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Consapevolezza

28 settembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Ajahn Sumedho
Consapevolezza
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Il silenzio e lo spazio – Ajahn Sumedho

Secondo uno stile di vita mondano, il silenzio è qualcosa di cui non vale la pena occuparsi. È più importante pensare, creare, fare cose: riempire il silenzio con il suono. Di solito pensiamo ad ascoltare il suono, la musica, qualcuno che parla; riguardo al silenzio, crediamo che non ci sia nulla da ascoltare. E quelle volte in cui siamo con qualcuno e nessuno dei due sa cosa dire all’altro, ci sentiamo imbarazzati, a disagio; il silenzio tra noi e l’altro diviene fastidioso.
Tuttavia, concetti come silenzio e vacuità cominciano a indicare una direzione da sviluppare, qualcosa cui prestare attenzione, dal momento che nella vita moderna siamo riusciti a distruggere il silenzio e a demolire lo spazio. Abbiamo creato una società nella quale siamo ininterrottamente indaffarati; non sappiamo come riposare o rilassarci o come semplicemente essere. A causa delle pressioni cui la nostra vita soggiace, menti intelligenti sprecano tanto di quel tempo a sviluppare una tecnologia che faciliti la vita, eppure ci ritroviamo stressati. Li hanno chiamati “congegni per risparmiare il tempo”, dovrebbero permetterci di ottenere tutto ciò che vogliamo semplicemente premendo un bottone. Mansioni noiose sarebbero così svolte da robot e macchinari. Ma come trascorriamo il tempo che abbiamo risparmiato?
In un modo o nell’altro dobbiamo avere qualcosa da fare, rimanere indaffarati, dover riempire sempre il silenzio con il suono e lo spazio con le forme. In effetti, l’enfasi è sull’essere una personalità, qualcuno che possa dimostrare il proprio valore. È questa la lotta estenuante, il ciclo interminabile da cui ci sentiamo stressati. Quando siamo giovani e pieni d’energia possiamo goderci i piaceri della gioventù, la salute, le storie d’amore, le avventure e tutto il resto. A un tratto, però, queste esperienze possono interrompersi, magari per una menomazione o perché abbiamo perso qualcuno cui eravamo molto attaccati. Ciò che ci accade può scuoterci al punto che i piaceri sensoriali, la salute, il vigore, il bell’aspetto, la personalità, le lodi del mondo non ci danno più felicità. Oppure possiamo sentirci amareggiati perché non siamo riusciti a ottenere il livello di piacere e successo che immaginiamo ci spetti di diritto. Così dobbiamo sempre metterci alla prova, essere qualcuno, intimiditi dalle richieste della nostra personalità.
La personalità è condizionata nella mente. Non nasciamo con una personalità. Per diventare una personalità dobbiamo pensare, concepirci come qualcuno. La personalità può essere buona o cattiva, o un insieme di cose, e dipende dal riuscire a ricordare, dall’avere una storia, avere opinioni, assunti su noi stessi, attraenti o non attraenti, amabili o no, intelligenti o stupidi, opinioni variabili a seconda delle situazioni. Ma quando sviluppiamo la mente contemplativa vediamo attraverso ciò. Cominciamo a sperimentare la mente originaria: la coscienza prima che sia condizionata dalla percezione.
Ora, se cerchiamo di pensare a questa mente originaria, ci ritroviamo intrappolati nelle nostre facoltà analitiche. Perciò, dobbiamo osservare e ascoltare anziché sforzarci di immaginare come diventare qualcuno che è illuminato. Meditare al fine di diventare qualcuno che è illuminato non funziona, perché in tal modo creiamo il nostro io come una persona che adesso è non-illuminata. Tendiamo a riferirci a noi stessi come non-illuminati, persone con un mucchio di problemi, o addirittura come casi disperati. A volte ci immaginiamo che la cosa peggiore che possiamo pensare di noi stessi è la verità. C’è una sorta di perversione che ritiene che l’autentica sincerità risieda nell’ammettere le peggiori cose possibili su noi stessi!
Non sto formulando giudizi contro la personalità, ma vi sto consigliando di conoscerla, in modo che non siate più spinti dall’illusione che create e dagli assunti che avete su voi stessi in quanto persone. Ed è per questo che si impara a sedere calmi in meditazione e ad ascoltare il silenzio. Non è che questo vi renderà illuminati, ma si oppone alla forza dell’abitudine, alle energie inquiete del corpo e delle emozioni. È per questo che ascoltate il silenzio. Potete udire la mia voce, potete udire i suoni delle cose che accadono, ma dietro tutto ciò c’è una specie di sibilo, un ronzio quasi elettronico. Questo è quello che chiamo ‘il suono del silenzio’. Lo trovo un modo molto utile per concentrare la mente, giacché, quando si inizia a notarlo (senza considerarlo una sorta di conseguimento), esso diviene un efficace metodo per la contemplazione, per udire sé stessi pensare. Il pensare è di per sé una specie di suono, no? Quando pensate, potete udirvi pensare. Così, quando ascolto me stesso pensare è come ascoltare qualcun altro che parla. Per cui ascolto il pensiero della mente e il suono del silenzio: quando sto con il suono del silenzio, mi accorgo che non sto pensando. C’è calma, per cui osservo, osservo coscientemente la calma e questo aiuta a riconoscere la vacuità. La vacuità non è il rifiuto, la negazione di qualcosa, ma un lasciar andare le tendenze abituali dell’attività irrequieta o del pensiero ossessivo.
Ascoltando, potete effettivamente arrestare la forza delle abitudini e dei desideri. E in questo ascolto, in questo stare con il suono del silenzio, c’è attenzione. Non occorre chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie o chiedere a qualcuno di uscire dalla stanza, non occorre trovarsi in un posto particolare, a quanto pare funziona ovunque. Può essere molto prezioso in una situazione di vita in comune, in famiglia, in qualsiasi contesto di vita abituale. In situazioni del genere ci abituiamo agli altri e tendiamo ad agire secondo assunti e abitudini senza neanche accorgercene. E il silenzio della mente consente a tutte queste condizioni di essere ciò che sono. Ma l’abilità di rifletterci in termini di sorgere e cessare ci permette di vedere che tutte le percezioni e tutti i concetti che abbiamo su noi stessi sono condizioni della mente, non sono ciò che siamo veramente. Ciò che pensate di essere non è ciò che siete.
A questo punto potreste ribattere: “E allora cosa sono?”. Ma avete bisogno di sapere cosa siete? Avete bisogno di sapere cosa non siete, è abbastanza. Il problema è che crediamo di essere tutte quelle cose che non siamo e per questo motivo soffriamo. Non soffriamo a causa del non-sé (anatta), del non essere nessuno: soffriamo perché siamo qualcuno tutto il tempo. Ecco dov’è la sofferenza. Quando non siamo ‘qualcuno’, perciò, non c’è sofferenza, c’è sollievo, come deporre un pesante fardello pieno di ‘auto-coscienza’, di paure per ciò che le altre persone pensano. Tutto quell’insieme che è correlato al senso del nostro ‘io’, possiamo lasciarlo cadere. Possiamo semplicemente lasciarlo andare. Che sollievo non essere qualcuno! Non sentire di essere qualcuno che ha tanti problemi, che “dovrebbe praticare di più la meditazione”, che “dovrebbe andare ad Amaravati più spesso”, che “dovrebbe sbarazzarsi di tutte queste cose e non ci riesce!”. Tutto questo è pensiero, vero? È fabbricare ogni genere di concetti su se stessi. È la mente giudicante. La mente discriminante che vi dice in continuazione che non siete buoni abbastanza, che dovete essere migliori.
Quindi possiamo ascoltare; questo ascolto è a nostra disposizione tutto il tempo. All’inizio magari è utile fare ritiri di meditazione, trovare situazioni in cui siete incoraggiati e sostenuti in questo compito, dove c’è un insegnante che vi stimola, che vi aiuta a ricordare, perché è facile ricadere nelle vecchie abitudini, soprattutto nelle abitudini mentali, che sono sottili. E il suono del silenzio non sembra degno di essere ascoltato. Anche se ascoltate la musica, potete ascoltare il silenzio dietro la musica. Non distrugge la musica, ma la pone in una prospettiva in cui non siete trascinati via dalla musica o assuefatti al suono. Potete apprezzare il suono e anche il silenzio.
La Via di Mezzo di cui parla il Buddha non è un estremo di annichilimento. Non è come dire: “Tutto ciò di cui dobbiamo occuparci è il silenzio, la vacuità, il non-sé. Dobbiamo sbarazzarci dei nostri desideri, della nostra personalità, tutto il regno dei sensi è una minaccia al silenzio. Dobbiamo distruggere tutte le condizioni, tutta la musica, tutte le forme, non dobbiamo avere forme in questa stanza, solo muri bianchi”. Non si tratta di vedere il mondo ‘formato’ come una minaccia alla vacuità, di parteggiare per il condizionato o per l’incondizionato, ma piuttosto di riconoscere la loro relazione: questa è una pratica continua.
La consapevolezza è la via, dal momento che siamo fortemente condizionati dallo stare qui, sul pianeta Terra, con questo corpo umano. Dobbiamo vivere tutta la vita all’interno dei limiti, dei problemi e delle difficoltà del corpo umano. E abbiamo emozioni. Sentiamo tutto e ricordiamo tutto. Siamo in questo stato di piacere e dolore per tutta la vita. Ma possiamo vederlo nel modo giusto, ed è questo che intende il Buddha: comprendere le cose così come sono, riuscire a lasciar essere le cose così come sono, anziché creare illusioni.
A causa dell’ignoranza creiamo infinite illusioni sulla vita, sul nostro corpo, sui nostri ricordi, sul nostro linguaggio, sulle nostre percezioni, opinioni, punti di vista, la cultura, le convenzioni religiose, e così diventa complicato, difficile e separativo. L’alienazione che oggi la gente prova è il risultato dell’ossessione riguardo a se stessi, l’ossessione per cui il nostro senso dell’io è di assoluta importanza. Siamo stati educati a pensare che la nostra vita è tutta qui, per cui possiamo riempirci della nostra auto-importanza. Anche il fatto che possiamo ritenere di essere un caso disperato: anche qui continuiamo a dare quella enorme importanza. L’importanza che conferiamo a noi stessi ci fa trascorrere anni dagli psichiatri a discutere i motivi per cui saremmo senza speranza. È piuttosto naturale, visto che dobbiamo passare tutto il tempo con noi stessi. Possiamo fuggire dagli altri, ma non da noi stessi.
L’anatta, il non-sé, è molto frainteso, si tende a vederlo come una negazione dell’io, qualcosa da mettere via, che non dovremmo avere. Non è così che funziona l’anatta. L’anatta, il non-sé, è un suggerimento per la mente, è uno strumento per cominciare a riflettere su cosa siamo veramente. A lungo andare, non occorre considerarci in alcun modo in termini di ‘essere qualcosa’. Se portiamo avanti questa riflessione, allora il corpo, le emozioni, i ricordi, tutto ciò che sembra identificarsi in maniera così assoluta, insistente, con noi stessi, può essere visto in termini di ‘sorgere e cessare’. E quando siamo consapevoli della cessazione delle cose, ci sembra più autentico delle condizioni effimere che tendiamo ad afferrare o dalle quali ci sentiamo ossessionati. Le tendenze abituali sono molto forti, ci vuole un po’ per riuscire a superare questo scoglio dell’ossessione per l’io, ma ci si può riuscire.
In merito a ciò, alcuni psicologi e psichiatri hanno commentato che abbiamo bisogno di un io. È una cosa importante da considerare, l’io non è qualcosa che non dovremmo avere, ma è qualcosa cui dare la giusta collocazione, è bene che l’io poggi sulla bontà della nostra vita invece che venga a crearsi dai difetti, dagli errori e dalle tendenze negative della mente.
È così facile vedersi in modi molto critici, specialmente quando ci si paragona ad altre persone o si immaginano grandi figure della storia. Ma se ci paragoniamo continuamente a ideali, non possiamo fare altro che criticarci per come siamo, perché la vita è così, è un flusso, un cambiamento, è sentirsi stanchi, avere a che fare con problemi emotivi, con la rabbia, con la gelosia, con le paure, con ogni sorta di desiderio, con tutto ciò che non vogliamo ammettere neanche a noi stessi. Ma questa è una parte del processo, dobbiamo riconoscere le condizioni e osservare la loro natura, che siano buone o cattive, perfette o imperfette: sono impermanenti, sorgono, cessano. In questo modo impariamo in continuazione e troviamo forza nel lavorare attraverso le nostre condizioni karmiche. Forse nella vita non abbiamo ottenuto un granché, forse abbiamo avuto ogni sorta di problemi fisici ed emotivi. Ma, in termini di Dhamma, questi non sono ostacoli, anzi, molte volte sono questi problemi, queste difficoltà che ci spingono a risvegliarci alla vita. E una parte di noi si rende conto che cercare di raddrizzare ogni cosa, di abbellire ogni cosa, di mettere tutto in ordine e rendere la vita piacevole, non è la risposta. Riconosciamo che nella vita c’è qualcosa di più che limitarsi a controllarla e cercare di ottenere il massimo dalle condizioni.
Il riconoscimento del silenzio è una via per lasciare andare la nostra posizione, il nostro senso dell’io, la nostra convenzione. Nel silenzio c’è unità. È come lo spazio in questa stanza: è lo stesso per tutti noi. Non posso affermare che lo spazio è mio. Lo spazio è semplicemente spazio, è dove le forme vanno e vengono. Ma è anche qualcosa che possiamo osservare, contemplare. E cosa accade? Sviluppando la consapevolezza dello spazio, cominciamo ad avere un senso dell’infinito: lo spazio non ha né inizio né fine. Possiamo costruire stanze, considerare lo spazio come qualcosa che esiste in una stanza come questa, ma sappiamo che in realtà è l’edificio che è nello spazio. Lo spazio è come l’infinito, non ha confini. Ma nelle limitazioni della nostra coscienza visiva, i confini ci aiutano a vedere lo spazio in una stanza, perché lo spazio in quanto infinito è troppo. Lo spazio in una stanza è sufficiente per contemplare la relazione tra le forme e lo spazio. Ascoltare il suono del silenzio e i pensieri ha lo stesso effetto.
Per un certo periodo ho praticato formulando deliberatamente i pensieri, pensieri neutri che non suscitano sensazioni emotive, come “io sono un essere umano”. E ascoltavo me stesso formulare quel pensiero con l’intenzione di ascoltare il pensiero in quanto pensiero e il silenzio che vi è dentro. In questo modo contemplo e riconosco il rapporto tra la facoltà del pensiero e il silenzio, il silenzio naturale della mente. Ed è qui che stabilisco la consapevolezza, la capacità che ho come individuo di essere un testimone, di essere colui che ascolta, ciò che è vigile. Nei confronti delle emozioni, ciò può essere molto difficile. Possiamo avere molte emozioni negative verso noi stessi, perché non abbiamo risolto molti dei nostri desideri di possedere le cose, di sentire le cose, di ottenere molte cose o di sbarazzarci delle cose. È qui che ascoltiamo le nostre reazioni emotive. Cominciate a osservare cosa accade da un punto di vista emotivo quando c’è questo silenzio. Può esserci negatività, possono sorgere dubbi su questa pratica, del tipo “non so cosa sto facendo”, o “è una perdita di tempo”. Ma ascoltate anche queste emozioni: sono soltanto abitudini della mente. Se le ammettiamo e le accettiamo, esse cessano. Le reazioni emotive se ne andranno progressivamente e avrete fiducia nell’essere semplicemente ciò che è consapevole.
Quindi potete fondare la vostra vita nell’intenzione di fare del bene e di astenervi dal fare del male. Paradossalmente, abbiamo bisogno di questo rispetto di noi stessi. La meditazione non si poggia sul concetto secondo cui se siamo consapevoli possiamo fare quello che ci pare, ma comporta un rispetto per le condizioni: rispettare il corpo che abbiamo, la nostra umanità, la nostra intelligenza e la nostra abilità nel fare le cose. Non significa essere attaccati o identificati, significa che la meditazione ci permette di riconoscere ciò che siamo: è così com’è, le condizioni sono così. E significa rispettare anche i nostri limiti. Il rispetto verso se stessi, il rispetto verso le condizioni, equivale al rispetto per qualsiasi stato in cui ci troviamo. Non vuol dire che ci piaccia quello stato, ma significa accettarlo e imparare a lavorare con le sue limitazioni.
Dunque, per la mente illuminata non si tratta di ottenere il massimo. Non si tratta di dover avere la migliore salute possibile e le migliori condizioni possibili, non si tratta di alimentare un senso dell’io, di qualcuno che agisce solo se ha il meglio. Quando cominciamo a renderci conto che i nostri limiti, i nostri difetti e i nostri aspetti più strani non sono impedimenti, allora li vediamo nel modo giusto. Possiamo rispettarli, possiamo essere disposti ad accettarli e ad adoperarli per superare il nostro attaccamento verso di essi. Se pratichiamo in questo modo, possiamo essere liberi dall’attaccamento e dall’identificazione con le percezioni di noi stessi, di come siamo. È quanto di meraviglioso possiamo fare come esseri umani, è ciò che ci permette di attingere alla pienezza della nostra vita. Ed è un processo continuo.

Il silenzio e lo spazio

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2004. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Giuliano Giustarini.

Dal ‘Forest Sangha Newsletter’, n. 58, ottobre 2001.

 

13 settembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Attaccamento
Consapevolezza
Dualità
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Per tutto c’è un momento – Qoelet

Per tutto c’è un momento, un tempo, per ogni cosa sotto il sole.

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?

Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa.
Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore,
senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine.

Ho concluso che non c’è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita;
ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio.

Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere.
Dio agisce così perché si abbia timore di lui.

Ciò che è, già è stato; ciò che sarà, già è; Dio ricerca ciò che è già passato.
Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà.
Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l’empio, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione.
Poi riguardo ai figli dell’uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie.
Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli;

c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità.
Tutti sono diretti verso la medesima dimora:
tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere.
Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?
Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte.
Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui?
(Qoelet 3)

6 luglio, 2011 by pomodorozen Categories :
Consapevolezza
Presenza mentale
Thich Nhat Hanh
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La pratica della presenza mentale – Thich Nhat Hanh

La pratica della presenza mentale insegnata dal maestro di meditazione dhyana (chan in cinese, thien in vietnamita e zen in giapponese) Thich Nhat Hanh sottolinea il ritorno al respiro consapevole, in ogni istante della propria vita, per potersi fermare (samatha) e guardare in profondità (vipasyana). La meditazione seduta, ma anche la meditazione camminata, la meditazione del lavoro, la meditazione del pasto, la consapevolezza nel mettersi in comunicazione con gli altri, sono alcuni dei mezzi abili per poter assumere uno stile di vita “meditativo”.

Thich Nhat Hanh esorta inoltre a essere totalmente attenti e consapevoli in tutti i momenti della giornata – sia quando si lavora che quando si cucina, si lavano i piatti o si va in bagno – e a fare attenzione ai piccoli richiami che ci aiutano a far tornare al “qui e ora” la mente sempre distratta. Ogni volta che suona una campana o il telefono si respira tre volte, con la raccomandazione di sorridere (anche se si è tristi, perché il sorriso influisce sullo stato d’animo), e si recita in silenzio una breve poesia:

“Ascolta, ascolta
questo suono meraviglioso
mi riporta
alla mia vera casa.”

Anche il semaforo rosso può diventare un amico che ci ricorda di fermarci e ritornare a noi stessi.

Meditazione Seduta

Sedere in meditazione è come ritornare a casa per dare piena attenzione al nostro sé e prendercene cura. Possiamo irradiare pace e stabilità proprio come il Buddha nelle molte immagini che lo ritraggono. Sediamo in posizione eretta con grande dignità e ritorniamo al nostro respiro. Portiamo piena attenzione a ciò che è in noi e a ciò che ci circonda. Lasciamo che si crei spazio nella nostra mente e che il nostro cuore diventi leggero e tranquillo.

La meditazione seduta è di enorme beneficio. Ci accorgiamo che possiamo tranquillamente stare con ciò che è in noi – dolore, rabbia, irritazione, o gioia, amore e pace. Stiamo con quello che c’è senza esserne trasportati via. Lo lasciamo venire, lo lasciamo rimanere e, poi, lo lasciamo andare. Non c’è alcun bisogno di scacciare, di reprimere o di fare finta che i nostri pensieri non ci siano. Osserviamo i pensieri e le immagini della nostra mente con occhio amorevole e con accettazione. Abbiamo la libertà di starcene fermi e calmi nonostante le tempeste che possono sorgere in noi.

Se durante la seduta le gambe o i piedi si addormentano, sentiti libero di modificare dolcemente la posizione. Puoi continuare a seguire il respiro e, lentamente e con attenzione, cambiare posizione. Che tu sia seduta su un cuscino, un panchetto, una sedia, o direttamente sul pavimento, siedi in modo da stare comoda. Cerca, senza sforzarti troppo, di tenere la schiena diritta, in modo che l’aria possa entrare e uscire con facilità dai polmoni e dal diaframma. Se possibile, inspira ed espira attraverso le narici, respirando in modo dolce e impercettibile.

Meditazione Camminata all’Interno

Tra una sessione di meditazione seduta e l’altra, per sciogliere un po’ il corpo e per praticare la consapevolezza in movimento, pratichiamo Kinh Hanh, una meditazione camminata lenta. Camminiamo insieme, in senso orario, facendo un passo a ogni inspirazione e uno a ogni espirazione. Prova a portare l’attenzione al contatto dei piedi con il pavimento. Puoi iniziare a camminare con il piede sinistro, inspirando e dicendo in silenzio `inspiro’. Poi, quando il piede destro avanza e tocca il pavimento, puoi dire dentro di te`espiro’.

Meditazione Camminata all’Aperto

Ovunque camminiamo, possiamo praticare la meditazione camminata. Ciò significa semplicemente sapere che stiamo camminando: lo scopo della meditazione camminata è solo camminare, essere nel momento presente, consapevoli del nostro respiro e del nostro camminare. Non c’è bisogno di arrivare da nessuna parte. Camminiamo liberi e stabili, senza fretta. Siamo presenti ad ogni passo. E quando desideriamo parlare, ci fermiamo e diamo piena attenzione all’altra persona, alle nostre parole e all’ascolto.

Camminare in questo modo non dovrebbe essere un privilegio. Dovremmo poterlo fare in qualsiasi momento. Ci guardiamo attorno e vediamo quanto vasta sia la vita, vediamo gli alberi, le nuvole bianche e il cielo senza limiti. Ascoltiamo il canto degli uccelli. Sentiamo la freschezza della brezza. La vita ci circonda e noi siamo vivi, in buona salute e in grado di camminare in pace.

Camminiamo come persone libere e sentiamo i nostri passi farsi più leggeri. Godiamo di ogni passo che facciamo. Ogni passo ci nutre e ci guarisce. Camminando, lasciamo l’impronta della nostra gratitudine sulla terra.

Camminiamo più lentamente del solito, anche se un po’ più veloci di quando facciamo kin hanh nella sala di meditazione. Nel camminare, coordiniamo il respiro con i passi. Nel far questo può esserci d’aiuto l’uso di una gatha. Facciamo due o tre passi per ogni inspirazione ed espirazione:

Sono arrivato (inspirando); Sono a casa (espirando)

Nel qui (inspirando); E ora (espirando)

Se camminiamo in salita è probabile che i polmoni richiedano di fare due passi a ogni inspirazione e due passi a ogni espirazione. Adattiamo dolcemente la pratica alla richiesta dei nostri polmoni, in qualunque momento, qualunque essa sia. Scrolliamoci di dosso ogni preoccupazione e ansia.

Camminando potresti voler stringere la mano di un amico e sentire così tutta la felicità per la sua presenza accanto a te. Di quando in quando, vedendo qualcosa di bello – un albero, un fiore, un farfalla – vorrai fermarti ad osservare meglio. Nel guardare, continua a seguire il respiro, in modo da non essere catturato dai tuoi pensieri e perdere così la vista di quel bel fiore.

Bibliografia

La scintilla del risveglio – Thich Nath Hanh

 

20 maggio, 2011 by pomodorozen Categories :
Andrea Pangos
Consapevolezza
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Le domande illuminanti – Andrea Pangos


Le domande illuminanti sono strumenti meditativi per scoprire le verità concettuali, la Verità esperienziale, l’Amore, e la Realtà, Reale Identità.

Nel senso stretto del termine, il concetto di domanda illuminante riguarda specifici quesiti dall’alto potenziale consapevolizzante (illuminante), per esempio: Qual è la Reale Identità?

Nel senso ampio del concetto invece, ogni domanda impiegata in modo da favorire la consapevolizzazione è illuminante, anche l’interrogazione sull’ameba: Dove avviene l’ameba?, Si è formata nel tempo e nello spazio?, Li percepisce?, A chi l’ameba appare come tale?, Qual è la sua Origine?

La mente può porsi domande in modo da:

- eliminare l’ ignoranza riguardo a se stessa, a altre menti, alla Coscienza,

alla Totalità, alla Reale Identità…; oppure - diversificare la propria ignoranza, facendole magari assumere nuove false vesti di “vera” conoscenza, stratificandola e rendendola più: complessa, affascinante, intrigante, credibile, supportata da calcoli, dati statistici, prove scientifiche… Nel primo caso si tratta di acquisizione di conoscenza nobilitata dall’integrazione dell’esserci, che può portare a conoscere l’illusorietà del sapere e a trascenderlo integralmente. Interpellarsi in modo consapevolizzante, è uno degli usi illuminanti che la mente può fare di sé.

Nel secondo caso, è conoscenza appresa in modo non illuminante e porta l’intelletto a essere sempre più soggiogato del proprio concettualizzare non abbastanza consapevole. Si tratta del sapere che, attribuendosi sempre più valore, si impedisce di conoscere la propria illusorietà e limitatezza. Fruite in modo congruo, le domande illuminanti sono uno strumento per eliminare la conoscenza superflua e per contribuire al costituirsi di verità sostanziali. Interrogandosi in modo consapevolizzante, la mente può superare le ramificazioni concettuali, emotive e percettive. Si affranca dalla propria fossilizzazione, favorendo la costituzione di risposte sempre meno suggestionate da condizionamenti limitanti. Per esempio, la maggioranza degli individui fantastica di trovarsi nell’universo, il che forma e potenzia concetti abbaglianti del tipo: sono nato, sto vivendo, morirò. In un certo senso, questi concetti corrispondono all’effettivo stato dei processi, perché l’individuo è nato, vive e un giorno morirà. L’abbaglio consiste nella fantasia di essere in Realtà l’individuo, nel vaneggiamento che egli rappresenti l’Identità Reale.
Questo farneticare impedisce di scoprire che:

- l’universo percepito appare nell’individuo e come tale è un suo segmento,

- l’universo Origina dalla Reale Identità,

- soltanto l’individuo è nato e morirà,

- la situazioni di vita avvengono nell’individuo, che è la vita stessa,

- in Realtà, cioè come Dio e non come individuo, si Sussiste Origine di ogni forma di vita,

- la Reale Identità Sussiste Eterna, non nata.

Porgendosi domande in modo consapevolizzante la mente si stimola a trascendere l’analisi dualistica: la Consapevolezza integrale dispone di risposte sostanziali praticamente senza bisogno di porsi domande. Tutto è sostanzialmente chiaro alla mente Chiara. Utilizzate qualitativamente, le domande illuminanti sono un modo per diminuire il preoccuparsi e migliorare l’occuparsi. Di solito, invece che occuparsi di risolvere i problemi, l’individuo mediamente consapevole si preoccupa molto, si pone molte domande superflue e pochi quesiti sostanziali, senza praticamente offrirsi qualitative risposte fondamentali.

11 LIBRI DI ANDREA PANGOS EDIZIONI

A SOLI 35,00 EUR

Per rendere più accessibili le conoscenze contenute nei libri di Andrea Pangos Edizioni, abbiamo deciso di fornire la collana completa (11 libri) di Andrea Pangos Edizioni, a chi si iscrive come socio ordinario (35,00 eur) all’associazione Alla Ricerca della Reale Identità.

Lo statuto dell’Associazione culturale Alla Ricerca della Reale Identità si trova a pagina: http://associazionerealeidentita.blogspot.com/

Le spese di spedizione sono incluse nella quota associativa di 35,00 eur.

Il pagamento può essere effettuato:

1) tramite pay pal
2) carta di credito (pagamento sicuro)
3) con bonifico sul conto corrente bancario

Associazione alla Ricerca Della Reale Identita’ IT25 R063 4536 2321 0000 0001 588
Codice BIC (per pagamenti dall’estero) IBSPIT2V
Per il pagamento con bonifico è necessario spedire una copia del bonifico a andreapangos@gmail.com
Ogni socio riceverà (compresi nella quota associativa di 35 eur):

- 5 libri in forma cartacea (libri stampati) e
- 6 libri in formato elettronico (formato PDF, facilmente stampabile e leggibile su computer ).

I 5 libri in forma cartacea saranno spediti via posta ordinaria senza spese di spedizione aggiuntive , mentre i 6 libri in formato PDF saranno spediti tramite e-mail.

I libri in questione sono (tra parentesi il numero di pagine e il prezzo ordinario di copertina):

A. Libri in forma cartacea

1. La maturazione del Conscio – di Zoran Gruičić e Milica Gruičić (260 pag, 14,00 € )
2. Il Conscio Maturo – di Zoran Gruičić e Milica Gruičić (198 pag, 14,00 € )
3. Guarire con le energie – di Zoran Gruičić e Milica Gruičić (220 pag, 12,50 € )
4. Il cavaliere delle Energie – Andrea Pangos (132 pag, 7,50 € )
5. Eternamente Qua – Andrea Pangos (248 pag, 12,50 € )

B. Libri in formato PDF
6. L’Esistenza senza tempo – di Zoran Gruičić e Milica Gruičić (176 pag, 15,00 € )
7. Essere – di Zoran Gruičić e Milica Gruičić (172 pag, 14,00 € )
8. Karma e incarnazione – Andrea Pangos (144 pag, 12,50 € )
9. Divenire – Andrea Pangos (141 pag, 14,00 € )
10. Amare – Andrea Pangos (135 pag, 14,00 € )
11. Realtà e Amore – Andrea Pangos (172 pag, 15,00 € )

La presentazione dei libri si trova a pagina:

http://www.andreapangos.it/tutti/Pagine/Menu_verticale/Libri/Pagina_principale_libri.html

Per maggiori informazioni o per ordinare i libri: andreapangos@gmail.com

18 maggio, 2011 by pomodorozen Categories :
Anthony de Mello
Consapevolezza
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Imparare ad essere consapevoli – Anthony de Mello

Questo tipo di esercizio di fantasia funziona alla perfezione nelle classi dell’ultimo anno di scuola superiore, in Irlanda. A seconda della maturità del gruppo, sarà necessario un periodo più o meno lungo di preparazione. Sottolineo che la preparazione del gruppo è di vitale importanza. Prima di tutto è necessario spiegare il tipo di esercizio di meditazione che si intende svolgere, chiedere il consenso e il sostegno del gruppo per l’iniziativa, e trascorrere tutto il tempo necessario per predisporre il gruppo attraverso un esercizio di «concentrazione sulla respirazione» o di «consapevolezza del corpo», o in alternativa un’attività preparatoria di «presa di coscienza dei rumori circostanti».

Mettetevi comodi. Cercate di rilassarvi e di prendere coscienza di qualsiasi rumore riusciate a udire all’esterno della stanza. Forse sentirete il rumore del traffico, o il fruscio del vento, o magari di alcune persone che camminano fuori; potrebbe anche capitare, se c’è molto silenzio, di udire il cinguettio di un uccello. Ascoltate.

Ora portate la vostra attenzione all’interno della stanza ed escludete tutti i suoni provenienti dall’esterno. Tendete le orecchie per individuare qualsiasi rumore all’interno della stanza. Forse potete sentire qualcuno che si muove, o lo scricchiolio di una sedia, o il respiro di una persona che penetra ed esce dal suo corpo. Adesso cercate di rilassarvi. Prendete coscienza soltanto dei rumori che potete sentire all’interno della stanza.

Adesso, voglio che portiate l’attenzione all’interno di voi stessi. Prendete coscienza di ogni suono che vi sia dentro di voi. Potreste riuscire a udire il lieve rumore dell’aria che passa attraverso le vostre narici, o persino avvertire il battito del vostro cuore, ma limitatevi a concentrare l’attenzione sull’interno di voi stessi e rimanete calmi e in silenzio.

Ora voglio che immaginiate di camminare in un campo che conoscete e che riuscite a dipingere con gli occhi della mente. È una bella giornata calda e voi siete soli, ma questo vi fa sentire bene. Mentre attraversate il campo sapete che a un’estremità di esso scorre un Piume, e sentite cantare gli uccelli. Passeggiando, vi sentite felici e rilassati.

Ora state arrivando alla riva stessa del fiume, lungo la quale cominciate a camminare lentamente. Ascoltate il gorgoglio dell’acqua che scorre pacifica, possibilmente serpeggiando tra piccole rocce e gruppi di canne. Godetevi quest’esperienza. Mentre continuate a camminare lentamente, percepite vagamente la presenza di qualcuno che, poco più avanti, si trova in piedi in mezzo al fiume. A un certo punto vi accorgete che si tratta di Gesù.

Quando arrivate al punto del fiume in cui si trova Gesù, vi accorgete che vi sta facendo cenno di avvicinarvi e raggiungerlo. Togliendovi le scarpe e le calze e notando che l’acqua non e molto profonda, vi avviate verso di Lui. L’acqua vi arriva alle caviglie, poi alle ginocchia, e Gesù continua a farvi cenno di avvicinarvi. Quando finalmente lo raggiungete, Egli vi prende le mani e, guardandovi negli occhi, dice: «Non avere mai paura di venire da me». Poi, con estremadolcezza, vi conduce fino alla riva opposta e insieme vi sedete sulla sponda erbosa. Mentre entrambi osservate l’acqua che scorre, voi iniziate a parlare a Gesù della vostra vita e di come sono andate le cose negli ultimi mesi. Indugiate sugli aspetti della vita che vi hanno preoccupato, o di qualsiasi cosa vi abbia procurato ansia o tristezza, delusione o ira. Mentre raccontate questi avvenimenti e le vostre emozioni, iniziate a sentire che il dolore o la preoccupazione legati a questi eventi scorrono via con l’acqua del fiume.

Prendetevi tutto il tempo che vi serve e restate con Gesù, ricordando gli avvenimenti e sentendo che la preoccupazione scorre via.

Ora, mentre cominciate ad avvertire il senso di libertà che deriva dal sollievo, cercate di concentrarvi sulle cose che desiderate per voi stessi: pace interiore, amore, felicità. Esse scorrono dentro di voi, lungo il fiume, e dopo un po’ sentite che Gesù riprende a parlarvi. Vi dice qualcosa di speciale su voi stessi, e dunque date a questo momento la massima attenzione, ascoltando ciò che ha da dirvi.

Adesso, Gesù vi riconduce dall’altra parte del fiume e si congeda. Lo osservate allontanarsi, e dopo esservi rimessi calze e scarpe, lentamente, seguendo il vostro ritmo, ripercorrete il tratto lungo la riva del fiume e poi attraverso il campo che ben conoscete, portando con voi i ricordi che conservate nella mente, per ritornare infine in questa stanza, qui e ora.

Ora, di nuovo, voglio che ascoltiate tutti i suoni dentro di voi e che ne prendiate coscienza. Gradualmente, allargate la vostra attenzione al di fuori di voi stessi e ascoltate i rumori che avvertite all’interno della stanza: magari il fruscio dei vestiti di una persona che si muove o il grattare di una sedia sul pavimento.

Ora lasciate che la vostra attenzione si estenda all’esterno della stanza e di nuovo ascoltate i rumori del traffico, o la voce di persone o il canto degli uccelli e poi, seguendo il vostro ritmo, stiratevi dolcemente e aprite gli occhi, lasciando che si abituino alla luce.

 

 

(di Anthony De Mello)