La Paura e l’Amore
Alcuni affermano che esistono solo due cose al mondo: Dio e la paura; l’amore e la paura sono le sole cose.
C’è un solo male al mondo: la paura.
C’è un solo bene al mondo: l’amore.
Talvolta viene definito con altri nomi. Talvolta si chiama felicità, o libertà, o pace, o gioia o Dio o chissà cosa. Ma l’etichetta non ha grande importanza. E non esiste male al mondo che non possa essere fatto risalire alla paura.
Nemmeno uno.
Ignoranza e paura, ignoranza causata dalla paura: è da qui che deriva ogni male, è da qui che deriva la vostra violenza. La persona veramente non violenta, incapace di violenza, è una persona senza paura. È solo quando si ha paura che ci si arrabbia.
Pensate all’ultima volta che vi siete arrabbiati. Avanti, riflettete. Pensate all’ultima volta che vi siete arrabbiati e andate in cerca della paura che era sottintesa. Che cosa temevate di perdere? Che cosa pensavate che potesse esservi sottratto? È da lì che viene la rabbia. Pensate a una persona arrabbiata, magari una di cui avete paura. Riuscite a vedere quanto è spaventata? Lo è davvero. È davvero spaventata, altrimenti non sarebbe arrabbiata.
In ultima analisi, esistono solo due cose: l’amore e la paura.
In questa sede preferisco mantenere una discussione come questa, non strutturata, capace di spostarsi da un argomento all’altro e di tornare di volta in volta ai diversi temi, perché in questo modo è possibile riuscire ad afferrare veramente quello che dico. Se un’affermazione non vi colpisce la prima volta, potrebbe farlo la seconda, e quel che non colpisce una persona può colpirne un’altra. Parlo di temi diversi, ma trattano tutti della stessa cosa. Chiamatela consapevolezza, libertà, risveglio o come volete. È davvero la stessa cosa.
Tratto da Messaggio per un’aquila che si crede un pollo
di Anthony De Mello
Anthony De Mello
In questo nostro mondo siamo un po’ tutti dei folli, cioè agiamo senza troppo buon senso, specialmente a livello spirituale.
Ci è stato insegnato a considerare noi stessi come dei contenitori vuoti, che hanno bisogno di essere gradatamente riempiti. A questo pensano la religione, l’educazione e i tanti condizionamenti che riceviamo in continuazione dalla società e, in generale, dall’ambiente che ci circonda. «Non far questo perché è peccato». «Non dire quello perché non sta bene». «Non fare quell’altro perché è sconveniente».
Quante proibizioni riceviamo fin dall’infanzia! E quante ingiunzioni a fare invece tante altre cose, soltanto perché la morale comune, la moda, l’etichetta, gli usi e costumi richiedono quel determinato comportamento. Siamo come ingabbiati, imprigionati in una rete di “fare” e “non fare”, “dire” e “non dire”, perfino “pensare” e “non pensare”.
Questa rete è stata costruita da altri esseri umani che si sono arrogati il diritto di decidere, stabilire certe norme e sono stati poi così in gamba da farsi ubbidire un po’ da tutti. Così sono nate le consuetudini di vita comune, sia a livello fisico che psicologico e perfino spirituale. Siamo in prigione e ci siamo ormai abituati così bene al nostro stato di prigionieri che non pensiamo neppure alla possibilità di essere liberi padroni di noi stessi e delle nostre scelte.
Se capita ogni tanto che qualcuno si rende conto della pania in cui si trova avviluppato, comincia a smaniare per liberarsene. E allora soffre per tutte le costrizioni cui deve sottostare e disperatamente cerca la forza di spezzare le sbarre della gabbia. Non si rende conto che essa è inesistente, è cioè una creazione psicologica e intellettuale che esiste solo in quanto la nostra accettazione le dà vita.
Nel momento in cui dico: «Non ci credo più», essa si dissolve istantaneamente.
Cerco in mille modi di liberarmi, di aprire la porta e non mi accorgo che è già aperta. Se riesco a convincermi che tutto ciò che devo fare è provare a girare la maniglia, vedrò che non è mai stata chiusa.
Basta che io dica con convinzione “no”, oppure “sì”, “voglio”, “posso”, e la mia potenzialità di spirito libero e creatore si innalzerà al di sopra della gabbia delle convenzioni e dei condizionamenti, li attraverserà come se fosse nebbia che si dissolve al sole della conoscenza, della consapevolezza, della verità.
Rendiamoci finalmente conto che la porta è aperta. Proviamo a bussare, o a tentare di girare la maniglia e vedremo che i battenti dell’autodeterminazione e dell’illuminazione si spalancheranno dinanzi alla nostra coscienza.
La dottrina, cioè l’istruzione e l’educazione di qualsiasi genere, non dovrebbe mai essere fine a se stessa. Se certe nozioni ci vengono fornite per condizionare la nostra mente, per formare un bagaglio culturale a cui attingere regolarmente, diventano uno schermo che ci separa dalla nostra effettiva capacità di apprendimento.
La dottrina non deve insegnarci che «questo è così e basta». Deve invece direi: «Questa è la base che ti serve per costruire la tua idea».
Se riusciamo a tagliare i legami che ci tengono strettamente avvinti alla religione e alle tradizioni, cominceremo a distinguere quanto di buono si trova in esse. Potremo scegliere quello che va bene per noi, ciò che troviamo adatto a essere adoperato per l’edificazione del nostro personale sistema di vita, che non può essere uguale a nessun altro.
I principi sono gli stessi, siamo d’accordo. Ogni religione e gran parte dei sistemi filosofici, politici e sociali espongono idee di grande valore. Ed è bene farne tesoro. Quando però si arrogano il diritto di dirigere la mia vita punto per punto, dicendomi quello che posso o non posso fare, definendo la punizione, sia fisica che spirituale, che mi aspetta se non òttempero ciecamente alle istruzioni, mi permetto di dissentire energicamente.
Nel nostro mondo la gente a tutti i livelli, e specialmente quelli che hanno in mano le redini del comando, diffidano di chi è capace e desideroso di ragionare con la propria testa, perché lo vedono come una minaccia alla loro autorità.
Le pecore non pensano a sovvertire la gerarchia del gregge. Quando gli arieti si sono messi d’accordo a suon qualcosa simile a un involucro. Viviamo nel nostro bozzolo, incapaci di vedere al di là dei nostri preconcetti.
Tali preconcetti non sono innati. La nostra mente, fin dalla nascita, subisce uno stillicidio continuo di informazioni che hanno lo scopo di “educarla”, cioè renderla conforme alla vita della comunità. Queste informazioni, che ci vengono trasmesse dalle fonti più svariate, ma tutte ugualmente potenti, come la scuola, la famiglia, l’ambiente sociale, la religione, creano un vero e proprio schermo intorno al nostro cervello.
Ci troviamo così condizionati, cioè programmati a da re determinate risposte a determinati stimoli. Se temo una certa cosa, la mia risposta, cioè la mia reazione, sarà direttamente dettata dal condizionamento ricevuto.
Potrò perciò comportarmi da vile, da temerario, da aggressivo, da indifferente e così via. Le reazioni sono infinite, dato un determinato stimolo, perché infiniti, o quasi, sono i programmi che possono essere stati inseriti nella nostra mente fin dalla più tenera età. Anche l’esempio ricevuto da altri, una semplice immagine, una parola udita per caso, hanno contribuito ad arricchire il nostro “computer” mentale. Adesso però siamo adulti. Siamo quindi capaci di vedere se il “programma” che dirige la nostra vita non è più rispondente alle nostre esigenze. Se decidiamo che, in effetti, non lo è, non siamo obbligati a tenercelo per sempre. Ogni condizionamento può essere eliminato e sostituito con un altro di nostra scelta.
È esattamente lo stesso procedimento che usiamo con il computer in ufficio, o la lavatrice per la quale selezioniamo un diverso programma a seconda dei capi che dobbiamo lavare. Se si lascia tale programma immutato, resterà così per sempre. Se decidiamo che non ci serve più, o non ci piace più, o abbiamo un’idea migliore, possiamo imparare come cancellarlo e riprogrammare il tutto secondo le nostre attuali esigenze.
(Tratto da “Il Pensiero Positivo” – di Anthony De Mello)
Questo tipo di esercizio di fantasia funziona alla perfezione nelle classi dell’ultimo anno di scuola superiore, in Irlanda. A seconda della maturità del gruppo, sarà necessario un periodo più o meno lungo di preparazione. Sottolineo che la preparazione del gruppo è di vitale importanza. Prima di tutto è necessario spiegare il tipo di esercizio di meditazione che si intende svolgere, chiedere il consenso e il sostegno del gruppo per l’iniziativa, e trascorrere tutto il tempo necessario per predisporre il gruppo attraverso un esercizio di «concentrazione sulla respirazione» o di «consapevolezza del corpo», o in alternativa un’attività preparatoria di «presa di coscienza dei rumori circostanti».
Mettetevi comodi. Cercate di rilassarvi e di prendere coscienza di qualsiasi rumore riusciate a udire all’esterno della stanza. Forse sentirete il rumore del traffico, o il fruscio del vento, o magari di alcune persone che camminano fuori; potrebbe anche capitare, se c’è molto silenzio, di udire il cinguettio di un uccello. Ascoltate.
Ora portate la vostra attenzione all’interno della stanza ed escludete tutti i suoni provenienti dall’esterno. Tendete le orecchie per individuare qualsiasi rumore all’interno della stanza. Forse potete sentire qualcuno che si muove, o lo scricchiolio di una sedia, o il respiro di una persona che penetra ed esce dal suo corpo. Adesso cercate di rilassarvi. Prendete coscienza soltanto dei rumori che potete sentire all’interno della stanza.
Adesso, voglio che portiate l’attenzione all’interno di voi stessi. Prendete coscienza di ogni suono che vi sia dentro di voi. Potreste riuscire a udire il lieve rumore dell’aria che passa attraverso le vostre narici, o persino avvertire il battito del vostro cuore, ma limitatevi a concentrare l’attenzione sull’interno di voi stessi e rimanete calmi e in silenzio.
Ora voglio che immaginiate di camminare in un campo che conoscete e che riuscite a dipingere con gli occhi della mente. È una bella giornata calda e voi siete soli, ma questo vi fa sentire bene. Mentre attraversate il campo sapete che a un’estremità di esso scorre un Piume, e sentite cantare gli uccelli. Passeggiando, vi sentite felici e rilassati.
Ora state arrivando alla riva stessa del fiume, lungo la quale cominciate a camminare lentamente. Ascoltate il gorgoglio dell’acqua che scorre pacifica, possibilmente serpeggiando tra piccole rocce e gruppi di canne. Godetevi quest’esperienza. Mentre continuate a camminare lentamente, percepite vagamente la presenza di qualcuno che, poco più avanti, si trova in piedi in mezzo al fiume. A un certo punto vi accorgete che si tratta di Gesù.
Quando arrivate al punto del fiume in cui si trova Gesù, vi accorgete che vi sta facendo cenno di avvicinarvi e raggiungerlo. Togliendovi le scarpe e le calze e notando che l’acqua non e molto profonda, vi avviate verso di Lui. L’acqua vi arriva alle caviglie, poi alle ginocchia, e Gesù continua a farvi cenno di avvicinarvi. Quando finalmente lo raggiungete, Egli vi prende le mani e, guardandovi negli occhi, dice: «Non avere mai paura di venire da me». Poi, con estremadolcezza, vi conduce fino alla riva opposta e insieme vi sedete sulla sponda erbosa. Mentre entrambi osservate l’acqua che scorre, voi iniziate a parlare a Gesù della vostra vita e di come sono andate le cose negli ultimi mesi. Indugiate sugli aspetti della vita che vi hanno preoccupato, o di qualsiasi cosa vi abbia procurato ansia o tristezza, delusione o ira. Mentre raccontate questi avvenimenti e le vostre emozioni, iniziate a sentire che il dolore o la preoccupazione legati a questi eventi scorrono via con l’acqua del fiume.
Prendetevi tutto il tempo che vi serve e restate con Gesù, ricordando gli avvenimenti e sentendo che la preoccupazione scorre via.
Ora, mentre cominciate ad avvertire il senso di libertà che deriva dal sollievo, cercate di concentrarvi sulle cose che desiderate per voi stessi: pace interiore, amore, felicità. Esse scorrono dentro di voi, lungo il fiume, e dopo un po’ sentite che Gesù riprende a parlarvi. Vi dice qualcosa di speciale su voi stessi, e dunque date a questo momento la massima attenzione, ascoltando ciò che ha da dirvi.
Adesso, Gesù vi riconduce dall’altra parte del fiume e si congeda. Lo osservate allontanarsi, e dopo esservi rimessi calze e scarpe, lentamente, seguendo il vostro ritmo, ripercorrete il tratto lungo la riva del fiume e poi attraverso il campo che ben conoscete, portando con voi i ricordi che conservate nella mente, per ritornare infine in questa stanza, qui e ora.
Ora, di nuovo, voglio che ascoltiate tutti i suoni dentro di voi e che ne prendiate coscienza. Gradualmente, allargate la vostra attenzione al di fuori di voi stessi e ascoltate i rumori che avvertite all’interno della stanza: magari il fruscio dei vestiti di una persona che si muove o il grattare di una sedia sul pavimento.
Ora lasciate che la vostra attenzione si estenda all’esterno della stanza e di nuovo ascoltate i rumori del traffico, o la voce di persone o il canto degli uccelli e poi, seguendo il vostro ritmo, stiratevi dolcemente e aprite gli occhi, lasciando che si abituino alla luce.
(di Anthony De Mello)
“La sofferenza non e’, ne’ positiva, ne’ negativa: la sofferenza e’ propria della vita. E la vita e’ crescita, e ogni crescita comporta la sofferenza come uno dei suoi ingredienti essenziali”.
Tony era solito ripetere tali affermazioni, soprattutto in situazioni concrete di sofferenza, nelle quali ci vedeva lottare e spendere molte energie. In questo modo mi ha portato a sviluppare una certa tolleranza della sofferenza e delle contraddizioni della vita.
“Se mi immunizzo in tutti i modi contro la sofferenza, mi escludero’ da qualsiasi intimita’ e crescita, mi escludero’ dalla vita stessa”.
Una volta capito che non dovevo evitare la sofferenza a ogni costo, iniziai a respirare liberamente. Fui in grado di “esplorare” con facilita’ i dolori della mia vita, come la separazione dei miei genitori. Riconobbi l’energia che viene liberata quando imparo ad accettare l’inevitabile: quei fattori sui quali non ho alcun controllo. All’inizio mi esercitai con Tony, che evidenziava questa verita’ nei momenti cruciali in cui ero piu’ vulnerabile; divenuto consapevole, in seguito continuai da solo e fui condotto nelle zone congelate della mia vita, le quali ritrovarono, a poco a poco, vita e movimento.
Mi ripetevo sovente: “E’ doloroso ma posso accettarlo, e’ un atteggiamento vitale”.
“Puoi accondiscendere e non soffrire, ma essere morto. Puoi essere libero e spontaneo e soffrire, ma essere vivo”.
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Durante il nostro soggiorno a Sadhana, Tony mi disse: “Ti ho trovata viva, vibrante e davvero molto matura sotto diversi punti di vista. Tuttavia, ho avvertito un certo disagio e ora so il perche’. Mia cara, emotivamente sei una tipica adolescente che seduce uomini a destra e a sinistra, di sopra e di sotto, e ti chiedi perche’ gli uomini cadono ai tuoi piedi a ogni passo”. Aveva colto nel segno, anche se non mi era facile accettarlo, dal momento che e mi consideravo gia’ prossima alla santita’…
Dalla seduta successiva, Tony fece di tutto per farmi notare le mie tattiche di seduzione: sguardi, pose, scelta delle parole per comunicare i miei sentimenti, atteggiamenti, ecc.
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Tony una volta mi disse: “A causa dell’enfasi posta, nella nostra formazione di gesuiti, sul controllo delle emozioni, sei diventato un uomo d’acciaio. C’e’ un tale calore di sentimenti dentro di te, ma tu lo reprimi, non lo esprimi mai, non sei veramente te stesso”.
La sua osservazione mi infastidi’. “Lo so”, risposi, “ma se lascio la presa potrei perdere il controllo di me stesso: una volta che la diga e’ aperta, potrei essere trascinato via dalla piena dei miei sentimenti”.
Tony replico’ freddamente: “Dipende da te. Puoi scegliere se essere un “uomo d’acciaio”, o un individuo dal gran cuore”.
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Dall’ultima lettera di Tony del 1 giugno 1987, il giorno prima che morisse:
“Ritengo che tutti i miei interessi siano ora incentrati su qualcos’altro, sul “mondo dello Spirito”, e tutto il resto mi appare futile e assolutamente irrilevante… Mai prima, nella mia vita, mi sono sentito cosi’ felice, cosi’ libero…”
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Tony era stato in Spagna a studiare filosofia. Li’ incontro’ un gesuita, padre Calveras, che anche in quei giorni prima del Concilio Vaticano, sosteneva: “La preghiera dei gesuiti e’ diventata troppo speculativa. Ignazio dava grande importanza alle emozioni nella preghiera”!. Tony rimase profondamente impressionato quando Calveras gli domando’: “Come preghi? Descrivi il tuo modo di pregare”. Tony penso’: ” Ecco un vero guru” . Si risvegliava in lui la guida spirituale.
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In una delle ultime sedute del mio corso, o soggiorno lungo, a Sadhana, Tony ripete’ un’idea che aveva gia’ menzionato: “Se non fate progressi, non e’ perche’ mancate di buona volonta’, ma perche’ non avete memoria… Non fate affidamento sulle “conquiste” fatte: i loro benefici svaniranno a poco a poco se non vi ricordate di rafforzarli attraverso la pratica quotidiana. I vostri modelli nevrotici saranno con voi anche domani. Avrete delle crisi.
Allora ricordate cio’ che avete capito su di esse e come ne siete usciti. Continuate a esercitarvi nei nuovi modelli, nelle reazioni nuove, nelle fantasie e negli esercizi che vi hanno aiutato. Col passare del tempo, la stretta delle vecchie abitudini potrebbe allentarsi. In ogni caso non sarete piu’ gli stessi… se ricordate di fare pratica ogni giorno.
“Sarete come quell’uomo che, dopo il corso a Sadhana, diceva alla sua comunita’: ” Entro ancora in crisi un sacco di volte, ma rido di piu’ e certamente mi sento molto piu’ in pace”
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Tony mi ha portato a cercare consiglio e forza soprattutto in me stesso.
“Quando vedi chiaramente che una posizione che hai adottato, che un giudizio che hai formulato e’ puro, non influenzato dall’ego, avrai anche la forza di agire di conseguenza”.
Una volta mi scrisse: “Al momento non sperimenti la forza, perche’ non ti vedi chiaramente. La verita’ ti rendera’ libero. Conoscendoti cosi’ come sei, senza l’aggiunta di bugie, diventerai saldo. E allora potrai far fronte a tutto e a tutti”.
Penetrando in me stesso iniziai a scoprire cio’ che stavo facendo con me stesso: i miei modi disonesti di affrontare i miei pensieri e sentimenti, la mia difficolta’ ad accettare le osservazioni positive e negative su di me… Tramite questa continua e onesta consapevolezza iniziai a godere di una maggiore liberta’ e serenita’ nell’affrontare le situazioni sfavorevoli, sempre sostenuto dalla calorosa comprensione di Tony e dal suo incitamento amorevole e affettuoso.
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Ho avuto molte occasioni di trascorrere qualche momento tranquillo con Tony. Il periodo piu’ memorabile furono i due giorni che passai con lui a Sadhana, di ritorno dall’ultimo seminario che tenne a Pune. Fu una settimana prima della sua morte. Molte cose che disse allora, mi tornano alla mente ora. Le ho applicate alla mia vita travagliata negli ultimi mesi e le ho trovate molto efficaci; mi hanno dato tanta pace e felicita’.
1. Un cuore colmo di gratitudine non puo’ mai essere infelice.
2. Ogni giorno, quando ti svegli, ricorda che potresti non vedere il domani. Se farai cosi’ godrai di ogni singolo giorno.
3. Pensa alla morte e inizierai a vivere. Noi non pensiamo mai alla morte; percio’, ci attacchiamo alle cose e alle persone e finiamo per condurre una vita miserabile nel terrore di perderle.
4. Non attaccarti alle cose nella vita: godine finche’ ci sono, ma ricorda che un giorno dovrai lasciarle, non potrai portarle con te. Vale la pena essere cosi’ infelici nel tentativo di trattenerle?
5. Una cosa che mi disse quel giorno si staglia chiaramente nella mia memoria: “Se dovessi morire domani e sapessi di dover morire, la cosa che mi renderebbe molto felice sarebbe sapere di aver aiutato tante persone. La mia esistenza su questa terra e’ stata di qualche utilita’ per l’umanita’”. Quante persone possono dire lo stesso della propria vita su questa terra? Passiamo il tempo a fare cose per noi stessi, o ad aiutare gli altri?
6. Abbiamo sempre tutto cio’ che ci serve per essere felici. Ma siamo infelici, perche’ ci concentriamo su cio’ che vogliamo e non possiamo avere.
ANTHONY DE MELLO
IL CANTO DELL’USIGNOLO
a cura di
Aurel Brys e Joseph Pulickal
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Di una seconda cosa c’è bisogno per essere vivi: essere ora. Cosa significa? Anzitutto significa capire qualcosa che pochissime persone capiscono, ovvero che tanto il passato quanto il futuro sono irreali, e che vivere nel passato o nel futuro equivale a essere morti. So bene che il passato ha cose meravigliose; che dal passato possiamo imparare molto; che il passato ci ha influenzato e plasmato, ecc. Perfetto! Ma esso non è reale! Noi dobbiamo progettare il futuro. Infatti, se non aveste progettato il futuro, con ogni probabilità ora non mi stareste ascoltando. Il futuro però non è reale, è una nozione nella nostra testa. E nella misura in cui vivrete nel futuro o nel passato, non sarete ora, non sarete qui.
I componenti di una famiglia decidono di andare in Svizzera per tre giorni. Per mesi programmano le ferie e, quando queste arrivano, perdono la maggior parte del tempo organizzando il viaggio d’andata. Quando si trovano in Svizzera, invece di godersi quel paesaggio fantastico, invece di respirare quella salubre aria di montagna, si preoccupano di fare fotografie da mostrare agli amici.
Fotografie di luoghi dove non sono stati. Ci sono stati fisicamente, ma di fatto non erano là, stavano in un altro luogo. Ferie irreali, vita irreale!Viviamo nella cultura del futuro. La cultura del domani. “Domani sarò felice; domani vivrò”. “Quando sarò alle superiori, vivrò”, “quando sarò all’università, vivrò”. E quando si arriva all’università si dice: “Quando mi sposerò, vivrò”. E
una volta sposati: “Quando i figli saranno cresciuti, vivrò”. Quando i figlisaranno grandi, non saprete più cosa significa vivere! Con ogni probabilità morirete senza aver vissuto.
(Tratto da:”Istruzioni di volo per aquile e polli” – di Anthony De Mello)
Bibliografia
Istruzioni di volo per aquile e polli – Anthony de Mello
Dove non osano i polli – Anthony de Mello
Compagno di cammino – Anthony de Mello