione dell’esistenza umana basata sugli insegnamenti buddhisti, ma ora anche il lavoro degli scienziati.
Negli ultimi 15 anni mi sono impegnato in una serie di conversazioni con alcuni scienziati occidentali. Ci siamo scambiati informazioni su argomenti che andavano dalla fisica quantistica e la cosmologia alla compassione ed alle emozioni distruttive. Ne ho concluso che mentre i risultati della ricerca scientifica offrono una comprensione più approfondita in campi quali la cosmologia, sembra che le spiegazioni offerte dal Buddhismo, specialmente nel campo delle scienze cognitive, biologiche e del cervello, talvolta possono offrire agli scienziati di formazione occidentale una prospettiva nuova dalla quale riconsiderare il proprio campo di studio.
Può sembrare strano che una guida religiosa si occupi così tanto della scienza, ma gli insegnamenti Buddhisti enfatizzano l’importanza della comprensione della realtà, per conseguenza è importante prestare attenzione a quanto gli scienziati hanno scoperto sul mondo attraverso i loro esperimenti e le loro misurazioni.
Analogamente i Buddhisti vantano 2.500 anni di studio sul funzionamento della mente. Nei millenni, molti praticanti hanno portato avanti, possiamo dire, “esperimenti” sul modo di sconfiggere le nostre tendenze verso le emozioni distruttive.
Ho incoraggiato gli scienziati ad esaminare Tibetani che fossero praticanti spirituali avanzati, per verificare quali benefici queste pratiche possano portare anche al difuori di un contesto religioso. Quello che ci si propone è di aumentare la nostra comprensione del mondo mentale, della coscienza e delle emozioni.
Per questo motivo ho visitato il laboratorio di neuroscienze del dott. Richard Davidson, all’Università del Wisconsin. Con l’utilizzo di strumenti che mostrano attraverso immagini ciò che accade nel cervello durante la meditazione, il dott. Davidson ha potuto studiare l’effetto delle pratiche buddhiste finalizzate alla coltivazione di compassione, equanimità e presenza mentale. Per secoli i buddhisti hanno sostenuto che queste pratiche sembrano rendere le persone più calme, più felici ed amorevoli, e sempre meno inclini alle emozioni distruttive.
A parere del dott. Davidson, la scienza ora può sostenere questa convinzione. Il dott. Davidson mi ha riferito che la comparsa di emozioni positive può essere dovuta a questo meccanismo: la meditazione di presenza mentale rafforza il circuito neurologico che calma una parte del cervello che agisce da innesco per paura e rabbia. Questo suggerisce la possibilità che ci sia modo di creare una sorta di separazione fra gli impulsi violenti del cervello e le nostre azioni.
Sono stati già eseguiti esperimenti che dimostrano come alcuni praticanti riescono a raggiungere uno stato di pace interiore anche in circostanze estremamente disturbanti. Il ott. Paul Elkman dell’Università della California a San Francisco mi ha riferito che rumori sgradevoli, dell’intensità anche di un colpo di fucile, non hanno provocato soprassalti nei monaci buddhisti che stava sottoponendo a test; il dott. Elkman dice di non aver mai visto nessuno restare tanto calmo in presenza di un rumore così forte.
Un altro monaco, abate di uno dei nostri monasteri in India, è stato sottoposto a test mediante l’uso dell’elettroencefalografo per misurare le onde cerebrali. Secondo il dott. Davidson, l’abate presentava la più elevata attività dei centri cerebrali associati alle emozioni positive mai misurata nel suo laboratorio.
Naturalmente, i benefici derivanti da queste pratiche non sono riservati ai monaci che trascorrono mesi in ritiro. Il dott. Davidson mi ha riferito sulle proprie ricerche con persone impegnate in lavori altamente stressanti. A queste, che non erano Buddhiste, venne insegnata la presenza mentale, uno stato caratterizzato da prontezza mentale in cui la mente non si lascia coinvolgere da pensieri e sensazioni, ma li lascia andare e venire, proprio come quando si osserva il fluire di un fiume. Dopo otto settimane, il dott. Davidson ha accertato che in queste persone, la parte del cervello coinvolta nella formazione di emozioni positive diventava progressivamente più attiva.
Le implicazioni sono chiare: il mondo di oggi ha bisogno di cittadini e di leaders capaci di lavorare per una crescente stabilità e di entrare in dialogo col “nemico”, a prescindere da eventuali violenze od aggressioni abbiano potuto subire.
Vale la pena di sottolineare che questi metodi non sono solo utili, ma anche economici: non occorrono farmaci o iniezioni, non è necessario diventare Buddhisti o adottare nessuna fede religiosa particolare. Ciascuno di noi ha il potenziale per condurre una vita pacifica e significativa. Sta a noi scoprire, quanto più possiamo, come fare.
Personalmente, cerco di applicare questi metodi nella mia stessa vita. Ogni volta che ricevo cattive notizie, specialmente i tragici racconti che spesso mi narrano i miei compagni Tibetani, naturalmente reagisco provando tristezza. Tuttavia, cercando di contestualizzare, ho scoperto che riesco a farvi fronte abbastanza bene. E solo raramente provo un sentimento di rabbia impotente, che non serve ad altro che ad avvelenare la mente e amareggiare il cuore, anche a fronte delle notizie peggiori.
Se riflettiamo, comprenderemo che nella nostra vita gran parte della sofferenza che proviamo è provocata non tanto da cause esterne quanto da eventi interni come il sorgere di emozioni disturbanti. Il miglior antidoto a questa rovina è accrescere la nostra capacità di fronteggiare queste emozioni.
Se l’umanità vuole sopravvivere, la felicità e l’equilibrio interiori sono essenziali; altrimenti la vita dei nostri figli e dei loro figli sarà con ogni probabilità infelice, disperata e di breve durata. Il progresso materiale certamente contribuisce – in qualche misura – alla felicità e ad una vita confortevole; ma questo non basta. Se vogliamo raggiungere un livello più profondo di felicità non dobbiamo trascurare il nostro sviluppo interiore.
La sciagura dell’11 settembre ha dimostrato che la tecnologia moderna e l’intelligenza umana guidata dall’odio possono portare a distruzioni immense.
Azioni così terribili non sono che sintomi violenti di uno stato mentale preda delle emozioni disturbanti. Per poter reagire con saggezza ed efficacia è necessario che siamo guidati da stati mentali più salutari, non solo per evitare di alimentare le fiamme dell’odio, ma così da rispondere abilmente. Faremmo bene a ricordare che la guerra contro l’odio ed il terrore può essere combattuta anche su questo fronte, il fronte dell’interiorità.
Tenzin Gyatso, S.S. il XIV Dalai Lama
dal sito: http://www.followingdalailama.it/index.htm
Bibliografia
Emozioni distruttive - Dalai Lama, Daniel Goleman
Le emozioni che fanno guarire – Dalai Lama, Daniel Goleman
Intelligenza emotiva – Daniel Goleman