Se non credete che la mente si comporti come una scimmia impazzita che salta da un ramo di un albero ad un altro come punta da uno scorpione allora provate per credere.
Chiudete gli occhi per qualche minuto e cercate di concentrarvi su di un punto luminoso.
Questo punto e’ il vostro io, il vostro essere.
Per quanto tempo pensate di potervi concentrare su questo punto senza che la vostra mente non svaghi da un oggetto ad un altro?
La mente che ovviamente non e’ il vostro IO ESISTO ma un insieme di forme e colori non vi permette di concentrarvi su di un punto per piu’ di qualche secondo ecco perche’ la mente e’ stata definita una scimmia impazzita dagli yogi di tutti i tempi che hanno cercato di dominarla e non permetterle di uscire dai confini del proprio essere onde creare un perfetto parallelalismo tra mente e spirito e immergersi nell’oceano infinito chiamato anche nirvana, paradiso, samadhi, verdi praterie e altro.
Questo controllo non puo’ pervenire dallo studio o da altri insegnamenti.
Il controllo della mente puo’ avvenire solamente attraverso la pratica cosi come fece il Budda e tanti altri.
Uno puo’ studiare la storia, le filosofie varie, puo’ andare sulla luna ma solamente quando si rende conto che la conoscenza e’ interna e non esterna potra’ progredire e controllare la propria mente.
fonte http://www.spazioforum.net
Dov’è la mente? Questo è il problema principale da affrontare, la mente è invisibile, senza forma, si presenta come fenomeno psicologico, di pensiero, è l’aspetto più difficile da comprendere, non è maneggevole, eppure tutta la nostra felicità o infelicità dipendono dalla mente, per questo è fondamentale saperla riconoscere, dunque meditare.
La connessione tra la meditazione e la mente è basilare così come lo è il legame tra i concetti, l’immaginazione, i pensieri con la struttura biochimica del corpo, perché lo stato biologico condiziona inevitabilmente quello mentale.
Poiché in Europa viviamo in una società avanzata culturalmente, scientificamente, tecnologicamente, siamo in grado di analizzare i fattori biochimici del corpo e la loro influenza sullo stato meditativo, un armonico funzionamento fisiologico favorisce una buona meditazione.
E’ sorprendente constatare come alcune reazioni emotive siano determinate da precise condizioni fisiche. Nella mia cultura, nei miei studi, si tendeva a considerare esclusivamente l’aspetto mentale e psicologico degli eventi, incluse le emozioni, mentre ora sappiamo che questo non è l’unico fattore che le determina, anche il corpo ha il suo peso.
Anche nelle antiche tradizioni si riconosceva che alcune reazioni potevano sorgere su una base fisiologica, ma mancava la capacità di analizzarle scientificamente, ora invece se ne può misurare e comprovare l’influsso sullo stato mentale, emotivo e persino spirituale.
Se negli insegnamenti classici si insegna a riconoscere e distinguere le tendenze positive dalle negative e a lavorare su se stessi per trasformare le emozioni eccessive, la tecnologia moderna pare disporre di strumenti in grado di valutare il livello di infelicità o infelicità dei soggetti, di codificare ogni stato d’animo, incrociando tutte le variabili sino a poter stabilire la personalità buona o cattiva e le tendenze individuali.
Non c’è però contraddizione tra il procedimento tradizionale della mente e quello della scienza moderna, entrambe sono presenti, sia la componente più strettamente legata alla reazione fisiologica che quella emotiva elaborata su un piano mentale.
Ogniqualvolta ritorno a casa e incontro i miei genitori mi sento felice, ma quando devo lasciarli la tristezza è profonda e sul piano mentale questo è giustificato dal distacco, dalla lacerazione affettiva, ma anche sul piano biologico avvengono reazioni che spesso non sono sufficientemente prese in considerazione.
Questo è un aspetto sottile su cui ragionare per poter comprendere cosa sia in realtà la mente, quando si è felici si dice “questa è la mente”, e altrettanto quando si è infelici, ad esempio tutti parlano della telepatia, ma non è detto che si tratti di un fatto solo mentale, potrebbe dipendere anche da elementi fisici che determinano una comunicazione molecolare senza fili tra le persone. La scienza oggi offre maggiori strumenti per analizzare e comprendere questi fenomeni e prenderne atto non significa affatto entrare in contraddizione con i procedimenti tradizionali classici, al contrario, esaminando i due aspetti nella loro complementarietà sarà più facile comprendere la natura dei fenomeni, come si formano e perché.
La radice della felicità o dell’infelicità affonda in noi stessi e soltanto nella costruzione di un equilibrio, frutto dell’elaborazione mentale delle reazioni emotive, sarà possibile controllare l’aspetto biochimico affinché non divenga predominante.
Il corpo, secondo le antiche definizioni tradizionali, è costituito dai quattro elementi fondamentali: terra, acqua, fuoco e aria, differenti e tra loro in costante antagonismo, ciò rende impossibile la stabilità della materia in una condizione di quiete e di serenità; sul piano fisico il caos e la confusione sono costanti, il cambiamento è ininterrotto, lo sviluppo di un bambino è visibile giorno per giorno e altrettanto l’energia incontrollabile dell’adolescente, anche l’adulto cambia continuamente giungendo alla vecchiaia e infine alla morte, come può questo corpo, in una situazione di perenne mutamento, trovare pace, serenità, equilibrio? Impossibile, persino nelle scritture antiche si dice che se anche si vivesse in un palazzo dorato, non sarebbe possibile avere felicità e pace, anzi maggiori sono le comodità del corpo più grande è la confusione della mente.
La vera questione da affrontare è: cos’è la mente? cosa sono queste emozioni piacevoli o spiacevoli che influenzano così pesantemente il proprio stato, che natura ha tutto questo?
Sottostante a questo sentirsi bene o male, come si colloca questa aggressiva percezione di io, di essere pesantemente presente in ogni situazione eppure altrettanto indefinibile, imprendibile, che cosa è dunque questo io? è la cosa più misteriosa in noi, quando si cerca di afferrarlo scompare, ma quando non se ne ha coscienza ricompare prepotentemente. E’ un fenomeno sorprendente, come un magnifico arcobaleno ben visibile, ma se si tenta di afferrarlo non c’è nulla da ghermire.
Questo senso dell’io che ci fa dire:“io sto bene… io sto male… io sono così… io sono in un altro modo…” cos’è? da dove viene? perché è soggetto costantemente alla pressione di dover essere il migliore, in ogni aspetto fantastico, superiore?
Nell’insegnamento spirituale classico la domanda su cosa sia l’io in tutte le sue manifestazioni è fondamentale.
Potremmo considerare questa presenza prepotente e manifesta fin dalla nascita come il peccato originale, ovunque si vada si è protetti dalla maschera di questo io.
Se subiamo un’aggressione non diciamo: il corpo è stato battuto, il braccio è stato spezzato, la testa ha ricevuto percosse, ma: mi hanno picchiato, mi stanno uccidendo, io ho un dolore tremendo…” perché istintivamente siamo prevaricati da questo presunto me, dall’arrogante io con cui ci identifichiamo totalmente.
Tanto è maggiore l’emozione quanto più evidentemente si impone l’io, però se ne avessimo maturato una chiara consapevolezza saremmo in grado di riconoscerlo, di imparare ad osservarlo.
Qui sta la radice del problema, ma la radice è sconosciuta e questo rappresenta un ulteriore problema, ecco perché l’ignoranza fondamentale è realmente la causa di tutti i problemi.
L’ignoranza fondamentale è la non conoscenza del problema stesso, e per questo nelle scritture si insiste sulla necessità della realizzazione del sé, cioè di conoscere cosa esso realmente sia.
Non conoscere la radice del problema significa non conoscere il problema stesso, e dunque non conoscere l’io, perché conoscendo l’io si conoscerebbe la radice del problema e
se ne troverebbe la soluzione, ma questa conoscenza è ottenibile soltanto nella pratica della meditazione.
Nella meditazione è possibile giungere alla radice del problema, all’io, al sé e dunque alla mente stessa, non si tratta di meditare sulla mente degli altri, questo sarebbe davvero assurdo e impossibile, persino meditare su oggetti esterni è difficile, bensì di meditare sulla propria mente, un compito estremamente arduo visto che non se ne conosce l’essenza, e allora, come si può meditare su qualcosa di cui si ignora persino l’esistenza?
Da questi interrogativi risulta evidente come la nostra visione del mondo sia assolutamente illusoria. Generalmente si pensa che l’illusione sia una conoscenza falsa, ma in realtà non è così, l’illusione è non-conoscenza, se non si conosce nemmeno la propria mente com’è possibile conoscere ciò che la mente conosce? questa è l’illusione fondamentale e, non conoscendo la propria mente, come si può conoscere altro?
Lama Geshe Gedun Tharchin
Un koan zen può fare riferimento a storie, parabole, dichiarazioni di piccole dimensioni o addirittura alcune parole di una frase che fanno riferimento a una storia utilizzata nella pratica del Buddismo Zen. Possono essere presi da detti o racconti di maestri del buddhismo antichi o attuali. Un Koan può essere studiato sia da una prospettiva storica sia come strumento di contemplazione per la pratica meditativa.
La meditazione attraverso un koan zen ha lo scopo di aiutare la persona a superare gli schemi di pensiero di ogni giorno per arrivare quindi ad una maggior comprensione delle cose. Un Koan può porre domande o quesiti che tendono a resistere dalla soluzione dal pensiero razionale. Ci sono un gran numero di esempi di koan, tra cui il famoso: “Qual è il suono di una mano sola”, che a volte è proprio indicato come: “Qual è il suono di una mano.”
Dal punto di vista razionale o intellettuale, non è facile dare un senso a tale enigma. Qualcuno direbbe che il battito di una sola mano non produce alcun suono. La questione è allargare la mente uscendo dalle abituali consuetudini cercando di aggirare il pensiero intellettuale o realistico. Una volta in grado di guardare un Koan non come una questione a cui rispondere in modo razionale, è possibile avvicinarsi e trovare la propria risposta.
Molti vedono che anche negli insegnamenti di persone come Gesù Cristo, o Maometto o altri maestri illustri si possono trovare innumerevoli koan.
Come la pratica dello Zen, nel cristianesimo alcuni credono che non si possa semplicemente “interpretare” le parole di Cristo dal punto di vista intellettuale. Occorre invece andare più in profondità e riflettere su alcune delle sue dichiarazioni al fine di arrivare ad una comprensione spirituale profonda del loro significato.
Alcuni esempi di Koan Zen:
“Puoi produrre, il suono di due mani, che battono una contro l’altra. Ma qual è, il suono di una mano sola ?”
(Hakuin)
“Tutte le cose ritornano all’Uno, ma quest’Uno, dove ritorna ?”
(D. T. Suzuki)
“Un giovane, si presentò davanti al maestro, e dichiarò “Vengo da te, perché cerco la liberazione”.
”Chi ti ha incatenato ?”, gli domandò il maestro.
“Nessuno” rispose il giovane.”
Allora sei già libero”, sentenziò il maestro.
Un filosofo si recò un giorno da un maestro zen e gli disse:
“Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi”.
“Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il maestro. Ed incominciò a versare il tè da una teiera. Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò. “Ma cosa fai?” sbottò il filosofo. “Non vedi che la tazza è piena?”
“Come questa tazza” disse il maestro “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture, perché le si possa versare dentro qualcos’altro. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?”.
Bibliografia:
Il dito e la luna – Alejandro Jodorowsky
L’illuminazione nella vita quotidiana – Engaku Taino
Management by Zen Koan – Tetsugen serra (maestro zen)
I testi sacri hanno dichiarato che, insieme ai cinque sensi, vi è pure la mente che è considerata come un sesto senso. Questo sesto senso è il maestro degli altri cinque. Se non ci fosse la mente, questi dieci sensi non potrebbero funzionare. La mente ha la natura della Verità.
Essa è parte della vita intima di una persona. Voi siete qui, i vostri occhi e le vostre orecchie sono qui, ma, se la vostra mente è altrove, non sarete in grado di ascoltare le parole di Swami. Poiché la mente è la maestra dei sensi, senza essa non è possibile usare gli organi sensoriali. Tutti gli organi sensoriali sono sottomessi alla mente, e se non vi è questa sottomissione, non possono operare.
La mente ha due forme: la sua forma pura e la sua forma impura. Quando la mente è soggiogata dai sensi è impura, quando è sottomessa alla intelligenza è pura. La natura di questo fazzoletto è il bianco. Questo bianco diventa sporco una volta che usiamo il fazzoletto. Quindi lo andiamo a lavare, ed il lavandaio ce lo restituisce pulito e quindi di nuovo bianco.
La cosa che acquisisce la purezza e la impuritŕ è il medesimo fazzoletto. Quando la mente assorbe le impuritŕ degli organi sensoriali si dice che è una mente impura. Il 1avandaio ha rimosso lo sporco e noi diciamo che ha reso bianco il fazzoletto. Se la mente non assorbe alcuno sporco, cioè nessuna impuritŕ degli organi sensoriali, questa mente è detta essere “pura”.
La mente è un insieme di pensieri, essa non ha una forma specifica. Se le date fastidio con pensieri nati dal contatto degli organi sensoriali con gli oggetti, avrete sofferenze e problemi. Fate perciň uno sforzo per tenerla lontana dagli organi sensoriali, cioè impedirle di essere coinvolta dalle sensazioni derivanti da quegli organi.
Il processo per il quale si distoglie la mente dagli oggetti è chiamato “dhyana” o meditazione, e “yoga” o unione. La mente vuole avere la pace. Come il corpo abbisogna del riposo, cosě la mente vuole la pace. Come può ottenerla? Con il controllo del processo del pensiero.
tratto dalla Filosofia dell’Azione di Sathya Sai Baba
Se vuoi raggiungere la nuda verità,
non preoccuparti di giusto o sbagliato.
Il conflitto tra giusto e sbagliato
è la malattia della mente.
(Seng Ts’an)