Il Testimone Assoluto è Dio Immanifesto, l’Origine – Reale Identità.
Dal Testimone Assoluto traggono espressione i testimoni individuali: gli individui, le vite individuali.
Il Testimone Assoluto non percepisce, non osserva. Eterno, rende però possibile ogni testimone individuale e il suo percepire, osservare.
In quanto Origine del testimone individuale, il Testimone Assoluto lo precede e quindi Testimonia. Precede non in termini di tempospazio, ma perché da Lui spunta il tempospazio di ogni individuo.
Il Testimone Assoluto è il Senza tempo Eternamente esistente. Il testimone individuale è, invece, temporale. Ha durata, contiene il presente ed è anche il presente stesso. È portatore del proprio tempospazio, che sparisce con la sua fine: il principio individuo perdura manifestandosi in forma di ogni individuo, come singola espressione permane però una vita soltanto, che lui stesso è, dal concepimento alla morte.
Consapevolizzandosi, l’individuo può divenire consapevole del Testimone Assoluto e diventare così prova a se stesso che Dio Immanifesto è l’unica Realtà ed è la Reale Identità, il Sé Reale.
Realizzandosi, l’individuo diventa una prova lucente dell’Esistenza chiamata Dio.
Individuo, esperienza e consapevolezza
Ogni individuo produce in sé la propria esperienza di esserci, che è l’esperienza primaria e senza la quale non ci possono essere altre esperienze. La pura esperienza di esserci può essere definita come: Amore, Somma Felicità, Pace, puro Esserci Beatitudine, pura Conoscenza in essere, Beatitudine o puro io sono. Si tratta comunque di idee relative a ciò che è senza pensieri. La pura esperienza di esserci è Conoscenza che precede l’intelletto, senza il quale non ci possono essere pensieri: le idee sono esperienze che esistono perché alla base c’è l’esperienza di esserci, che è pura Conoscenza in essere.
La pura esperienza di esserci rappresenta la consapevolezza di esserci anche quando non è constatata, nel senso che non c’è la constatazione io esisto, ma anche in totale assenza di pensieri: si tratta della consapevolezza che l’esperienza di esserci ha di sé. La pura esperienza di esserci è la pura Conoscenza in essere senza pensiero e senza distinzione in conoscitore e conosciuto, quindi, in quanto Conoscenza, non può non avere conoscenza di sé. Pura Conoscenza in essere, pura esperienza di sé e pura consapevolezza di sé, sono sinonimi che indicano l’autoconoscenza primaria: la conoscenza che l’esperienza di esserci ha di sé, vale a dire l’esperienza che la Conoscenza in essere ha e fa di sé. Ogni aspetto del nostro essere consapevoli si basa sull’esperienza che noi in forma di pura esperienza di esserci abbiamo di noi stessi pura esperienza di esserci.
La consapevolezza di esserci si estende in tutto il campo esperienziale dell’individuo, più precisamente è il campo esperienziale stesso: ogni esperienza fa parte della consapevolezza o esperienza di esserci. Tutto ciò che sperimentiamo, dall’Amore alle emozioni, dal Vuoto mentale ai pensieri, dalle sensazioni all’universo percepito, fa parte del campo esperienziale ed esiste grazie alla nostra esperienza di esserci: ogni nostra esperienza è un segmento vitale che noi produciamo in noi stessi grazie all’esperienza di esserci.
Il campo esperienziale può essere definito anche come campo della consapevolezza e inizia con l’esperienza di esserci e cessa con la scomparsa della stessa. In linea con i concetti di Testimone Assoluto (Origine, Dio Immanifesto) e di testimone individuale (individuo, vita) il campo esperienziale può essere chiamato testimonianza individuale. Il confine primario del campo esperienziale è quindi l’esperienza di esserci, mentre il confine ultimo è rappresentato dalle esperienze sensoriali, che fanno comunque parte dell’esperienza o consapevolezza di esserci. L’esperienza di esserci esiste comunque a prescindere della percezione, cioè dall’attività sensoriale, che è un’espressione e una forma dell’esperienza di esserci.
La consapevolezza di esserci si svolge attraverso tre stati abituali: sonno profondo, sogno e stato di veglia, e uno non usuale: la Consapevolezza integrale.
La consapevolezza di esserci, durante:
- il sonno profondo è tanto silente da non essere riconosciuta;
- il sognare è più attiva, ma è riconosciuta soltanto nel caso di sogno lucido (so che sto sognando);
-lo stato di veglia è ancora più attiva, ma è riconosciuta soltanto parzialmente. La veglia della testimonianza poco consapevole è uno stato di sonnolenza, sopratutto perché offuscata da onanismo intellettivo ed emotivo.
Quasi paradossalmente, la consapevolezza di esserci, che è la base di ogni forma di consapevolezza (rendersi conto, riconoscere), può essere anche inconscia, non riconosciuta. Essendo l’Amore la pura esperienza di esserci è lecito affermare che la consapevolezza di esserci è conscia, riconosciuta, nella misura in cui Amiamo. Più siamo lontani dall’Amare più la consapevolezza di esserci è celata, inconscia, non riconosciuta.
La consapevolezza di esserci scompare definitivamente con la morte. Durante la vita non c’è soltanto durante l’Estinzione, quando cessa temporaneamente e allora l’individuo esiste privo di esperienza di di sé.
Consapevolezza esperienziale e non esperienziale
La consapevolezza, cioè la conoscenza, può essere esperienziale o non esperienziale.
La conoscenza esperienziale è l’esperienza che il campo esperienziale ha di sé integralmente oppure di parti di sé, per esempio delle esperienze definite: corpo fisico, universo, tempo-spazio, sensazioni, emozioni, pensieri, vibrazioni-energie… La consapevolezza esperienziale può quindi essere integrale o parziale.
La Consapevolezza integrale
La Consapevolezza integrale è il Vuoto mentale nobilitato dal Discernimento del Reale dall’irReale, cioè dalla conoscenza che ogni esperienza è irReale.
La Consapevolezza è integrale quando il campo esperienziale fa esperienza integrale di sé come Pace, pura Conoscenza di esserci, Amore, Beatitudine, Somma Felicità. Libero dall’identità immaginata il campo esperienziale si conosce da una prospettiva globale caratterizzata dall’Amore. La Consapevolezza integrale è dell’individuo (senza la vita non ci può essere esperienza), ma è libera dall’identificazione con l’individualità.
La Consapevolezza integrale può essere definita come Ego Divino (Amore) applicato all’intero campo esperienziale. Alcuni confondono l’egoismo e l’egocentrismo con l’ego e pensano che l’ego sia un fenomeno solamente negativo e che deve essere eliminato. Questa visione in bianconero può essere un grande ostacolo per la consapevolizzazione, anche perché può produrre conflitti con l’ego, che sono comunque conflitti di segmenti dell’ego con altri segmenti dell’ego stesso. L’ego può essere più o meno salutare, anche la parte di noi che stimola la consapevolizzazione fa parte dell’ego, che è il punto focale dell’esperienza di esserci. L’ego che si forma dall’identificazione con il limitato (corpo fisico, emozioni, pensieri…), perché si ignora l’Immenso (Amore: Identità esperienziale) e l’Infinito (Dio Immanifesto: Reale Identità), è un ego limitante. L’ego che, invece, scaturisce dall’Amare, perché ha il suo “punto” focale nell’Amore (Io Sono Amore) è un ego Immensamente Sano, è l’Amore stesso. Ego significa io e l’Amore è il puro Io esperienziale. La soluzione è guarire l’ego, non guarire dall’ego: finché c’è esperienza di esserci c’è anche ego. Voler guarire totalmente dall’ego significa voler guarire anche dall’Amore, cioè voler guarire dalla Salute, il che è impossibile finché vita permane.
Durante la Consapevolezza integrale non si conosce ogni specifico segmento del campo esperienziale, conoscerlo significherebbe essere consapevoli di tutti i ricordi nonché di tutte le forme che si costituiscono nella percezione. La Consapevolezza integrale è tale nel senso che il campo esperienziale è caratterizzato dall’Amore come unica esperienza, questo significa che tutto ciò di cui si fa esperienza è l’Amore: l’Amore riconosce se stesso in ogni segmento del campo esperienziale. L’espressione tutto ciò di cui fa esperienza è l’Amore, non dovrebbe essere intesa in modo fuorviante: non c’è un io particolare a fare esperienza, è sempre la consapevolezza a fare esperienza di sé.
Nel senso stretto del termine, la Consapevolezza integrale è un’esperienza egualitaria, nel senso che non c’è differenziazione qualitativa tra conoscitore e conosciuto, c’è soltanto pura Conoscenza in essere (Amore) che fa esperienza di sé. Nel senso più ampio del termine e meno qualitativo del fenomeno, la Consapevolezza integrale può essere anche unitaria, nel senso che non c’è Conoscenza in essere senza distinzione qualitativa in conoscitore e conosciuto, ma c’è, appunto, la differenziazione in conoscitore e conosciuto, contraddistinta comunque dall’esperienza di unità.
La pura Consapevolezza integrale è un’esperienza senza pensieri. La Consapevolezza integrale intesa nel senso più ampio del fenomeno è, invece, caratterizzata dai pensieri, che comunque non sono superflui e scaturiscono dal Vuoto mentale.
La Consapevolezza integrale può essere con consapevolezza del mondo, quando la percezione contraddistinta dall’Amore produce in sé l’esperienza chiamata mondo, oppure senza consapevolezza del mondo, quando l’attività sensoriale non è attiva e l’unica esperienza è la pura esperienza di esserci.
Consapevolezza parziale
La consapevolezza parziale c’è quando il campo esperienziale è consapevole soltanto di parti di sé, perché condizionato dall’identità immaginata, a causa della quale invece di esserci una prospettiva conoscitiva globale (Consapevolezza integrale), c’è un punto di osservazione ristretto (conoscitore limitato relativo al segmento di identità immaginata che sta predominando in quel momento), che può essere consapevole soltanto di alcuni segmenti del campo esperienziale, immaginandoli separati (percezione frammentata) tra loro e da lui stesso, che pensa di essere il fulcro dell’attività conoscitiva.
Conoscenza esperienziale
Nella conoscenza esperienziale la sperimentazione e la conoscenza dell’oggetto coincidono: il campo esperienziale fa esperienza della forma che conosce, essa è un suo segmento. Ogni nostra esperienza è un’esperienza che facciamo in noi stessi, il nostro campo esperienziale è sempre in noi, non può essere esteriore.
Percepire il mondo, nel senso di percepire un mondo esistente a prescindere dalla percezione, è una definizione approssimativa basata sull’idea che il mondo percepito sia esteriore, mentre è interiore perché si costituisce nella percezione. Non esiste la percezione del mondo, ma una percezione che produciamo in noi stessi e che definiamo mondo. Non esiste la separazione conoscitore1-conosciuto, sono ambedue aspetti del campo esperienziale; ognuno fa esperienza del proprio mondo.
La conoscenza non esperienziale
Possiamo essere consapevoli di altri aspetti della Totalità, ma possiamo fare esperienza soltanto di ciò che fa parte del nostro campo esperienziale, più precisamente il nostro campo esperienziale fa esperienza di sé. La conoscenza non esperienziale è indiretta, nel senso che è la consapevolezza riguardo a elementi che non si producono nel nostro campo esperienziale: altri individui, Coscienza Originale, Reale Identità…
Nella conoscenza non esperienziale conosciamo l’oggetto conosciuto senza però poterne fare esperienza. Per esempio:
- si può essere consapevoli delle emozioni e idee altrui, ma non percepirle. La percezione di emozioni e di idee definite come altrui è la sperimentazione di impressioni che si formano in noi, anche come conseguenza dell’influsso di emozioni e idee prodotte da altri. Si tratta di un modo di percepirsi della nostro campo esperienziale elaborandosi condizionato da emozioni e idee altrui. Affermare di percepire le emozioni e i pensieri altrui, è simile all’asserire di percepire direttamente le identiche immagini percepite da altri, prodotte da altre percezioni in loro stesse.
-la percezione “del corpo fisico altrui” non è una sperimentazione del corpo fisico altrui, ma un’elaborazione che avviene in noi, relativa ai processi del corpo fisico altrui. Il corpo fisico altrui non si può toccare, vedere… Come tutte le percezioni, la visione e il tatto sono esperienze interiori.
Testimoniare
Testimoniare significa osservare ciò che accade nel campo esperienziale: immagini, emozioni, pensieri, sensazioni… Si tratta di un osservarsi del campo esperienziale, sia il conoscitore che il conosciuto sono sue parti.
Tranne che durante il sonno profondo e l’Estinzione, il testimoniare c’è sempre, nel senso che i fenomeni vengono percepiti costantemente. Consapevolizzarsi significa anche aumentare la qualità del testimoniare, divenire cioè sempre più consapevoli delle forme che si creano nel campo esperienziale, sopratutto delle emozioni e dei pensieri, per favorire la comparsa del Vuoto mentale.
La qualità del testimoniare può essere definita generalmente oppure relativamente a un dato momento o circostanza. Per esempio, si possono testimoniare qualitativamente i processi riguardanti il lavoro (che chiaramente appaiono in noi stessi), mentre non si riesce ad osservare come dovuto il rapporto con i genitori (che dalla nostra prospettiva è, chiaramente, un’esperienza interiore relativa alle nostre proiezioni definite padre e madre). Oppure, si possono testimoniare con qualità i processi concernenti il rapporto di coppia, ma non quelli al rapporto con il fratello.
Di solito, è più facile maturare l’osservazione qualitativa in un campo piuttosto che in un altro. La qualità in un ambito specifico dipende primariamente da quanto sono stati consapevolizzati i processi relativi alla sfera in questione: lavoro, famiglia, rapporto di coppia, tempo libero… Avvicinarsi alla massima qualità di testimonianza di ogni aspetto della vita è un indicatore chiaro che il nostro esserci si sta integrando con qualità.
L’ambito di testimonianza più qualitativo è l’Alternanza tra il Vuoto mentale e l’Estinzione, anche se durante l’Estinzione l’osservazione cessa perché si estingue temporaneamente l’esperienza di esserci. Più si è vicini ad Amare e a rendere possibile l’Estinzione, maggiore è la qualità del testimoniare. Più il conoscitore è vicino a vibrare d’Amore più il mondo da lui proiettato è vicino a vibrare come Amore; maturando il conoscitore si volge sempre più verso l’Origine (Testimone Assoluto), ritrae così il mondo in sé per farlo apparire nella pura Conoscenza in essere e rendere possibile l’Estinzione.
Testimonianza e distacco
Testimoniare con qualità non significa essere distaccati. Anzi, dissolve l’abbaglio che ci possa essere distacco, nel senso di separazione. Consapevolizzandosi, il campo esperienziale si avvicina a scoprire che tutto ciò di cui fa esperienza (spazio, tempo, avvenimenti, “altri”, emozioni, pensieri…) sono sue forme prodotte da lui stesso e quindi non possono mai essere scisse le une dalle altre. In sostanza, non si tratta di varie “cose”, ma del campo esperienziale che si percepisce in forme diverse.
Il distacco spirituale è il Vuoto mentale caratterizzato dalla piena certezza che ogni percezione è irReale. È distacco nel senso che si continua a produrre Pace a prescindere da ciò che accade, anche perché ciò che avviene accade nella Pace chiamata anche Vuoto mentale.
Tra l’altro, l’osservare consapevole:
- neutralizza l’immaginare la separazione da altri, dal mondo e da Dio.
- non porta alla passività, al fatalismo o all’arrendevolezza, ma matura la risolutezza, la visione chiara e fa agire in modo più determinato, incisivo ed efficace, anche perché stimola la disidentificazione dall’agente immaginario (identità immaginata) e sollecita ad agire in modo sempre più globale.
Maturare la capacità di testimoniare
La maturazione della capacità di testimoniare porta:
- a consapevolizzare l’unità tra il “conoscitore” e il conosciuto,
- a maturare l’eguaglianza tra “conoscitore” e conosciuto, fino al punto in cui scompare la distinzione tra conosciuto e conoscitore, perché si manifesta la pura Conoscenza in essere, senza distinzione, appunto, in “conoscitore” e conosciuto.
- alla loro temporanea Estinzione.
Questa è anche la mappa essenziale del percorso spirituale. L’aumento della frequenza e della durata di questi tre stati (1. esperienza di unità, 2. eguaglianza/pura Conoscenza in essere e 3. Estinzione) rappresenta la sostanza del progresso spirituale. Ignorare ciò, è uno dei motivi fondamentali per cui molti cercano tanto senza scoprire nulla di veramente essenziale.
La capacità di testimoniare con qualità è uno dei maggiori indicatori di maturità spirituale. Per testimoniare qualitativamente, l’individuo poco consapevole deve sforzarsi molto e può riuscirci soltanto per periodi brevi, alcuni secondi o al massimo qualche minuto. Consapevolizzandosi può però testimoniare sempre meglio e con meno sforzo, fino ad arrivare al Vuoto mentale che testimonia super qualitativamente e senza sforzo, quando le vibrazioni di eventuali emozioni e pensieri si coordinano automaticamente con le vibrazioni portanti del Vuoto mentale.
Per migliorare la qualità del testimoniare bisogna migliorare la qualità dei processi interiori ed esteriori.
Il miglioramento interiore consiste nell’aumento della qualità del campo esperienziale in generale. Si ottiene anche:
- aumentando la qualità delle vibrazioni del conoscitore, maturando la sua capacità di osservare consapevolmente, di trasformare le emozioni negative in positive, di liberarsi dai pensieri ostacolanti, di lasciar fluire i processi, di tendere ad Amare a prescindere da ciò che accade, di tenere l’attenzione volta verso il confine tra l’esperienza di esserci e la sua assenza…
- tramite l’influsso positivo sul conosciuto da parte del conoscitore; una maggior qualità vibrazionale del conoscitore accresce quella del conosciuto.
Tutto ciò che percepiamo è un nostro processo interiore, ma è comunque condizionato da fattori “esterni”. Migliorare i processi esteriori significa rendere le circostanze vitali più funzionali alla Realizzazione integrale. Si tratta in sostanza del conoscitore che migliora la qualità del mondo, che lui stesso proietta: eliminando il superfluo, aumentando la qualità delle frequentazioni, ottimizzando il lavoro, migliorando la qualità dei rapporti, consapevolizzando la vita sessuale… La qualità della vita migliora automaticamente con la consapevolizzazione, ma alcuni miglioramenti possono essere anticipati decidendo di eliminare il nocivo e il superfluo, per far spazio all’utile per la Realizzazione.
Testimoniare il corpo fisico
Testimoniare il corpo fisico significa osservare l’esperienza definita corpo avvenire in noi stessi. Questo testimoniare è:
- ingannevole, quando il corpo è percepito come (se fosse) reale e si pensa che il corpo sia il sé reale: io sono (soltanto) il corpo, oppure in realtà, sono il corpo;
- veritiero, quando c’è la consapevolezza che il corpo:
• è un aspetto irReale di noi stessi individuo, quindi dell’esprimersi di Noi Stessi Assoluto;
• appare in noi stessi, nel nostro campo esperienziale;
• non è veramente separato da ciò che in genere è sperimentato e definito come mondo esterno.
Testimoniare il corpo fisico è spesso definito come osservare se stessi, ma questa espressione andrebbe intesa come: io individuo osservo un aspetto di me individui, un segmento dell’espressione di Me Assoluto. Se invece è inteso come: sto osservando me stesso, perché io sono (soltanto) il corpo fisico, allora è un ostacolo per la consapevolizzazione, perché potenzia l’abbaglio che il corpo sia il sé reale.
Alcune delle funzioni del testimoniare in modo consapevole il corpo fisico sono:
- eliminare i meccanismi comportamentali nocivi, i modelli di reazione ostacolanti l’Amore;
- aiutare la disidentificazione dal corpo fisico, senza però rigettarlo come qualcosa di negativo, attraverso la comprensione che va utilizzato in funzione della Realizzazione Integrale;
- consapevolizzare come l’esperienza chiamata corpo fisico appare con l’attività sensoriale e scompare con la sua cessazione;
- maturare la capacità di concentrarsi;
- trasformare la negazione del corpo fisico (io non sono il corpo fisico, che è un peso per me), in accettazione consapevolizzante del corpo (il corpo è un aspetto di me individuo e un segmento dell’espressione di Me Assoluto);
- integrare i processi emotivi e intellettivi con quelli fisici, il che permette un maggior radicamento (che non è attaccamento) nella materia.
Durante il Vuoto mentale il corpo è sperimentato come sottile forma irReale che appare nell’Amore.
Per facilitare la maturazione della testimonianza del corpo fisico possono essere utilizzate le seguenti richieste:
- Chiedo la rimozione degli ostacoli per testimoniare il corpo fisico.
- Mi apro a consapevolizzare il corpo fisico in me.
-Sono aperto/aperta a maturare la capacità di osservare l’esperienza chiamata corpo fisico.
-Chiedo l’eliminazione dell’attaccamento all’esperienza corpo.
- Abbandono all’Origine l’esperienza corpo fisico.
- Mi apro a consapevolizzare le vibrazioni corporee.
Testimoniare le proprie emozioni e idee
Testimoniando qualitativamente le proprie emozioni e idee si consapevolizzano e si riduce l’inseguirle e subirle.
Il testimoniare di massima qualità è il Vuoto mentale, che è Amore testimoniante la propria presenza nell’intero campo della consapevolezza.
Nel senso stretto del fenomeno, il Vuoto mentale è senza pensieri e senza emozioni: c’è solamente Amore. Nel senso ampio del fenomeno, invece, ci possono essere anche pensieri ed emozioni. In quest’ultimo caso:
- le emozioni (gioia, compassione, coinvolgimento positivo…) sono testimoniate con qualità. Si osserva quietamente la loro formazione, durata e fine, nonché l’intervallo tra l’emozione appena finita e quella che andrà a manifestarsi;
- le vibrazioni dei pensieri sono in armonia con la vibrazione dell’Amore e si può osservare, con piena chiarezza, l’intervallo tra i pensieri e come questi si formano, durano e scompaiono, praticamente senza turbare il Vuoto. Durante l’intermezzo tra la cessazione di un pensiero e la comparsa di un altro, si sperimenta la pura Conoscenza esente da pensieri. Si può così maturare la certezza che lo stato esperienziale primario è senza pensieri e che quindi esistiamo a prescindere dal pensiero. Questo diminuisce la dipendenza dal pensiero caratteristica per l’individuo poco consapevole, che associa spesso l’esserci alla presenza di pensieri. Penso dunque sono è un’affermazione veritiera, perché senza l’esperienza di esserci non ci possono essere pensieri, ma:
- l’esperienza di esserci c’è anche senza pensieri, esiste a prescindere dall’attività intellettiva;
- l’individuo c’è anche durante il sonno profondo (durante il quale l’esserci è silente) e l’Estinzione (durante la Quale l’esserci cessa temporaneamente).
• Inoltre:
o il puro esserci (Amore) implica l’assenza di pensieri, e
o come Assoluto si precede se stessi individuo e quindi il proprio esserci.
L’osservazione illuminante delle emozioni e dei pensieri può essere fatta durante:
- la meditazione dinamica2, quando si osservano durante le attività quotidiane,
- il sonno consapevole, che può essere stimolato con la richiesta, da fare prima di addormentarsi: Mi apro a consapevolizzare le emozioni e i pensieri durante il sonno.
- la meditazione appartata, per esempio con i due esercizi che seguono.
Meditazione per consapevolizzare i pensieri
1) Dedico questa meditazione al Vuoto mentale.
Visualizzazione: terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: 1’-2’
2) Mi apro alla meditazione massima.
Visualizzazione: la testa. Tempo: 2’-3’
3) Mi apro a consapevolizzare i pensieri.
Visualizzazione: terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: minimo 10’. Durante la meditazione:
a) indirizzare i pensieri verso il terzo occhio,
b) poi, testimoniare come i pensieri si creano, durano e scompaiono,
c) a seguire, consapevolizzare l’intervallo tra un pensiero e l’altro,
d) infine, prolungare al massimo gli intervalli, sino allo stato senza pensieri.
Meditazione per consapevolizzare le emozioni
1) Dedico questa meditazione all’Amore.
Visualizzazione: il quarto chakra. Tempo: 1’-2’
2) Mi apro alla meditazione massima.
Visualizzazione: la testa. Tempo: 2’-3’
3) Mi apro a consapevolizzare le emozioni.
Visualizzazione: il quarto chakra. Tempo: minimo 10’. Durante la meditazione:
a) indirizzare le emozioni verso il “centro” del quarto chakra,
b) poi, testimoniare come le emozioni si creano, durano e scompaiono,
c) a seguire, consapevolizzare l’intervallo tra un’emozione e l’altra,
d) infine, prolungare al massimo questi intervalli, sino ad arrivare allo stato in cui l’Amore è l’unica esperienza.
In ambedue le meditazioni si possono saltare i passaggi a), b), c) e d), nel senso che se dopo la terza richiesta c’è già il Vuoto mentale, questo va mantenuto e non turbato con ulteriori operazioni. Così pure se c’è già lo stato del punto c), non si fanno i passaggi a) e b). Simile discorso vale anche se è pervenuto automaticamente lo stato del punto b).
Testimoniare il tempo-spazio
Affermare la verità il tempo e lo spazio sono in me, può sembrare irrazionale. Invece, è irragionevole affermare mi trovo nel tempo e nello spazio, che è un’affermazione basata sull’errata identificazione con il corpo. La logica comune è molto spesso irrazionale, ma sembra razionalità perché esprime credenze comuni assimilate in modo dogmatico, nate dal non aver riflettuto sufficientemente a fondo sulla loro “veridicità”.
Ogni individuo testimonia il proprio tempospazio, perché appare sempre in lui. Osservando in modo illuminante può maturare la certezza:
- che come Assoluto Si è l’Origine del tempo e dello spazio.
- che siccome il tempo e lo spazio sono percepiti dal campo esperienziale, che è in noi individuo:
• non ci troviamo nel tempo-spazio, che è, appunto, in noi individuo;
• come individui siamo anche il tempo-spazio;
• che il tempo-spazio è individuale, nel senso che ogni individuo ha il proprio tempo-spazio, che viene a essere con il concepimento e scompare definitivamente con la morte. Non si viene al mondo, è il nostro mondo a venire ad essere con noi nel momento della fecondazione, la quale è un “vero e proprio” Big Bang: l’inizio di un nuovo universo individuale. Maturare la conoscenza riguardo al proprio universo individuale fa crollare le credenze e i convincimenti basati sulle false convinzioni: che c’è un unico universo in cui vivono tutti, che tutti percepiscono lo stesso universo e che questo universo esiste anche senza il conoscitore.
L’attimo del concepimento, che avviene nel tempo-spazio dei genitori, fa parte dell’avviamento di processi che permettono l’espressione di nuove vibrazioni (di un nuovo individuo) e quindi di un nuovo tempo-spazio (quello del neoconcepito), come manifestazione dell’Assoluto.
Tutte le vibrazioni ed energie dell’individuo, quindi anche tutto il suo tempo-spazio e i cosiddetti corpi sottili, iniziano a formarsi con il suo concepimento. Ciò che Precede l’individuo, cioè l’Assoluto, non è vibratorio. È proprio il concepimento a stimolare l’espressione di un’entità vibratoria (individuo) da uno stato non vibratorio (Assoluto).
La maturazione della testimonianza qualitativa del tempo-spazio può essere favorita:
- dalle richieste: Mi apro a consapevolizzare il tempo-spazio in me, e Mi apro a scoprire l’Origine del tempo-spazio.
- dall’abbandonare il tempospazio all’Origine: Abbandono il tempo e lo spazio a Dio Immanifesto.
- dall’affermazione, relativa alla Reale Identità e non all’individuo, espressa in modo illuminante: Sussisto Origine del tempo-spazio.
- dalle domande poste in modo illuminante: A chi appare il tempo-spazio? Il tempo passa, oppure è fermo e soltanto sembra passare? Dove e a chi avviene? Esiste senza un conoscitore? Esiste uno spazio interiore e uno esteriore, oppure è tutto interno all’esperienza di esserci? Cosa ci fanno il tempo e lo spazio in me? A chi appare il corpo? Chi lo percepisce? Dove appare? Dove appare il mondo? A chi? Chi ne fa esperienza? Cercando risposte veritiere a queste domande, si apre la porta a constatazioni profondamente logiche, per esempio che:
• il corpo e il mondo appaiono in noi stessi, sono nostri modi di fare esperienza di sé individuo;
• non ci può essere alcuna separazione tra il corpo e il mondo, sono ambedue aspetti della percezione;
•il corpo percepito non è il vero conoscitore inteso come Conoscenza in essere, la quale esigecomunque il corpo, più precisamente i processi vitali che rendono possibile l’esperienza chiamata corpo (la pura esperienza di esserci ci può essere anche senza l’esperienza chiamata corpo, ma esige comunque l’individuo e i suoi processi vitali; l’esperienza corpo non va confusa con il corpo vero e proprio che precede la percezione chiamata corpo).
Si tratta di conclusioni profondamente razionali alle quali si può giungere, anche senza una grande maturità spirituale, con un profondo ragionamento veritiero sulla percezione, per esempio:
- Visto che il mondo che percepisco appare nella percezione, è impossibile che sia esteriore, esterno a me.
- Dato che il corpo appare a me, nella mia percezione, il corpo fa parte di me.
- Siccome sia il corpo sia l’universo che percepisco avvengono nella mia percezione non ci può essere alcuna separazione tra il corpo e l’universo. Un modo per giungere a questa verità è cercare in modo illuminante il (presunto) confine tra corpo e mondo “esteriore”, anche trasbordando dal concetto confine al termine nesso.
- Siccome l’universo appare in me, come individuo sono anche l’universo percepito.
- Dato che l’universo percepito è una questione di percezione, non può esistere un universo “esteriore” uguale a quello che percepisco. Gli individui producono e percepiscono l’universo in modo molto simile tra loro, perché: il software di elaborazione (percezione) e quasi uguale per tutti e perché le fondamenta dell’universo sono i processi della Coscienza Originale, che è una e ogni individuo è una Sua espressione.
- Dato che tutto lo spazio che percepisco è in me: Dov’è il fuori, l’esterno?, Cos’è, c’è?
- Poiché tutto il tempo che percepisco è una mia percezione, non può esserci senza di me. Allora, esiste il prima di me? Per chi?
Queste riflessioni possono portare a volgersi talmente verso l’Origine da far immergere completamente il conosciuto nel conoscitore e far cessare le esperienze chiamate corpo e universo. Così può essere sperimentato integralmente il “nocciolo dell’esperienza di esserci”, il quale è vibrazionale e contiene il potenziale dell’universo materiale, che si presenta come tale con l’attivazione dei cinque sensi. Questo fa comprendere che la pura esperienza di esserci (stato vibrazionale) è più “reale” della materia, perché ciò che è percepito come materia, alla base è vibrazione. Riapparsa l’esperienza di esserci, dopo essere scomparsa con l’Estinzione, si può comprendere che anche questo stato vibrazionale è irReale e che l’Origine (Testimone Assoluto, Dio Immanifesto) è l’unica Realtà.
La mancanza di Presenza integrale ora-qua rende la percezione e l’idea che il tempo scorra dal presente verso il futuro, formando così il passato. Invece, esiste soltanto il presente, che originariamente è Amore.
Il tempospazio del puro Vuoto mentale è “unidimensionale”, nel senso che il conoscitore è eguale al conosciuto. Meno il tempo è percepito come (se fosse) tripartito in passato, presente e futuro, meno lo spazio è sperimentato come (se fosse) “diviso” in altezza, larghezza e profondità.
Oltre che con le richieste, domande e affermazioni elencate poco prima, questo processo di consapevolizzazione può essere favorito con il seguente esercizio meditativo per la liberazione dal passato e dal futuro:
1. Dedico questa meditazione alla Presenza integrale.
Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: 1’-2’
2. Mi apro alla meditazione massima.
Visualizzazione: testa. Tempo: 2’-3’
3. Mi apro alla riprogrammazione del passato.
Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: minimo 3’
4. Mi apro a eliminare le cause delle aspettative.
Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: minimo 3’
5. Abbandono il passato e il futuro al Presente.
Senza visualizzare. Tempo: minimo 3’
6. Chi vuole liberarsi dal passato e dal futuro?
Senza visualizzare. Tempo: minimo 3’
Ci si pone la domanda Chi vuole liberarsi dal passato e dal futuro? e si favorisce lo svuotamento da emozioni e pensieri.
Altre espressioni utili:
- Mi apro a consapevolizzare il Presente.
- Chi sta consapevolizzando il Presente, come?
Testimonianza del Vuoto mentale
La testimonianza del Vuoto mentale è il Vuoto mentale che si autoosserva. Si tratta dell’osservarsi dell’Amore che sperimenta se stesso nell’intero campo della consapevolezza. Quando il Vuoto mentale è nobilitato dalla consapevolezza di essere egli stesso irReale, perché soltanto l’Origine (Testimone Assoluto, Dio Immanifesto) è Reale, il Vuoto mentale può essere definito anche come Consapevolezza integrale.
Il Vuoto mentale è anche un’ottima base per orientarsi a consapevolizzare il “punto” in cui compare e scompare l’esperienza di esserci e favorire così l’Estinzione.
Testimoniare il punto esperienziale primario
La consapevolizzazione del “nesso-confine” tra l’esperienza di esserci e la sua assenza, è uno dei processi fondamentali dell’integrazione dell’esserci. Il ricercatore saggio punta direttamente l’attenzione su questo “punto” esperienziale primario (di Ciò che lo precede non può essere fatta esperienza). Tendendo a consapevolizzare questo nesso-confine si concentra sull’essenziale, stimola la trasformazione qualitativa di altri suoi segmenti e rende il suo percorso spirituale un tragitto sempre più sostanziale.
Tendere direttamente a consapevolizzare il “punto” esperienziale primo e ultimo, è anche la via diretta verso il Discernimento del Reale dall’irReale, cioè la piena consapevolezza che il Testimone Assoluto (Dio Immanifesto, Origine, Reale Identità) è l’unica Realtà, mentre la manifestazione esiste solamente come illusione: Mi apro a scoprire il punto esperienziale primario.
Maturare la testimonianza indiretta
Nessuno ha mai visto veramente la propria madre, nessuno ha mai abbracciato altri, nessuno ha mai sentito i Beatles, soltanto Bob Marley ha sentito Bob Marley.
Solamente Bob Marley ha potuto percepire direttamente la propria voce (percezione dell’individuo Marley che percepisce la voce di Marley). Gli altri, più precisamente le altre percezioni, hanno sentito la propria elaborazione di alcuni processi stimolati dal cantare di Bob Marley.
Per quanto riguarda i Beatles non hanno sentito nemmeno loro stessi. Ognuno dei quattro ha udito in sé un’elaborazione di ciò che è definita musica dei Beatles. Ha sentito: direttamente un quarto dei Beatles (la parte della band rappresentata da lui stesso) e indirettamente gli altri tre quarti della band, elaborando nella propria percezione i processi stimolati dai suoi tre compagni.
Abbracciare altri significa prendere tra le braccia segmenti di se stessi. L’abbraccio avviene nella propria percezione. In un abbraccio tra due persone ci sono due abbracci, uno per partecipante. Ognuno fa l’esperienza abbraccio nel proprio mondo, nel proprio campo esperienziale.
Percepire la propria madre significa elaborare dei processi relativi a lei, non vuole dire sperimentarla direttamente. Nella percezione appare una figura che è definita madre, che è una proiezione del conoscitore sullo schermo del conosciuto, è un gioco del campo esperienziale con con sé in sé.
Chi è attaccato (tra l’altro: Chi è questo chi?) all’idea sbagliata di percepire un mondo veramente esteriore, può reputare negativo il fatto che non si può veramente abbracciare l’altro o percepire la propria madre. Invece, non si tratta di un qualcosa di negativo, ma di un’impossibilità del tutto naturale. Negativo, perché abbagliante, è ritenere che il mondo percepito sia esteriore. Quasi paradossalmente, nonostante non ci sia alcuna separazione, è impossibile fare esperienza di altri.
Può essere veramente difficile far crollare i convincimenti che si basano sul convincimento che il mondo percepito è veramente esteriore, ma l’idealizzazione della vita impossibilità la vita vera. Immaginare l’esistenza di un mondo esteriore può anche fare comodo a chi (chi è questo chi?) vuole addossare ad altri le colpe del proprio malessere, ma per maturare il BenEssere dell’Amore è necessario assumersi la responsabilità del proprio mondo, migliorandone la qualità e accettando pienamente l’umanità percepita come propria illusoria proiezione. Immaginare l’esistenza di un mondo veramente esteriore impedisce inoltre la scoperta che la propria sofferenza e felicità sono sostanzialmente mali/beni del prodotto interno, non prodotti importati.
Scoprire che il cosiddetto mondo “esterno” è dentro di noi fa crollare l’abbaglio di poter incontrare veramente qualcuno. Si può incontrare solo se stessi (l’esperienza di esserci è in perdurante meeting con sé) e si è sempre soli con se stessi. Essere pienamente consapevoli di questa solitudine significa essere in compagnia di tutti: la piena percezione dell’esperienza di esserci di essere sempre sola con se stessa le fa sperimentare la compagnia di ognuno. Il senso di vuoto, nel senso di perdita, conseguente a un abbandono, alla fine di un rapporto, alla morte di una persona cara…, è causato dalla scomparsa del proprio segmento percettivo rappresentante quella persona. L’unica vera soluzione, per colmare compiutamente il vuoto emotivo lasciato dalla scomparsa di “qualcuno” è rendere il campo esperienziale vuoto di ogni percezione di separazione, rendendolo integralmente Amore.
Testimoniare le emozioni e idee altrui
Durante il testimoniare non abbastanza qualitativo:
- il conoscitore proietta i propri contenuti su ciò che conosce. Dunque, anche su ciò che percepisce come altri individui, immaginando che facciano parte di un mondo esteriore.
- la percezione è in gran parte diversa dalla Pace ed è automaticamente in conflitto anche con gli altri, c’è ostilità tra i vari segmenti del campo esperienziale.
- la testimonianza non è integralmente Amore e può provare verso gli altri emozioni distruttive, perché costituisce in sé un mondo che non vibra di Amore.
Soltanto il Vuoto mentale, cioè l’Amore, può avere una visione chiara delle emozioni e dei pensieri altrui, essendo privo di proiezioni ne può essere nitidamente consapevole. Il vuoto mentale è anche un grande aiuto per gli altri, perché i loro processi sono trasformati positivamente dal suo ascolto Silente: più la consapevolezza è integrale meglio testimonia le emozioni e le idee altrui, influendo beneficamente sulla loro trasformazione positiva.
Affrancata da ogni conflitto, compiutamente Amore e pienamente consapevole dell’unità, la Consapevolezza integrale non ha nemmeno la possibilità di proiettare i propri contenuti su altri, poiché è anche eguaglianza, o perlomeno unità, del conoscitore e del conosciuto, non sperimenta la molteplicità (nel senso di separazione tra i vari elementi del mondo percepito) ed è consapevole che tutto ciò percepisce sono suoi contenuti. Inoltre, l’Amore non può essere proiettato perché implica l’assenza di uno schermo (su cui proiettare) diverso dallo spettatore: quando si Ama il campo esperienziale è tutto Amore ed è caratterizzato dall’uguaglianza tra soggetto conoscitore, atto conoscitivo e oggetto conosciuto 3.
La Coscienza Originale e il Testimone Assoluto testimoniano senza esperienza
Ogni esperienza riguarda l’individuo e trova fondamento nella sua esperienza di esserci, mentre la Coscienza Originale e la Reale Identità testimoniano senza esperienza.
Il concetto di coscienza che testimonia, spesso utilizzato, va inteso come segue. Quando la parola coscienza è utilizzata per indicare:
- la consapevolezza di esserci, va compreso come Vuoto menale che osserva quietamente l’eventuale formazione di emozioni e pensieri;
- la Coscienza Divina, va interpretato come testimonianza della Coscienza Originale, che c’è sempre, a prescindere dalle esperienze prodotto e quindi sperimentate dall’individuo.
Il concetto Assoluto che testimonia andrebbe, invece, inteso in due modi:
- come Eterna Presenza dell’Assoluto testimoniante la manifestazione in quanto sua Origine. In questo senso l’Assoluto può essere considerato come una specie di “prospettiva Suprema” (questa è comunque soltanto un’idea: l’Assoluto precede ogni prospettiva, non esiste alcuna prospettiva Assoluta o dell’Assoluto).
-come Alternanza tra l’Estinzione e la Consapevolezza integrale, anche perché la Consapevolezza integrale è caratterizzata anche dalla certezza, illuminata dall’Amore, di essere un’espressione irReale dell’Assoluto.
L’Assoluto non sperimenta né se stesso, né la Coscienza, né gli individui.
La Coscienza Originale non fa esperienza né di sé, né dell’Assoluto, né degli individui.
L’individuo, più precisamente il suo campo esperienziale, fa esperienza esclusivamente di se stesso. Non può sperimentare né la Coscienza né l’Assoluto, ma può diventare consapevoli della loro esistenza.
Tu testimone individuale puoi essere più o meno consapevole. Tu Testimone Assoluto precedi la consapevolezza di esserci, sei pura Consapevolezza senza esperienza.
Testimoniare la Coscienza e il Testimone Assoluto
Testimoniare la Coscienza Originale e l’Assoluto significa essere consapevoli della loro Esistenza. Sostanzialmente, il testimoniare l’Assoluto e la Coscienza Originale è veritiero nella misura in cui lo stato del testimoniare è prossimo all’esperienza confinante con l’assenza di ogni esperienza (confine/nesso tra esperienza di esserci e sua assenza).
Precedenti l’individuo e inspiegabili, la Coscienza Originale e il Testimone Assoluto possono essere consapevolizzati, non sperimentati, dall’individuo, anche con l’aiuto delle seguenti:
- affermazioni: Sono Dio, Sussisto Assoluto, In Realtà sono il Testimone Assoluto…
- richieste: Mi apro a consapevolizzare la Coscienza Originale; Mi apro a scoprire la Reale Identità; Mi apro a eliminare le cause degli ostacoli per l’Estinzione…
-domande: Chi sono in Realtà?; Qual è la Reale Identità?; Cos’è la Coscienza Originale?; Cos’è il Testimone Assoluto?…
E che cosa è il passato? Cos’hai fatto in passato? Qualsiasi cosa tu abbia fatto, di buono o di cattivo, questo o quello, qualsiasi cosa fai crea la propria ripetizione. Questa è la “teoria del karma”. Se l’altro ieri eri arrabbiato, hai creato una potenzialità di rabbia, al punto da arrabbiarti di nuovo ieri. Per cui hai replicato la tua rabbia, le hai dato nuova energia, hai alimentato quello stato d’animo, lo hai radicato di più, lo hai coltivato. Ebbene, oggi rifarai la stessa cosa con più forza, con più energia. E domani sarai di nuovo vittima dell’ oggi.
Ogni azione che fai o anche solo che pensi di fare, ha i suoi modi di riprodursi ancora e di nuovo, perché crea un canale nel tuo essere. Comincia ad assorbire energia da te. Tu sei arrabbiato, poi quello stato d’animo se ne va e tu credi di non essere più in collera, per cui manchi l’opportunità di comprendere. Quando quell’umore se ne è andato, non è cambiato niente: semplicemente la ruota si è mossa e il raggio che era su è andato giù. Pochi minuti fa c’era rabbia alla superficie, ora è scesa nell’inconscio, nelle profondità del tuo essere. Aspetterà il suo momento per tornare di nuovo a manifestarsi. Se hai agito di conseguenza, l’hai rafforzata e quindi l’hai rimessa a nuovo. Le hai dato di nuovo un potere, un’ energia; freme come un seme sottoterra che aspetta il momento e la stagione giusta e a quel punto germoglierà.
Ogni azione si autoriproduce, ogni pensiero si autoperpetua. Quando collabori con lui, gli dai energia. Prima o poi diventerà un’abitudine. Ti comporterai in un certo modo, ma non ne sarai l’agente; agirai solo per forza d’abitudine. Si dice che l’abitudine sia una seconda natura: non è un’esagerazione. Al contrario, è un’ affermazione che sottovaluta il fenomeno! In realtà, alla fine l’abitudine diventa la prima natura e la tua natura diventa secondaria, resta solo come un’ appendice o le note a piè di pagina in un libro, mentre l’abitudine ne diventa la parte principale, il corpo del libro.
Tu vivi attraverso l’abitudine. Ciò significa che l’abitudine vive fondamentalmente attraverso di te.L’abitudine stessa permane, ha un’ energia propria; naturalmente la prende da te, dato che tu hai cooperato in passato e stai cooperando nel momento presente. Passo dopo passo, l’abitudine diventerà il padrone e tu sarai solo un servo, un’ombra. L’abitudine darà il comando, l’ordine, e tu sarai solo un servitore ubbidiente. Sarai obbligato a seguirla.
Tratto dal libro “Consapevolezza” (Osho)
La liberazione non è altro che la disidentificazione dal corpo e dalla mente.
Finché riteniamo di essere il corpo e gli autori delle azioni, resteremo in confusione. Se crediamo di dover compiere delle azioni per raggiungere uno stato di beatitudine, lo sforzo stesso è l’ostacolo.
La vita, con tutti i suoi relativi alti e bassi, è parte integrante di Dio e noi non siamo i burattini ma il burattinaio; Maya stessa è L’Assoluto che gioca con l’illusione. Stabilirsi nella Verità assoluta, equivale alla fine di ogni sofferenza, anche se il gioco continua con l’alternarsi di gioie e dolori. La mente è la forte alleata di Maya e continua a ingannarci provocando reazioni e preferenze.
Ogni volta che cerchiamo la felicità negli oggetti e nelle sensazioni “esterne”, dobbiamo fare qualcosa o andare in qualche luogo per essere felici o in pace: credere in questa illusione fa sì che la mente cerchi la felicità al di fuori di noi stessi, e anche se ci viene assicurato che è dentro di noi, continuiamo a pensare di dover fare qualcosa di “spirituale” per trovarla. Questo è il potere di Maya e della mente, ed è paragonabile a colui che crede di aver perso gli occhiali e li cerca ovunque senza accorgersi di averli sul naso; quello che cerca può essere trovato solo mediante ciò che pensa erroneamente di aver perduto.
Bibliografia Alessandra Heber Percy
Verso Dio ridendo – Alessandra Heber Percy
Relazioni Karmiche – Alessandra Heber Percy
Il saggio pigro – Alessandra Heber Percy
Come vivere da Dio – Alessandra Heber Percy
Quanti di voi oggi hanno praticato con l’intento di diventare qualcosa? “Sono riuscito a fare questo diventare quello… a liberarmi di una cosa… a raggiungerne un altra… Questo meccanismo si infiltra persino nella nostra pratica del Dhamma.
Questo e’ il modo in cui sono le cose, non e un atteggiamento fatalistico di mancanza di interesse o indifferenza: e’ invece una concreta apertura al modo in cui le cose naturalmente devono essere in questo momento. Ad esempio, in questo precrso momento la situazione e’ questa e non puo essere diversa da quella che e’. :E’ ovvio, vi pare?
In questo preciso momento, che voi vi sentrate euforici o depressi o ne’ l’una ne l’altra cosa, contenti o scontentl, illuminati o schiavi dell’illusione per meta illuminati per meta schiavi dell’illusione, per un quarto illuminati per tre quarti nell’illusione, disperati o pieni di speranza, così stanno le cose.
E in questo momento non possono essere che cosi’.
Che cosa prova il vostro corpo? Notate semplicemente che il corpo e cosi’ E’ pesante, attaccato alla terra, materiale, sente la fame il caldo e il freddo, si ammala, a volte si sentein forma, a volte’ si sente giu’.
Questa e’ la situazione di fatto. II corpo umano e’ fatto cosi com’e; per cui la tendenza a volere che le cose stiano diversamente viene lasciata cadere. Questo non vuol dire che non dobbiamo cercare di migliorare le cose, ma lo facciamo partendo dalla comprensione e dalla saggezza anziche da un desiderio ignorante.
Il mondo e’ fatto cosi com’e, e accadono certi eventi e nevica ed esce il sole, e la gente va e viene, non si intende a vicenda si sente ferita; Ia gente impigrisce, e’ ispirata, piomba nella depressione, resta delusa, si parla alle spalle e si delude a vicenda; e c’e l’adulterio, ci sono il furto, l’ubriachezza la tossicodipendenza; ci sono le guerre, e ci sono sempre state.
In una comunita’ come Amaravati possiamo vedere il modo in cui stanno le cose. Oggi e’ un fine settimana e viene piu’ gente a offrire il cibo, c’e' piu’ folla e piu’ rumore, e a volte ci sono i bambini che corrono dappertutto gridando, e la gente calpesta gli ortaggi e rovina un po’ tutto. Voi potete osservare: “E cosi che vanno le cose” anziche’: “Questa gente sta violando la mia pace”. O, se amate la quiete ordinata del pasto abituale, in cui non accade niente di tutto cio’ e non c’e' nè vocio nè baccano, potreste reagire dicendo: “Non mi piace guest’atmosfera, preferisco un’atmosfera diversa”. Ma la vita e’ fatta cosi e’ cosi che vanno le cose a questo mondo, cosi e’ l’esistenza umana. Per cui nella nostra mente noi abbracciamo tutto e osservare “Questa e’ la realta delle cose” ci permette di acccettare i movimenti e i cambiamenti dal silenzio al baccano dall’ordine al caos.
Si puo essere dei buddhisti molto egoisti e volere una vita tranquilla e la possibilita di meditare, e tempo in abbondanza per la pratica seduta e per studiare il Dhamma, e: “Io non voglio dover ricevere gli ospiti e parlare di banalita’ con la gente”, oppure: “Io non voglio… bla bla bla”. Potreste veramente essere molto molto egoisti come monaci buddhisti.
Potreste volere che il mondo si conformi ai vostri ideali e ai vostri sogni, e, quando non lo fara’, lo rifiuterete. Ma anziche’ quella di adattare le cose ai propri desideri, la via del Buddha e quella di osservare come stanno le cose. Ed e’ un gran sollievo quando si accetta Ia situazione cosi com’e, anche se non e’ particolarmente piacevole; perche l’unica vera infelicita’ e nel non volere che le cose stiano come stanno.
Che le cose vadano bene o no, se noi non accettiamo la situazione cosi com’e, si avra’ come risultato che la mente creera’ una qualche forma d’infelicitià. Per cui, se siete attaccati alle cose che filano lisce, comincerete a preoccuparvi di quando non andranno piu cosi bene, anche se in quel momento non ci sono problemi. Ho appena notato questo atteggiamento nelle piccole cose, come quando c’e il sole e uno e tutto felice, e subito dopo pensa: “Però il sole potrebbe andarsene da un momento all’altro!”
Non appena mi sono attaccato a una percezione, e ad esempio sono contento perche’ splende il sole, ecco che arriva il pensiero sgradevole che probabilmente non durera’. A qualunque cosa vi attacchiate, essa portera’ con se il suo opposto. E a quel punto, quando le cose non andranno troppo bene, la mente tendera’ a pensare: “Voglio che vadano meglio di cosi”. Per cui, dovunque c’e la morsa del desiderio, ecco che spunta la sofferenza.
Il mondo dei sensi e’ portatore di piacere e di dolore, e’ bello, brutto, indifferente, contiene tutte le gradazioni, tutte le possibilita’. Questo e’ solo lo stato di fatto dell’esperienza sensoriale. Ma quando sono all’opera l’ignoranza e la credenza in un se, noi vogliamo il piacere e non vogliamo il dolore. Vogliamo la bellezza e non la bruttezza. “Ti prego, Dio, ti prego fammi sano, di aspetto piacente e pieno di fascino, e fammi restare giovane a lungo, fammi guadagnare un sacco di soldi, dammi la ricchezza e il potere, tiemmi lontane le malattie, circondami di piaceri per quanto possibile, ti prego”. A quel punto arriva la paura che possa capitarmi il peggio. Posso prendermi la lebbra, l’AIDS, il morbo di Parkinson o il cancro. E potrei essere respinto, disprezzato, umiliato, lasciato fuori solo al freddo, affamato, malato, esposto ai rischi, mentre fischia il vento e ululano i lupi.
Dal punto di vista del se’, c’e una paura tremenda dell’emarginazione, dell’ostracismo e del disprezzo della societa. C’e la paura di essere abbandonati e respinti, la paura di invecchiare e di essere lasciati morire soli, c’e la naturale paura del pericolo fisico, di trovarsi in situazioni minacciose per il corpo; e c’e la paura dell’ignoto, del mistero, degli spettri e degli spiriti disincarnati.
Ecco perche’ siamo attratti dalla sicurezza. L’appartamento confortevole con elettricita’, riscaldamento centrale, assicurazione e garanzie su tutto, rate pagate e contratti firmati. Tutto cio’ da’ un senso di sicurezza. O cerchiamo la sicurezza degli affettti Di che mi amerai sempre da morire. Dimmelo anche se non lo pensi. Dammi un senso di eterna sicurezza “. E nella domanda, a causa della morsa del desiderio si insinua sempre l’ansia. ‘
Così qui noi tendiamo a puntare la luce sull’elevazione dello spirito umano anziche’ sulle sicurezze materiali. Come mendicanti del cibo, voi correte il rischio di non avere nulla da mangiare. Potreste non avere un riparo, potreste non avere medicine efficaci, Potreste non avere nulla di dignitoso da mdossare. La gente e molto generosa, rna come mendicanti noi non diamo per scontato che lo sara’ sempre perche lo meritiamo. Siamo grati per tutto cio’ che ci viene offerto e coltiviamo l’atteggiamento del volere e necessitate di poco.
Dobbiamo essere prontl ad andarcene e ad abbandonare tutto in qualsiasi momenta, e avere quel tipo di mente che non pensa: “questa e’ casa mia, voglio la sicurezza per il resto dei miei giorni.
Comunque vadano le cose, anziche’ avanzare pretese ci adattiamo: al tempo, al luogo, alla vita. In qualunque modo vada e in quel modo che va.
Qualsiasi malattia possa colpirci, qualsiasi cosa, catastrofe o trionfo possa prombarci addosso, potro dire che questa e la situazione cosi com’e. E in questa non c’e rabbia o avidita’, ma accettazione e capacita’ di affrontare la vita come viene.
Non siamo qui per diventare qualcosa, o per liberarci di qualcosa, per cambiare o per fare una cosa qualsiasi per noi stessi, rna per svegliarci sempre di più, per riflettere, osservare e conoscere il Dhamma. Non preoccupatevi che le cose possano cambiare in peggio. In qualsiasi modo cambino, abbiamo la saggezza per adattarci a esse. E cio’ che io posso vedere e la reale assenza di paura dalla vita del monaco mendicante. Noi sappiamo adattarci, sappiamo apprendere saggiamente da tutte le situazioni, poiche’ questa vita terrena non e la nostra vera casa. Questa vita terrena e’ un passaggio che ci troviamo a compiere, un viaggio attraverso il regno dei sensi, e non ci sono nidi, case, dimore nel regno dei sensi. E tutto molto impermanente, soggetto in qualsiasi momento al cambiamento e alia distruzione. Questa e la sua natura. E il modo in cui stanno le cose. Non c’e nulla di deprimente in tutto cio’, se certo non si avanza più la pretesa di stare al sicuro.
La realta dell’esistenza e che quaggiù non c’e nessuna casa. Per cui la vita del senza-dimora, l’andare in giro a mendicare, viene definita ‘messaggero celeste’, poiche’ colui che ha scelto la vita spirituale non partecipa più delle illusioni della mente terrena, che e’ cosi determinata rispetto al rossedere una casa e la sicurezza materiale.
Voi avete la fede ne Buddha, nel Dhamma, nel Sangha, e l’insegnamento e le opportunita, in quanto mendicanti e meditanti della visione profonda e della comprensione, per liberare la mente dalle ansie che vengono dall’attaccamento al regno dei sensi.
L’idea di possedere e di dipendere dalle cose e l’illusione della vita terrena. La credenza di avere un se’ genera tutte queste illusioni, da cui dobbiamo proteggerci costantemente. Siamo sempre in pericolo, c’e sempre qualcosa di cui preoccuparci e avere paura. Ma quando quell’illusione e disslta dalla saggezza, ecco che la paura scompare; vediamo che questo e’ un viaggio, un passaggio oltre il mondo dei sensi, e stiamo pronti a imparare le lezioni che ci insegna, quali che siano.
Ajahn Sumedho – Così com’è
Marina – Vuoi dire che una persona illuminata non ha più emozioni?
Ramesh – Certo che sorgono delle emozioni! Supponiamo che un emozione appaia in questo organismo corpo-mente. Che cosa faccio? Ne sono testimone e la osservo affiorare in superficie. La osservo come se appartenesse a qualcun altro, non a ‘me’. Vedi, l’emozione che sorge è una reazione del cervello, e dipende dal condizionamento ricevuto e dalle successive memorie e reazioni a qualcosa che abbiamo visto, odorato o sentito.
Per esempio: un visitatore viene qui e pone delle domande; il mio cervello reagisce a ciò che sente e sorge un sentimento di grande compassione. Il sentimento sorge, però so anche che non posso fare niente per aiutare quella persona a liberarsi dalle emozioni che agitano. L’emozione di compassione sorge a causa della sofferenza dell’altra persona che non è capace di accettare facilmente l’insegnamento.
La compassione affiora in superficie, ma con essa appare la comprensione che anche il non accettare i miei concetti fa parte del destino di quell’organismo corpo-mente.
Nel caso del saggio la compassione non diventa un peso. Se la paura si presenta, non si trasforma in ansietà, perché non c’è una mente razionale che pensa sia sua la responsabilità di far capire l’insegnamento. Un insegnante comune si preoccuperebbe e si sentirebbe responsabile se certi studenti non hanno capito: la mente razionale equivale al coinvolgimento.
dal libro “Libero arbitrio o destino? A chi importa?” – Ramesh S. Balsekar