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Maestri spirituali

10 gennaio, 2012 by pomodorozen Categories :
Ajahn Chah
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Essere accurati – Ajahn Chah

Dal libro “Everything Is Teaching Us”

Traduzione di Chandra Livia Candiani.

In un boschetto di bambù,

le vecchie foglie si ammucchiano attorno agli alberi,

poi si decompongono e diventano concime.

Eppure non ha affatto un bell’aspetto.

IL BUDDHA HA INSEGNATO a contemplare il corpo nel corpo. Cosa significa? Tutti conosciamo le parti del corpo, i capelli, le unghie, i denti e la pelle. Come si contempla dunque il corpo nel corpo? ‘Contemplare il corpo nel corpo ’ significa riconoscere tutte le sue parti come impermanenti, insoddisfacenti e prive di un sé. Non è necessario entrare nei dettagli e meditare sulle singole parti. E’ come avere della frutta in un cesto. Se abbiamo già contato i frutti, sappiamo cosa contiene il cesto, e quando ne abbiamo bisogno, possiamo prendere e portare via il cesto e con esso verranno anche tutti i frutti. Sappiamo che i frutti sono lì e non abbiamo bisogno di contarli di nuovo.

Avendo meditato sulle trentadue parti del corpo e avendole riconosciute come non stabili o impermanenti, non abbiamo più bisogno di sforzarci a separarle e a meditare nei dettagli. Proprio come col cesto di frutta, non dobbiamo tirar fuori ogni volta i frutti e contarli e ricontarli. Ma semplicemente portiamo il cesto con noi, camminando con consapevolezza e attenzione, curando di non inciampare e di non cadere.

Quando contempliamo il corpo nel corpo, che significa vedere il Dhamma nel corpo, conoscendo il nostro corpo e quello degli altri come fenomeni impermanenti, non sono necessarie spiegazioni dettagliate. Qui seduti, siamo costantemente in contatto con la consapevolezza, conosciamo le cose per quello che sono, e la meditazione diventa allora molto semplice. Lo stesso vale per quando meditiamo sulla parola Buddho, se comprendiamo cosa veramente significhi, non abbiamo bisogno di ripeterla. Significa avere piena conoscenza e ferma consapevolezza. Questa è meditazione.

Ma spesso la meditazione non è ben compresa. Pratichiamo in gruppo, ma non sappiamo veramente di cosa si tratti. Alcuni pensano che sia qualcosa di molto difficile. “Vengo al monastero, ma non riesco a stare seduto. Non ho molta pazienza. Mi fanno male le gambe, ho mal di schiena, mi fa male dappertutto.” E così ci rinunciano e non vengono più, pensando di non riuscirci.

Ma in effetti, il samadhi non è sedersi. Non è camminare. Non è sdraiarsi né stare in piedi. Sedersi, camminare, chiudere gli occhi, sono solo azioni. Avere gli occhi chiusi non significa necessariamente che state praticando il samadhi. Potrebbe voler semplicemente dire che siete assonnati e offuscati. Se siete seduti con gli occhi chiusi ma vi state addormentando, se la testa vi ciondola e la bocca si apre, non è sedersi in samadhi. E’ sedersi con gli occhi chiusi. Samadhi e occhi chiusi sono due cose diverse. Il vero samadhi può essere praticato sia con gli occhi aperti che chiusi. Potete sedervi, camminare, stare in piedi o sdraiarvi.

Samadhi significa che la mente è stabilmente focalizzata con omnicomprensiva consapevolezza, contenimento, e attenzione. Siete costantemente consapevoli del giusto e dello sbagliato, in costante osservazione di tutte le condizioni che sorgono nella mente. Quando vi capita improvvisamente di pensare a qualcosa, di sentire avversione o desiderio, ne siete consapevoli. Alcuni si scoraggiano: “Non ci riesco. Appena mi siedo, la mente comincia a pensare a casa mia. E’ male (in tailandese: bahp).” Hey! Se quello fosse il male, il Buddha non sarebbe mai diventato Buddha. Passò cinque anni a lottare con la sua mente, pensando a casa sua e alla sua famiglia. Si risvegliò solo dopo sei anni.

Alcuni pensano che questo improvviso emergere di pensieri sia sbagliato o sia male. Magari sentite l’impulso di uccidere qualcuno. Ma dopo un istante ne siete consapevoli, capite che uccidere è sbagliato, vi fermate e vi contenete. C’è qualcosa di male in questo? Cosa pensate? Oppure vi viene l’idea di rubare qualcosa, subito seguita dal forte richiamo che è sbagliato, e dunque vi trattenete dall’agire, è kamma negativo? Non è che ogni volta che avete un impulso istantaneamente accumulate kamma negativo. Altrimenti, come potrebbe esserci una via alla liberazione? Gli impulsi non sono altro che impulsi. I pensieri sono solo pensieri. All’inizio, non avete creato ancora niente. Solo dopo, se agite col corpo, la parola, o la mente, allora create qualcosa. Avijja (l’ignoranza) ha preso il controllo. Se avete l’impulso di rubare e poi siete consapevoli di voi stessi e del fatto che sarebbe sbagliato, questa è saggezza, ed è presente invece vijja (la conoscenza). L’impulso mentale non viene agito.

Questa è consapevolezza tempestiva, la saggezza che sorge e informa la nostra esperienza. Se c’è un primo impulso mentale di voler rubare e poi lo mettiamo in atto, questo è il dhamma dell’illusione; le azioni del corpo, della parola e della mente che seguono l’impulso porteranno risultati negativi.

E’ così che funziona. Il semplice avere dei pensieri non è kamma negativo. Se non avessimo nessun pensiero, come si svilupperebbe la saggezza? Alcuni vogliono solo sedersi con la mente completamente vuota. E’ una comprensione errata.

Quello di cui parlo è il samadhi accompagnato da saggezza. In effetti, il Buddha non chiedeva moltissimo samadhi. Non voleva jhana e samapatti. Considerò il samadhi come uno dei fattori del sentiero. Sila, samadhi e pañña sono componenti o ingredienti, come gli ingredienti usati in cucina. Usiamo le spezie per rendere il cibo saporito. Il punto non sono le spezie in se stesse, ma il cibo che mangiamo. Praticare il samadhi è lo stesso. Gli insegnanti del Buddha, Uddaka e Alara, mettevano moltissimo l’accento sulla pratica dei jhana e sull’ottenere vari tipi di poteri, come la chiaroveggenza. Ma se vi spingete così lontano è difficile smettere. In certi posti, si insegna una profonda tranquillità, sedersi beatamente nella quiete. I meditanti finiscono per intossicarsi col loro stesso samadhi. Se hanno sila, si intossicano del loro sila. Se camminano sul sentiero, restano intossicati dal sentiero, abbagliati dalla bellezza e dalle meraviglie che sperimentano, e non raggiungono la vera destinazione.

Il Buddha disse che questo è un sottile errore. Ma tuttavia a livello grossolano, è una cosa giusta. In realtà, quel che il Buddha voleva era che avessimo una giusta dose di samadhi, senza restarci intrappolati. Dopo essersi addestrati e aver sviluppato il samadhi, il samadhi dovrebbe sviluppare la saggezza.

Il samadhi a livello di samatha, la tranquillità, è come un sasso che copre l’erba. Nel samadhi che è sicuro e stabile, anche quando gli occhi sono aperti, la saggezza è presente. Quando la saggezza è sorta, include e conosce (‘governa’) tutte le cose. Quindi, il Maestro non vuole raffinati livelli di concentrazione e di cessazione, perché diventano una deviazione e si dimentica il sentiero.

Dunque, non è necessario essere attaccati allo stare seduti o a qualsiasi altra postura. Il samadhi non sta nell’avere gli occhi chiusi, gli occhi aperti, o nel sedersi, stare in piedi, camminare o sdraiarsi. Il samadhi pervade tutte le posture e le attività. Le persone anziane, che spesso non possono stare sedute, possono contemplare benissimo e praticare facilmente il samadhi; anche loro possono sviluppare molta saggezza.

E come sviluppano la saggezza? Tutto può risvegliarli. Quando aprono gli occhi, non vedono le cose con la stessa limpidezza di un tempo. Hanno problemi ai denti che finiscono per cadere. Spessissimo il corpo duole. E proprio questo è il luogo dello studio. Per questo, la meditazione è realmente facile per gli anziani. E’ difficile per i più giovani. I loro denti sono forti e così gustano il cibo. Dormono profondamente. Le loro facoltà sono intatte e il mondo per loro è divertente ed eccitante e restano così più facilmente preda dell’illusione. Gli anziani quando masticano qualcosa di duro, sentono subito male. E proprio in quel momento i devaduta (i messaggeri divini) gli parlano; ogni giorno gli insegnano qualcosa. Quando aprono gli occhi, la loro vista è confusa. Al mattino, gli duole la schiena. Alla sera le gambe. E’ così! E’ un eccellente oggetto di studio. I più vecchi tra voi diranno di non poter meditare. Su cosa volete meditare? Da chi imparerete la meditazione?

Questo è contemplare il corpo nel corpo e la sensazione nella sensazione. Lo state vedendo o state scappando via? Credere di non poter praticare perché si è troppo vecchi è solo una visione errata. La questione è: le cose vi sono chiare? Le persone anziane hanno molti pensieri, molte sensazioni, molto disagio e dolore. Accade di tutto! Se meditano, possono veramente testimoniarlo. Per questo dico che la meditazione è facile per loro. Possono praticarla al meglio. E’ come quelli che dicono: “Quando sarò vecchio, andrò al monastero.” Se lo comprendete, è proprio vero. Osservatelo in voi. Quando sedete, è vero; quando camminate è vero. Ogni cosa è un problema, ogni cosa presenta degli ostacoli, e tutto insegna. Non è così? Adesso potete alzarvi e andarvene facilmente? Quando vi alzate: “Ohi!” O non ci avete fatto caso? E: “Ohi!” quando camminate. Ogni cosa vi pungola.

Quando siete giovani, potete alzarvi e camminare, andarvene per la vostra strada. Ma in realtà non sapete niente. Quando siete vecchi, ogni volta che vi alzate: “Ohi!” Non è così che dite? “Ohi! Ohi!” Ogni volta che vi muovete, imparate qualcosa. E allora perché dite che è difficile meditare? Dove altro volete guardare? E’ tutto a posto. I devaduta vi stanno dicendo qualcosa. E’ chiarissimo. I sankhara vi dicono che non sono stabili né permanenti, che non sono voi né vostri. Ve lo dicono ogni momento.

Ma noi la pensiamo diversamente. Non pensiamo che sia giusto. Nutriamo delle visioni errate e le nostre idee sono lontane dalla verità. In realtà, gli anziani possono vedere l’impermanenza, la sofferenza e l’assenza di un sé e far sorgere equanimità e disincanto, perché l’evidenza è proprio lì, dentro di loro tutto il tempo. Penso che sia una buona cosa.

Avere la sensibilità interiore che è sempre consapevole del giusto e dello sbagliato è chiamato Buddho. Non è necessario ripetere continuamente “Buddho”. Avete già contato la frutta nel cesto. Ogni volta che vi sedete, non dovete affrontare il problema di tirar fuori la frutta e contarla di nuovo. Potete lasciarla nel cesto. Ma chi ha un errato attaccamento continuerà a contare. Si fermerà sotto un alberò, tirerà fuori la frutta, la conterà e la rimetterà nel cestino. E se ne andrà verso il prossimo luogo di sosta e ricomincerà da capo. Ma non farà che ricontare la stessa frutta. Questa è proprio brama. Ha paura che senza contare ci saranno degli errori. Noi abbiamo paura che se non continuiamo a dire “Buddho”, cadremo in errore. Come potremo sbagliarci? E’ solo chi non sa quanti frutti ci sono che ha bisogno di contare. Una volta che lo sapete, potete stare tranquilli e lasciare la frutta nel cestino. Quando vi sedete, semplicemente sedete. Quando vi sdraiate, semplicemente vi sdraiate perché la vostra frutta è tutta lì con voi.

Praticare la virtù e creare meriti, noi lo chiamiamo “Nibbana paccayo hotu” può essere una condizione per realizzare il Nibbana. Come condizione per realizzare il Nibbana, è positivo fare offerte. E’ positivo mantenere i precetti. E praticare la meditazione. E ascoltare gli insegnamenti di Dhamma. Possono diventare condizioni per realizzare il Nibbana.

Ma in realtà cos’è il Nibbana? Nibbana significa non afferrare. Nibbana significa non dare un significato alle cose. Nibbana significa lasciare andare. Fare offerte e azioni meritorie, osservare i precetti morali, e meditare sulla gentilezza amorevole, tutto questo serve a liberarsi dalle contaminazioni e dalla brama, per rendere vuota la mente, vuota di autoriferimento, vuota di concetti di sé e di altro, una mente che non desideri niente, che non desideri essere né diventare niente.

Nibbana paccayo hotu: fai che diventi una causa per il Nibbana. Praticare la generosità significa rinunciare, lasciar andare. Ascoltare gli insegnamenti ha lo scopo di acquisire la conoscenza per rinunciare e lasciar andare, per sradicare l’attaccamento a quel che è buono e a quel che è cattivo. All’inizio, meditiamo per diventare consapevoli di quello che è sbagliato e negativo. Quando lo riconosciamo, ci rinunciamo e pratichiamo quello che è buono. Poi, quando una certa bontà è raggiunta, non restateci attaccati. Restate a metà strada nel bene, o al di sopra del bene, non state sotto il bene. Se restiamo sotto il bene, allora il bene ci comanda a bacchetta e diventiamo suoi schiavi. Diventiamo suoi servi e ci forza a creare ogni sorta di kamma e di azione biasimevole. Può portarci a qualsiasi cosa, e il risultato sarà lo stesso tipo d’infelicità e di circostanze sfortunate in cui ci trovavamo prima.

Rinunciate al male e sviluppate i meriti, rinunciate al negativo e sviluppate il positivo. Coltivando i meriti, rimanete al di sopra dei meriti. Rimanete al di sopra del merito e del demerito, del bene e del male. Continuate a praticare con una mente che rinuncia, lascia andare e si libera. Anche in questo caso, non importa cosa facciate: se lo fate con una mente che lascia andare, allora è una causa per realizzare il Nibbana. Liberi dal desiderio, liberi dalle contaminazioni, liberi dalla brama, ogni cosa allora si fonde col sentiero, cioè con la Nobile Verità, saccadhamma. Con le quattro Nobili Verità, la saggezza che conosce tanha, la causa di dukkha. Kamatanha, bhavatanha, vibhavatanha (il desiderio sensoriale, il desiderio di diventare, il desiderio di non essere): sono questi l’origine, la causa. Se andate in quel luogo, se desiderate qualcosa o volete essere qualsiasi cosa, nutrite dukkha, fate esistere dukkha, perché è questo che dà nascita a dukkha. Queste sono le cause. Se creiamo le cause di dukkha, dukkha accadrà. La causa è tanha: l’irrequieta, ansiosa brama. Si diventa schiavi del desiderio e si crea ogni sorta di kamma e di azioni negative a causa di questo e così nasce la sofferenza. In parole semplici, dukkha è figlio del desiderio. Il desiderio è il padre di dukkha. Quando ci sono i genitori, dukkha può nascere. Se non ci sono i genitori, dukkha non può accadere, non ci saranno figli.

E’ qui che la meditazione andrebbe focalizzata. Dovremmo vedere tutte le forme di tanha, che ci fanno nascere i desideri. Ma parlare di desiderio può creare confusione. Qualcuno può farsi l’idea che ogni tipo di desiderio, come il desiderio di cibo o di mezzi di sostentamento, sia tanha. Ma questo tipo di desiderio può essere ordinario e naturale. Se avete fame e desiderate del cibo, potete mangiare il vostro pasto ed è tutto. E’ molto normale. E’ un desiderio che sta dentro dei confini e non ha effetti negativi. Questo tipo di desiderio non è sensualità. Quando si tratta di sensualità, diventa qualcosa di più di un desiderio. In quel caso, c’è brama di avere più cose da consumare, c’è la ricerca di sapori, del godimento in modi che procurano sofferenza e turbamento, come il bere liquori e birra.

Dei turisti mi hanno parlato di un posto dove si mangia il cervello di scimmie vive. Mettono una scimmia in mezzo al tavolo e le aprono il cranio. Poi estraggono il cervello per mangiarlo. Questo è un modo di mangiare da demoni o da spiriti famelici. Non è nutrirsi in modo naturale e normale. In questo modo, mangiare diventa tanha. Dicono che il sangue delle scimmie li rende forti. Così catturano questi animali e quando li mangiano, bevono liquori e birra. Non è un normale nutrirsi. E’ da spiriti e demoni, e lo scopo è la brama sensuale. E’ mangiare braci, mangiare fuoco, mangiare di tutto dappertutto. E’ questo tipo di desiderio che è chiamato tanha. Non c’è moderazione. Parlare, pensare, vestirsi, tutto quello che queste persone fanno tende all’eccesso. Se mangiare, dormire, e le altre attività necessarie vengono svolte con moderazione, non c’è in esse niente di negativo. Dovreste essere consapevoli di voi stessi riguardo a queste attività dunque; allora, non diventeranno causa di sofferenza. Se sappiamo come essere moderati e frugali nei nostri bisogni, possiamo essere sereni.

Praticare la meditazione e creare meriti e virtù non sono cose molto difficili, purché le comprendiamo bene. Cos’è un’azione negativa? Cos’è il merito? Merito è qualcosa di buono e di bello, non fare del male a noi stessi e agli altri, col pensiero, la parola e l’azione. Allora, c’è felicità. Non si crea niente di negativo. Il merito è questo. Questa è la bravura.

Lo stesso vale per le offerte e la carità. Quando diamo, cosa cerchiamo di dare via? Il dare ha lo scopo di distruggere l’auto-importanza, la credenza in un sé oltre che l’egoismo. L’egoismo è un’intensa, estrema sofferenza. Le persone egoiste vogliono sempre essere migliori degli altri e avere più degli altri. Un semplice esempio è che dopo aver mangiato non vogliono lavarsi i piatti. Lo fanno fare a qualcun altro. Se mangiano in un gruppo lo lasciano fare agli altri. Appena finito di mangiare, se ne vanno. Questo è egoismo, non si è responsabili, e si scarica un peso sugli altri. E’ l’equivalente di una persona che non si cura di se stessa, che non si aiuta e in realtà non si ama. Nel praticare la generosità, cerchiamo di ripulire il cuore da questo atteggiamento. Questo si chiama creare meriti attraverso il dare, per avere una mente compassionevole e aver cura di tutti gli esseri viventi senza eccezioni.

Se riuscissimo a essere liberi anche solo di questo, dell’egoismo, saremmo come il Buddha, che non cercava il suo vantaggio, ma il bene di tutti. Se noi seguiamo il sentiero e nel nostro cuore crescono frutti come questo, certamente possiamo progredire. Con questa libertà dall’egoismo, tutte le nostre attività, le azioni virtuose, la generosità e la meditazione condurranno alla liberazione. Chiunque pratichi così sarà libero e andrà oltre, oltre ogni convenzione e apparenza.

I principi fondamentali della pratica non sono al di là della nostra comprensione. Nel praticare la generosità, per esempio, se manchiamo di saggezza, non ci sarà alcun merito. Senza comprensione, pensiamo che la generosità significhi semplicemente dare qualcosa. “Quando ho voglia di dare, do. Se mi sento di rubare, rubo. Se poi mi sento generoso, allora do qualcosa.” E’ come avere una botte piena d’acqua. La tirate fuori con un secchio e la riversate dentro. Di nuovo la tirate fuori e la riversate, e ancora la cavate e la riversate di nuovo dentro. Quando vuoterete la botte? Ci sarà mai fine? Potete immaginare che questa pratica possa realizzare il Nibbana? La botte sarà mai vuota? Una volta tirate su e una volta ributtate dentro, riuscite a immaginare una fine?

Andare avanti e indietro in questo modo è vatta, la ciclicità. Se si parla di un vero lasciar andare, di rinunciare al bene come al male, allora c’è solo il tirare fuori. Anche se restano solo poche gocce, voi le tirate su. Non versate dentro più niente e continuate a tirar fuori. Anche se avete a disposizione solo un piccolo secchio, fate del vostro meglio e così facendo verrà il momento in cui la botte sarà vuota. Se tirate su un secchio e ne riversate dentro un altro, pensateci. Quando la botte sarà vuota? Il Dhamma non è qualcosa di distante. E’ proprio qui, nella botte. Potete praticarlo a casa. Provate. Riuscite a vuotare una botte d’acqua così? Domani fatelo per tutto il giorno e osservate cosa accade.

“Rinunciare al male, praticare il bene, purificare la mente.” Prima di tutto, smettere le azioni negative, e allora si comincia a coltivare il bene. Cos’è il bene, cos’è meritevole? Dov’è? E’ come un pesce nell’acqua. Se tiriamo via tutta l’acqua, prenderemo il pesce, ecco una spiegazione semplice. Se continuiamo a togliere e a rimettere l’acqua, il pesce resta nel vaso. Se non interrompiamo qualsiasi forma di azione negativa, non vedremo i meriti, e non vedremo cosa è vero e giusto. Tirando fuori e rimettendo dentro, estraendo e riversando, restiamo esattamente come siamo. Andando avanti e indietro in questo modo, non facciamo che sprecare tempo e tutto quel che facciamo non ha senso. Ascoltare gli insegnamenti non ha senso. Fare offerte non ha significato. Tutti i nostri sforzi di praticare sono vani. Non comprendiamo i principi della via del Buddha, e dunque i nostri sforzi non danno i frutti desiderati.

Quando il Buddha insegnò la pratica, non parlava di qualcosa di esclusivo per chi aveva preso l’ordinazione. Parlava di come praticare bene, in modo corretto. Supatipanno significa quelli che praticano bene. Ujupatipanno significa quelli che praticano correttamente. Ñayapatipanno significa quelli che praticano per la realizzazione del sentiero, per l’adempimento e il Nibbana. Samicipatipanno sono quelli che praticano rivolti alla verità. Può essere chiunque. Questi sono il Sangha dei veri discepoli (savaka) del Signore Buddha. I laici possono essere savaka. Portare queste qualità a piena maturazione rende una persona un savaka. Chiunque può essere un vero discepolo del Buddha e realizzare l’illuminazione.

Molti di noi buddhisti non hanno questa piena comprensione. La nostra conoscenza non va così lontano. Facciamo le nostre varie attività, pensando che ne ricaveremo un qualche merito. Pensiamo che ascoltare gli insegnamenti o fare offerte sia meritevole. E’ quello che ci hanno detto. Ma chi fa offerte per ‘guadagnarsi’ meriti crea un kamma negativo.

E’ comprensibile. Chi dà per ottenere meriti accumula istantaneamente un kamma negativo. Se date per lasciar andare e liberare la mente, questo porta merito. Se date per avere in cambio qualcosa, è kamma negativo.

Ascoltare gli insegnamenti per comprendere realmente la via del Buddha è difficile. Il Dhamma è difficile da capire quando la pratica che si segue, mantenere i precetti, sedere in meditazione, dare, è fatta per avere qualcosa in cambio. Vogliamo i meriti, vogliamo qualcosa. Ma, se qualcosa può essere ottenuto, chi è che lo ottiene? Noi. E di chi è quando la perdiamo? La persona che non ha alcunché non perde niente. E quando va persa, chi ne soffre?

Non pensate che vivere la propria vita per ottenere qualcosa vi procuri sofferenza? Altrimenti, potete continuare come prima alla ricerca di qualcosa da ottenere. Ma è solo svuotando la mente, che otteniamo tutto. Dimensioni più elevate, il Nibbana e tutti i loro frutti. Nel fare offerte non abbiamo attaccamenti o mire; la mente è vuota e rilassata. Possiamo lasciar andare e mettere giù. E’ come portare un peso e lamentarsi che è pesante. E se qualcuno vi dicesse di metterlo giù, voi rispondeste: “Se lo faccio, non avrò più niente.” Sì, ora avete qualcosa, avete la pesantezza. Ma non avete la leggerezza. Dunque, volete la leggerezza o volete continuare a portare pesi? Uno dice di posarli a terra, l’altro che ha paura di restare senza niente. E’ un discorso tra sordi.

Noi vogliamo la felicità, vogliamo la serenità, la tranquillità e la pace. Questo significa che vogliamo la leggerezza. Trasportiamo un peso e qualcuno, vedendoci, ci consiglia di metterlo giù. Noi diciamo che non possiamo se no resteremmo senza niente. Ma l’altra persona replica che se lo facciamo, potremo avere qualcosa di meglio. Hanno difficoltà a comunicare a vicenda.

Se facciamo offerte e buone azioni per ottenere qualcosa non funziona. Quel che otteniamo è il divenire e la nascita. Non è una causa per realizzare il Nibbana. Il Nibbana è rinunciare e dare via. Se cerchiamo di ottenere, di aggrapparci, di dare un significato alle cose, non è una causa per realizzare il Nibbana. Il Buddha voleva che mettessimo l’attenzione proprio qui, a questo luogo vuoto del lasciar andare. Questo è il merito. Questa l’abilità.

Praticando un qualsiasi merito o virtù, una volta compiuto, dovremmo sentire di aver fatto quel che ci spettava. Non dovremmo più farcene carico. Lo si fa allo scopo di rinunciare agli inquinanti e alla brama. E non allo scopo di creare altri inquinanti, altra brama, e attaccamento. Dove andremo allora? Non andremo da nessuna parte. La nostra pratica è corretta e vera.

Molti di noi buddhisti, anche se seguiamo queste forme di pratica e di apprendimento, abbiamo difficoltà a comprendere questo tipo di discorso. E’ perché Mara, e cioè l’ignoranza, la brama, il desiderio di ottenere, di avere e di essere, ottenebra la mente. Noi conosciamo solo una felicità temporanea. Per esempio, quando siamo pieni d’odio verso qualcuno, la nostra mente ne è trascinata e non trova pace. Non facciamo che pensare a quella persona, immaginando cosa fare per colpirla. Il pensiero non ci dà tregua. Poi, magari un giorno ci capita di andare a casa sua, e imprecargli contro e dirgliene quattro. E ci dà un certo sollievo. Ma mette fine alle nostre contaminazioni? Troviamo un modo di sfogarci e ci sentiamo meglio. Ma non ci siamo liberati dall’afflizione della rabbia, non è vero? C’è una qualche gioia nella contaminazione e nella brama, ma è fatta così. Continuiamo a conservare dentro di noi la contaminazione e quando ci sono le condizioni, prenderà fuoco anche più di prima. In questo modo, gli inquinanti avranno mai fine?

E’ come quando a qualcuno muore il o la consorte o un figlio o si subisce una grave perdita finanziaria. E la persona beve per alleviare la sofferenza. O va al cinema. Ma la allevia davvero? In realtà, il dolore aumenta; ma al momento si riesce a dimenticare quel che è successo e lo si considera un modo per curare l’infelicità. E’ come avere un taglio sulla pianta del piede che vi rende doloroso camminare. Qualsiasi cosa tocchiate fa male e così ve ne andate in giro lamentandovi del disagio. Ma se vedeste una tigre venire verso di voi, fareste un balzo e vi mettereste a correre senza pensare minimamente al taglio. La paura della tigre è molto più forte del dolore al piede ed è come se il dolore fosse sparito. La paura lo rende più piccolo.

O magari avete dei problemi al lavoro o a casa che vi sembrano molto grandi. Allora vi ubriacate e in quello stato di più forte illusione, quei problemi non vi turbano più così tanto. Pensate di averli risolti e di aver dissolto la vostra infelicità. Ma quando tornate sobri, rispuntano i vecchi problemi. Cosa ne è della vostra soluzione? Continuate a sopprimere i problemi bevendo e loro continuano a riemergere. Finite con la cirrosi epatica, ma senza liberarvi dei problemi e un bel giorno morite.

C’è una sorta di serenità e di felicità in tutto questo: la felicità degli stolti. E’ il modo in cui gli sciocchi fermano la sofferenza. Ma non c’è nessuna saggezza. Queste diverse condizioni di confusione sono mescolate nel cuore che ha una sensazione di benessere. Se si permette alla mente di seguire i suoi umori e le sue tendenze, prova una certa felicità. Ma questa felicità conserva sempre in sé dell’infelicità. Ogni volta che emerge, la sofferenza e la disperazione peggioreranno. E’ come avere una ferita. Se la curiamo superficialmente, ma all’interno è ancora infetta, non è guarita. Per un po’ sembra che vada bene, ma quando l’infezione si propaga, bisogna tagliare. Se l’infezione interna non viene mai curata, continueremo a trattare la superficie senza nessun risultato. Quel che vediamo dall’esterno per un po’ può andar bene, ma all’interno resta tutto come prima.

Questa è la via del mondo. Le questioni mondane non hanno mai fine. Quindi le leggi del mondo nelle varie società tentano continuamente di risolverle. Vengono costantemente create nuove leggi per affrontare diverse situazioni e problemi. Qualcosa si sistema per un po’, ma resta sempre il bisogno di ulteriori leggi e soluzioni. Non c’è mai una risoluzione interna, solo un miglioramento superficiale. L’infezione continua a esistere all’interno e c’è bisogno di tagliare sempre più in profondità. Le persone sono buone solo in superficie, nelle parole e nell’apparenza. Le loro parole sono buone e le loro facce gentili, ma la loro mente non è così buona.

Quando prendiamo un treno e incontriamo un conoscente, diciamo: “Oh, che piacere vederti! Ti ho pensato tantissimo ultimamente! Volevo proprio venirti a trovare!” Ma sono solo parole. Non diciamo sul serio. Siamo buoni alla superficie, ma dentro non così tanto. Diciamo così, ma appena andiamo a fumare una sigaretta o a bere un caffè con quella persona, ce la svigniamo in fretta. Poi, se nel futuro la rincontriamo, ripetiamo le stesse cose: “Ehi, che bello vederti! Dov’eri finito? Volevo venire a trovarti, ma non ho avuto tempo.” Ecco come vanno le cose.

Il Grande Maestro ha insegnato il Dhamma e il vinaya. E’ completo ed esauriente. Niente lo supera, e niente in esso ha bisogno di cambiamenti o aggiustamenti, perché è l’insegnamento supremo. E’ completo e dunque è qui che possiamo fermarci. Non c’è niente da aggiungere o da sottrarre, perché ha la natura di non poter essere accresciuto né diminuito. E’ giusto. E’ vero.

Dunque, noi buddhisti ascoltiamo gli insegnamenti del Dhamma e studiamo per apprendere queste verità. Quando le conosciamo, la nostra mente entra nel Dhamma; il Dhamma entra nella nostra mente. Quando la mente di qualcuno entra nel Dhamma, quella persona ha benessere, ha una mente in pace. La mente ha allora il modo di risolvere le difficoltà e non può corrompersi. Quando dolore e malattia affliggono il corpo, la mente ha molti modi per risolvere la sofferenza. Può risolverla in modo naturale, considerandola un fatto naturale, e non cadendo in depressione o nella paura. Quando otteniamo qualcosa, non ci perdiamo nel piacere. Perdendola, non restiamo eccessivamente turbati, ma capiamo che la natura di tutte le cose è che essendo apparse, poi decadono e scompaiono. Con questo atteggiamento, possiamo seguire il nostro cammino nel mondo. Siamo lokavidu, conosciamo il mondo con chiarezza. Poi samudaya, la causa della sofferenza, non si crea più, e non nasce tanha. C’è vijja, la conoscenza delle cose così come sono ed essa illumina il mondo. Fa luce su lode e biasimo. Su guadagno e perdita. Chiarisce fama e discredito. Rende chiari la nascita, l’invecchiamento, la malattia, e la morte nella mente del praticante.

Questa è una persona che ha raggiunto il Dhamma. Questi non lotta più con la vita e non è più costantemente in cerca di soluzioni. Risolve quel che può essere risolto, agendo in modo appropriato. E’ così che ha insegnato il Buddha: ha insegnato a chi era possibile insegnare. Quelli a cui era impossibile insegnare li ha lasciati perdere. Anche se non li ha esclusi, si sono esclusi da soli e così li ha abbandonati. Forse vi fate l’idea che il Buddha mancasse di metta abbandonando le persone. Ehi! Se buttate via un mango andato a male, mancate di metta? E’ solo che non potete utilizzarlo, tutto lì. Non c’era modo di raggiungere quelle persone. Il Buddha è apprezzato come un essere dalla suprema saggezza. Non riunì tutti e tutto insieme in modo confuso. Aveva l’occhio divino, e riusciva a vedere le cose come veramente sono. Era il conoscitore del mondo.

Come conoscitore del mondo, vide il pericolo nel cerchio del samsara. E lo stesso vale per noi che siamo suoi discepoli. Se conosciamo le cose così come sono, ne risulterà benessere. Dove sono esattamente le cose che ci causano felicità e sofferenza? Pensateci bene. Sono solo cose che noi stessi creiamo. Ogni volta che creiamo l’idea che qualcosa sia noi o nostra, è un’occasione di sofferenza. Le cose possono portarci dolore o benessere, a seconda della nostra comprensione. Per questo, il Buddha ci ha insegnato a prestare attenzione a noi stessi, alle nostre azioni e alle creazioni della nostra mente. Tutte le volte che sentiamo un amore o un’avversione estremi verso qualcuno o qualcosa, tutte le volte che siamo particolarmente ansiosi, entriamo in una grande sofferenza. E’ importante, dunque prestate attenzione. Investigate le sensazioni d’intenso amore o di avversione, e fate un passo indietro. Se vi avvicinate troppo, queste sensazioni vi morderanno. Lo capite? Se vi aggrappate a queste cose e le accarezzate, esse mordono e tirano calci. Quando date dell’erba a un bufalo, dovete fare attenzione. Se state attenti, quando scalcia non vi colpirà. Dovete nutrirlo e prendervene cura, ma dovete essere abbastanza svegli da non farvi colpire. L’amore per i figli, per i parenti, la ricchezza e i possedimenti vi morderà. Lo capite? Quando lo nutrite, non avvicinatevi troppo. Quando lo innaffiate, non fatevi troppo vicino. Tenetelo al laccio quando ne avete bisogno. Questa è la via del Dhamma, riconoscere l’impermanenza, il carattere insoddisfacente e la mancanza di un sé, riconoscere il pericolo e fare attenzione ed esercitare il contenimento in modo consapevole.

Ajahn Tongrat non insegnava molto; ci diceva sempre: “State veramente attenti! Veramente attenti!” E’ così che insegnava: “State davvero attenti! Se non lo siete, ve la vedrete brutta!” E’ proprio così. Anche se lui non l’avesse detto, è proprio così. Se non siete veramente attenti, passerete dei guai. Cercate di capire. Non c’entrano gli altri. Il problema non è che gli altri ci amino o ci odino. Non esiste qualcuno da qualche parte che ci fa creare kamma e sofferenza. Dobbiamo mettere l’attenzione sui nostri averi, la casa, la famiglia. O cosa pensate? In questi giorni, dove avete provato sofferenza? Dove siete stati coinvolti nell’amore, nell’odio, nella paura? Verificate, prendetevi cura di voi stessi. Fate attenzione a non farvi mordere. Se non mordono, magari tirano calci. Non pensate che queste cose non mordano o non tirino calci. Se venite morsi, assicuratevi che sia un piccolo morso. Non fatevi fare a pezzi. Non ditevi che non c’è pericolo. I possedimenti, la ricchezza, la fama, gli affetti, tutto questo può dare calci e mordere se non siete consapevoli. Se siete consapevoli, sarete sereni. Siate prudenti e contenuti. Quando la mente inizia ad aggrapparsi alle cose e ne fa un dramma, dovete fermarla. Polemizzerà con voi, ma dovete opporvi energicamente. State nel mezzo mentre la mente va e viene. Mettete da parte da un lato l’indulgenza sensuale e dall’altro l’auto-tormento. L’amore da un lato e l’odio dall’altro. Felicità e sofferenza. Restate nel mezzo non permettendo alla mente di andare in nessuna delle due direzioni.

Come i nostri corpi: terra, acqua, fuoco e aria, dov’è la persona? Non c’è nessuna persona. Questi diversi elementi stanno insieme e gli diamo il nome di persona. E’ una falsità. Non è reale. E’ vero solo a livello convenzionale. Quando è il momento, gli elementi tornano al loro precedente stato. Siamo stati con loro solo per un po’ e dobbiamo lasciare che facciano ritorno. La parte terra, torna a essere terra. La parte acqua acqua. La parte fuoco torna fuoco. La parte aria aria. O cercherete di seguirli e di tenervi qualcosa? Noi facciamo affidamento su di essi per un po’; quando giunge per loro il tempo di andare, lasciateli andare. Quando arrivano, lasciateli arrivare. Tutti questi fenomeni (sabhava) appaiono e scompaiono. Ecco tutto. Comprendiamo che tutte queste cose fluiscono, costantemente appaiono e scompaiono.

Fare offerte, ascoltare gli insegnamenti, praticare la meditazione, tutto quello che facciamo dovrebbe essere fatto allo scopo di sviluppare la saggezza. Sviluppare la saggezza ha per scopo la liberazione, la libertà da tutte queste condizioni e fenomeni. Quando siamo liberi, a prescindere dalla situazione in cui ci troviamo, non c’è sofferenza. Se abbiamo figli, non soffriamo. Se lavoriamo, non c’è sofferenza. Se abbiamo una casa, non dobbiamo soffrire. Come un loto nell’acqua. “Cresco nell’acqua, ma non soffro a causa dell’acqua. Non posso annegare o bruciare, perché vivo nell’acqua.” Quando l’acqua cala e rifluisce non nuoce al loto. L’acqua e il loto possono esistere insieme senza conflitto. Sono insieme ma separati. Quel che c’è nell’acqua nutre il loto e lo fa bello.

Lo stesso per noi. La ricchezza, la casa, la famiglia e tutti gli inquinanti della mente non ci contaminano più, ma invece ci aiutano a sviluppare le parami, le perfezioni spirituali. In un boschetto di bambù, le vecchie foglie s’ammucchiano ai piedi degli alberi e quando piove, si decompongono e diventano concime. I germogli crescono e gli alberi si rinforzano grazie al concime e abbiamo una fonte di cibo e di reddito. Eppure non ha affatto un bell’aspetto. Dunque, fate attenzione, nella stagione secca, se accendete dei fuochi nel bosco, bruceranno tutto il futuro concime che si trasformerà in fuoco che brucerà i bambù. Non avrete germogli di bambù da mangiare. Se bruciate il bosco, bruciate il concime dei bambù. Se bruciate il concime, bruciate gli alberi e il boschetto morirà.

Capite? Voi e le vostre famiglie potete vivere nella gioia e nell’armonia con la vostra casa e i vostri averi, liberi dal pericolo di alluvioni e di incendi. Se una famiglia subisce alluvioni o incendi è solo a causa dei componenti della famiglia. Come il concime dei bambù. A causa sua il boschetto può restare bruciato oppure crescere in bellezza.

Le cose cresceranno meravigliosamente e poi non più e poi di nuovo. Crescere e degenerare, poi crescere di nuovo e di nuovo degenerare, questa è la via dei fenomeni mondani. Se conosciamo crescita e degenerazione per quel che sono possiamo vederne la conclusione. Le cose crescono e raggiungono un limite. Le cose degenerano e raggiungono un limite. Ma noi restiamo costanti. E’ come quando ci fu un incendio nella città di Ubon. Le persone lamentarono la distruzione e versarono lacrime su lacrime. Ma dopo l’incendio, le cose vennero ricostruite e le nuove costruzioni ora sono più grandi e molto migliori di quelle di prima, e le persone si godono la città più di prima.

E’ così con i cicli di perdita e sviluppo. Tutto ha dei limiti. Il Buddha voleva che contemplassimo sempre. Mentre continuiamo a vivere dovremmo pensare alla morte. Non considerarla qualcosa di lontano. Se siete poveri, non cercate di danneggiare o di sfruttare gli altri. Affrontate la situazione e lavorate sodo per aiutarvi. Se state bene, non diventate distratti a causa della ricchezza e dell’agio. Non è difficile perdersi in qualunque cosa. Una persona abbiente può diventare indigente in pochi giorni. Una persona povera può diventare ricca. Tutto dipende dal fatto che le condizioni sono impermanenti e instabili. Perciò, il Buddha disse: ” Pamado maccuno padam: la disattenzione è la via diretta alla morte.” Chi è disattento è come morto. Non siate disattenti! Tutti gli esseri e tutti i sankhara sono instabili e impermanenti. Non nutrite alcuna forma di attaccamento a essi! Felice o triste, in crescita o in decadimento, alla fine tutto giunge allo stesso posto. Comprendetelo, per favore.

Vivendo nel mondo con questa prospettiva possiamo essere liberi dal pericolo. Qualsiasi cosa guadagniamo o conquistiamo nel mondo grazie al nostro buon kamma, è pur sempre del mondo e soggetto a decadenza e perdita, dunque non lasciatevi trasportare via. E’ come uno scarafaggio che raspa la terra. Può farne un mucchietto molto più grande di lui, ma resta sempre un mucchietto di fango. Se lavora sodo, crea un buco profondo nel terreno, ma non è che un buco nel fango. Se un bufalo ci lascia cadere dello sterco, sarà più grosso del mucchietto di terra dello scarafaggio, ma ugualmente non è qualcosa che raggiunga il cielo. Non è che fango. Lo stesso sono le conquiste mondane. Non importa quanto duramente lavorino gli scarafaggi, sono semplicemente alle prese col fango, facendo buchi e mucchietti.

Le persone che hanno un buon kamma mondano hanno l’intelligenza per riuscire nel mondo. Ma per quanto possano avere buoni risultati, vivono pur sempre nel mondo. Tutte le cose che fanno sono mondane e hanno dei limiti, come lo scarafaggio che gratta via la terra. Il buco può essere profondo, ma è nella terra. Il mucchietto di terra può essere alto, ma non è che fango. Riuscire, ottenere un sacco di cose, non è che riuscire e ottenere nel mondo.

Vi prego di capirlo e di cercare di sviluppare il non attaccamento. Se non guadagnate molto, siate contenti, comprendendo che è solo mondano. Se guadagnate molto, comprendete che è solo mondano. Contemplate queste verità e non siate distratti. Vedete entrambi i lati delle cose, non fermatevi su un lato. Quando qualcosa vi piace, trattenete una parte di voi, perché il piacere non durerà. Quando siete felici, non buttatevi totalmente da quella parte, perché presto vi troverete dalla parte opposta nell’infelicità.

° ° ° ° ° °

 

Essere accurati – del venerabile Ajahn Chah

© Ass. Santacittarama, 2006. Tutti i diritti sono riservati.

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17 dicembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Gedun Tharchin
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Uscire dalla confusione – Gedun Tharchin

Portare il Dharma in un’altra nazione non è cosa facile. Anche in Tibet, territorio sconfinato, il suo avvento dall’India ha incontrato numerosi ostacoli, e le difficoltà non sono nemmeno mancate quando lo si è reintrodotto alla fonte originaria, in Nepal e in India e, ovviamente, gli impedimenti maggiori si sono presentati quando è approdato in occidente.

E’ dunque positivo e particolare che esistano luoghi in cui le persone possano incontrarsi per parlare di Dharma approfondendone la conoscenza.

In passato nel Tibet vivevano grandi Lama, che purtroppo stanno scomparendo e, quando non ne resterà in vita nessuno, si compirà la fine di un periodo fertile e si cementeranno questi tempi bui. I grandi maestri scompaiono, il mondo moderno è cambiato e la pratica del Dharma deve affrontare più impedimenti e meno agevolazioni e condizioni favorevoli; così si prospetta un periodo particolarmente arduo per l’insegnamento, per l’ascolto e per la pratica del Dharma.

Le difficoltà e gli ostacoli alla pratica del Dharma non dipendono dalla colpa di qualcuno in particolare, sono il risultato del momento storico decadente in cui, in inscindibile connessione, i tempi e la mente si deteriorano, le qualità si depotenziano e sviliscono e tutto degenera.

Se da un lato la modernità ha apportato un rinnovamento, un miglioramento delle condizioni di vita, dall’altro non vi è altrettanta corrispondenza in una crescita delle qualità umane, della mente umana.

Possiamo constatare la decadenza quotidianamente: viviamo in Italia, un paese bellissimo, con un buon clima, economicamente sviluppato, in cui usufruiamo di tutte le comodità, abbiamo ottimo cibo, case belle e confortevoli e spesso ne possediamo più di una, in città, al mare e in montagna, abbiamo un lavoro ben retribuito, una o più automobili, godiamo di periodi di vacanza da trascorrere dove e come vogliamo, seguiamo la moda cambiando frequentemente abiti e possiamo soddisfare tanti desideri.

Abbiamo tante comodità, ma cosa apportano alla nostra vita? un giorno dovremo comunque abbandonarle, e non ci accorgiamo nemmeno che questi agi in realtà ci incatenano ad un sistema consumistico, intrinsecamente insaziabile, che

incrementa ogni tipo di complicazioni e ci allontana definitivamente dalla semplicità di una vita sana e costruttiva; questa è decadenza.

La visione materialistica del pensiero moderno definisce questo fenomeno “sviluppo”, ma dal punto di vista dell’essenza della realtà è assoluta “degenerazione”.

Usufruiamo di un’efficiente assistenza medica, accessibile a tutti, ma, nel contempo la medicina è diventata troppo potente, ha travalicato i confini dell’umano e spesso condiziona tragicamente la vita delle persone rendendole assolutamente dipendenti dal rimedio adottato, quasi fossero automi condannati a vivere in uno stato di dipendenza ininterrotto.

Oggi la medicina non lascia la libertà di morire, vuole mantenere in vita ad ogni costo, non si sa bene cosa.

Nella medicina moderna l’essere umano è stato trasformato in un anonima macchina in cui si deve intervenire ad ogni costo aggiustando, sostituendo i pezzi difettosi, affinché continui a funzionare all’infinito, se malamente non importa, basta che non si fermi. In questo modo il corpo è diventato qualcosa di materiale, di meccanico, e ha perduto ogni sua qualità spirituale.

Questa è la degenerazione della medicina.

Non nego assolutamente che esista un effetto positivo e degno di tutto rispetto della medicina moderna, sono stati scoperti farmaci efficaci contro la tubercolosi, i tumori e tante malattie, ma quando si oltrepassano i limiti umani significa che si è caduti in concezioni errate, degenerate.

La stessa decadenza ha coinvolto il sistema economico mondiale; si è in fibrillazione per il crollo delle borse, un tipo di affari che non maneggia direttamente il denaro, si tratta di un gioco perverso di numeri ipotetici che appaiono convulsamente su uno schermo, tutto è virtuale completamente illusorio e le persone non sanno assolutamente cosa succeda al loro denaro, tutto può scomparire in un istante.

Questa è la degenerazione dei nostri tempi che si manifesta nel progressivo aumento della confusione generale.

Al contrario il Dharma non incrementa il disordine o l’illusione, non si ferma nemmeno al sogno delle terre pure o del paradiso, è un’essenza concreta che permette di uscire dalle nebbie del caos e percorrere la chiara via della realizzazione.

Il Dharma non pretende di allontanarci dai problemi, e non sarebbe comunque possibile perché ne siamo immersi, e il desiderio di rifuggirli non è altro che un’ulteriore illusione; ci mostra invece, nella stessa confusione, la visione corretta della realtà, ci permette di comprenderla con chiarezza e di affrontare serenamente e costruttivamente ogni ostacolo.

Un aspetto particolarmente grave della degenerazione dei tempi moderni è la corsa ad armamenti sempre più sofisticati e devastanti. In epoche antiche le armi erano limitate, si poteva uccidere in battaglia un certo numero di nemici con lance, frecce o altro, ma oggi il potenziale distruttivo è in grado di annientare tutto, di sterminare indiscriminatamente militari e civili, sino a cancellare dal pianeta intere aree geografiche.

Con la scusa della sicurezza nazionale si impegnano capitali enormi nella ricerca e fabbricazione di macchine belliche inimmaginabili, sperperando denaro pubblico che dovrebbe essere utilizzato per servizi e benefici a favore delle persone.

Come definire questo stato di cose? “sviluppo” o “degenerazione”?

Dal punto di vista del Dharma è degenerazione, decadenza, senza ombra di dubbio, e su questo dobbiamo riflettere seriamente.

La visione storica dell’universo suddivide il tempo in “eoni”, che possono essere piccoli o grandi. Pare che negli eoni più remoti la vita umana sulla terra fosse lunghissima e che si sia man mano accorciata fino ad arrivare, oggi, ad una durata massima di un centinaio di anni.

Si dice che nei lontani eoni la vita individuale durasse senza difficoltà migliaia di anni, invece in questo eone, pur caratterizzato da manifestazioni di esseri spirituali di grande levatura come il Buddha, il Cristo, Maometto sino ai più recenti Gandhi, Krishnamurti, Martin Luther King, madre Teresa di Calcutta, e tanti altri, la vita è corta, a dimostrazione che siamo in un’epoca difficile, tormentata.

Per realizzare qualcosa di significativo cento anni sono un periodo davvero troppo breve:

1. i primi vent’anni sono dedicati alla crescita;

2. i successivi venti trascorrono nelle fantasie, nel sogno di un futuro infinito;

3. dopo i quarant’anni si è più maturi ed occupatissimi, ci si affanna costruire la solidità, la stabilità, la propria sicurezza;

4. a sessant’anni si manifestano i primi acciacchi, il corpo e la mente si indeboliscono progressivamente e tante porte cominciano a chiudersi;

5. a ottant’anni si è nella vecchiaia, le forze sono definitivamente perdute e, se anche si raggiungono i cent’anni, osservando nel dettaglio ogni fase si vede che il tempo dell’esistenza umana in realtà è brevissimo. Questa è la degenerazione dell’età, del tempo di vita.

L’argomento dell’insegnamento del nostro incontro è il “Lo Jong”, la trasformazione della mente, ed è strettamente connesso al riconoscimento della degenerazione dell’attuale era.

Nella confusione quotidiana lo stato mentale è completamente occupato dalle ansie, dai timori, dalle difficoltà, dai problemi.

Il termine Lo Jong è suddiviso in due sillabe, “Lo” significa mente, ma non la mente di Buddha che è già sviluppata, liberata, si riferisce alla mente degli esseri comuni che vivono in questa epoca, e che ha bisogno di essere addestrata, educata, esercitata, come indica appunto il termine “Jong”, così che possa essere liberata dal caos.

La mente confusa non è felice, né soddisfatta, né serena, all’interno del meccanismo, “non è giusto”, “non mi piace”, “non va bene”…… si deprime e affonda nel più assoluto condizionamento. Un problema ne porta mille altri, una mente infelice ne genera infinite altre, si alimenta così una situazione progressivamente negativa.

Il Lo Jong è il metodo che trasforma la mente sofferente e problematica in una mente capace di superare ogni tormento e difficoltà, rendendoli anzi strumento di illuminazione.

Il Lo Jong non tende a creare artificiosamente uno stato di gioia, di felicità o di allegria, ma è l’esercizio attraverso il quale la mente impara a riconoscere il reale significato della sofferenza di cui è ammantata e, in questa capacità di capire, apprende la modalità per trasformarla in sentiero verso l’illuminazione.

Praticando il Lo Jong si ha la sensazione di penetrare più profondamente nel tormento riconoscendone con maggior chiarezza l’essenza.

Se invece non si pratica il Lo Jong, ma qualche altro tipo di Dharma con lo scopo di eliminare il dolore e realizzare uno stato di felicità, il benessere apparentemente ottenuto ha una durata limitata e, nel momento immediatamente successivo, ci si ritrova immersi negli stessi problemi, nulla è effettivamente cambiato.

Nel Lo Jong, al contrario, si manifesta visibilmente di giorno in giorno l’effetto della mente che muta nella conoscenza e accoglienza di una sofferenza in grado di divenire cammino verso una stabile pace e serenità.

Il Lo Jong può sembrare difficile, incoerente, ma in realtà è meraviglioso, la sua introduzione in Tibet risale al X° – XI° secolo, era praticato dai grandi maestri Kadampa, di cui il primo è stato Atīsa.

Il Lo Jong, promosso e portato avanti in questo lignaggio, è penetrato in seguito in tutte le grandi tradizioni delle scuole tibetane e ne ha costituito di fatto il cuore, la pratica essenziale, indispensabile, la bodhicitta, la vera intenzione o motivazione che è alla base del Dharma.

Certamente non è facile modificare le situazioni problematiche, complicate e spesso estremamente dolorose, ma se si osserva l’effettiva potenzialità della mente e si inizia lentamente e sistematicamente ad addestrarla nell’intenzione altruistica, poco per volta si scoprirà che si possono affrontare condizioni pesantissime e trasformarle in via di realizzazione, in altrettante occasioni di Dharma. Si comincia piano piano, affrontando dapprima semplici circostanze, sino a giungere a quelle più complesse e difficili.

Avete capito bene il significato del Lo Jong?

“Lo” è riferito alla mente ordinaria, che affronta la vita quotidiana, e “Jong” è l’addestramento, la trasformazione della mente ordinaria.

A questo punto possiamo chiederci: “cos’è la mente ordinaria?”

La mente ordinaria è totalmente condizionata, resa confusa dagli stessi problemi dell’esistenza, una mente che non trova pace, serenità, riposo, essendo costantemente agitata, mossa dalle ansie e dalle preoccupazioni.

Lo stato ordinario della vita quotidiana è difficile da contrastare, siamo nati con questa mente e siamo abituati a pensare secondo canoni predefiniti, ma ciò che conta è essere consapevoli di questa condizione e riconoscerla, la situazione caotica in cui siamo immersi non ci deve disturbare, perchè solo così abbiamo la possibilità di imparare a confrontarci con una sofferenza che può divenire fonte di gioia e di pace.

Se la sofferenza si mantiene statica e inalterata è causa di ulteriore sofferenza e ciò indica chiaramente che non si è dato inizio al processo di trasformazione della mente, che invece è ben evidente nel momento in cui la sofferenza diventa opportunità di gioia, di pace.

Nel Lo Jong non si afferma di dover riconoscere un particolare Buddha, nel suo palazzo divino, con le sue specifiche eccelse qualità, ma si insegna semplicemente ad entrare in contatto con la situazione immediata, concreta, della propria vita, con la realtà del condizionamento e della sofferenza e a scoprirne l’essenza, così da poter trasformare il negativo in positivo, le circostanze difficili in favorevoli, il nemico in amico; questa è la pratica del Lo Jong, della trasformazione della mente.

Si soffre per gli amici, si è preoccupati, si è attaccati, possessivi, e l’amicizia è fonte di sofferenza, e poi si soffre per i nemici, si matura risentimento, offesa, avversione; in entrambi i casi si soffre.

Si soffre perchè si cercano facilitazioni nella vita e non si ottiene nulla o se ne riceve solo una parte, si soffre per la moltitudine di problemi che la quotidianità ci propone, si è insoddisfatti di ciò che si possiede e angosciati dai problemi che non si vogliono.

Il primo passo del Lo Jong consiste proprio nel comprendere che tutti gli aspetti dualistici sono fonte di sofferenza, e nel voler uscire dalla costante dicotomia di giudizio: “bianco – nero”, “buono -cattivo”, “bello brutto”.

Il Lo Jong insegna a liberarsi dal dualismo che produce ulteriore sofferenza.

Il Lo Jong è una pratica importante, e non necessita di nulla, ovunque voi siate, in qualsiasi circostanza e tempo, potete praticare.

Il Lo Jong e il Tong Len sono due pratiche interconnesse.

Si soffre perché si desidera la felicità e il benessere e si soffre perché non si vuole la sofferenza e si fugge dai problemi.

Nel Tong Len, la pratica del “dare e ricevere”, si prova l’immensa gioia di offrire agli altri le proprie virtù, qualità e meriti, e di prendere i loro problemi e negatività.

Agendo in questo modo la sofferenza che nasce dalla preoccupazione di felicità e dalla preoccupazione del dolore svanisce, c’è la gioia, nel Tong Len, di dare agli altri la felicità e accogliere la loro sofferenza.

Il desiderio di felicità e di non sofferenza è sostituito e superato dalla compassione che non teme il dolore e non desidera una felicità illusoria.

La pratica del Tong Len è semplice, consiste nel maturare l’attitudine a dare le qualità e prendere i problemi, offrire agli altri la felicità e accogliere la loro infelicità, è come trovarsi in una condizione in tutti siamo ugualmente affamati, ma noi abbiamo del pane che, con gioia, diamo agli altri, tutto qui, è semplice.

Riguardo al Tong Len ci sono interpretazioni estremamente fantasiose, qualcuno pensa che sia una pratica di guarigione “Prendo su di me la malattia dell’altro, lui si risana, e io mi posso ammalare”, ma questa è follia totale, perché si ridurrebbe la realtà profonda, universale, incommensurabile, della bodhicitta ad una piccola attività per curare il mal di testa.

Simili fraintendimenti sono quasi scontati nelle società sviluppate, è normale manipolare gli eventi secondo concetti di efficienza industriale, tanto da inquadrare anche il Tong Len in parametri pragmatici e utilitaristici, lo si pubblicizza scrivendo libri di facile lettura e di cui si vendono moltissime copie diventando anche famosi e ricchi, un ulteriore espressione del condizionamento del Dharma in un’epoca degenerata.

Per praticare il Tong Len è necessario prima comprendere il significato del Lo Jong, la trasformazione della mente, e solo sulla base di questa consapevole acquisizione è possibile attuare la pratica del “dare e ricevere”.

Il Lo Jong insegna ad addestrare la mente che soffre, e il primo risultato è perlomeno imparare a non soffrire più del necessario.

E’ necessario osservare con chiarezza alcuni interrogativi di base: “cos’è questa mente?” “cos’è questa mente sofferente?”, “cos’è questa sofferenza della mente?”

Si apprende a penetrare nel significato della sofferenza esaminandone tutti gli aspetti: è attaccamento? avversione? confusione?

Senza questa analisi si rimani bloccati nel desiderio di essere felici, senza sapere cos’è la felicità, nel desiderio di non soffrire, senza sapere cos’è la sofferenza.

Riflettere su questi aspetti induce la cognizione della sofferenza e genera l’attitudine alla trasformazione della mente: la sofferenza che non si voleva, diventa l’oggetto da ricevere, e la felicità che si è sempre cercata, diventa l’oggetto da dare. In questo modo si esce dal dualismo che impediva la corretta visione della realtà, si è liberi da ogni giudizio e pregiudizio su felicità e sofferenza.

Questa è la via di uscita e, anche se non esiste nessuna coercizione, né obbligo, né punizione in caso non la si applichi, non c’è comunque nulla da perdere, dunque perché non provarci?

Lo Jong e Tong Len sono solo quattro parole, ma talmente affascinanti e misteriose per cui potremmo essere indotti a pensare che forse solo Buddha ne possedesse la piena comprensione, trasmessa direttamente ai suoi discepoli, di generazione in generazione che, di conseguenza, ne sarebbero gli unici depositari.

Ma non è così, Lo Jong e Tong Len sono una realtà che ciascun essere ha dentro di sé. I discepoli del Buddha attraverso il dono della spiegazione ci facilitano la comprensione, il riconoscimento del suo immenso valore. E’ come trovarsi di fronte ad una grande torta, tutti se ne possono servire, ma chi non ne vuole lascia liberamente la sua fetta nel piatto, ne godrà qualcun altro, non c’è coercizione, né obbligo.

Io viaggio spesso e alla stazione Termini incontro tanti barboni, ieri, alla partenza per Torino, ho visto due signore che dormivano su una panchina, probabilmente due sorelle, una accanto all’altra, con tanti sacchi di plastica intorno, la loro intera ricchezza. Anche alla stazione di Zurigo è praticamente stanziale un’anziana signora su una sedia a rotelle, e allora ho pensato che forse queste persone sono grandi praticanti, non posseggono nulla, proprio come gli yogi del passato che donavano tutto, e non ho potuto non paragonarli ai Lama di oggi, così imponenti in palazzi riccamente decorati, serviti in ogni necessità e per i loro spostamenti dispongono di automobili con tanto di seguito. Questo non è Lo Jong, non è Tong Len, anzi è esattamente l’opposto.

La pratica del Lo Jong e del Tong Len è caratterizzata dal dare e non dal preoccuparsi di ricevere, è una qualità intrinseca all’essere umano, è un Dharma naturale, è parte della natura dell’essere e nessuno può rivendicare di esserne depositario esclusivo.

L’attuale società è sopraffatta dalla confusione e proprio per questo è necessario praticare il Lo Jong, la trasformazione della mente, in modo da contrapporre al caos una poderosa accumulazione collettiva di meriti.

Riguardo all’acquisizione di meriti nel sentiero spirituale ci sono tanti modi differenti di concepirla, ordinariamente si offrono ad esempio centomila candele, centomila incensi, centomila prosternazioni, ma nel Lo Jong si esprime in modo profondamente diverso, e la stessa confusione stessa diventa fonte di merito.

Quanti più problemi, difficoltà, caos la persona abbia, attraverso la loro trasformazione, tanti più meriti realizza. Quindi la propria modalità di acquisizione di meriti esiste già di fatto, è sufficiente prendere atto dell’enorme ricchezza disponibile, costituita da disordine, problemi, difficoltà; non c’è null’altro da fare.

Probabilmente conoscete la storia di Bodhidharma, un prezioso yogi indiano che portò il buddhismo in Cina. Egli rimase per nove anni in meditazione silenziosa rivolto verso un muro.

L’imperatore cinese dell’epoca, fervente seguace del buddhismo, edificava monasteri e sosteneva numerosi monasteri con generose elargizioni; un giorno invitò Bodhidharma nel suo palazzo affinché insegnasse il Dharma e gli confidò di essere un devoto scrupoloso e generoso e di aver operato in modo da acquisire tanti meriti e,

a questo punto, desiderava conoscere dal maestro quanti ne avesse accumulati grazie a tutte queste attività.

Bodhidharma lo guardò e gli rispose: “In questo modo tu hai distrutto tutta l’accumulazione di meriti che avevi, ora hai finito i tuoi meriti, io non verrò nel tuo palazzo”.

Bodhidharma era un praticante solidissimo, come Milarepa, e molta gente gli chiedeva insegnamenti, che però non era in grado di capire, per questa ragione egli smise di insegnare e si rivolse verso il muro in meditazione silenziosa, aveva constatato che nessuno recepiva quell’insegnamento, ad eccezione di una persona che fu in grado di comprenderlo pienamente nel silenzio, senza che fosse pronunciata una sola sillaba. Il Dharma va oltre le parole.

Nel mondo moderno invece tutto deve essere catalogato, quantificato: due ore di lezione corrispondono a venti euro, tre ore trenta euro, quattro ore quaranta euro e così via; il prezzo dipende da quanto si chiacchiera, così è nella visione materialista dell’industrializzazione e commercializzazione che ha inquinato anche il Dharma e, se lo si pesa in base alla lunghezza del discorso, significa che non lo si è capito per nulla e non se ne conoscono le incommensurabili qualità.

Nel Lo Jong l’accumulazione di meriti non dipende da quante attività meritorie si sono compiute, come costruire templi, sostenere monasteri o altro, ma esclusivamente dall’effettiva trasformazione della mente.

Il sovrano cinese che si affannava a compiere tante azioni per accumulare meriti non avrebbe potuto nemmeno confrontarli con quelli ottenuti dalle anziane signore che, nella loro vita da barbone, praticano probabilmente il Tong Len in assoluto rilassamento e serenità.

Quando ieri sera arrivando in stazione ho visto queste due anziane donne serenamente addormentate una accanto all’altra, completamente serene, rilassate, mi sono fermato a contemplarle e ho paragonato la loro pace con la frenesia del mondo moderno così teso, insicuro, aggressivo, in cui ben pochi possono dormire con tanta serenità.

Questa è l’attitudine degli yogi, dei meditatori del Tong Len, pacificati, già oltre, non più soggetti ad ansie, né paure; eppure, nell’ignoranza ordinaria, la gente si allontana infastidita dai barboni, con paura, pensando a quanto sono sporchi, senza scarpe, a cosa mangiano, a come vivono, a chissà quali batteri e virus possano trasmettere…..

La società industrializzata è schiava di una mentalità ristretta, e lo yogi del Tong Len non vi corrisponde affatto, ne è l’esatto contrario, in qualsiasi circostanza è a proprio agio, ha un’accettazione serena e totale di ogni difficoltà e accumula infiniti meriti.

Il vero yogi meditatore del Tong Len non è riconosciuto come Lama, perché non si veste come un Lama, non abita in palazzi adeguati al suo rango, non esibisce le certificazioni di Lama, non sta seduto in una certa posizione davanti a testi rari, non possiede nessun oggetto prezioso che attesti la sua diretta discendenza dal Buddha nel lignaggio del Tong Len.

Ma così non è scritto da nessuna parte che così dovrebbe essere, è pura e folle fantasia, strutturata solamente a nostra gratificazione, il Buddha non ha mai sostenuto la necessità di tali credenziali.

Il praticante del Tong Len è un perfetto, inosservato, sconosciuto, come ce ne sono tanti e ovunque, camminano per le strade senza esibire segni particolari, né distintivi, né diplomi o autorizzazioni.

Ripeto, in occidente si pensa assurdamente che il Tong Len sia una pratica taumaturgica e molti fantasticano di poter diventare guaritori e di avere il potere di curare il mal di testa di qualcuno, anche se immediatamente dopo si preoccupano di doverne sperimentare personalmente il dolore. Pura follia!

Poiché questa pratica deve essere mantenuta nel segreto, le fantasie si moltiplicano illimitatamente, si vuole scoprirne il potere nascosto, e tutto questo è veramente assurdo e sciocco.

In questo modo si snatura e riduce il Tong Len ad una mera arida tecnica per togliere il mal di testa e si potenzia il proprio ego perché si pensa di avere il potere magico di guarire il prossimo.

Ma il Tong Len è ben più radicale e profondo, è una pratica meditativa semplicissima e potentissima in grado di liberare gli esseri dalla sofferenza, possiede l’attitudine di donare tutte le qualità e di sciogliere completamente dalla sofferenza universale con grande equanimità.

Il Tong Len cambia la persona ordinaria in straordinaria, non è limitato all’eliminazione dei malanni altrui, non muta le condizioni dell’altro perché ognuno ha il proprio karma e risponde personalmente di se stesso.

Il Tong Len trasforma la persona che lo pratica, mostra al meditante la via per uscire dalla sofferenza.

Se è presente qui un guaritore per favore, con tanta compassione, prenda il mio raffreddore così fastidioso!…. No, questo non è proprio possibile, quello che invece è realizzabile è la trasformazione della sofferenza in fonte di gioia, di accumulazione di infiniti meriti. Per questo bisogna essere forti come Milarepa, Bodhidharma e San Francesco.

 

Lama Geshe Gedun Tharchin

 

Estratto da:

n. 31 rivista “DHARMA” Aprile 2009

10 dicembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Andrea Pangos
Consapevolezza
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Il testimone assoluto e la consapevolezza integrale – Andrea Pangos

Il Testimone Assoluto è Dio Immanifesto, l’Origine – Reale Identità.

Dal Testimone Assoluto traggono espressione i testimoni individuali: gli individui, le vite individuali.

Il Testimone Assoluto non percepisce, non osserva. Eterno, rende però possibile ogni testimone individuale e il suo percepire, osservare.

In quanto Origine del testimone individuale, il Testimone Assoluto lo precede e quindi Testimonia. Precede non in termini di tempospazio, ma perché da Lui spunta il tempospazio di ogni individuo.

Il Testimone Assoluto è il Senza tempo Eternamente esistente. Il testimone individuale è, invece, temporale. Ha durata, contiene il presente ed è anche il presente stesso. È portatore del proprio tempospazio, che sparisce con la sua fine: il principio individuo perdura manifestandosi in forma di ogni individuo, come singola espressione permane però una vita soltanto, che lui stesso è, dal concepimento alla morte.

Consapevolizzandosi, l’individuo può divenire consapevole del Testimone Assoluto e diventare così prova a se stesso che Dio Immanifesto è l’unica Realtà ed è la Reale Identità, il Sé Reale.

Realizzandosi, l’individuo diventa una prova lucente dell’Esistenza chiamata Dio.

Individuo, esperienza e consapevolezza

Ogni individuo produce in sé la propria esperienza di esserci, che è l’esperienza primaria e senza la quale non ci possono essere altre esperienze. La pura esperienza di esserci può essere definita come: Amore, Somma Felicità, Pace, puro Esserci Beatitudine, pura Conoscenza in essere, Beatitudine o puro io sono. Si tratta comunque di idee relative a ciò che è senza pensieri. La pura esperienza di esserci è Conoscenza che precede l’intelletto, senza il quale non ci possono essere pensieri: le idee sono esperienze che esistono perché alla base c’è l’esperienza di esserci, che è pura Conoscenza in essere.

La pura esperienza di esserci rappresenta la consapevolezza di esserci anche quando non è constatata, nel senso che non c’è la constatazione io esisto, ma anche in totale assenza di pensieri: si tratta della consapevolezza che l’esperienza di esserci ha di sé. La pura esperienza di esserci è la pura Conoscenza in essere senza pensiero e senza distinzione in conoscitore e conosciuto, quindi, in quanto Conoscenza, non può non avere conoscenza di sé. Pura Conoscenza in essere, pura esperienza di sé e pura consapevolezza di sé, sono sinonimi che indicano l’autoconoscenza primaria: la conoscenza che l’esperienza di esserci ha di sé, vale a dire l’esperienza che la Conoscenza in essere ha e fa di sé. Ogni aspetto del nostro essere consapevoli si basa sull’esperienza che noi in forma di pura esperienza di esserci abbiamo di noi stessi pura esperienza di esserci.

La consapevolezza di esserci si estende in tutto il campo esperienziale dell’individuo, più precisamente è il campo esperienziale stesso: ogni esperienza fa parte della consapevolezza o esperienza di esserci. Tutto ciò che sperimentiamo, dall’Amore alle emozioni, dal Vuoto mentale ai pensieri, dalle sensazioni all’universo percepito, fa parte del campo esperienziale ed esiste grazie alla nostra esperienza di esserci: ogni nostra esperienza è un segmento vitale che noi produciamo in noi stessi grazie all’esperienza di esserci.

Il campo esperienziale può essere definito anche come campo della consapevolezza e inizia con l’esperienza di esserci e cessa con la scomparsa della stessa. In linea con i concetti di Testimone Assoluto (Origine, Dio Immanifesto) e di testimone individuale (individuo, vita) il campo esperienziale può essere chiamato testimonianza individuale. Il confine primario del campo esperienziale è quindi l’esperienza di esserci, mentre il confine ultimo è rappresentato dalle esperienze sensoriali, che fanno comunque parte dell’esperienza o consapevolezza di esserci. L’esperienza di esserci esiste comunque a prescindere della percezione, cioè dall’attività sensoriale, che è un’espressione e una forma dell’esperienza di esserci.

La consapevolezza di esserci si svolge attraverso tre stati abituali: sonno profondo, sogno e stato di veglia, e uno non usuale: la Consapevolezza integrale.

La consapevolezza di esserci, durante:

- il sonno profondo è tanto silente da non essere riconosciuta;

- il sognare è più attiva, ma è riconosciuta soltanto nel caso di sogno lucido (so che sto sognando);

-lo stato di veglia è ancora più attiva, ma è riconosciuta soltanto parzialmente. La veglia della testimonianza poco consapevole è uno stato di sonnolenza, sopratutto perché offuscata da onanismo intellettivo ed emotivo.

Quasi paradossalmente, la consapevolezza di esserci, che è la base di ogni forma di consapevolezza (rendersi conto, riconoscere), può essere anche inconscia, non riconosciuta. Essendo l’Amore la pura esperienza di esserci è lecito affermare che la consapevolezza di esserci è conscia, riconosciuta, nella misura in cui Amiamo. Più siamo lontani dall’Amare più la consapevolezza di esserci è celata, inconscia, non riconosciuta.

La consapevolezza di esserci scompare definitivamente con la morte. Durante la vita non c’è soltanto durante l’Estinzione, quando cessa temporaneamente e allora l’individuo esiste privo di esperienza di di sé.

Consapevolezza esperienziale e non esperienziale

La consapevolezza, cioè la conoscenza, può essere esperienziale o non esperienziale.

La conoscenza esperienziale è l’esperienza che il campo esperienziale ha di sé integralmente oppure di parti di sé, per esempio delle esperienze definite: corpo fisico, universo, tempo-spazio, sensazioni, emozioni, pensieri, vibrazioni-energie… La consapevolezza esperienziale può quindi essere integrale o parziale.

La Consapevolezza integrale

La Consapevolezza integrale è il Vuoto mentale nobilitato dal Discernimento del Reale dall’irReale, cioè dalla conoscenza che ogni esperienza è irReale.

La Consapevolezza è integrale quando il campo esperienziale fa esperienza integrale di sé come Pace, pura Conoscenza di esserci, Amore, Beatitudine, Somma Felicità. Libero dall’identità immaginata il campo esperienziale si conosce da una prospettiva globale caratterizzata dall’Amore. La Consapevolezza integrale è dell’individuo (senza la vita non ci può essere esperienza), ma è libera dall’identificazione con l’individualità.

La Consapevolezza integrale può essere definita come Ego Divino (Amore) applicato all’intero campo esperienziale. Alcuni confondono l’egoismo e l’egocentrismo con l’ego e pensano che l’ego sia un fenomeno solamente negativo e che deve essere eliminato. Questa visione in bianconero può essere un grande ostacolo per la consapevolizzazione, anche perché può produrre conflitti con l’ego, che sono comunque conflitti di segmenti dell’ego con altri segmenti dell’ego stesso. L’ego può essere più o meno salutare, anche la parte di noi che stimola la consapevolizzazione fa parte dell’ego, che è il punto focale dell’esperienza di esserci. L’ego che si forma dall’identificazione con il limitato (corpo fisico, emozioni, pensieri…), perché si ignora l’Immenso (Amore: Identità esperienziale) e l’Infinito (Dio Immanifesto: Reale Identità), è un ego limitante. L’ego che, invece, scaturisce dall’Amare, perché ha il suo “punto” focale nell’Amore (Io Sono Amore) è un ego Immensamente Sano, è l’Amore stesso. Ego significa io e l’Amore è il puro Io esperienziale. La soluzione è guarire l’ego, non guarire dall’ego: finché c’è esperienza di esserci c’è anche ego. Voler guarire totalmente dall’ego significa voler guarire anche dall’Amore, cioè voler guarire dalla Salute, il che è impossibile finché vita permane.

Durante la Consapevolezza integrale non si conosce ogni specifico segmento del campo esperienziale, conoscerlo significherebbe essere consapevoli di tutti i ricordi nonché di tutte le forme che si costituiscono nella percezione. La Consapevolezza integrale è tale nel senso che il campo esperienziale è caratterizzato dall’Amore come unica esperienza, questo significa che tutto ciò di cui si fa esperienza è l’Amore: l’Amore riconosce se stesso in ogni segmento del campo esperienziale. L’espressione tutto ciò di cui fa esperienza è l’Amore, non dovrebbe essere intesa in modo fuorviante: non c’è un io particolare a fare esperienza, è sempre la consapevolezza a fare esperienza di sé.

Nel senso stretto del termine, la Consapevolezza integrale è un’esperienza egualitaria, nel senso che non c’è differenziazione qualitativa tra conoscitore e conosciuto, c’è soltanto pura Conoscenza in essere (Amore) che fa esperienza di sé. Nel senso più ampio del termine e meno qualitativo del fenomeno, la Consapevolezza integrale può essere anche unitaria, nel senso che non c’è Conoscenza in essere senza distinzione qualitativa in conoscitore e conosciuto, ma c’è, appunto, la differenziazione in conoscitore e conosciuto, contraddistinta comunque dall’esperienza di unità.

La pura Consapevolezza integrale è un’esperienza senza pensieri. La Consapevolezza integrale intesa nel senso più ampio del fenomeno è, invece, caratterizzata dai pensieri, che comunque non sono superflui e scaturiscono dal Vuoto mentale.

La Consapevolezza integrale può essere con consapevolezza del mondo, quando la percezione contraddistinta dall’Amore produce in sé l’esperienza chiamata mondo, oppure senza consapevolezza del mondo, quando l’attività sensoriale non è attiva e l’unica esperienza  è la pura esperienza di esserci.

Consapevolezza parziale

La consapevolezza parziale c’è quando il campo esperienziale è consapevole soltanto di parti di sé, perché condizionato dall’identità immaginata, a causa della quale invece di esserci una prospettiva conoscitiva globale (Consapevolezza integrale), c’è un punto di osservazione ristretto (conoscitore limitato relativo al segmento di identità immaginata che sta predominando in quel momento), che può essere consapevole soltanto di alcuni segmenti del campo esperienziale, immaginandoli separati (percezione frammentata) tra loro e da lui stesso, che pensa di essere il fulcro dell’attività conoscitiva.

Conoscenza esperienziale

Nella conoscenza esperienziale la sperimentazione e la conoscenza dell’oggetto coincidono: il campo esperienziale fa esperienza della forma che conosce, essa è un suo segmento.  Ogni nostra esperienza è un’esperienza che facciamo in noi stessi, il nostro campo esperienziale è sempre in noi, non può essere esteriore.

Percepire il mondo, nel senso di percepire un mondo esistente a prescindere dalla percezione, è una definizione approssimativa basata sull’idea che il mondo percepito sia esteriore, mentre è interiore perché si costituisce nella percezione. Non esiste la percezione del mondo, ma una percezione che produciamo in noi stessi e che definiamo mondo. Non esiste la separazione conoscitore1-conosciuto, sono ambedue aspetti del campo esperienziale; ognuno fa esperienza del proprio mondo.

La conoscenza non esperienziale

Possiamo essere consapevoli di altri aspetti della Totalità, ma possiamo fare esperienza soltanto di ciò che fa parte del nostro campo esperienziale, più precisamente il nostro campo esperienziale fa esperienza di sé. La conoscenza non esperienziale è indiretta, nel senso che è la consapevolezza riguardo a elementi che non si producono nel nostro campo esperienziale: altri individui, Coscienza Originale, Reale Identità…

Nella conoscenza non esperienziale conosciamo l’oggetto conosciuto senza però poterne fare esperienza. Per esempio:

- si può essere consapevoli delle emozioni e idee altrui, ma non percepirle. La percezione di emozioni e di idee definite come altrui è la sperimentazione di impressioni che si formano in noi, anche come conseguenza dell’influsso di emozioni e idee prodotte da altri. Si tratta di un modo di percepirsi della nostro campo esperienziale elaborandosi condizionato da emozioni e idee altrui. Affermare di percepire le emozioni e i pensieri altrui, è simile all’asserire di percepire direttamente le identiche immagini percepite da altri, prodotte da altre percezioni in loro stesse.

-la percezione “del corpo fisico altrui” non è una sperimentazione del corpo fisico altrui,  ma un’elaborazione che avviene in noi, relativa ai processi del corpo fisico altrui. Il corpo fisico altrui non si può toccare, vedere… Come tutte le percezioni, la visione e il tatto sono esperienze interiori.

Testimoniare

Testimoniare significa osservare ciò che accade nel campo esperienziale: immagini, emozioni, pensieri, sensazioni… Si tratta di un osservarsi del campo esperienziale, sia il conoscitore che il conosciuto sono sue parti.

Tranne che durante il sonno profondo e l’Estinzione, il testimoniare c’è sempre, nel senso che i fenomeni vengono percepiti costantemente. Consapevolizzarsi significa anche aumentare la qualità del testimoniare, divenire cioè sempre più consapevoli delle forme che si creano nel campo esperienziale, sopratutto delle emozioni e dei pensieri, per favorire la comparsa del Vuoto mentale.

La qualità del testimoniare può essere definita generalmente oppure relativamente a un dato momento o circostanza. Per esempio, si possono testimoniare qualitativamente i processi riguardanti il lavoro (che chiaramente appaiono in noi stessi), mentre non si riesce ad osservare come dovuto il rapporto con i genitori (che dalla nostra prospettiva è, chiaramente, un’esperienza interiore relativa alle nostre proiezioni definite padre e madre). Oppure, si possono testimoniare con qualità i processi concernenti il rapporto di coppia, ma non quelli al rapporto con il fratello.

Di solito, è più facile maturare l’osservazione qualitativa in un campo piuttosto che in un altro. La qualità in un ambito specifico dipende primariamente da quanto sono stati consapevolizzati i processi relativi alla sfera in questione: lavoro, famiglia, rapporto di coppia, tempo libero… Avvicinarsi alla massima qualità di testimonianza di ogni aspetto della vita è un indicatore chiaro che il nostro esserci si sta integrando con qualità.

L’ambito di testimonianza più qualitativo è l’Alternanza tra il Vuoto mentale e l’Estinzione, anche se durante l’Estinzione l’osservazione cessa perché si estingue temporaneamente l’esperienza di esserci. Più si è vicini ad Amare e a rendere possibile l’Estinzione, maggiore è la qualità del testimoniare. Più il conoscitore è vicino a vibrare d’Amore più il mondo da lui proiettato è vicino a vibrare come Amore; maturando il conoscitore si volge sempre più verso l’Origine (Testimone Assoluto), ritrae così il mondo in sé per farlo apparire nella pura Conoscenza in essere e rendere possibile l’Estinzione.

Testimonianza e distacco

Testimoniare con qualità non significa essere distaccati. Anzi, dissolve l’abbaglio che ci possa essere distacco, nel senso di separazione. Consapevolizzandosi, il campo esperienziale si avvicina a scoprire che tutto ciò di cui fa esperienza (spazio, tempo, avvenimenti, “altri”, emozioni, pensieri…) sono sue forme prodotte da lui stesso e quindi non possono mai essere scisse le une dalle altre. In sostanza, non si tratta di varie “cose”, ma del campo esperienziale che si percepisce in forme diverse.

Il distacco spirituale è il Vuoto mentale caratterizzato dalla piena certezza che ogni percezione è irReale. È distacco nel senso che si continua a produrre Pace a prescindere da ciò che accade, anche perché ciò che avviene accade nella Pace chiamata anche Vuoto mentale.

Tra l’altro, l’osservare consapevole:

- neutralizza l’immaginare la separazione da altri, dal mondo e da Dio.

- non porta alla passività, al fatalismo o all’arrendevolezza, ma matura la risolutezza, la visione chiara e fa agire in modo più determinato, incisivo ed efficace, anche perché stimola la disidentificazione dall’agente immaginario (identità immaginata) e sollecita ad agire in modo sempre più globale.

Maturare la capacità di testimoniare

La maturazione della capacità di testimoniare porta:

- a consapevolizzare l’unità tra il “conoscitore” e il conosciuto,

- a maturare l’eguaglianza tra “conoscitore” e conosciuto, fino al punto in cui scompare la distinzione tra conosciuto e conoscitore, perché si manifesta la pura Conoscenza in essere, senza distinzione, appunto, in “conoscitore” e conosciuto.

- alla loro temporanea Estinzione.

Questa è anche la mappa essenziale del percorso spirituale. L’aumento della frequenza e della durata di questi tre stati (1. esperienza di unità, 2. eguaglianza/pura Conoscenza in essere e 3. Estinzione) rappresenta la sostanza del progresso spirituale. Ignorare ciò, è uno dei motivi fondamentali per cui molti cercano tanto senza scoprire nulla di veramente essenziale.

La capacità di testimoniare con qualità è uno dei maggiori indicatori di maturità spirituale. Per testimoniare qualitativamente, l’individuo poco consapevole deve sforzarsi molto e può riuscirci soltanto per periodi brevi, alcuni secondi o al massimo qualche minuto. Consapevolizzandosi può però testimoniare sempre meglio e con meno sforzo, fino ad arrivare al Vuoto mentale che testimonia super qualitativamente e senza sforzo, quando le vibrazioni di eventuali emozioni e pensieri si coordinano automaticamente con le vibrazioni portanti del Vuoto mentale.

Per migliorare la qualità del testimoniare bisogna migliorare la qualità dei processi interiori ed esteriori.

Il miglioramento interiore consiste nell’aumento della qualità del campo esperienziale in generale. Si ottiene anche:

- aumentando la qualità delle vibrazioni del conoscitore, maturando la sua capacità di osservare consapevolmente, di trasformare le emozioni negative in positive, di liberarsi dai pensieri ostacolanti, di lasciar fluire i processi, di tendere ad Amare a prescindere da ciò che accade, di tenere l’attenzione volta verso il confine tra l’esperienza di esserci e la sua assenza…

- tramite l’influsso positivo sul conosciuto da parte del conoscitore; una maggior qualità vibrazionale del conoscitore accresce quella del conosciuto.

Tutto ciò che percepiamo è un nostro processo interiore, ma è comunque condizionato da fattori “esterni”. Migliorare i processi esteriori significa rendere le circostanze vitali più funzionali alla Realizzazione integrale. Si tratta in sostanza del conoscitore che migliora la qualità del mondo, che lui stesso proietta: eliminando il superfluo, aumentando la qualità delle frequentazioni, ottimizzando il lavoro, migliorando la qualità dei rapporti, consapevolizzando la vita sessuale… La qualità della vita migliora automaticamente con la consapevolizzazione, ma alcuni miglioramenti possono essere anticipati decidendo di eliminare il nocivo e il superfluo, per far spazio all’utile per la Realizzazione.

Testimoniare il corpo fisico

Testimoniare il corpo fisico significa osservare l’esperienza definita corpo avvenire in noi stessi. Questo testimoniare è:

- ingannevole, quando il corpo è percepito come (se fosse) reale e si pensa che il corpo sia  il sé reale: io sono (soltanto) il corpo, oppure in realtà, sono il corpo;

- veritiero, quando c’è la consapevolezza che il corpo:

• è un aspetto irReale di noi stessi individuo, quindi dell’esprimersi di Noi Stessi Assoluto;

• appare in noi stessi, nel nostro campo esperienziale;

• non è veramente separato da ciò che in genere è sperimentato e definito come mondo esterno.

Testimoniare il corpo fisico è spesso definito come osservare se stessi, ma questa espressione andrebbe intesa come: io individuo osservo un aspetto di me individui, un segmento dell’espressione di Me Assoluto. Se invece è inteso come: sto osservando me stesso, perché io sono (soltanto) il corpo fisico, allora è un ostacolo per la consapevolizzazione, perché potenzia l’abbaglio che il corpo sia il sé reale.

Alcune delle funzioni del testimoniare in modo consapevole il corpo fisico sono:

- eliminare i meccanismi comportamentali nocivi, i modelli di reazione ostacolanti l’Amore;

- aiutare la disidentificazione dal corpo fisico, senza però rigettarlo come qualcosa di negativo, attraverso la comprensione che va utilizzato in funzione della Realizzazione Integrale;

- consapevolizzare come l’esperienza chiamata corpo fisico appare con l’attività sensoriale e scompare con la sua cessazione;

- maturare la capacità di concentrarsi;

- trasformare la negazione del corpo fisico (io non sono il corpo fisico, che è un peso per me), in accettazione consapevolizzante del corpo (il corpo è un aspetto di me individuo e un segmento dell’espressione di Me Assoluto);

- integrare i processi emotivi e intellettivi con quelli fisici, il che permette un maggior radicamento (che non è attaccamento) nella materia.

Durante il Vuoto mentale il corpo è sperimentato come sottile forma irReale che appare nell’Amore.

Per facilitare la maturazione della testimonianza del corpo fisico possono essere utilizzate le seguenti richieste:

- Chiedo la rimozione degli ostacoli per testimoniare il corpo fisico.

- Mi apro a consapevolizzare il corpo fisico in me.

-Sono aperto/aperta a maturare la capacità di osservare l’esperienza chiamata corpo fisico.

-Chiedo l’eliminazione dell’attaccamento all’esperienza corpo.

- Abbandono all’Origine l’esperienza corpo fisico.

- Mi apro a consapevolizzare le vibrazioni corporee.

Testimoniare le proprie emozioni e idee

Testimoniando qualitativamente le proprie emozioni e idee si consapevolizzano e si riduce  l’inseguirle e subirle.

Il testimoniare di massima qualità è il Vuoto mentale, che è Amore testimoniante la propria presenza nell’intero campo della consapevolezza.

Nel senso stretto del fenomeno, il Vuoto mentale è senza pensieri e senza emozioni: c’è solamente Amore. Nel senso ampio del fenomeno, invece, ci possono essere anche pensieri ed emozioni. In quest’ultimo caso:

- le emozioni (gioia, compassione, coinvolgimento positivo…) sono testimoniate con qualità. Si osserva quietamente la loro formazione, durata e fine, nonché l’intervallo tra l’emozione appena finita e quella che andrà a manifestarsi;

- le vibrazioni dei pensieri sono in armonia con la vibrazione dell’Amore e si può osservare, con piena chiarezza, l’intervallo tra i pensieri e come questi si formano, durano e scompaiono, praticamente senza turbare il Vuoto. Durante l’intermezzo tra la cessazione di un pensiero e la comparsa di un altro, si sperimenta la pura Conoscenza esente da pensieri. Si può così maturare la certezza che lo stato esperienziale primario è senza pensieri e che quindi esistiamo a prescindere dal pensiero. Questo diminuisce la dipendenza dal pensiero caratteristica per l’individuo poco consapevole, che associa spesso l’esserci alla presenza di pensieri. Penso dunque sono è un’affermazione veritiera, perché senza l’esperienza di esserci non ci possono essere pensieri, ma:

- l’esperienza di esserci c’è anche senza pensieri, esiste a prescindere dall’attività intellettiva;

- l’individuo c’è anche durante il sonno profondo (durante il quale l’esserci è silente) e l’Estinzione (durante la Quale l’esserci cessa temporaneamente).

• Inoltre:

o il puro esserci (Amore) implica l’assenza di pensieri, e

o come Assoluto si precede se stessi individuo e quindi il proprio esserci.

L’osservazione illuminante delle emozioni e dei pensieri può essere fatta durante:

- la meditazione dinamica2, quando si osservano durante le attività quotidiane,

- il sonno consapevole, che può essere stimolato con la richiesta, da fare prima di addormentarsi: Mi apro a consapevolizzare le emozioni e i pensieri durante il sonno.

- la meditazione appartata, per esempio con i due esercizi che seguono.

Meditazione per consapevolizzare i pensieri

1) Dedico questa meditazione al Vuoto mentale.

Visualizzazione: terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno.  Tempo: 1’-2’

2) Mi apro alla meditazione massima.

Visualizzazione: la testa. Tempo: 2’-3’

3) Mi apro a consapevolizzare i pensieri.

Visualizzazione: terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: minimo 10’. Durante la meditazione:

a) indirizzare i pensieri verso il terzo occhio,

b) poi, testimoniare come i pensieri si creano, durano e scompaiono,

c) a seguire, consapevolizzare l’intervallo tra un pensiero e l’altro,

d) infine, prolungare al massimo gli intervalli, sino allo stato senza pensieri.

Meditazione per consapevolizzare le emozioni

1) Dedico questa meditazione all’Amore.

Visualizzazione: il quarto chakra.  Tempo: 1’-2’

2) Mi apro alla meditazione massima.

Visualizzazione: la testa. Tempo: 2’-3’

3) Mi apro a consapevolizzare le emozioni.

Visualizzazione: il quarto chakra. Tempo: minimo 10’. Durante la meditazione:

a) indirizzare le emozioni verso il “centro” del quarto chakra,

b) poi, testimoniare come le emozioni si creano, durano e scompaiono,

c) a seguire, consapevolizzare l’intervallo tra un’emozione e l’altra,

d) infine, prolungare al massimo questi intervalli, sino ad arrivare allo stato in cui l’Amore è l’unica esperienza.

In ambedue le meditazioni si possono saltare i passaggi a), b), c) e d), nel senso che se dopo la terza richiesta c’è già il Vuoto mentale, questo va mantenuto e non turbato con ulteriori operazioni. Così pure se c’è già lo stato del punto c), non si fanno i passaggi a) e b). Simile discorso vale anche se è pervenuto automaticamente lo stato del punto b).

Testimoniare il tempo-spazio

Affermare la verità il tempo e lo spazio sono in me, può sembrare irrazionale. Invece, è irragionevole affermare mi trovo nel tempo e nello spazio, che è un’affermazione basata sull’errata identificazione con il corpo. La logica comune è molto spesso irrazionale, ma sembra razionalità perché esprime credenze comuni assimilate in modo dogmatico, nate dal non aver riflettuto sufficientemente a fondo sulla loro “veridicità”.

Ogni individuo testimonia il proprio tempospazio, perché appare sempre in lui. Osservando in modo illuminante può maturare la certezza:

- che come Assoluto Si è l’Origine del tempo e dello spazio.

- che siccome il tempo e lo spazio sono percepiti dal campo esperienziale, che è in noi individuo:

• non ci troviamo nel tempo-spazio, che è, appunto, in noi individuo;

• come individui siamo anche il tempo-spazio;

• che il tempo-spazio è individuale, nel senso che ogni individuo ha il proprio tempo-spazio, che viene a essere con il concepimento e scompare definitivamente con la morte. Non si viene al mondo, è il nostro mondo a venire ad essere con noi nel momento della fecondazione, la quale è un “vero e proprio” Big Bang: l’inizio di un nuovo universo individuale. Maturare la conoscenza riguardo al proprio universo individuale fa crollare le credenze e i convincimenti basati sulle false convinzioni: che c’è un unico universo in cui vivono tutti, che tutti percepiscono lo stesso universo e che questo universo esiste anche senza il conoscitore.

L’attimo del concepimento, che avviene nel tempo-spazio dei genitori, fa parte dell’avviamento di processi che permettono l’espressione di nuove vibrazioni (di un nuovo individuo) e quindi di un nuovo tempo-spazio (quello del neoconcepito), come manifestazione dell’Assoluto.

Tutte le vibrazioni ed energie dell’individuo, quindi anche tutto il suo tempo-spazio e i cosiddetti corpi sottili, iniziano a formarsi con il suo concepimento. Ciò che Precede l’individuo, cioè l’Assoluto, non è vibratorio. È proprio il concepimento a stimolare l’espressione di un’entità vibratoria (individuo) da uno stato non vibratorio (Assoluto).

La maturazione della testimonianza qualitativa del tempo-spazio può essere favorita:

- dalle richieste: Mi apro a consapevolizzare il tempo-spazio in me, e Mi apro a scoprire l’Origine del tempo-spazio.

- dall’abbandonare il tempospazio all’Origine: Abbandono il tempo e lo spazio a Dio Immanifesto.

- dall’affermazione, relativa alla Reale Identità e non all’individuo, espressa in modo illuminante: Sussisto Origine del tempo-spazio.

- dalle domande poste in modo illuminante: A chi appare il tempo-spazio? Il tempo passa, oppure è fermo e soltanto sembra passare? Dove e a chi avviene? Esiste senza un conoscitore? Esiste uno spazio interiore e uno esteriore, oppure è tutto interno all’esperienza di esserci? Cosa ci fanno il tempo e lo spazio in me? A chi appare il corpo? Chi lo percepisce? Dove appare? Dove appare il mondo?  A chi? Chi ne fa esperienza? Cercando risposte veritiere a queste domande, si apre la porta a constatazioni profondamente logiche, per esempio che:

• il corpo e il mondo appaiono in noi stessi, sono nostri modi di fare esperienza di sé individuo;

• non ci può essere alcuna separazione tra il corpo e il mondo, sono ambedue aspetti della percezione;

•il corpo percepito non è il vero conoscitore inteso come Conoscenza in essere, la quale esigecomunque il corpo, più precisamente i processi vitali che rendono possibile l’esperienza chiamata corpo (la pura esperienza di esserci ci può essere anche senza l’esperienza chiamata corpo, ma esige comunque l’individuo e i suoi processi vitali; l’esperienza corpo non va confusa con il corpo vero e proprio che precede la percezione chiamata corpo).

Si tratta di conclusioni profondamente razionali alle quali si può giungere, anche senza una grande maturità spirituale, con un profondo ragionamento veritiero sulla percezione, per esempio:

- Visto che il mondo che percepisco appare nella percezione, è impossibile che sia esteriore, esterno a me.

- Dato che il corpo appare a me, nella mia percezione, il corpo fa parte di me.

- Siccome sia il corpo sia l’universo che percepisco avvengono nella mia percezione non ci può essere alcuna separazione tra il corpo e l’universo. Un modo per giungere a questa verità è cercare in modo illuminante il (presunto) confine tra corpo e mondo “esteriore”, anche trasbordando dal concetto confine al termine nesso.

- Siccome l’universo appare in me, come individuo sono anche l’universo percepito.

- Dato che l’universo percepito è una questione di percezione, non può esistere un universo “esteriore” uguale a quello che percepisco. Gli individui producono e percepiscono l’universo in modo molto simile tra loro, perché: il software di elaborazione (percezione) e quasi uguale per tutti e perché le fondamenta dell’universo sono i processi della Coscienza Originale, che è una e ogni individuo è una Sua espressione.

- Dato che tutto lo spazio che percepisco è in me: Dov’è il fuori, l’esterno?, Cos’è, c’è?

- Poiché tutto il tempo che percepisco è una mia percezione, non può esserci senza di me. Allora, esiste il prima di me? Per chi?

Queste riflessioni possono portare a volgersi talmente verso l’Origine da far immergere  completamente il conosciuto nel conoscitore e far cessare le esperienze chiamate corpo e universo. Così può essere sperimentato integralmente il “nocciolo dell’esperienza di esserci”, il quale è vibrazionale e contiene il potenziale dell’universo materiale, che si presenta come tale con l’attivazione dei cinque sensi. Questo fa comprendere che la pura esperienza di esserci (stato vibrazionale) è più “reale” della materia, perché ciò che è percepito come materia, alla base è vibrazione. Riapparsa l’esperienza di esserci, dopo essere scomparsa con l’Estinzione,  si può comprendere che anche questo stato vibrazionale è irReale e che l’Origine (Testimone Assoluto, Dio Immanifesto) è l’unica Realtà.

La mancanza di Presenza integrale ora-qua rende la percezione e l’idea che il tempo scorra dal presente verso il futuro, formando così il passato. Invece, esiste soltanto il presente, che originariamente è Amore.

Il tempospazio del puro Vuoto mentale è “unidimensionale”, nel senso che il conoscitore è eguale al conosciuto. Meno il tempo è percepito come (se fosse) tripartito in passato, presente e futuro, meno lo spazio è sperimentato come (se fosse) “diviso” in altezza, larghezza e profondità.

Oltre che con le richieste, domande e affermazioni elencate poco prima, questo processo di consapevolizzazione può essere favorito con il seguente esercizio meditativo per la liberazione dal passato e dal futuro:

1. Dedico questa meditazione alla Presenza integrale.

Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: 1’-2’

2. Mi apro alla meditazione massima.

Visualizzazione: testa. Tempo: 2’-3’

3. Mi apro alla riprogrammazione del passato.

Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: minimo 3’

4. Mi apro a eliminare le cause delle aspettative.

Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: minimo 3’

5. Abbandono il passato e il futuro al Presente.

Senza visualizzare. Tempo: minimo 3’

6. Chi vuole liberarsi dal passato e dal futuro?

Senza visualizzare. Tempo: minimo 3’

Ci si pone la domanda Chi vuole liberarsi dal passato e dal futuro? e si favorisce lo svuotamento da emozioni e pensieri.

Altre espressioni utili:

- Mi apro a consapevolizzare il Presente.

- Chi sta consapevolizzando il Presente, come?

Testimonianza del Vuoto mentale

La testimonianza del Vuoto mentale è il Vuoto mentale che si autoosserva. Si tratta dell’osservarsi dell’Amore che sperimenta se stesso nell’intero campo della consapevolezza. Quando il Vuoto mentale è nobilitato dalla consapevolezza di essere egli stesso irReale, perché soltanto l’Origine (Testimone Assoluto, Dio Immanifesto) è Reale, il Vuoto mentale può essere definito anche come Consapevolezza integrale.

Il Vuoto mentale è anche un’ottima base per orientarsi a consapevolizzare il “punto” in cui compare e scompare l’esperienza di esserci e favorire così l’Estinzione.

Testimoniare il punto esperienziale primario

La consapevolizzazione del “nesso-confine” tra l’esperienza di esserci e la sua assenza, è uno dei processi fondamentali dell’integrazione dell’esserci. Il ricercatore saggio punta direttamente l’attenzione su questo “punto” esperienziale primario (di Ciò che lo precede non può essere fatta esperienza). Tendendo a consapevolizzare questo nesso-confine si concentra sull’essenziale, stimola la trasformazione qualitativa di altri suoi segmenti e rende il suo percorso spirituale un tragitto sempre più sostanziale.

Tendere direttamente a consapevolizzare il “punto” esperienziale primo e ultimo, è anche la via diretta verso il Discernimento del Reale dall’irReale, cioè la piena consapevolezza che il Testimone Assoluto (Dio Immanifesto, Origine, Reale Identità) è l’unica Realtà, mentre la manifestazione esiste solamente come illusione: Mi apro a scoprire il punto esperienziale primario.

Maturare la testimonianza indiretta

Nessuno ha mai visto veramente la propria madre, nessuno ha mai abbracciato altri, nessuno ha mai sentito i Beatles, soltanto Bob Marley ha sentito Bob Marley.

Solamente Bob Marley ha potuto percepire direttamente la propria voce (percezione dell’individuo Marley che percepisce la voce di Marley). Gli altri, più precisamente le altre percezioni, hanno sentito la propria elaborazione di alcuni processi stimolati dal cantare di Bob Marley.

Per quanto riguarda i Beatles non hanno sentito nemmeno loro stessi. Ognuno dei quattro ha udito in sé un’elaborazione di ciò che è definita musica dei Beatles. Ha sentito: direttamente un quarto dei Beatles (la parte della band rappresentata da lui stesso) e indirettamente gli altri tre quarti della band, elaborando nella propria percezione i processi stimolati dai suoi tre compagni.

Abbracciare altri significa prendere tra le braccia segmenti di se stessi. L’abbraccio avviene nella propria percezione. In un abbraccio tra due persone ci sono due abbracci, uno per partecipante. Ognuno fa l’esperienza abbraccio nel proprio mondo, nel proprio campo esperienziale.

Percepire la propria madre significa elaborare dei processi relativi a lei, non vuole dire sperimentarla direttamente. Nella percezione appare una figura che è definita madre, che è una proiezione del conoscitore sullo schermo del conosciuto, è un gioco del campo esperienziale con con sé in sé.

Chi è attaccato (tra l’altro: Chi è questo chi?) all’idea sbagliata di percepire un mondo veramente esteriore, può reputare negativo il fatto che non si può veramente abbracciare l’altro o percepire la propria madre. Invece, non si tratta di un qualcosa di negativo, ma di un’impossibilità del tutto naturale. Negativo, perché abbagliante, è ritenere che il mondo percepito sia esteriore. Quasi paradossalmente, nonostante non ci sia alcuna separazione, è impossibile fare esperienza di altri.

Può essere veramente difficile far crollare i convincimenti che si basano sul convincimento che il mondo percepito è veramente esteriore, ma l’idealizzazione della vita impossibilità la vita vera. Immaginare l’esistenza di un mondo esteriore può anche fare comodo a chi (chi è questo chi?) vuole addossare ad altri le colpe del proprio malessere, ma per maturare il BenEssere dell’Amore è necessario assumersi la responsabilità del proprio mondo, migliorandone la qualità e accettando pienamente l’umanità percepita come propria illusoria proiezione. Immaginare l’esistenza di un mondo veramente esteriore impedisce inoltre la scoperta che la propria sofferenza e felicità sono sostanzialmente mali/beni del prodotto interno, non prodotti importati.

Scoprire che il cosiddetto mondo “esterno” è dentro di noi fa crollare l’abbaglio di poter incontrare veramente qualcuno. Si può incontrare solo se stessi (l’esperienza di esserci è in perdurante meeting con sé) e si è sempre soli con se stessi. Essere pienamente consapevoli di questa solitudine significa essere in compagnia di tutti: la piena percezione dell’esperienza di esserci di essere sempre sola con se stessa le fa sperimentare la compagnia di ognuno. Il senso di vuoto, nel senso di perdita, conseguente a un abbandono, alla fine di un rapporto, alla morte di una persona cara…, è causato dalla scomparsa del proprio segmento percettivo rappresentante quella persona. L’unica vera soluzione, per colmare compiutamente il vuoto emotivo lasciato dalla scomparsa di “qualcuno” è rendere il campo esperienziale vuoto di ogni percezione di separazione, rendendolo integralmente Amore.

Testimoniare le emozioni e idee altrui

Durante il testimoniare non abbastanza qualitativo:

- il conoscitore proietta i propri contenuti su ciò che conosce. Dunque, anche su ciò che percepisce come altri individui, immaginando che facciano parte di un mondo esteriore.

- la percezione è in gran parte diversa dalla Pace ed è automaticamente in conflitto anche con gli altri, c’è ostilità tra i vari segmenti del campo esperienziale.

- la testimonianza non è integralmente Amore e può provare verso gli altri emozioni distruttive, perché costituisce in sé un mondo che non vibra di Amore.

Soltanto il Vuoto mentale, cioè l’Amore, può avere una visione chiara delle emozioni e dei pensieri altrui, essendo privo di proiezioni ne può essere nitidamente consapevole. Il vuoto mentale è anche un grande aiuto per gli altri, perché i loro processi sono trasformati positivamente dal suo ascolto Silente: più la consapevolezza è integrale meglio testimonia le emozioni e le idee altrui, influendo beneficamente sulla loro trasformazione positiva.

Affrancata da ogni conflitto, compiutamente Amore e pienamente consapevole dell’unità, la Consapevolezza integrale non ha nemmeno la possibilità di proiettare i propri contenuti su altri, poiché è anche eguaglianza, o perlomeno unità, del conoscitore e del conosciuto, non sperimenta la molteplicità (nel senso di separazione tra i vari elementi del mondo percepito) ed è consapevole che tutto ciò percepisce sono suoi contenuti. Inoltre, l’Amore non può essere proiettato perché implica l’assenza di uno schermo (su cui proiettare) diverso dallo spettatore: quando si Ama il campo esperienziale è tutto Amore ed è caratterizzato dall’uguaglianza tra soggetto conoscitore, atto conoscitivo e oggetto conosciuto 3.

La Coscienza Originale e il Testimone Assoluto testimoniano senza esperienza

Ogni esperienza riguarda l’individuo e trova fondamento nella sua esperienza di esserci, mentre la Coscienza Originale e la Reale Identità testimoniano senza esperienza.

Il concetto di coscienza che testimonia, spesso utilizzato, va inteso come segue. Quando la parola coscienza è utilizzata per indicare:

- la consapevolezza di esserci, va compreso come Vuoto menale che osserva quietamente l’eventuale formazione di emozioni e pensieri;

- la Coscienza Divina, va interpretato come testimonianza della Coscienza Originale, che c’è sempre, a prescindere dalle esperienze prodotto e quindi sperimentate dall’individuo.

Il concetto Assoluto che testimonia andrebbe, invece, inteso in due modi:

- come Eterna Presenza dell’Assoluto testimoniante la manifestazione in quanto sua Origine. In questo senso l’Assoluto può essere considerato come una specie di “prospettiva Suprema” (questa è comunque soltanto un’idea: l’Assoluto precede ogni prospettiva, non esiste alcuna prospettiva Assoluta o dell’Assoluto).

-come Alternanza tra l’Estinzione e la Consapevolezza integrale, anche perché la Consapevolezza integrale è caratterizzata anche dalla certezza, illuminata dall’Amore, di essere un’espressione irReale dell’Assoluto.

L’Assoluto non sperimenta né se stesso, né la Coscienza, né gli individui.

La Coscienza Originale non fa esperienza né di sé, né dell’Assoluto, né degli individui.

L’individuo, più precisamente il suo campo esperienziale, fa esperienza esclusivamente di se stesso. Non può sperimentare né la Coscienza né l’Assoluto, ma può diventare consapevoli della loro esistenza.

Tu testimone individuale puoi essere più o meno consapevole.  Tu Testimone Assoluto precedi la consapevolezza di esserci, sei pura Consapevolezza senza esperienza.

Testimoniare la Coscienza e il Testimone Assoluto

Testimoniare la Coscienza Originale e l’Assoluto significa essere consapevoli della loro Esistenza. Sostanzialmente, il testimoniare l’Assoluto e la Coscienza Originale è veritiero nella  misura in cui lo stato del testimoniare è prossimo all’esperienza confinante con l’assenza di ogni esperienza (confine/nesso tra esperienza di esserci e sua assenza).

Precedenti l’individuo e inspiegabili, la Coscienza Originale e il Testimone Assoluto possono essere consapevolizzati, non sperimentati, dall’individuo, anche con l’aiuto delle seguenti:

- affermazioni: Sono Dio, Sussisto Assoluto, In Realtà sono il Testimone Assoluto…

- richieste: Mi apro a consapevolizzare la Coscienza Originale; Mi apro a scoprire la Reale Identità; Mi apro a eliminare le cause degli ostacoli per l’Estinzione…

-domande: Chi sono in Realtà?; Qual è la Reale Identità?; Cos’è la Coscienza Originale?; Cos’è il Testimone Assoluto?…

14 novembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Attaccamento
Osho
Saggezza
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Teoria del Karma – Abitudine … – Osho

E che cosa è il passato? Cos’hai fatto in passato? Qualsiasi cosa tu abbia fatto, di buono o di cattivo, questo o quello, qualsiasi cosa fai crea la propria ripetizione. Questa è la “teoria del karma”. Se l’altro ieri eri arrabbiato, hai creato una potenzialità di rabbia, al punto da arrabbiarti di nuovo ieri. Per cui hai replicato la tua rabbia, le hai dato nuova energia, hai alimentato quello stato d’animo, lo hai radicato di più, lo hai coltivato. Ebbene, oggi rifarai la stessa cosa con più forza, con più energia. E domani sarai di nuovo vittima dell’ oggi.

Ogni azione che fai o anche solo che pensi di fare, ha i suoi modi di riprodursi ancora e di nuovo, perché crea un canale nel tuo essere. Comincia ad assorbire energia da te. Tu sei arrabbiato, poi quello stato d’animo se ne va e tu credi di non essere più in collera, per cui manchi l’opportunità di comprendere. Quando quell’umore se ne è andato, non è cambiato niente: semplicemente la ruota si è mossa e il raggio che era su è andato giù. Pochi minuti fa c’era rabbia alla superficie, ora è scesa nell’inconscio, nelle profondità del tuo essere. Aspetterà il suo momento per tornare di nuovo a manifestarsi. Se hai agito di conseguenza, l’hai rafforzata e quindi l’hai rimessa a nuovo. Le hai dato di nuovo un potere, un’ energia; freme come un seme sottoterra che aspetta il momento e la stagione giusta e a quel punto germoglierà.

Ogni azione si autoriproduce, ogni pensiero si autoperpetua. Quando collabori con lui, gli dai energia. Prima o poi diventerà un’abitudine. Ti comporterai in un certo modo, ma non ne sarai l’agente; agirai solo per forza d’abitudine. Si dice che l’abitudine sia una seconda natura: non è un’esagerazione. Al contrario, è un’ affermazione che sottovaluta il fenomeno! In realtà, alla fine l’abitudine diventa la prima natura e la tua natura diventa secondaria, resta solo come un’ appendice o le note a piè di pagina in un libro, mentre l’abitudine ne diventa la parte principale, il corpo del libro.

Tu vivi attraverso l’abitudine. Ciò significa che l’abitudine vive fondamentalmente attraverso di te.L’abitudine stessa permane, ha un’ energia propria; naturalmente la prende da te, dato che tu hai cooperato in passato e stai cooperando nel momento presente. Passo dopo passo, l’abitudine diventerà il padrone e tu sarai solo un servo, un’ombra. L’abitudine darà il comando, l’ordine, e tu sarai solo un servitore ubbidiente. Sarai obbligato a seguirla.

 

Tratto dal libro “Consapevolezza” (Osho)

11 novembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Alessandra Heber Percy
Sandra Heber Percy
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Rincorrersi la coda – Alessandra Heber Percy

La liberazione non è altro che la disidentificazione dal corpo e dalla mente.

Finché riteniamo di essere il corpo e gli autori delle azioni, resteremo in confusione.  Se crediamo di dover compiere delle azioni per raggiungere uno stato di beatitudine, lo sforzo stesso è l’ostacolo.

La vita, con tutti i suoi relativi alti e bassi, è parte integrante di Dio e noi non siamo i burattini ma il burattinaio; Maya stessa è L’Assoluto che gioca con l’illusione. Stabilirsi nella Verità assoluta, equivale alla fine di ogni sofferenza, anche se il gioco continua con l’alternarsi di gioie e dolori. La mente è la forte alleata di Maya e continua a ingannarci provocando reazioni e preferenze.

Ogni volta che cerchiamo la felicità negli oggetti e nelle sensazioni “esterne”, dobbiamo fare qualcosa o andare in qualche luogo per essere felici o in pace: credere in questa illusione fa sì che la mente cerchi la felicità al di fuori di noi stessi, e anche se ci viene assicurato che è dentro di noi, continuiamo a pensare di dover fare qualcosa di “spirituale” per trovarla. Questo è il potere di Maya e della mente, ed è paragonabile a colui che crede di aver perso gli occhiali e li cerca ovunque senza accorgersi di averli sul naso; quello che cerca può essere trovato solo mediante ciò che pensa erroneamente di aver perduto.

Sandra Heber Percy

Bibliografia Alessandra Heber Percy
Verso Dio ridendo – Alessandra Heber Percy
Relazioni Karmiche – Alessandra Heber Percy
Il saggio pigro – Alessandra Heber Percy
Come vivere da Dio – Alessandra Heber Percy