Spero che questo ritiro vi abbia offerto incoraggiamento, comprensione e ispirazione per proseguire nella pratica meditativa. Ho sottolineato ripetutamente l’importanza della fiducia nella vostra capacità di essere presenti, il senso profondo dell’investire di fede il semplice atto di essere attenti e presenti, e in ascolto, aperti e ricettivi.
Il condizionamento è una traccia molto forte innestata nella nostra personalità, e i suoi punti di forza sono il senso dell’io o della personalità. È da qui che nasce la tendenza a essere autolesionisti, a vederci in una maniera molto ristretta che ci vincola rigidamente a dei limiti, di modo che ci sentiamo scoraggiati o riversiamo nella pratica le nostre paure, limitandone così i risultati.
Nella letteratura buddhista, si parla spesso del raggiungimento di certi stati meditativi, dell’ottenimento dei jhana: raggiungere il primo jhana, e poi il secondo jhana, e il terzo, e il quarto jhana. Ci sono persone che passano anni cercando di ottenere questi jhana, e restano delusi.
E leggiamo anche di cose come l’”entrata nella corrente”, il “tornare una sola volta”, “non tornare mai più” e infine l’illuminazione totale. Avete già ottenuto il primo jhana? Siete entrati nella corrente? È un modo di pensare mondano, che vede me come una persona seduta qui, un’altra persona seduta lì, entrambi intenti a praticare la meditazione sperando di ottenere qualcosa, di raggiungere un qualche stadio. E bisognerebbe essere capaci di farlo. Io vengo da una cultura in cui vige il concetto del ‘lavorare a qualcosa’, e più lavori, più duramente lavori e più devi venir ricompensato per il tuo strenuo lavoro, il duro lavoro va pagato.
Nella letteratura buddhista, si parla anche degli arahant, quelli che hanno superato tutti gli esami e sono andati al di là di tutte le astrazioni e hanno raggiunto il supremo ottenimento. Diventare un arahant sembra uno scopo quasi impossibile, che non ci aspettiamo di raggiungere, perché la maggior parte di noi è troppo limitata dalla personalità e dai propri problemi, ovviamente insignificanti, per sperare di poter mai raggiungere un simile stadio. È un problema anche nei paesi buddhisti, perché spesso le convenzioni si discostano parecchio dal significato originario quando vengono tramandate dopo la morte del fondatore della religione.
Anche alla parola nibbana o nirvana attribuiamo il significato di illuminazione, di supremo raggiungimento: un termine remoto ed enigmatico di cui quasi nessuno conosce il significato. C’è un gruppo rock di Seattle che si chiama Nirvana: dunque, se volete un assaggio del nirvana, andate a Seattle!
Esplorando l’uso del linguaggio, scopriamo come ci rapportiamo a questo genere di parole: come a qualcosa di molto alto, di molto remoto, di lontanissimo da noi. È il modo di pensare mondano, pensare in termini di io che divento qualcosa, io devo liberarmi di tutte queste debolezze, dei miei problemi emozionali; ho certi attaccamenti, amo la mia famiglia, dovrò liberarmi dal desiderio, essere libero dal sé e diventare nessuno, essere un non-sé, un nulla, un vuoto, tutto in una sola vita, per poter ottenere il nirvana.
Riflettiamo sulle opinioni che ci creiamo e su come parole come nirvana, arahant, Buddha diventino delle mete irraggiungibili. Nella nostra pratica semplicemente notiamo le cose come sono. Non cerchiamo di rappresentarcele in accordo con la ragione e con la logica, da un punto di vista mondano, ma cominciamo a risvegliarci all’osservazione di come reagiamo, di cosa proviamo riguardo alle parole, al linguaggio e ai concetti che usiamo. Per esempio, prendiamo l’idea del primo jhana e così via… o dell’ottavo jhana. Già raggiungere il primo è una battaglia; raggiungere l’ottavo sembra quasi impossibile secondo il nostro modo di pensare perché lo vediamo come un ottenimento. Ma non siamo qui per ottenere, né per raggiungere.
Dunque, anziché usare parole come ottenere, raggiungere, diventare, è meglio usare termini come abbandonare e lasciar andare, perché rappresenta meglio la nostra pratica. Più che raggiungere qualcosa lasciamo andare quello a cui siamo attaccati, nel momento in cui comprendiamo la sofferenza che creiamo attraverso l’attaccamento.
La pratica dei jhana, in realtà, si basa sul superamento dei cinque impedimenti (i cinque nivarana, n.d.t.), i cinque stati negativi, e la coltivazione di percezioni salutari, affinandole attraverso la concentrazione fino a giungere al benessere fisico e mentale e infine all’equanimità.
Riprendendo la divisione tradizionale della meditazione in samatha e vipassana, samatha è felicità creativa e comprensione, positività e gioia, mentre vipassana è investigare la sofferenza e le sue cause, e lasciar andare le cause. Ricordo quando cercavo di coltivare la meditazione di samatha come un ottenimento; ero determinato a ottenere questi stati mentali desiderabili, ma il mio atteggiamento era di fondo un atteggiamento di forza caparbia, che non è il genere di condizione mentale che permette di realizzarli.
Le persone che trovano la meditazione di samatha facile e naturale sono di solito persone che hanno molta fede, che non si fanno domande e non hanno dubbi, oppure persone ben educate, che non pensano troppo ma hanno molta fiducia in quello che dice l’insegnante. Dunque la pratica di samatha risulta più facile per persone che non siano molto scettiche, sospettose e paranoidi come invece sono io. All’inizio la trovavo impossibile, perché il mio approccio alla vita era fondamentalmente negativo, ero una persona molto critica. Mi era più facile rapportarmi alla vipassana, perché la sofferenza la potevo vedere; sicuramente io soffrivo, non c’era dubbio che ci fosse sofferenza. La meditazione vipassana è un mezzo abile tanto quanto samatha, che è un mezzo per allietare la mente, per ispirarla, per elevarla.
Ricordo che nei primi sei anni di vita monastica mi dedicavo molto alla pratica; ero disposto a lavorare duramente, a stare seduto per ore praticando tutte le tecniche. Da un certo punto di vista imparai molto, ma non c’era nessuna gioia né felicità nella mia vita perché nel tentativo di raggiungere qualcosa, ero molto auto-centrato, mi sentivo tanto ‘me’. Mi trovavo in Thailandia, dove c’era un insegnante della statura di Ajahn Chah, dove la società era molto rispettosa e di grande sostegno; la gente mi dava tutto quello di cui avevo bisogno, cibo, riparo, vesti, ma nonostante tutto questo aiuto e incoraggiamento i miei primi sei anni furono anni di duro lavoro e di grande sofferenza. Ero disposto a soffrire e sicuramente non me ne rammarico, ma in realtà non ero felice della mia vita, era un’esistenza ancora priva di gioia.
Dopo sei anni partii per l’India in pellegrinaggio. Poiché noi bhikkhu non portiamo denaro dovevo unirmi ai mendicanti, e vissi così per cinque mesi in India, visitando i luoghi sacri del buddhismo. Fu durante quei cinque mesi che cominciai a riflettere sulla mia vita spirituale, e penso che mi abbia aiutato il fatto di trovarmi nei luoghi sacri del buddhismo. Quello che accadde fu che finalmente cominciai a provare un’enorme gratitudine per Ajahn Chah, per tutto il sostegno e l’incoraggiamento che avevo ricevuto per anni. E provai un’enorme gratitudine anche per il Buddha, per il Buddha storico. Questo sentimento di gratitudine cominciò a portare nella mia vita una diversa qualità, una sorta di sensazione gioiosa, perché fu attraverso la gratitudine che sperimentai un’apertura del cuore; non stavo più lì a faticare con la mia forza di volontà e la mia personalità, era una sensazione di sincero apprezzamento per tutte le cose buone della mia vita. Fu una vera svolta nella mia crescita spirituale.
Come essere niente
del venerabile Ajahn Sumedho
© Ass. Santacittarama, 2010. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Traduzione di Samira Coccon e Chandra Candiani
Discorso tenuto a Morlupo nel novembre 1999.
Prima era come se l’apprezzamento per gli insegnamenti buddhisti venisse dalla testa: era molto intellettuale, teorico, come se non avesse ancora raggiunto il cuore, malgrado il mio grande interesse e la grande fiducia. Allora, dopo questa esperienza di gratitudine che per me fu un’apertura del cuore, cominciai a comprendere veramente samatha, in termini di esperienza concreta, l’esperienza di un cuore luminoso, di un cuore felice, la presenza della contentezza nel cuore. Poi tornai in Thailandia, e tornai per stare veramente con Ajahn Chah. E cominciai a sentirmi molto contento, davvero felice della mia vita, cominciai ad amare sinceramente la vita monastica, i monaci intorno a me e la società. Cominciai a rapportarmi alle cose con maggior apprezzamento, e con un amore che, per quanto ricordi, non avevo mai provato nella mia vita.
Con questo sentimento più positivo, con questa gratitudine e contentezza, trovai molto facile concentrare la mente, non era più un problema. Samatha come cosa astratta che cerchi di ottenere, partendo dal primo stadio, per poi passare al secondo e così via non aveva funzionato per me. Cominciò a funzionare solo cambiando di livello. Per quanto riguarda la meditazione vipassana, che esplora le Quattro Nobili Verità, non comportava più una specie di ossessione per la sofferenza, ma un maggiore interesse per la mia sofferenza personale, un desiderio di comprenderla. Così, anziché pensare: “Devo capire la sofferenza” per liberarmene, che è un modo di pensare piuttosto cupo, cominciai a dare il benvenuto alla sofferenza come qualcosa da cui imparare, come un’opportunità; e a sentirmi grato per la sofferenza della mia vita, perché mi dava l’occasione di comprenderla.
Quando feci ritorno in Thailandia decisi che volevo fare qualcosa per dimostrare la mia gratitudine ad Ajahn Chah. Non c’era niente di cui avesse bisogno, non avevo denaro per comprargli un regalo; cosa gli sarebbe potuto piacere? Cosa avrebbe potuto apprezzare veramente? Pensai che avrebbe apprezzato che io fossi un buon monaco, un monaco utile, qualcuno che non andasse ad aumentare il suo fardello, nel senso di creare più complicazioni al monastero, ma che praticasse e approfondisse la vita monastica. Anche questa ispirazione, questo desiderio di ripagare il debito che sentivo mi portò molta gioia, non era un compito pesante, provai molta felicità nell’assumermelo. Il resto della mia vita monastica ne fu influenzato moltissimo, perché l’apprezzamento per tutto quello che avevo ricevuto mi aiutò a stare veramente in contatto con la mia sofferenza, i problemi, le difficoltà, il mio kamma, le sfide da affrontare, mi diede la forza per far fronte, in certi periodi, a esperienze molto spiacevoli e indesiderate.
Per tornare ai vari stadi dell’illuminazione, sotapanna, sakadagamin, anagamin, arahant, come porsi di fronte a tutto questo? Che significato ha? E come usare questi termini? All’inizio li consideravo come gradi di avanzamento personale, poi mi sembrò impossibile considerarli in quell’ottica personale.
All’inizio li immaginavo un po’ come diplomi di laurea. Ma poi, riflettendo su questi stadi, come per esempio l’”entrata nella corrente” o sotapanna, mi pare che il termine si riferisca al venir meno dei primi tre impedimenti in una serie di dieci. Il primo è definito come sakkayaditthi, ossia la visione centrata sul sé o la personalità; il secondo è l’attaccamento alle convenzioni religiose o il pensiero superstizioso; il terzo è il dubbio, la tendenza a dubitare. Sono aspetti molto interessanti da investigare, da conoscere dentro di sé, ecco perché si insiste su sakkayaditthi, che è il modo in cui vediamo la nostra personalità. Io incoraggio a investigare la personalità, non in modo critico, ma per conoscere quando diventiamo una persona e quando non c’è persona. E naturalmente l’assenza di persona è in relazione al suono del silenzio, al vuoto della mente in cui ci si può sintonizzare su questa sorta di squillante silenzio e sostenervi l’attenzione, su cui si può riflettere e cominciare a riconoscere l’esperienza della vacuità, o non-sé. Quando sostieni l’attenzione concentrandola sul silenzio, allora c’è piena consapevolezza, sei conscio, sei sveglio, non sei in trance, sei qui e ora, in quel momento non c’è il senso del sé, non c’è Ajahn Sumedho, non c’è nessuno, nessuna persona, è l’esperienza della vacuità, di anatta, il non-sé.
Quando lo dimentico, se perdo questo silenzio, allora “divento”, divento di nuovo Ajahn Sumedho, una persona che pensa a qualcosa, che si preoccupa di qualcos’altro, che ha ogni genere di obblighi o di difficoltà con la tale persona o la tal altra situazione, ritorno a tutto questo, sono qualcuno, ho dei problemi, sono attaccato ai miei problemi, penso a me stesso e credo a tutto questo.
Posso esplorare, posso intenzionalmente entrare nel silenzio, ho fiducia in questo silenzio e posso prenderlo come oggetto di riflessione. Non è un silenzio ottuso, in cui mi annullo, è un silenzio vigile, un silenzio vivo. D’altro canto posso pensare di essere Sumedho, l’abate di Amaravati, e posso accorgermi quando vengo intrappolato in me stesso come persona, posso vederlo, posso essere consapevole di quando sto creando qualcosa nella mia mente. Talvolta sento che voglio veramente essere una personalità, non voglio essere vuoto. Si tratta di esplorare il sé, non prendendo posizione contro il diventare una persona o l’avere una personalità, ma essendone consapevoli, piuttosto che cercare di liberarsene. Non si tratta di liberarsi della personalità, ma di non permettere più alla personalità di ingannarci.
Il mio incoraggiamento è di usare l’investigazione per vedere consapevolmente, per conoscere intuitivamente e profondamente il vuoto, il silenzio, il non-sé. Cominciare a scoprirlo, a conoscerlo, ad averne fiducia. In questo modo, si può veramente vedere come creiamo la nostra sofferenza, come creiamo noi stessi, i nostri problemi e il mondo in cui viviamo. Nella terminologia buddhista, con ‘mondo’ non si intende il mondo in senso fisico ma quello in cui viviamo: i pensieri, i sentimenti, le percezioni a cui siamo attaccati, questo è il mondo di cui facciamo esperienza. Una volta pensavo che tutti vivessero nel mio mondo, ma non è così, viviamo ognuno in un mondo diverso.
Il secondo impedimento è chiamato in pali silabbataparamasa, l’aggrapparsi alle convenzioni. Per esempio, in quasi tutte le tradizioni religiose si parla di purificazione spirituale, si crede che bagnarsi in un fiume purifichi i peccati o che pregando continuamente si purifichi la propria vita. Il credere che queste cerimonie possano purificarci è silabbataparamasa. È come pensare che aderendo al buddhismo, aggrappandosi a una convenzione, si possa diventare puri. Cominciamo ad accorgerci che in uno stato di vuoto o di silenzio non c’è convenzione; il silenzio non è buddhista né cristiano, non è niente, non ha nome, è fuori da qualsiasi convenzione.
Allo stesso tempo ci si comincia ad accorgere che silabbataparamasa è anche un’opinione o una credenza del tipo: “Io non credo al Buddha”, “Io non credo in queste religioni diverse”. Avendo più fiducia nel silenzio e nella vacuità del presente, possiamo vedere ogni genere di punto di vista o di opinione che abbiamo sul buddhismo, sulla religione, o su qualsiasi altra cosa. Non è che ci sia qualcosa di sbagliato nell’avere punti di vista e opinioni, ma l’attaccamento cieco è silabbataparamasa. Sono silabbataparamasa anche le opinioni settarie del tipo: “Il Theravada è l’unica vera via, le altre no”. Ci si può accorgere di tutto questo. Una volta ero molto sicuro delle mie opinioni, ero molto dogmatico; gli americani vengono educati al dogmatismo. Dunque so bene come si possa essere attaccati alle opinioni, e che il risultato è la sofferenza.
C’è poi vicikiccha, il dubbio. Il dubbio è il risultato del pensare: più pensi, più dubiti, dunque se sei attaccato al pensiero, se cerchi di risolvere qualsiasi cosa pensandoci su, non potrai mai sentirti sicuro. Trovo il dubbio molto utile. Quando entri nel silenzio della mente, nella vacuità, non c’è pensiero, non c’è dubbio. Ma poi cominci a chiederti: “Questo silenzio è veramente l’Incondizionato?”. E stai di nuovo dubitando. Noi possiamo ascoltare e osservare, per questo vi dico di aver fiducia nel silenzio, di imparare ad averne fiducia. Dopo, potete anche dubitare, ma vi accorgerete che il dubbio è qualcosa che create col pensiero: “Sto praticando nel modo giusto? Questo è veramente anatta? O me lo sto solo inventando? Ma Ajahn Sumedho sa quello che dice?”. Potrete accorgervi così che il dubbio si crea attraverso il processo del pensiero, che state creando il dubbio.
Dunque, vicikiccha, silabbataparamasa, sakkayaditthi sono tre impedimenti, e potete cominciare a vedere perché siano tali. Fin quando siete coinvolti nella personalità come se fosse una realtà, o siete ancora attaccati e limitati dalle convenzioni, o cercate, senza tregua, di capire le cose in modo intellettuale, rimanete intrappolati nell’incertezza, nella titubanza, in un senso di fallimento, di non approdare da nessuna parte, di non sentire mai di avere quello che meritate.
A questo punto potremmo pensare: “Allora devo essere un sotapanna, perché tutto questo non è più un problema per me”, ma sembra di nuovo un punto di vista della personalità. Se non sento la necessità di descrivere me stesso in alcun modo, allora il problema cade. Ecco perché con la pratica non si diventa mai niente, in questo tipo di pratica non si raggiunge niente. Dunque, rinunciate a questa speranza. Quello che si impara è che non siamo niente ed è un vero sollievo.
Come essere niente
del venerabile Ajahn Sumedho
© Ass. Santacittarama, 2010. Tutti i diritti sono riservati.
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Traduzione di Samira Coccon e Chandra Candiani
Discorso tenuto a Morlupo nel novembre 1999.
Bibliografia Ajahn Sumedho
Consapevolezza intuitiva – Ajahn Sumedho -Astrolabio Ubaldini
Prima di diventare monaco facevo l’insegnante di inglese a Bangkok. Era il 1966 e in Thailandia c’erano molte basi militari dell’aviazione americana. Uno degli insegnanti della scuola di lingue era un aviatore americano. Una volta, quando tornò dopo un’assenza di circa una settimana, gli chiesi dove fosse stato. Mi rispose: “Sono stato in un posto del nord-est della Thailandia dove la gente è così povera che mangia gli insetti”. Pensai: “Io non ci andrò mai”. Mi vedevo piuttosto come un monaco seduto in samadhi sulla spiaggia, sotto una palma, oppure in una caverna tra montagne incantevoli, impegnato nella realizzazione della verità. Ovviamente sono finito a fare il monaco nel nordest della Thailandia per dieci anni, ed è vero, laggiù mangiano insetti.
Il primo anno in monastero lo passai da solo, in una piccolo capanna. Non scambiavo praticamente parola con nessuno, meditavo soltanto. Riuscivo a seguire piuttosto bene i miei programmi. Essendo americano, alto e corpulento, mi bastava gonfiare il petto e assumere un’espressione fiera per ottenere tutto quello che volevo. Durante quell’anno arrivai a rendermi conto che ero diventato molto arrogante, con quel tipo di carattere che ha bisogno di avere dei limiti. Ero sempre stato una persona molto indipendente; ora avevo bisogno di imparare a obbedire e a far parte di una comunità. Avevo bisogno di un insegnante che non si rassegnasse al mio carattere.
Per caso un monaco del monastero di Ajahn Chah, l’unico che sapeva l’inglese, visitò il monastero dove vivevo. E finì che mi portò con sé, a conoscere Ajahn Chah. L’idea di vivere nella tradizione tailandese della Foresta mi ispirava molto, così decisi di rimanere. All’inizio ero affascinato dalla vita nel monastero e mi sentivo molto ispirato, ma ben presto iniziarono le difficoltà. La luna di miele finì, e la vecchia mente giudicante riprese il sopravvento. Prese a fare molto caldo, iniziò la stagione del monsone, e tutto diventò fradicio e maleodorante. Così cominciai ad odiare quel posto. Ricordo che sedevo pensando: “Perché sono qui?”.
Ajahn Chah amava testare la resistenza della nostra pazienza fino al punto in cui non pensavamo che ce l’avremmo fatta a resistere un altro minuto. Per me era diventato una specie di koan. Sentivo la mia voce ripetere: “Non ce la faccio più… Ne ho abbastanza. Questa è la FINE!”.
Poi ho scoperto che potevo resistere ancora. Cominciai a non fidarmi più di questo lamento isterico interiore, che dentro di me diceva continuamente: “Sono stufo, non ce la faccio più”. Da questo punto di vista lo stato monastico e le condizioni di vita che impone mi furono di grande aiuto.
Ma c’erano anche un sacco di abitudini che resistevano alla vita monastica. Essendo americano, cresciuto con un ideale di vita di libertà e di uguaglianza, mi sentivo incredibilmente frustrato, soffocato da quel sistema. Vivevo in una struttura gerarchica fondata sull’anzianità. Ed essendo il monaco più giovane, dovevo svolgere una serie di compiti per i monaci più anziani. Imparare ad accettare questi doveri e a prendere interesse al loro svolgimento fu per me una grossa sfida. C’era la parte egoista di me che avrebbe voluto vivere la vita monastica nei suoi propri termini. Avrei voluto decidere di svolgere determinati compiti solo se lo avessi ritenuto utile per me; ma nella maggior parte dei casi non era così. Sentivo dentro di me una specie di resistenza e un sentimento di ribellione.
Nello stesso tempo, c’era una continuo incoraggiamento a prendere reale coscienza di quello che stavo provando: la resistenza, la ribellione, l’atteggiamento di critica. Erano emozioni che emergevano e che potevano essere osservate durante la meditazione. Divenni consapevole della mia ostinazione, di un’immaturità che mi faceva brontolare e lamentarmi se le cose non andavano come volevo. L’enfasi era sul coltivare la consapevolezza di quello che stavo provando, così fu un periodo piuttosto interessante. Non ero certo spinto al conformismo, come se fosse un campo militare. Nessuno mi costringeva a stare in quel luogo, ero stato io a scegliere di vivere lì. Il mio impegno era di adeguarmi alla disciplina, di arrendermi alla vita monastica.
Adattarmi ad una vita monastica così rigida e tradizionalista includeva imparare a mangiare cibo che non amavo particolarmente. La gente del villaggio poteva portare piatti piccanti di curry con pollo, con pesce o con rane. E magari Ajahn Chah rovesciava tutto in una catino e mischiava. Era terribile. Oppure poteva capitare che per il nostro pasto le monache raccogliessero qualcosa nel bosco, ad esempio delle foglie. Ricordo che scrivevo a mia madre: “Vado avanti mangiando foglie”. E lei mi rispondeva con lettere molto preoccupate.
All’inizio non riuscivo a mangiare. Solo vedere il cibo mi faceva star male. Per fortuna eravamo nella stagione dei manghi, e c’erano grandi vassoi di manghi. Così riuscii ad andare avanti un mese intero nutrendomi di manghi e riso glutinoso. Ma poi la stagione dei manghi finì e io ripresi a dimagrire a vista d’occhio. Alla fine cominciai ad imparare come mangiare. E’ incredibile come possiamo adattarci bene. Incominciai a pensare che se ero in grado di mangiare quel cibo, sarei stato capace di vivere dovunque. In nessun posto il cibo sarebbe potuto essere peggiore di quello.
Qualche volta capitava che noi monaci andassimo tutti in città, nel retro di un grande carro. Poi si camminava per un giro di questua con Ajahn Chah. Era davvero una bella esperienza. Stavano tutti al bordo della strada principale, la gente aveva ogni tipo di cibo e lo versava nelle nostre ciotole. Quando le ciotole erano piene, qualcuno veniva con un grande cesto, noi versavamo il cibo nel cesto e andavamo avanti. Quando tornavamo al monastero, potevamo scegliere cosa mangiare tra quello che era rimasto nelle nostre ciotole. Era un’occasione così rara che ci faceva davvero perdere la testa. Una volta una donna mise nella mia ciotola una piccola torta. Quando arrivò il momento di versare il contenuto della ciotola nel cestino più grande, cercai di trattenere la torta nella ciotola. Non volevo che l’uomo che portava il cestino si accorgesse di quello che stavo cercare di fare, e la mia mente fu invasa da ogni genere di pensiero contorto. Era incredibile vedere con quanto sforzo e con quanta ansia cercassi di trattenere la torta. Ne ero totalmente ossessionato.
Mi scoprì anche ossessionato dai dolci. Vivendo nel celibato, ogni forma di attività sessuale è vietata. Questo limita il piacere che si può provare. Possiamo solo mangiare un pasto al giorno, spesso senza niente di particolarmente buono. Però ci sono permessi, se sono offerti, lo zucchero e il miele, come tonici. Una volta Ajahn Chah mi diede un sacchetto di zucchero. Ero così felice. Pensai: “Lo assaggio solamente”. Così aprii il sacchetto, ci infilai un cucchiaino, lo riempii e lo misi in bocca. Dopo un quarto d’ora avevo finito il sacchetto. Non riuscivo a fermarmi. A volte sognavo i dolci: andavo in pasticceria, mi sedevo e ordinavo delle torte dall’aspetto squisito. Appena ero sul punto di mangiarne una mi svegliavo.
La mente fa un sacco di scherzi. Quando si vive in una condizione in cui non si possono soddisfare tutti i propri desideri e non si può fare semplicemente ciò che si vuole, possono sorgere strane sensazioni e incredibili forme di desiderio su cose che prima non erano mai state un problema. Quando ero laico i miei desideri erano estesi su un gran numero di cose; nella vita monastica si erano tutti concentrati sullo zucchero e sui dolci. Eccomi là, un monaco che aveva ricevuto la piena ordinazione, che cercava di condurre una vita spirituale, e che si comportava come un fantasma affamato, sognando zucchero e dolci. Un altro monaco americano che aveva perfino la madre che gli spediva pacchi pieni di caramelle e di dolci al cioccolato.
Essendo il desiderio così concentrato, potevo però contemplarlo facilmente. Imparare a riflettere su questi desideri, su queste ossessioni della mente, è molto importante. E’ in queste circostanze che spesso abbiamo bisogno dei precetti per evitare di seguire le nostre abitudini o quella che è solo la via più semplice, quale che sia. I precetti ci aiutano ad osservare le sensazioni che sorgono, le nostre reazioni, e i risultati del nostro comportamento. Le restrizioni e il controllo che sono imposti dai precetti ci danno il senso del limite. Con consapevolezza riflessiva, impariamo a notare quanto forti possono essere gli impulsi e le ossessioni della mente. Possiamo vederli come oggetti mentali, piuttosto che come bisogni da soddisfare. Anche se a volte la mente urla: “Non ce la faccio più!”, la verità di tutta la faccenda è che possiamo tranquillamente farcela. Gli esseri umani hanno straordinarie capacità di resistenza. Se impariamo a esercitare un controllo su noi stessi, a non essere semplicemente trascinati dall’impeto dell’impulsività, allora iniziamo a trovare forza nella pratica. Non dobbiamo necessariamente essere schiavi delle abitudini e degli istinti.
Le molte regole della vita monastica sono basate su questo controllo. Una delle regole che all’inizio mi irritava veramente era quella che riguardava le vesti. Quando diventiamo monaci, ci viene dato un abito composto da tre vesti. Nella tradizione delle Foresta c’è l’usanza di indossare tutte e tre le vesti quando si esce per il giro mattutino della questua. Di mattino faceva molto caldo, e noi dovevamo sempre camminare parecchio, attraverso risaie e villaggi. Così, al ritorno, le vesti erano zuppe di sudore. Le vesti erano colorate con una tinta naturale di albero del pane e così, dopo un po’, la miscela di sudore e tinta di albero del pane cominciava a odorare terribilmente. Sembrava una vita incentrata sulle vesti: usare le vesti, lavare le vesti, cucire le vesti. Ma io non volevo avere una vita incentrata sulle vesti: io volevo meditare.
Trovavo tutto questo incredibilmente frustrante. Ricordo che una volta dissi a un altro monaco: “Questa di mettersi tutte le vesti è un’usanza stupida. Tutto quello che ci serve è una veste leggera, che ci copra adeguatamente. E’ molto difficile fare le nostre vesti pesanti, ci vuole tanta stoffa e usandola tutti i giorni nel caldo si deteriorano facilmente. Così dobbiamo farne altre, e questo significa più stoffa, più tinta, più cucito”. Ne feci un buon motivo per non mettermi tutte e tre le vesti, essendo la persona ragionevole che sono. Ma in realtà stavo solo piagnucolando e lamentandomi.
Il monaco raccontò tutto ad Ajahn Chah, che mi fece chiamare. Ero così imbarazzato. Improvvisamente mi apparve chiaro: perché fare un problema di tutto questo? Indossa semplicemente quelle vesti! Non vale la pena di fare queste scene. Lo posso sopportare. Non manderà in rovina la mia vita. Quello che mi sta rovinando la vita è la mia mente lagnosa, che dice: “Non voglio fare questo, questo è stupido, non ne vedo il motivo!”. Questa continua recriminazione mi stava consumando dal di dentro: affliggersi, criticare, avere opinioni rigide, stufarsi, voler andar via, rifiutarsi di collaborare, lamentarsi della vita. Questa è la sofferenza che non potevo sopportare. Mi resi conto che anche per la maggior parte della mia vita prima di diventare monaco, anche nel pieno di una vita confortevole, avevo l’abitudine di lamentarmi e di vedere le cose incessantemente con occhi critici.
Queste sono le cose che possiamo contemplare. Non possiamo controllare cosa sorge nella nostra mente, ma possiamo contemplare le nostre reazioni e imparare da questo, piuttosto che essere trascinati, impotenti, dalle reazioni istintive e dalle cattive abitudini. Anche se ci sono molte cose della nostra vita che non possiamo cambiare, possiamo cambiare il nostro atteggiamento nei confronti della vita. In fin dei conti la meditazione è soprattutto questo: cambiare il nostro atteggiamento, passare da un atteggiamento auto-centrato, del tipo di “liberati di questo oppure prendi più di quest’altro!”, a un atteggiamento di accoglienza benevola della vita in quanto tale. Per accogliere l’opportunità di mangiare cibo che non ci piace, di vestire con tre vesti in una giornata caldissima. Per accogliere il disagio, l’essere stufi, la voglia di fuggire via. Questo modo di accogliere la vita esprime una comprensione profonda. La vita è così. Qualche volta è bella, qualche volta è orribile, e la maggior parte del tempo non è né l’una né l’altra cosa. La vita è così.
La vita è così
del venerabile Ajahn Sumedho
© Ass. Santacittarama, 2008. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Traduzione di Federico Petrangeli
Testo adattato di un discorso pronunciato il 18 aprile 1999 presso lo Spirit Rock Meditation Centre (USA).
Così com’è
del venerabile Ajahn Sumedho
© Ass. Santacittarama,2002. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Traduzione di Chandravimala Candiani.
Il seguente insegnamento è tratto dai primi due discorsi tenuti alla comunità monastica di Amaravati durante il ritiro invernale del 1988.
“La mente di un illuminato è flessibile,
la mente di un ignorante è rigida.”
OGGI È LA LUNA PIENA DI GENNAIO e l’inizio del nostro ritiro invernale. Questa sera siederemo in meditazione per tutta la notte, per celebrare il buon auspicio di questa occasione. E’ una grande fortuna avere l’opportunità di dedicarsi per due mesi a riflettere esclusivamente sul Dhamma.
L’insegnamento del Buddha è la comprensione delle cose così come sono, essere capaci di osservare, di essere svegli. Significa sviluppare l’attenzione, la limpidezza e la saggezza coltivando l’Ottuplice Sentiero; questo processo viene chiamato bhavana.
Quando riflettiamo sulle cose così come sono, ci limitiamo a vedere anziché a interpretare attraverso il velo di una visione centrata su di sé. Il più grande ostacolo che tutti noi dobbiamo affrontare è l’insidiosa credenza nell’io sono, l’attaccamento alla visione autocentrata. Ci è così connaturata che siamo come i pesci nell’acqua, l’acqua fa talmente parte della vita del pesce che non la nota nemmeno. Così è per noi il mondo sensoriale in cui nuotiamo fin dalla nascita. Se non ci prendiamo del tempo per osservarlo per come veramente è, moriremo senza cogliere niente di più saggio.
Ma l’opportunità che ci viene offerta dal nascere come esseri umani è quella di poter riflettere, riflettere sull’acqua in cui stiamo nuotando. Possiamo osservare il mondo sensoriale per ciò che è. Non cerchiamo di liberarcene. Non cerchiamo di complicarlo, ci limitiamo a esserne consapevoli così com’è. Non ci facciamo più illudere dalle apparenze, dalle paure, dai desideri e da tutte le cose che la nostra mente crea.
E’ questo che significano espressioni quali: è così com’è. Se chiedi a qualcuno che sta nuotando nell’acqua: “Com’è l’acqua?”, allora presterà attenzione e risponderà: “Bhé, sembra così, è così.” Poi chiedi ancora: “Com’è esattamente? E’ umida o fredda o tiepida o calda…?” Tutti questi termini la possono descrivere. L’acqua può essere fredda, tiepida, calda, piacevole, spiacevole… Ma è così com’è. Il mondo sensoriale in cui nuotiamo durante la nostra vita è fatto così! Sembra così! Così lo percepisci! Talvolta è piacevole. Talvolta spiacevole. Il più delle volte non è né piacevole né spiacevole. Ma è sempre così com’è. Le cose vanno e vengono, cambiano e non esiste niente su cui contare di totalmente stabile. Il mondo sensoriale è energia, cambiamento, movimento; flusso e corrente. La coscienza sensoriale è fatta così.
Non si tratta di giudicarla; non diciamo che è buona o cattiva, o che dovrebbe piacerti o non piacerti, stiamo solo prestandole attenzione come faremmo con l’acqua. Il mondo sensoriale è un mondo di sensazioni. E’ in esso che siamo nati e lo percepiamo. Dal momento del taglio ombelicale, noi diveniamo esseri fisicamente indipendenti; non siamo più fisicamete legati a quaclun altro. Sentiamo fame, sentiamo piacere, sentiamo dolore, caldo e freddo. Crescendo, percepiamo svariate sensazioni. Percepiamo con gli occhi, le orecchie, il naso, la lingua, il corpo, e anche con la mente. Possediamo la capacità di pensare e ricordare, di percepire e concettualizzare. Tutte queste sono sensazioni. Possono procurarci divertimento e meraviglia, ma anche farci sentire depressi, miseri e infelici; o possono essere neutre, né piacevoli, né dolorose. Ogni stimolo sensoriale è così com’è. Il piacere è così; il dolore è così. La sensazione né piacevole né spiacevole è così.
Per riuscire a riflettere veramente su tutto questo, bisogna essere vigili e attenti. Qualcuno pensa che spetti a me dirvi come stanno le cose: “Ajahn Sumedo come dovrei sentirmi in questo momento?” Ma non si può dire a qualcuno com’è, solo si tratta di restare aperti e ricettivi alle cose così come sono. Non c’è bisogno di dire a qualcuno com’è, quando può saperlo da solo. Quindi questi due mesi per esplorare come sono le cose, sono una preziosa opportunità. Sembra che molti esseri umani non siano nemmeno consapevoli che sia possibile uno sviluppo della saggezza.
Cosa intendiamo quando usiamo la parola saggezza? Dalla nascita alla morte, le cose sono così come sono. Ci sarà sempre una certa dose di dolore o di disagio, di molestia e di sgradevolezza. E se non ne siamo consapevoli per ciò che veramente è, vedendolo come Dhamma, allora tenderemo a farne un problema. Il breve intervallo tra la vita e la morte diventa molto personale, diventa gravido di ogni genere di paure, desideri, complicazioni.
Nella nostra società, soffriamo moltissimo di solitudine. Gran parte della nostra vita è un tentativo di non stare soli: parliamoci, facciamo qualcosa insieme, in modo da non essere soli. E tuttavia, inevitabilmente, siamo veramente soli in questa forma umana. Possiamo fingere; possiamo intrattenerci l’un l’altro; ma è tutto quello che possiamo fare. Quando siamo di fronte a un’effettiva esperienza della vita, siamo molto soli, ed aspettarci che qualcun altro possa cancellare la nostra solitudine è chiedere troppo.
[...] continua alla parte 2
Così com’è
del venerabile Ajahn Sumedho
© Ass. Santacittarama,2002. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Traduzione di Chandravimala Candiani.
Il seguente insegnamento è tratto dai primi due discorsi tenuti alla comunità monastica di Amaravati durante il ritiro invernale del 1988.
[...] continua dalla prima parte
Notate come nascendo, la nascita stessa ci faccia sembrare separati. Fisicamente, non siamo uniti gli uni agli altri. Con l’attaccamento a questo corpo, ci sentiamo separati e vulnerabili; abbiamo paura di restare soli e creiamo un mondo personale in cui vivere. Abbiamo una quantità di compagni interessanti: amici immaginari, amici reali, nemici, ma tutti quanti vanno e vengono, iniziano e finiscono. Tutto nasce e muore nella nostra mente. Dunque riflettiamo che la nascita condiziona la morte. Nascita e morte; inizio e fine.
Durante il ritiro, questo genere di riflessione è fortemente incoraggiata: contemplate cos’è la nascita. In questo momento possiamo dire: “questo è il risultato di essere nati: questo corpo. E’ così: è cosciente e sente, c’è l’intelligenza, c’è la memoria, c’è l’emozione”. Tutto questo può essere contemplato perché sono oggetti mentali; sono tutti dhamma. Se ci attacchiamo al corpo come a un soggetto, o alle opinioni, ai punti di vista o alle sensazioni come me o mie, proviamo solitudine e disperazione; si crea necessariamente la minaccia della separazione e della fine. L’attaccamento al mortale porta paura e desiderio nella nostra vita. Ci sentiamo ansiosi e preoccupati anche quando la vita sta andando piuttosto bene. Finché c’è ignoranza, avijja, riguardo alla vera natura delle cose, la paura finisce sempre per dominare la coscienza.
Ma l’ansia fondamentalmente non è vera. E’ qualcosa che creiamo. La preoccupazione non è che quel che è. L’amore, la gioia e tutto il meglio della vita, se ci siamo attaccati, finirà per procurarci l’opposto. Ecco perché in meditazione pratichiamo l’accettazione di queste sensazioni. Quando accettiamo le cose per quelle che sono, non siamo più attaccati. Sono solo quello che sono, sorgono e passano, non sono un sé.
Ora, come stanno le cose nella prospettiva del nostro contesto culturale? La nostra società tende a rinforzare il punto di vista che tutto è me e mio. Questo corpo sono io; io ho questo aspetto; sono un uomo; sono americano; ho 54 anni; sono un abate. Ma non sono che convenzioni. Non dico che io non sia tutto questo, ma piuttosto osservo come tendiamo a complicare tutto credendo nell’io sono. Se ci attacchiamo a queste definizioni, la vita diventa molto di più di quanto effettivamente sia; diventa come una ragnatela viscosa. Diventa complicata, tutto ciò che tocchiamo ci si appiccica. E più a lungo viviamo, più la rendiamo complicata. Così tanta paura e desiderio nasce da questo impegno dell’”io sono”, dall’essere qualcuno. Alla fine non ci porta che ansia e disperazione; la vita ci sembra molto più difficile e dolorosa di quanto in realtà sia.
Ma quando osserviamo la vita così com’è, allora va tutto bene: le gioie, la bellezza, i piaceri, sono solo così come sono. Il dolore, il disagio, la malattia sono quello che sono. Possiamo sempre cooperare con il modo in cui la vita si muove e cambia. La mente di un illuminato è flessibile e adattabile. La mente di una persona ignorante è condizionata e rigida.
Qualunque sia la cosa su cui ci irrigidiamo, ci renderà infelici. Concepire l’essere uomo o donna come una credenza permanente ci renderà sempre difficile la vita. Con qualunque categoria ci identifichiamo, la classe media, la classe operaia, essere americano, inglese, buddhista, buddhista theravadin, aggrapparsi ad ognuna di esse produrrà una qualche complicazione, frustrazione e disperazione.
Tuttavia, convenzionalmente, uno può essere tutto ciò: uomo, americano, buddhista Theravadin; ma sono solo percezioni della mente. Servono alla comunicazione; ma non sono altro che questo. Sono ciò che viene chiamato sammuttidhamma, realtà convenzionale. Quando dico: io sono Ajahn Sumedho, questo non è un sé, né una persona, è una convenzione. Essere un monaco buddhista non è una persona, è una convenzione; essere un uomo non è una persona è una convenzione. Le convenzioni non sono che quello che sono. Se per ignoranza, ci attacchiamo ad esse, restiamo vincolati e limitati. Ecco la ragnatela vischiosa! Restiamo acciecati, in quanto preda dell’illusione delle convenzioni. Lasciando andare le convenzioni, non le gettiamo via. Non devo uccidermi o smonacarmi; le convenzioni vanno bene. Non procurano di per sé sofferenza, se c’è la mente risvegliata che le vede per quello che sono: sono solo così come sono. Sono solo di utilità; opportune per il tempo e il luogo.
Con la realizzazione della realtà ultima, paramatthadhamma, c’è la libertà del Nibbana. Siamo liberi dalle illusioni del desiderio e della paura; questa libertà dalle convenzioni è il Senzamorte. Ma per realizzarla bisogna esaminare veramente cos’è l’attaccamento. Di che si tratta? Cos’è la sofferenza e l’attaccamento al processo dell’io sono? Cos’è? Non si chiede a nessuno di negare se stesso; l’attaccamento al punto di vista di non essere nessuno è ancora essere qualcuno. Non è questione di affermazione o di negazione, ma di realizzazione; di vedere. Per farlo, usiamo la consapevolezza. Con la consapevolezza possiamo aprirci alla totalità. All’inizio di questo ritiro, ci apriamo all’intero percorso di due mesi. Il primo giorno, abbiamo già accettato in piena consapevolezza tutte le possibilità: malattia e salute, successo e fallimento, felicità e sofferenza, illuminazione o totale disperazione. Non pensiamo: “avrò solo… voglio avere solo…voglio che mi accadano solo cose positive; e mi proteggo in modo da avere un ritiro idilliaco, e poter stare al sicuro e tranquillo per due mesi”. Questo è di per sé uno stato di infelicità. Accettiamo invece tutte le possibilità, dalle migliori alle peggiori. E lo facciamo consapevolmente. Il che significa: qualunque cosa accada, durante questi due mesi, fa parte del ritiro, è parte della pratica. Le cose così come sono è per noi il Dhamma: felicità e sofferenza, illuminazione o totale disperazione, tutto!
Se pratichiamo in questo modo, allora la disperazione e l’angoscia ci portano alla calma e alla pace. Quand’ero in Tailandia, attraversavo molti di questi stati negativi: solitudine, noia, ansia, dubbio, preoccupazione e disperazione. Ma, accettati così come sono, finiscono. E cosa resta quando non c’è più disperazione? Il Dhamma che stiamo osservando in questo momento, è sottile. Sottile non nel senso che è sublime, ma che è così ordinario, così qui e ora che non lo notiamo. Come l’acqua per il pesce. L’acqua fa talmente parte della sua vita che il pesce non la nota; anche se ci sta nuotando dentro. La coscienza sensoriale è qui, ora. E’ così. Non è distante. Non è in realtà difficile. Si tratta solo di prestare attenzione. La via che conduce fuori dalla sofferenza è la via della consapevolezza: attenta consapevolezza o saggezza.
Dunque, continuiamo a portare l’attenzione a come sono le cose. Se hai pensieri negativi, o provi risentimento, amarezza o irritazione, nota che effetto ha nel tuo cuore. Se inquesto periodo proviamo frustrazione o rabbia, va bene, perché abbiamo già messo in conto che possa accadere. Fa parte della pratica, è così che sono le cose. Ricordate, non stiamo cercando di diventare angeli o santi, nè di liberarci di tutte le nostre impurità e grossolanità per essere solo felici. Il regno umano è così! Può essere molto grossolano, come può essere puro. Puro e impuro fanno coppia. Conoscere la purezza e l’impurità è consapevolezza-saggezza. Conoscere che l’impurità è impermanente e priva di sé, è saggezza. Ma non appena ne facciamo un fatto personale, “oh non dovrei avere pensieri impuri”, ci blocchiamo di nuovo nel mondo della disperazione. Più cerchiamo di avere solo pensieri puri e più arrivano pensieri impuri. In questo modo possiamo star sicuri di essere infelici per tutti e due i mesi, è garantito. A causa dell’ignoranza, ci creiamo un mondo in cui possiamo solo essere infelici.
Dunque, nella consapevolezza o nella piena presenza mentale, felicità e infelicità hanno lo stesso valore: nessuna preferenza. La felicità è fatta così. L’infelicità così. Sorgono e svaniscono. La felicità resta felicità, non è infelicità. E l’infelicità resta infelicità, non è felicità. Ma è così com’è. Ma non appartiene a nessuno ed è tutta lì. E non ne soffriamo. La accettiamo, la conosciamo e la comprendiamo. Tutto ciò che sorge svanisce. Ogni dhamma è non sé.
Vi offro questo tema di riflessione.
Questo discorso è stato tratto da una antologia di insegnamenti di discepoli occidentali di Ajahn Chah, “Seeing the Way”, in corso di traduzione in italiano per future pubblicazioni.