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Qui ed ora

15 maggio, 2010 by pomodorozen Categories :
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Consapevolezza
Presenza mentale
Qui ed ora
Roberto Casini
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Siediti e osserva – Roberto Casini

Photo by Honey

Chi intraprende la via della ricerca interiore è mosso dalle più diverse motivazioni e mai come ora, nel ciclo evolutivo in cui siamo coinvolti, sembra essere emerso un chiaro appello all’urgenza. L’urgenza di un radicale cambiamento, che prima di tutto deve essere personale e che non può più essere procrastinato, perché, come diciamo noi in Quarta Via, il tempo è l’unica vera ricchezza a nostra disposizione e sprecarlo è davvero da stolti.

È tempo di risvegliare la coscienza dal lungo sonno della rinuncia e del conformismo; è tempo di agire contro una logica del potere sempre più distruttiva e paralizzante, contro i maghi dell’oblio: multinazionali che, con la scusa di offrire lavoro ai paesi del terzo mondo, lo affamano sempre più sfruttando i minori; fabbricanti d’armi convenzionali e chimiche che vendono morte con l’illusione di offrirci protezione; produttori di farmaci dannosi e inutilmente sperimentati sugli animali – poveri fratelli indifesi, innocenti e non certo immuni alla sofferenza come vorrebbero farci credere – ma, a sua insaputa, anche sull’uomo.

E non è più tempo, a mio parere, di aspettare che in nostro aiuto accorrano profeti che, prendendoci per mano, ci conducano alla salvezza. È tempo di ritornare a se stessi, attraverso un impegno responsabile, perché l’esperienza interiore è il punto focale di ogni trasformazione.

Infatti: quando noi cambiamo, iniziando a trasmettere messaggi di pace, amore e saggezza, il mondo in cui viviamo non può continuare ad essere lo stesso, poiché quei semi che amorevolmente abbiamo piantato nel terreno dell’altro – nel cuore – germoglieranno, generando frutti meravigliosi: il nutrimento della nostra anima.

E a questo punto, cari amici lettori, vi chiederete: “ok. parli bene. Come tanti ma come possiamo cambiare, come?”.

Beh, esistono tanti metodi buoni volti al cambiamento, ma quello che  funziona meglio, secondo me, è costituito dall’osservazione, un’osservazione priva di giudizio.

“Ma cosa vuol dire osservare” vi chiederete, “forse che noi non osserviamo?”.

Oh si, ma senza attenzione. La verità, infatti, è che la maggior parte delle persone è pigra e l’osservazione, al di là delle necessità quotidiane, è sempre stata uno sforzo volontario troppo grande, oltre la nostra portata. Ne consegue che dovete ammettere di vivere in modo che la vostra consapevolezza supera di poco quella di un cane o di una scimmia, e proprio come in un sogno, date per scontato le cose più stupefacenti della vita. Così, tra le tante meraviglie che scorgete ogni giorno lungo il vostro cammino, a malapena riuscite a ricordarne con chiarezza più di una.

Ciò che aumenta la vostra difficoltà, è l’abitudine di classificare subito oggetti e persone come piacevoli, o spiacevoli, quando invece la vera osservazione inizia solo nel momento in cui attrazione e repulsione cessano d’essere utilizzate come infallibili criteri di valutazione. La vera scienza, infatti, è superiore all’infantile atteggiamento del “mi piace, non mi piace”. Gli uomini di scienza, dal canto loro, abituati ad escludere la fantasia associata all’osservazione per vedere con precisione gli aspetti delle cose ed analizzarne le qualità, sono le ultime persone a coglierle nella loro interezza.

Nemmeno gli animali si mostrano indifferenti al mondo circostante; dunque, appare evidente che uno dei modi attraverso cui ricavare sicura soddisfazione ed accrescere il proprio potenziale, è proprio quello di diventare sempre più consapevoli della natura, delle qualità e della storia di tutto ciò che ci circonda. Ma tale percezione non ci è data dalla mente, non da quella che utilizziamo solitamente comunque, che per analizzare la realtà di un oggetto ha necessità di scomporlo in tante parti, senza poi avere la capacità di ricomporlo. Quest’alta intuizione è una conquista e va coltivata mediante uno sforzo intenzionale che si prolunghi nel tempo.

Per iniziare il lavoro è preferibile avere poche domande verso cui dirigere le proprie osservazioni. Applicate poi queste domande a qualunque cosa sia consona alla vostra natura e alle vostre aspirazioni più elevate e mentalmente fate velocemente un elenco delle risposte che riuscite a dare.

Fatto ciò, cercate di comprenderle e cristallizzarle come una totalità. Ora, osservando nuovamente il soggetto in questione, provate a fissarlo nella mente, simultaneamente consapevoli di tutto quello che di esso sapete. Non cercate di farlo attraverso la ragione né la fantasia, non servirebbe – queste sono funzioni della mente inferiore – fatelo utilizzando l’immaginazione creativa – che è una funzione della mente superiore -.  Ovviamente, tutte queste percezioni non potranno essere articolate contemporaneamente in un sol pensiero, ciononostante, la coscienza dovrebbe essere in grado di comprenderle simultaneamente.

Dapprima, scoprirete non solo quanto conoscete e quanto ignorate riguardo i soggetti osservati, ma, con vostra grande sorpresa, vi renderete conto che quasi ignorate la differenza tra pensiero, ragionamento, ricordo, percezione, fantasia e immaginazione. Questi processi, infatti, sono di norma solamente dei termini astratti, che l’uomo ordinario distingue solo teoricamente, senza comprenderne la differenza. Tuttavia, dopo un po’ di lavoro, queste funzioni mentali ci  appariranno del tutto differenti.

A questo punto potrete correre, danzare, viaggiare, lavorare, fare l’amore, o qualsiasi altra cosa, ma vi scoprirete a farla in uno stato di totale attenzione, liberi da preconcetti, dogmi e false verità.

Potrete osservare gli alberi, la folla o il mare, ma senza identificarvi con l’oggetto osservato – uno dei quattro respingenti che ostacolano il ricordo di se – e senza cadere nella trappola del giudizio. Sarete finalmente consapevoli che questi fenomeni energetici, questi oggetti si muovono sullo sfondo, mentre voi, il testimone, come Platone definiva questo stato, siete in primo piano, al centro. È così che l’autentica osservazione diviene pura meditazione.

Quando ciò accade è meraviglioso e a volte ci si illumina come dei Buddha.

Articolo di Roberto Casini

12 marzo, 2010 by pomodorozen Categories :
Ajahn Sumedho
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Così com’è – Ajahn Sumedho

Così com’è

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama,2002. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Chandravimala Candiani.

Il seguente insegnamento è tratto dai primi due discorsi tenuti alla comunità monastica di Amaravati durante il ritiro invernale del 1988.

“La mente di un illuminato è flessibile,

la mente di un ignorante è rigida.”

OGGI È LA LUNA PIENA DI GENNAIO e l’inizio del nostro ritiro invernale. Questa sera siederemo in meditazione per tutta la notte, per celebrare il buon auspicio di questa occasione. E’ una grande fortuna avere l’opportunità di dedicarsi per due mesi a riflettere esclusivamente sul Dhamma.

L’insegnamento del Buddha è la comprensione delle cose così come sono, essere capaci di osservare, di essere svegli. Significa sviluppare l’attenzione, la limpidezza e la saggezza coltivando l’Ottuplice Sentiero; questo processo viene chiamato bhavana.

Quando riflettiamo sulle cose così come sono, ci limitiamo a vedere anziché a interpretare attraverso il velo di una visione centrata su di sé. Il più grande ostacolo che tutti noi dobbiamo affrontare è l’insidiosa credenza nell’io sono, l’attaccamento alla visione autocentrata. Ci è così connaturata che siamo come i pesci nell’acqua, l’acqua fa talmente parte della vita del pesce che non la nota nemmeno. Così è per noi il mondo sensoriale in cui nuotiamo fin dalla nascita. Se non ci prendiamo del tempo per osservarlo per come veramente è, moriremo senza cogliere niente di più saggio.

Ma l’opportunità che ci viene offerta dal nascere come esseri umani è quella di poter riflettere, riflettere sull’acqua in cui stiamo nuotando. Possiamo osservare il mondo sensoriale per ciò che è. Non cerchiamo di liberarcene. Non cerchiamo di complicarlo, ci limitiamo a esserne consapevoli così com’è. Non ci facciamo più illudere dalle apparenze, dalle paure, dai desideri e da tutte le cose che la nostra mente crea.

E’ questo che significano espressioni quali: è così com’è. Se chiedi a qualcuno che sta nuotando nell’acqua: “Com’è l’acqua?”, allora presterà attenzione e risponderà: “Bhé, sembra così, è così.” Poi chiedi ancora: “Com’è esattamente? E’ umida o fredda o tiepida o calda…?” Tutti questi termini la possono descrivere. L’acqua può essere fredda, tiepida, calda, piacevole, spiacevole… Ma è così com’è. Il mondo sensoriale in cui nuotiamo durante la nostra vita è fatto così! Sembra così! Così lo percepisci! Talvolta è piacevole. Talvolta spiacevole. Il più delle volte non è né piacevole né spiacevole. Ma è sempre così com’è. Le cose vanno e vengono, cambiano e non esiste niente su cui contare di totalmente stabile. Il mondo sensoriale è energia, cambiamento, movimento; flusso e corrente. La coscienza sensoriale è fatta così.

Non si tratta di giudicarla; non diciamo che è buona o cattiva, o che dovrebbe piacerti o non piacerti, stiamo solo prestandole attenzione come faremmo con l’acqua. Il mondo sensoriale è un mondo di sensazioni. E’ in esso che siamo nati e lo percepiamo. Dal momento del taglio ombelicale, noi diveniamo esseri fisicamente indipendenti; non siamo più fisicamete legati a quaclun altro. Sentiamo fame, sentiamo piacere, sentiamo dolore, caldo e freddo. Crescendo, percepiamo svariate sensazioni. Percepiamo con gli occhi, le orecchie, il naso, la lingua, il corpo, e anche con la mente. Possediamo la capacità di pensare e ricordare, di percepire e concettualizzare. Tutte queste sono sensazioni. Possono procurarci divertimento e meraviglia, ma anche farci sentire depressi, miseri e infelici; o possono essere neutre, né piacevoli, né dolorose. Ogni stimolo sensoriale è così com’è. Il piacere è così; il dolore è così. La sensazione né piacevole né spiacevole è così.

Per riuscire a riflettere veramente su tutto questo, bisogna essere vigili e attenti. Qualcuno pensa che spetti a me dirvi come stanno le cose: “Ajahn Sumedo come dovrei sentirmi in questo momento?” Ma non si può dire a qualcuno com’è, solo si tratta di restare aperti e ricettivi alle cose così come sono. Non c’è bisogno di dire a qualcuno com’è, quando può saperlo da solo. Quindi questi due mesi per esplorare come sono le cose, sono una preziosa opportunità. Sembra che molti esseri umani non siano nemmeno consapevoli che sia possibile uno sviluppo della saggezza.

Cosa intendiamo quando usiamo la parola saggezza? Dalla nascita alla morte, le cose sono così come sono. Ci sarà sempre una certa dose di dolore o di disagio, di molestia e di sgradevolezza. E se non ne siamo consapevoli per ciò che veramente è, vedendolo come Dhamma, allora tenderemo a farne un problema. Il breve intervallo tra la vita e la morte diventa molto personale, diventa gravido di ogni genere di paure, desideri, complicazioni.

Nella nostra società, soffriamo moltissimo di solitudine. Gran parte della nostra vita è un tentativo di non stare soli: parliamoci, facciamo qualcosa insieme, in modo da non essere soli. E tuttavia, inevitabilmente, siamo veramente soli in questa forma umana. Possiamo fingere; possiamo intrattenerci l’un l’altro; ma è tutto quello che possiamo fare. Quando siamo di fronte a un’effettiva esperienza della vita, siamo molto soli, ed aspettarci che qualcun altro possa cancellare la nostra solitudine è chiedere troppo.

[...] continua alla parte 2

12 marzo, 2010 by pomodorozen Categories :
Ajahn Sumedho
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Così com’è – Ajahn Sumedho – parte 2

Così com’è

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama,2002. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Chandravimala Candiani.

Il seguente insegnamento è tratto dai primi due discorsi tenuti alla comunità monastica di Amaravati durante il ritiro invernale del 1988.

[...] continua dalla prima parte

Notate come nascendo, la nascita stessa ci faccia sembrare separati. Fisicamente, non siamo uniti gli uni agli altri. Con l’attaccamento a questo corpo, ci sentiamo separati e vulnerabili; abbiamo paura di restare soli e creiamo un mondo personale in cui vivere. Abbiamo una quantità di compagni interessanti: amici immaginari, amici reali, nemici, ma tutti quanti vanno e vengono, iniziano e finiscono. Tutto nasce e muore nella nostra mente. Dunque riflettiamo che la nascita condiziona la morte. Nascita e morte; inizio e fine.

Durante il ritiro, questo genere di riflessione è fortemente incoraggiata: contemplate cos’è la nascita. In questo momento possiamo dire: “questo è il risultato di essere nati: questo corpo. E’ così: è cosciente e sente, c’è l’intelligenza, c’è la memoria, c’è l’emozione”. Tutto questo può essere contemplato perché sono oggetti mentali; sono tutti dhamma. Se ci attacchiamo al corpo come a un soggetto, o alle opinioni, ai punti di vista o alle sensazioni come me o mie, proviamo solitudine e disperazione; si crea necessariamente la minaccia della separazione e della fine. L’attaccamento al mortale porta paura e desiderio nella nostra vita. Ci sentiamo ansiosi e preoccupati anche quando la vita sta andando piuttosto bene. Finché c’è ignoranza, avijja, riguardo alla vera natura delle cose, la paura finisce sempre per dominare la coscienza.

Ma l’ansia fondamentalmente non è vera. E’ qualcosa che creiamo. La preoccupazione non è che quel che è. L’amore, la gioia e tutto il meglio della vita, se ci siamo attaccati, finirà per procurarci l’opposto. Ecco perché in meditazione pratichiamo l’accettazione di queste sensazioni. Quando accettiamo le cose per quelle che sono, non siamo più attaccati. Sono solo quello che sono, sorgono e passano, non sono un sé.

Ora, come stanno le cose nella prospettiva del nostro contesto culturale? La nostra società tende a rinforzare il punto di vista che tutto è me e mio. Questo corpo sono io; io ho questo aspetto; sono un uomo; sono americano; ho 54 anni; sono un abate. Ma non sono che convenzioni. Non dico che io non sia tutto questo, ma piuttosto osservo come tendiamo a complicare tutto credendo nell’io sono. Se ci attacchiamo a queste definizioni, la vita diventa molto di più di quanto effettivamente sia; diventa come una ragnatela viscosa. Diventa complicata, tutto ciò che tocchiamo ci si appiccica. E più a lungo viviamo, più la rendiamo complicata. Così tanta paura e desiderio nasce da questo impegno dell’”io sono”, dall’essere qualcuno. Alla fine non ci porta che ansia e disperazione; la vita ci sembra molto più difficile e dolorosa di quanto in realtà sia.

Ma quando osserviamo la vita così com’è, allora va tutto bene: le gioie, la bellezza, i piaceri, sono solo così come sono. Il dolore, il disagio, la malattia sono quello che sono. Possiamo sempre cooperare con il modo in cui la vita si muove e cambia. La mente di un illuminato è flessibile e adattabile. La mente di una persona ignorante è condizionata e rigida.

Qualunque sia la cosa su cui ci irrigidiamo, ci renderà infelici. Concepire l’essere uomo o donna come una credenza permanente ci renderà sempre difficile la vita. Con qualunque categoria ci identifichiamo, la classe media, la classe operaia, essere americano, inglese, buddhista, buddhista theravadin, aggrapparsi ad ognuna di esse produrrà una qualche complicazione, frustrazione e disperazione.

Tuttavia, convenzionalmente, uno può essere tutto ciò: uomo, americano, buddhista Theravadin; ma sono solo percezioni della mente. Servono alla comunicazione; ma non sono altro che questo. Sono ciò che viene chiamato sammuttidhamma, realtà convenzionale. Quando dico: io sono Ajahn Sumedho, questo non è un sé, né una persona, è una convenzione. Essere un monaco buddhista non è una persona, è una convenzione; essere un uomo non è una persona è una convenzione. Le convenzioni non sono che quello che sono. Se per ignoranza, ci attacchiamo ad esse, restiamo vincolati e limitati. Ecco la ragnatela vischiosa! Restiamo acciecati, in quanto preda dell’illusione delle convenzioni. Lasciando andare le convenzioni, non le gettiamo via. Non devo uccidermi o smonacarmi; le convenzioni vanno bene. Non procurano di per sé sofferenza, se c’è la mente risvegliata che le vede per quello che sono: sono solo così come sono. Sono solo di utilità; opportune per il tempo e il luogo.

Con la realizzazione della realtà ultima, paramatthadhamma, c’è la libertà del Nibbana. Siamo liberi dalle illusioni del desiderio e della paura; questa libertà dalle convenzioni è il Senzamorte. Ma per realizzarla bisogna esaminare veramente cos’è l’attaccamento. Di che si tratta? Cos’è la sofferenza e l’attaccamento al processo dell’io sono? Cos’è? Non si chiede a nessuno di negare se stesso; l’attaccamento al punto di vista di non essere nessuno è ancora essere qualcuno. Non è questione di affermazione o di negazione, ma di realizzazione; di vedere. Per farlo, usiamo la consapevolezza. Con la consapevolezza possiamo aprirci alla totalità. All’inizio di questo ritiro, ci apriamo all’intero percorso di due mesi. Il primo giorno, abbiamo già accettato in piena consapevolezza tutte le possibilità: malattia e salute, successo e fallimento, felicità e sofferenza, illuminazione o totale disperazione. Non pensiamo: “avrò solo… voglio avere solo…voglio che mi accadano solo cose positive; e mi proteggo in modo da avere un ritiro idilliaco, e poter stare al sicuro e tranquillo per due mesi”. Questo è di per sé uno stato di infelicità. Accettiamo invece tutte le possibilità, dalle migliori alle peggiori. E lo facciamo consapevolmente. Il che significa: qualunque cosa accada, durante questi due mesi, fa parte del ritiro, è parte della pratica. Le cose così come sono è per noi il Dhamma: felicità e sofferenza, illuminazione o totale disperazione, tutto!

Se pratichiamo in questo modo, allora la disperazione e l’angoscia ci portano alla calma e alla pace. Quand’ero in Tailandia, attraversavo molti di questi stati negativi: solitudine, noia, ansia, dubbio, preoccupazione e disperazione. Ma, accettati così come sono, finiscono. E cosa resta quando non c’è più disperazione? Il Dhamma che stiamo osservando in questo momento, è sottile. Sottile non nel senso che è sublime, ma che è così ordinario, così qui e ora che non lo notiamo. Come l’acqua per il pesce. L’acqua fa talmente parte della sua vita che il pesce non la nota; anche se ci sta nuotando dentro. La coscienza sensoriale è qui, ora. E’ così. Non è distante. Non è in realtà difficile. Si tratta solo di prestare attenzione. La via che conduce fuori dalla sofferenza è la via della consapevolezza: attenta consapevolezza o saggezza.

Dunque, continuiamo a portare l’attenzione a come sono le cose. Se hai pensieri negativi, o provi risentimento, amarezza o irritazione, nota che effetto ha nel tuo cuore. Se inquesto periodo proviamo frustrazione o rabbia, va bene, perché abbiamo già messo in conto che possa accadere. Fa parte della pratica, è così che sono le cose. Ricordate, non stiamo cercando di diventare angeli o santi, nè di liberarci di tutte le nostre impurità e grossolanità per essere solo felici. Il regno umano è così! Può essere molto grossolano, come può essere puro. Puro e impuro fanno coppia. Conoscere la purezza e l’impurità è consapevolezza-saggezza. Conoscere che l’impurità è impermanente e priva di sé, è saggezza. Ma non appena ne facciamo un fatto personale, “oh non dovrei avere pensieri impuri”, ci blocchiamo di nuovo nel mondo della disperazione. Più cerchiamo di avere solo pensieri puri e più arrivano pensieri impuri. In questo modo possiamo star sicuri di essere infelici per tutti e due i mesi, è garantito. A causa dell’ignoranza, ci creiamo un mondo in cui possiamo solo essere infelici.

Dunque, nella consapevolezza o nella piena presenza mentale, felicità e infelicità hanno lo stesso valore: nessuna preferenza. La felicità è fatta così. L’infelicità così. Sorgono e svaniscono. La felicità resta felicità, non è infelicità. E l’infelicità resta infelicità, non è felicità. Ma è così com’è. Ma non appartiene a nessuno ed è tutta lì. E non ne soffriamo. La accettiamo, la conosciamo e la comprendiamo. Tutto ciò che sorge svanisce. Ogni dhamma è non sé.

Vi offro questo tema di riflessione.

Questo discorso è stato tratto da una antologia di insegnamenti di discepoli occidentali di Ajahn Chah, “Seeing the Way”, in corso di traduzione in italiano per future pubblicazioni.

ritorna alla parte 1

31 dicembre, 2009 by pomodorozen Categories :
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Luna piena – 31 Dicembre 2009

0043

LUNA PIENA — Giovedì 31 dicembre 09 — da Ajahn Munindo

(dal monastero buddhista theravada Santacittarama)

Un solo
giorno vissuto consapevoli
della natura fugace della vita
ha più valore
di cento anni
inconsapevoli di nascita e morte.
(Dhammapada strofa 113)

Il cambiamento è sempre con noi, ma noi non ne siamo sempre consapevoli. Ci sono momenti in cui è del tutto ovvio e altri in cui è difficile distinguerlo.

In effetti, è la stessa percezione di  ‘se stessi’ a cambiare costantemente.  Come possiamo sintonizzarci con la realtà dell’impermanenza  senza creare sofferenza non necessaria? Il consiglio del Buddha è di conoscerla; conoscerla pienamente, costantemente, non dimenticarla e non credere che qualcosa possa durare per sempre.

Alla fine di un anno e all’inizio di un altro, riflettiamo. Alla fine di una vita, di una relazione, o di una stagione, riflettiamo.

La saggia riflessione è un aspetto essenziale della Via.
Lentamente ma sicuramente noi tracciamo dei sentieri nel nostro pensiero che si accordano con la Verità. Il cambiamento non ha niente di sbagliato se non lo bolliamo come tale. In verità, il cambiamento è solo così com’è. Può essere scomodo dalla prospettiva delle preferenze, può certamente ferire, ma se lo neghiamo, non produrrà che sofferenza. Il Buddha insegnò anche che comprendere l’intrinseca natura cangiante di tutte le cose conduce alla suprema beatitudine.

Con Metta

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186 (7:30-10:30, tutti i giorni eccetto lunedì)
Fax: (+39) 06 233 238 629

sangha@santacittarama.org
(alternativa): santa_news@libero.it

www.santacittarama.org
www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
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20 dicembre, 2009 by pomodorozen Categories :
Frase del giorno
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Consapevolezza del “io sono”

0039-lowDa tanto tempo non faccio più bilanci: farli interrompe il fluire della coscienza, della consapevolezza. Un tempo, tutte le estati, riflettevo su come ero andato nei mesi precedenti, pensavo anche alle correzioni degli sbagli che credevo d’aver commesso e mi riempivo la testa di buoni propositi.

Oggi non faccio bilanci e non ho sogni da realizzare: la consapevolezza è sufficiente a condurmi.

Ma che cosa è esattamente questa consapevolezza? E’ la possibilità di dire dentro di me: ” Io sono”. Non “io sono questo o quello”,  non “Che cosa voglio essere o diventare”, ma “Io sono”.

Dopo qualche istante cambio l’enunciato, che diventa semplicemente: “Sono.” Non c’è altro da aggiungere. Mi sento depresso e mi ripeto: “Sono”.
Ho l’ansia, mi abbandono e  mi dico: “Sono”.
Sento dolore e mi ripeto: “Sono”, sono nella banalità, sono nella gioia, sono in ogni cosa.
Non c’è più il peggio e il meglio, c’è la mia presenza. “Io sono”.
(Raffaele Morelli)