Forse avete riflettuto un poco su quanta abbiamo detto domenica mattina, approfondendo I’indagine per conto vostro, e può darsi che siate giunti a un punto oltre il quale non vi e riuscito di andare. Allora, potremmo spingerci un poco pili avanti insieme. Domenica dicevamo che noi dobbiamo avere la capacita di pensare insieme. Questa capacità affiora inevitabilmente, in modo del tutto naturale, quando ci rendiamo canto di quanto sia importante pensare insieme, in un mondo che va corrompendosi ogni giorno di più.
Pensare insieme non ha nulla a che fare can l’essere d’accordo o il non esserlo, ma richiede che vengano messi completamente da parte pregiudizi, criteri di valutazione, punti di vista e opinioni personali. Pensare insieme significa I’assenza di qualsiasi divisione tra noi; significa che in voi non c’e un pensatore separato dall’atto di pensare. C’e soltanto l’atto di pensare, la capacita di pensare insieme, e non il vostro modo personale di pensare, diverso dal modo di un’altra persona.
Ma evidentemente questa assenza di divisione non può sussistere se non siete disposti a mettere da parte le vostre esigenze personali, la vostra vanità, le vostre conclusioni particolari, cui date tanta importanza. Finchè non mettete da parte tutto questo, non è possibile incontrarci, non e possibile essere insieme. La parola ‘insieme’ significa camminare insieme, essere vicini in ogni momento e non stare uno avanti e l’altro indietro. Significa fare la stessa strada senza pensare a cose diverse, guardare le stesse cose senza interpretare quello che si vede in base alle proprie preferenze, ai propri pregiudizi; significa osservare, ascoltare, camminare insieme.
Mi chiedo se vi rendete conto di che casa accada tra due esseri umani, quando sono capaci di stare ‘insieme’. Nella permissività della società attuale, ognuno di noi pretende di essere soddisfatto, sessualmente, emotivamente, o in altri modi, ed e naturale che questa esigenza di soddisfazione porti con se tutto il problema della frustrazione. Per favore, ascoltate attentamente quello che vorrei farvi notare. Non preoccupatevi di accettare o di negare quanto stiamo dicendo. Stiamo pensando insieme. .
Ci si aspetta soddisfazione da un’altra persona, oppure si agisce spinti dal desiderio di diventare qualcuno, di avere successo. Ed e inevitabile che ogni forma di desiderio, alla ricerca di soddisfazione, si muova verso la frustrazione e la nevrosi. Ma quando siamo capaci di pensare insieme, quando voi, insieme alle persone che sono con voi, avete messo da parte opinioni, pregiudizi, valutazioni personali, e così via, in modo che sia scomparsa qualsiasi barriera che vi divide, allora, non c’e alcuna ricerca di soddisfazione, e quindi non esiste nemmeno frustrazione. Questa non e un’affermazione superficiale, non e un concetto che stabilisce un obiettivo da raggiungere, ma esprime la consapevolezza del fatto che in qualsiasi campo, politico, religioso, economico, sociale, finchè non saremo capaci di pensare insieme, dovrà inevitabilmente sussistere la divisione.
E questa divisione alimenta il desiderio di inevitabilmente a finire nella frustrazione, nella inconsulte. Solo quando pensiamo insieme, finisce qualsiasi squilibrio. Se me lo consentite, posso chiedere a quelli di voi che hanno ascoltato quanto abbiamo detto domenica mattina, se avete lasciato perdere opinioni, persuasioni, esperienze personali? Oppure, consciamente o inconsciamente, continuate a tenervele strette e per di più ora state facendo lo sforzo di capire che cosa significhi pensare insieme? Se fosse così sarebbe un tentativo davvero infantile, che permetterebbe di man tenere superficialmente tra noi una certa comunicativa, mentre in realtà alimenterebbe la divisione e quindi il conflitto.
Vedete, quando pensiamo insieme, il conflitto finisce completamente. Mi domando se ve ne rendete conto. Per favore, questo fatto deve essere capito. Da millenni gli esseri umani vivono nel conflitto, nella tensione emotiva, nello sforzo di sostenere ogni genere di contese, fisiche e psicologiche.
Da millenni gli esseri umani si sfruttano reciprocamente. Alla base di qualsiasi relazione umana c’e questa situazione penosa. Essere capaci di pensare insieme significa sottoporre a un cambiamento radicale la propria relazione con gli altri, perchè la divisione scompare. Se voi siete ambiziosi, anche se un’altra persona non lo è, c’è divisione. Se credete in Dio, in Gesù o in Krishna, e un’altra persona non ci crede, c’e divisione e quindi conflitto. Potete tollerarvi reciprocamente – ed è quanto sta accadendo oggi nel mondo – tuttavia la divisione rimane, i nazionalismi rimangono.
(tratto da: Jiddu Krishnamurti – Che cosa vi farà cambiare – Discorsi a Saanen)
Bibliografia
Riflessioni sull’io – Krishnamurti
Come siamo – Krishnamurti
C’era una piccola striscia di prato verde, con fiori variopinti ai suoi margini. Era un praticello ben tenuto al quale si prestavano le maggiori cure, perché il sole faceva del suo meglio per bruciare l’erba e far avvizzire i fiori. Oltre quel delizioso giardino, al di là di molte case, si stendeva il mare azzurro, che scintillava al sole, e vi navigava una vela bianca. La stanza si affacciava sul giardino, dominava le case e le cime degli alberi e dalle sue finestre, al mattino presto e nella prima sera, il mare era bello a guardarsi. Durante il giorno le sue acque si facevano dure e rilucenti; ma c’era sempre una vela, anche di pieno mezzogiorno. Il sole tramontava nel mare, formandovi un rosso sentiero sfavillante; non c’era crepuscolo. L’astro della sera pendeva basso sull’orizzonte, e scompariva. Il falcetto della luna neonata catturava la sera, ma poi essa pure spariva nel mare inquieto e le tenebre calavano sulle acque.
Egli parlò lungamente di Dio, delle sue preghiere del mattino e della sera, dei suoi digiuni, dei suoi voti, dei suoi ardenti desideri. Si esprimeva con molta chiarezza e precisione, non esitava a scegliere la parola adatta; la sua mente era bene addestrata, poi che la sua professione lo esigeva. Era un uomo sveglio, dagli occhi lucenti, sebbene ci fosse una certa rigidezza nei suoi modi. Ostinazione nel perseguire i suoi scopi e una certa mancanza di duttilità apparivano nel modo in cui teneva il corpo.
Egli era ovviamente spinto da una straordinaria forza di volontà e sebbene sorridesse facilmente la sua volontà era sempre vigile, stava sempre all’erta, era predominante. La sua vita quotidiana era un modello di regolarità ed egli abbandonava le sue abitudini stabilite solo per forza di volontà. Senza volontà, diceva, non poteva esservi virtù; la volontà era essenziale per abbattere il male. La battaglia tra il bene e il male era perenne, e la volontà sola poteva tenere a bada il male. Aveva tuttavia anche un lato gentile, perché amava ammirare il prato e i fiori gai, e sorrideva; ma non permetteva mai alla sua mente di vagare al di là del quadro fissato dalla volontà e dalla sua azione. Sebbene evitasse accuratamente parole aspre, ira e scatti d’impazienza, la sua volontà lo rendeva violento in modo strano. Se la bellezza s’accordava al quadro dei suoi propositi, allora l’accettava; ma faceva sempre capolino il timore della sensualità, il cui rodimento egli si studiava di contenere. Era colto e civile, e la sua volontà lo accompagnava come la sua ombra.
La sincerità non può mai essere semplice; la semplicità è il terreno di coltura della volontà, e la volontà non può scoprire i modi dell’io. La conoscenza di se stesso non è il prodotto della volontà; la conoscenza di sé viene in essere attraverso la consapevolezza delle risposte momento per momento agli stimoli della vita. La volontà esclude queste risposte, o reazioni, spontanee, che sole rivelano la struttura dell’io. La volontà è l’essenza medesima del desiderio, e per la comprensione del desiderio la volontà diviene un ostacolo. La volontà sotto qualunque forma, sia della mente superiore sia dei desideri profondamente radicati, non può essere mai passiva; ed è soltanto nella passività, nel silenzio vigile, che la verità può essere. Il conflitto avviene sempre tra desideri, a qualunque livello si trovino i desideri. Il rafforzarsi di un desiderio in opposizione agli altri non fa che generare una resistenza ulteriore, e questa resistenza é la volontà. La comprensione non può mai venire attraverso la resistenza. Ciò che importa é comprendere il desiderio, non annientare un desiderio con un altro.
Il desiderio di conseguire, di ottenere è la base della sincerità; e questo stimolo, sia superficiale che profondo, opera in conformità, che é il principio della paura. La paura limita la conoscenza di sé allo sperimentato, per cui non c’é possibilità di trascendere lo sperimentato. Così limitata, la conoscenza di sé coltiva soltanto una più ampia e profonda coscienza di sé, l’ «io» ponendosi sempre più a differenti livelli e a periodi differenti; onde il conflitto e il dolore continuano. Possiamo deliberatamente obliarci o perderci in qualche attività, coltivando un giardino o un’ideologia, fomentando in tutto un popolo un rabbioso desiderio di guerra; ma siamo ora il paese, l’idea, l’attività, il dio. Più grande l’identificazione, più il nostro conflitto, il nostro dolore sono nascosti, onde la lotta perenne per identificarci con qualche cosa. Questo desiderio di unificarci con un oggetto prescelto porta al conflitto della sincerità, la qual cosa nega all’estremo la semplicità. Potete ricoprirvi il capo di ceneri, o cingere un perizoma, o vagabondare come mendicante; ma questa non è semplicità.
La semplicità e la sincerità non possono mai andare insieme. Colui che s’identifica con qualche cosa, non importa a quale livello, può essere sincero, ma non è semplice. La volontà di essere è l’antitesi stessa della semplicità. La semplicità viene in essere con la libertà dall’impulso acquisitivo del desiderio di conseguire. Conseguire è identificazione, e l’identificazione è volontà. La semplicità e la coscienza sollecita e passiva in cui lo sperimentatore non registra l’esperienza. L’analisi dell’io si oppone alla coscienza negativa; nell’analisi c’è sempre un motivo essere liberi, comprendere, guadagnare e questo desiderio non fa che accentuare la coscienza di sé. Parimenti, le conclusioni introspettive arrestano la conoscenza di se stessi.
tratto dal libro – La mia strada è la tua strada – Jiddu Krisnamurti – Monadori
Il gran cielo era aperto e compatto. Non c’erano i grossi uccelli dalle ali spalancate che volteggiano con tanta facilità da una valle all’altra, non si vedeva nemmeno una nube passeggeera. Gli alberi erano immobili e le pieghe arcuate dei monti si addensavano d’ombra. L’agile cervo, consumato dalla curiosità, spiava intento, per sfrecciar poi via ad un tratto al nostro avvicinarsi. Sotto un cespuglio, dello stesso color della terra, guatava un piatto rospo cornuto, gli occhi brillanti, immobile. A occidente le montagne si stagliavano nitide e taglienti contro il tramonto. Molto in basso e lontano si vedeva una grande villa; aveva una piscina, dove si bagnavano alcune persone. Un giardino delizioso circondava la villa, che aveva un’aria benestante e risentita, quella particolare atmosfera che circonda la ricchezza. Ancor più giù, in fondo a una strada polverosa, si levava una capanna in un campo arido e secco. Anche a quella distanza, erano visibili povertà, squallore, fatica. Viste dall’alto, le due case non erano molto lontane l’una dall’altra; bruttura e bellezza si sfioravano.
La semplicità di cuore è di gran lunga più importante e significativa della semplicità di possessi. Accontentarsi del poco è faccenda relativamente facile. Rinunciare alle comodità, o al vizio del fumo e ad altre abitudini, non indica semplicità di cuore. Cingersi i fianchi di un perizoma in un mondo avvezzo a indumenti, comodità e distrazioni non indica un essere libero. C’era un uomo che aveva rinunciato al mondo e alle sue usanze, ma desideri e passioni lo consumavano; aveva indossato la tunica del monaco, ma non conosceva pace. I suoi occhi cercavano di continuo qualche cosa e la sua mente era combattuta fra dubbi e speranze. Esternamente, vi disciplinate e rinunciate, stabilite la vostra linea di condotta, per filo e per segno, per raggiungere la meta. Misurate i progressi della vostra ascesa in base alle norme della virtù: come abbiate rinunciato a questo e a quello, come la vostra condotta sia controllata, quanto siate tollerante e gentile, e così via di questo passo. Avete imparato l’arte della concentrazione, e vi ritirate in una foresta, in un monastero o in una camera buia per meditare; passate i vostri giorni nella preghiera e nella vigilia. Esternamente avete reso la vostra vita semplice e grazie a questa pensosa e calcolata organizzazione sperate di raggiungere la beatitudine che non è di questo mondo.
Ma si giunge alla realtà attraverso sanzioni e controlli esterni? Sebbene la semplicità esteriore, la rinuncia alle comodità siano ovviamente necessarie, aprirà questo modo di essere la porta alla realtà? Essere volti alle comodità e al successo appesantisce la mente e il cuore, e ci deve essere libertà di viaggiare; ma perché siamo tanto interessati a questo gesto esteriore? Per-ché siamo così appassionatamente risoluti a dare un’espressione esteriore alla nostra intenzione? È forse paura di illudersi, o di ciò che un altro potrebbe dire? Perché desideriamo convincere noi stessi della nostra integrità? Non sta l’intero problema nel desiderio di essere certi, di essere convinti della nostra propria importanza nel divenire?
Il desiderio di essere è il principio della complessità. Spinti dal desiderio sempre crescente di essere, internamente ed esteriormente, noi accumuliamo o rinunciamo, coltiviamo o neghiamo. Vedendo che il tempo rapisce ogni cosa, ci aggrappiamo a ciò che è senza tempo. Questa lotta per essere, positivamente o negativamente, attraverso l’attaccamento o il distacco, non può mai essere risolta da nessun gesto esteriore, da nessuna disciplina o pratica; ma la comprensione di questa lotta porterà, naturalmente e spontaneamente, alla libertà dall’accumulo esterno e interiore dei loro conflitti. La realtà non si consegue attraverso il distacco; non è raggiungibile con nessun mezzo. Tutti i mezzi e tutti i fini sono una forma di attaccamento e devono cessare perché la realtà sia.
(Tratto da: La ricerca della felicità – Jiddu Krishnamurti )
Bibliografia:
Riflessioni sull’io – Jiddu Krishnamurti – Astrolabio Ubaldini – 2009
Come siamo – Jiddu Krishnamurti – Astrolabio Ubaldini – Dic. 2008
Liberarsi dai condizionamenti – Jiddu Krishnamurti – Mondadori – 2006
Il silenzio della mente – Jiddu Krishnamurti – Mondadori – Mar. 2005
L’amore per gli alberi è, o dovrebbe essere, parte della nostra natura, come respirare. Gli alberi fanno parte della terra come noi, pieni di bellezza, con quel loro strano distacco. Così immobili, pieni di foglie, ricchi e luminosi, proiettano le loro lunghe ombre e la loro gioia selvaggia quando soffia la bufera. Tutte le foglie, anche quelle sul ramo più alto, danzano al minimo soffio di brezza, e l’ombra è accogliente, quando il sole batte forte. Seduti con la schiena contro il tronco, se rimanete in silenzio, stabilite un rapporto durevole con la natura. I più hanno perso questo rapporto; quando passano in automobile o risalgono queste colline chiacchierando, vedono tutte queste montagne, queste valli, i corsi d’acqua e le migliaia di alberi, ma sono troppo assorbiti nei loro problemi per guardarsi intorno e rimanere in silenzio. Un pennacchio di fumo si alza lungo la valle, e sotto passa un autocarro, carico di tronchi appena recisi, non ancora scortecciati. Un gruppo di ragazzi e di ragazze passa chiacchierando, facendo fremere l’immobilità del bosco.
La morte di un albero, nel momento finale, a differenza di quella dell’uomo, è bella. Un albero morto nel deserto, senza più corteccia, ripulito dal sole e dal vento, con tutti i rami nudi spalancati al cielo, è una visione meravigliosa. Una grande sequoia, vecchia di molte centinaia di anni, viene abbattuta in pochi minuti per fare recinzioni e sedili, per costruire case o per arricchire la terra in un giardino. Quel meraviglioso gigante è morto. L’uomo avanza nel cuore delle foreste, distruggendole per creare pascoli e costruire case. Le regioni vergini stanno scomparendo. C’è una valle, circondata da colline che forse sono le più antiche della terra, dove i ghepardi, gli orsi e il daino, che un tempo era possibile vedere, ora sono completamente scomparsi, perché l’uomo è arrivato dappertutto. La bellezza della terra viene lentamente distrutta e inquinata. Macchine e costruzioni a più piani stanno facendo la loro comparsa nei luoghi più inaspettati. Quando perdete il rapporto con la natura e con i cieli immensi, perdete ogni rapporto con l’uomo.
Arrivò insieme alla moglie e parlò quasi sempre lui. Lei era piuttosto timida, e aveva l’aria intelligente. Lui era piuttosto arrogante, e aveva l’aria aggressiva. Disse di essere stato presente a qualcuno dei miei discorsi dopo aver letto uno o due libri e aver assistito a qualche dialogo. ” In realtà, siamo venuti a parlare con lei personalmente del nostro problema più grosso, e spero di non averla disturbata. Abbiamo due figli, un maschio e una femmina che vanno a scuola, fortunatamente per loro. Non vogliamo infliggergli le tensioni che ci sono tra noi, anche se prima o poi le avvertiranno. Mia moglie e io siamo molto innamorati; non userei la parola amore, perché ho capito che cosa lei intende con questo termine. Ci siamo sposati abbastanza giovani; abbiamo una bella casa e un piccolo giardino. Il denaro non rappresenta per noi un problema. Lei sta bene di suo, e io lavoro, anche se mio padre mi ha lasciato qualcosa. Non siamo venuti da lei come da un consulente matrimoniale, ma vogliamo discutere con lei, se ce lo consente, il nostro rapporto. Mia moglie è piuttosto riservata, ma io sono sicuro che fra poco parteciperà anche lei alla discussione. Eravamo d’accordo che avrei incominciato io.
Abbiamo grossi problemi di rapporto. Ne abbiamo parlato spesso, ma non ne è venuto fuori niente. Dopo questa premessa, la domanda che vorrei farle è la seguente: che cosa c’è di sbagliato nel nostro rapporto, e che cos’è il rapporto giusto?”.
Che rapporto avete con queste nuvole, piene della luce della sera, o con questi alberi silenziosi? Non è una domanda a sproposito. Vedete quei ragazzi che giocano là, in quel campo, quella vecchia auto? Quando vedete tutto questo, vi chiedo, qual è la vostra reazione? “Non lo so con esattezza. Mi piace vedere i bambini che giocano. E anche a mia moglie piace. Per quelle nuvole o quell’albero non ho sentimenti speciali. Non ci ho pensato; probabilmente non li ho neanche mai guardati”.
La moglie disse: “Io sì. Per me hanno un significato, ma non riesco a dirlo a parole. I bambini là fuori potrebbero essere i miei figli. Dopo tutto, sono una madre”. Signore, guardi quelle nuvole e quell’albero, come se li vedesse per la prima volta. Li guardi senza che il pensiero interferisca o divaghi. Li guardi senza definirli ‘nuvole’ o ‘albero’. Li guardi semplicemente con il cuore e con gli occhi. Appartengono alla terra come noi, come quei bambini, e come quella vecchia auto. Dar loro un nome fa parte del pensiero.
“Guardarli senza ricorrere alle parole sembra quasi impossibile. La forma è la parola”. Quindi le parole svolgono un ruolo molto importante nella nostra vita. Sembra che la nostra vita sia un intreccio di parole complicate, legate tra loro.
Le parole esercitano una grossa influenza su di noi: parole come dio, democrazia, libertà, totalitarismo. Evocano tutte immagini familiari. Le parole moglie e marito fanno parte delle nostre espressioni quotidiane.
Ma la parola moglie non è in realtà la persona in carne e ossa, con le sue complessità e i suoi problemi. Quindi la parola non è mai la realtà. Quando la parola assume un’importanza totalizzante, la vita, la realtà , viene trascurata. ”Ma non posso sfuggire alla parola e all’immagine che essa evoca”. Non possiamo separare la parola e l’immagine. La parola è l’immagine. Osservare senza parola/immagine, questo è il problema.
“Ma è impossibile!”. Se permette, lei non ha cercato di farlo seriamente. La parola impossibile blocca in lei la possibilità di farlo. Non dica, la prego, che è possibile o impossibile, ma lo faccia semplicemente.
Torniamo un attimo alla sua domanda: che cos’è il rapporto giusto?
Quando noi avremo capito che cos’è il rapporto, sono sicuro che lei scoprirà da solo che cosa è giusto. Che cosa significa per lei il rapporto? “Mi faccia pensare. Significa tantissime cose, a seconda delle circostanze. Un giorno è una certa reazione, il giorno dopo ha una portata completamente diversa. È responsabilità, noia, irritazione, reazioni sensuali e il bisogno di fuggire da tutto questo”.
Questo è quello che lei chiama rapporto. Si tratta di livelli diversi di reazioni sensoriali, di sentimenti – di romanticismo, se si è portati a quello – di tenerezza, attaccamento, solitudine, paura e così via (apprensione, più che paura reale). Questo è quanto viene definito rapporto con una persona o con l’altra. Lei è in rapporto anche con i suoi ideali, le sue speranze, le sue esperienze, le sue decisioni.
Tutto questo è lei e il suo rapporto con un altro; e l’altro è simile a lei, anche se da un punto di vista biologico, culturale e fisico può essere diverso. Ciò non indica forse che lei si muove sempre all’interno dell’egocentrismo e che l’altra persona agisce in maniera simile? Due vite parallele che non si incontrano mai? “Incomincio a capire che cosa lei intende, ma la prego, continui”.
Diventa chiaro che non esiste un rapporto reale. Fondamentalmente ci preoccupiamo di noi stessi, del nostro piacere, cedendo all’altro per ottenere a nostra volta soddisfazione, e così via all’infinito. Diciamola in un altro modo. Perché gli esseri umani sono così centrati su se stessi, o egoisti nei più riposti recessi del loro essere? Perché? Gli animali selvatici non sembrano tanto egocentrici quanto lo sono gli esseri umani.
Se noi dobbiamo scoprire in prima persona qual è il rapporto giusto, dobbiamo approfondire questo interrogativo. È necessario sperimentare la percezione senza movente. La maggior parte di noi trova difficile osservare senza un qualche tipo di movente. Riusciamo a esaminare insieme, con obbiettività, quel che realmente accade in un rapporto fra due persone, si tratti di un rapporto intimo o no? Quasi tutte le reazioni, specialmente quelle dolorose o piacevoli, vengono registrate nel cervello, nella coscienza o a un livello più profondo. Questa registrazione, che inizia nel momento in cui nasciamo e continua fino alla morte, costruisce lentamente un’immagine o un quadro che ognuno ha di sé. Quando ci sposiamo o viviamo con un altro per un mese o per anni , ciascuno dei due si forma un’immagine dell’altro. Le ferite, le irritazioni, le parole dure, quelle dolci, e così via, le reazioni sensuali, le osservazioni intellettuali, il cameratismo e la tenerezza, la fantasia di realizzazione -e le associazioni culturali: tutto questo forma le diverse immagini che si riattivano nelle diverse circostanze.
A parte i rapporti fisici reali, queste immagini distorcono o ostacolano un rapporto d’amore profondo, la compassione con la capacità di comprensione profonda che essa implica
“E allora in che modo è possibile impedire la formazione di queste immagini?”. Non le pare di porre una domanda sbagliata? Chi è che impedisce? Non le sembra che a porre la domanda siano ancora una volta un’immagine o un’idea? Non sta forse ancora lavorando di fantasia, passando da un’immagine all’altra? Questo tipo di indagine non porta da nessuna parte. Quando una persona è colpita o ferita psicologicamente – il che accade fin dall’infanzia – le conseguenze di quella ferita sono ovvie: la paura di subire altre ferite, un ritrarsi costruendosi tutt’intorno una barriera, un ulteriore schermo isolante e così via, un processo che alimenta la nevrosi. Se e quando si ha consapevolezza di queste ferite, di questi conflitti, e li si osserva, allora istintivamente viene fatto di chiedersi in che modo sia possibile evitare di venire feriti.
L’immagine ultima è l’io , il sé con la lettera maiuscola e minuscola. Quando si arriva a cogliere il pieno significato del perché il cervello, il pensiero, formi queste immagini, la verità del perché queste immagini esistano, questa percezione stessa dissolve ogni processo di formazione delle immagini. Questa è la libertà ultima. “Per quale ragione il cervello – o il pensiero, come dice lei – forma delle immagini?”.
Forse per sentirsi protetto? Per essere al sicuro contro il pericolo? Per avere certezze, per evitare la confusione? Anche la più piccola parte del cervello per funzionare bene, in maniera efficiente, deve avere delle certezze, deve sentirsi al sicuro. Se poi quelle certezze e quella sicurezza sono un’illusione o un’invenzione del pensiero, come lo sono la fede o la credenza, in realtà non ha alcuna importanza, purché quell’area agitata del cervello si senta al sicuro, tranquilla, senza incertezze.
Noi moriamo in questa illusione. Accompagnato dalle immagini, come ad esempio il nazionalismo, e le immagini che si trovano in tutti i templi del mondo, l’uomo vive e porta avanti il conflitto, il piacere, il dolore.
Queste immagini vengono fabbricate a non finire.
Ma solo quando noi percepiamo che esse ostacolano e gettano un’ombra sul rapporto reale e rotondo tra noi e gli altri, tra noi e quella nuvola, tra quell’albero e quei bambini, allora soltanto può esserci amore.
(di J. Krishnamurti)
Dal Bulletin 56, 1989 – Saanen, Svizzera, agosto 1981.
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da Lista Sadhana – Yahoo
Qualsiasi conflitto, che sia fisico, psicologico o intellettuale, è uno spreco di energia. E’ straordinariamente difficile rendersene conto e liberarsi da ogni conflitto, perché quasi tutti noi siamo stati educati a lottare, a fare sforzi.
Questa è la prima cosa che ci insegnano a scuola: fare sforzi. Così continuiamo a lottare e a sforzarci per tutta la vita. Per essere buoni è necessario lottare; bisogna combattere il male, bisogna essere capaci di resistere, di controllarsi.
Così, in qualsiasi campo, da quello dell’educazione a quello sociologico o religioso, agli esseri umani si insegna a lottare.
Vi dicono che per trovare Dio dovete lavorare, dovete sottoporvi a una disciplina, dovete praticare degli esercizi, dovete torturare la vostra anima, tormentare la vostra mente e il vostro corpo; dovete rifiutare, reprimere; non dovete guardare certe cose; dovete lottare, lottare sempre per ottenere qualcosa al cosiddetto livello spirituale, che in realtà non è affatto spirituale! Così nella società ognuno si preoccupa solo di se stesso e della propria famiglia .
… In qualunque direzione ci muoviamo, noi non facciamo altro che sprecare energia. E questo spreco di energia è fondamentalmente conflitto: un conflitto tra quello che “devo” o “dovrei” fare e quello che “non devo” o “non dovrei” fare. Quando si è creata una dualità, il conflitto diventa inevitabile.
Allora bisogna capire la dualità, come si produce e come funziona. E’ evidente che ci sono l’uomo e la donna, il rosso e il verde, la luce e il buio, l’alto e il basso; questi sono fatti. Ma è quando facciamo uno sforzo per separare l’idea dal fatto che sprechiamo energia.
(Jiddu Krishnamurti)
Bibliografia Jiddu Krishnamurti:
Così parlò Krishnamurti – Ebook
Riflessioni sull’io – Jiddu Krishnamurti
La ricerca della felicità – Jiddu Krishnamurti