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Compassione

20 gennaio, 2010 by pomodorozen Categories :
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Il cibo della gentilezza

“Se dovessi entrare nel tempio per il solo scopo di chiedere non dovrai ricevere.E se dovessi entrarci per umiliarti non migliorerai; o persino se dovessi entrarci  per chiedere il bene per gli altri non sarai ascoltato. E’ sufficiente che tu entri nel tempio invisibile.”
(Kahlil Gibran : il Profeta)

Il cibo della gentilezza di Sister Ajahn Medhanandi

La ciotola dell’elemosina ha un ruolo centrale nella mia vita. Un simbolo della tradizione monastica della tradizione buddhista theravada nella quale mi sono esercitata, è l’anima della mia mendicanza presentandomi a mani vuote davanti ai laici per ricevere nutrimento materiale e rispondere alla loro generosità. A volte ciò consiste nello scambiarsi un insegnamento del Buddha, a volte un canto di benedizione o semplicemente un’espressione di gratitudine e di gentilezza.

Io sono una mendicante e devo anche essere credibile. Non è facile essere una mendicante credibile. Devo essere meritevole di ricevere la gentilezza degli altri e ricevere tutto ciò di cui ho bisogno. Ciò è molto raro e prezioso che avvenga, poiché gli atti di generosità sono sempre più rari in un mondo legato ad avidità ed egoismo.

Coltivare il sentiero spirituale con integrità richiede molto a una mendicante, soprattutto fedeltà al Vinaya, il codice secondo il quale vivo, così come un apprezzamento sincero e il rispetto per i miei fedeli, la loro devozione, il loro duro lavoro per ottenere, preparare e portare offerte anche a prezzo di un sacrificio considerevole. Richiede anche di accontentarsi di poco – un modo di essere legato alla semplicità e un impegno alla rinuncia a molti livelli.

Queste qualità si sviluppano attraverso un cuore vigile che è difficile da praticare in una istituzione vasta e ben radicata. Nel periodo in cui i beni materiali necessari alla vita monastica, soprattutto i pasti, sono stati completi, assicurati e spesso abbondanti, praticavo l’auto-astinenza per ricordare a me stessa il valore di ciò che ci era dato. A volte andavano per fare tudong o camminavamo in cerca di elemosina nei villaggi vicini accettando qualunque cosa ci venisse offerta come nostro pasto giornaliero. Ma queste erano privazioni temporanee non uno stile di vita consueto, che sostenevano il sapore di un’avventura eroica, ma difficilmente rispecchiavano la fatica di uno sforzo spirituale quotidiano.

Fu soltanto dopo che lasciai il monastero principale per andare a vivere da sola in Nuova Zelanda – un paese non-buddhista – che venni a conoscenza della vera impossibilità di scelta, nei tempi in cui affrontavo la fame fisica o la fatica dell’isolamento. Ciò mi spinse a un livello di fede straordinario, specialmente nei giorni in cui ricevevo molto poco, soltanto qualcosa che mi sarebbe servita da pasto.

Perciò ho imparato a meditare sulla vacuità della mia elemosina – rinunciando consapevolmente al desiderio del cibo e accettando la fame. Sopportare la fame con fede mi ha portata oltre la disperazione ad uno stato di gratitudine e di gioia per ciò che ricevevo – un sentimento di pienezza che non era dovuto al cibo.

Queste difficoltà mi hanno maturato. Ho avuto fame, ma sono stata capace di andare avanti perché ogni parte del mio corpo si nutriva di atti di gentilezza amorevole che ricevevo da gente generosa che per anni si è preoccupata di me e la mia vita è composta da pura gentilezza e gratitudine. Ora nel mio passaggio attraverso la Malesia ho colto di nuovo l’opportunità di fare pindapat nel mercato locale di Penang dove è sorprendentemente facile elemosinare. Sapevo che sarei stata ben nutrita. Con la mia ciotola assicurata alla sua imbracatura attorno alla mia spalla e cullata nei miei palmi, mi trovavo fra i venditori di frutta e verdura e file di fragili bancarelle che mostravano un corredo di abiti per bambino, borse per signora, gioielleria, prodotti artigianali e ciondoli colorati.

Cantavo per ciascuna persona che si fermava a farmi offerte. In pochi minuti la mia ciotola era riempita di frutta, da biscotti, da pancake, da riso e da dolci al cocco e zucca fritta – ciascuna riposta in una confezione di plastica colorata.

Nelle prime ore di domenica mattina i negozianti, soprattutto cinesi locali, sanno cosa fare quando incontrano qualcuno che chiede l’elemosina. In questa società le monache buddhiste raramente praticano il pindapat, e i monaci che chiedono l’elemosina spesso accettano soldi. Oggi hanno visto una monaca – una forestiera – che riceveva soltanto offerte di cibo nella sua ciotola.

Luogo comune. Ogni qualvolta le persone provavano a dare soldi, dovevo velocemente coprire la mia ciotola fra le mani. Sorpresi, ritornavano con dolci, riso impacchettato o frutta. Molti venivano e quando la mia ciotola si stava riempiendo, essi accumulavano le loro offerte in numerose quantità di borse di plastica rosa ai miei piedi. Con tutta questa attenzione, ero distolta dalla mia normale pratica di concentrarmi sulla ciotola e meditare sulla vacuità.

La prima volta che qualcuno si è inginocchiato e ha fatto anjali, velocemente ho tolto i miei sandali prima di recitare una benedizione, Sukhi hotu, avera hotu, abhayapaja hotu. A causa della spazzatura che è dappertutto non avevo girovagato scalza come avrebbe fatto il Buddha ma non me la sentivo di ricevere il suo rispetto indossando le scarpe. Il ricordo di come avevo gettato i miei sandali e percorso le cinquanta strade di Yangon l’anno scorso per chiedere l’elemosina mi ha suggerito di ritornare scalza. [...] continua seconda parte

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Il cibo della gentilezza di Sister Ajahn Medhanandi

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.


SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Tradotto da Valentino Ferrari

Fonte: www.forestsangha.org/medhanandi12.htm


20 gennaio, 2010 by pomodorozen Categories :
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Compassione
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Il cibo della gentilezza – Parte 2

Ho continuato a stare in piedi cantando dolcemente a me stessa il Dhammacakkappavattana Sutta e dando benedizioni ogni volta che qualcuno metteva più cibo nella mia ciotola. Sentivo il movimento della ruota del Dhamma e riflettevo sulle migliaia di anni che questo modo di elemosinare e ricevere ha educato alla fede. Ancora una volta era sostenuto da semplici atti di gentilezza – ora un bambino con un sacco di involtini fritti, ora una donna con un misto di frutta, ora un uomo indiano curioso di conoscere da quale paese io provenissi.

Alcuni chiedevano, quando vedevano la ciotola completamente colma, se collocare le loro offerte direttamente nei sacchi ai miei piedi, volevo accettare ogni offerta nella mia mano qualora non avessi potuto nella mia ciotola e quindi instaurare un senso di connessione e relazione, cantare una benedizione e portare testimonianza della loro gentilezza.

E’ stato in uno di questi momenti fra la sovrabbondanza della ciotola e la febbre da generosità che improvvisamente mi sono sentita un’ipocrita. Ero ben nutrita, insieme ai miei devoti, non mi mancava niente e i sacchi traboccavano di fianco a me. Perché dovevo rimanere lì ad elemosinare? Come potevo osare di riprendere la mia ciotola e chiedere di riempirla all’infinito quando mi era già stato dato tanto? Che diritto avevo perfino di iniziare a elemosinare?

Soffocata e sudata nei miei abiti, queste domande si affollavano nella mia mente. Mi sono ricordata la storia de “L’apprendista stregone” che prova a pulire mentre le scope si moltiplicano e continua a portare acqua. Sembrava assurdo fare giochi di destrezza con così tante borse di cibo quando nella mia pancia non c’era niente.

Non era trascorsa nemmeno mezz’ora che mi sentivo imbarazzata, ansiosa, e incurante di ricevere generosità, cosicché iniziai a sperare di ricevere presto altre elemosine. Quindi, per placare la mia mente iniziai a cantare con voce più alta.

Contemplando le Quattro Nobili Verità, guardavo i piedi di tutti i passanti, indossavano sandali di ogni colore e stile, tacchi alti e scarpe rotte, esseri umani di tutte le età, che si mescolavano, zoppicavano oppure andavano a passo svelto. Guardando i loro volti, ho visto il gobbo, il disabile e il sano, il barbone e il benvestito, il magro e il ciccione, sorrisi e bronci, espressioni preoccupate e distratte, padri, figli, un padre che tiene per mano suo figlio, figli in bicicletta, commercianti che urlano e gli odori del mercato, il mondo – il Mondo.

Il mio cuore si è riempito di compassione. Mi resi conto che io stavo lì per farmi riempire la ciotola all’infinito da coloro che amano la Verità. Affamata o no, avevo ogni diritto di ricevere ciò che essi liberamente mi donavano. Non stavo abusando di quella bellezza perché non era per me che essi riempivano la mia ciotola, elemosinavo l’amore di quel gesto, e il riempirsi e lo svuotarsi della mia ciotola era il processo naturale di ciascuna delle nostre vite ricordate e onorate in atti casuali di gentilezza. Io ricevo e a mia volta dono. [...]  ritorna parte 1

tratto dal sito www.santacittarama.it

Il cibo della gentilezza di Sister Ajahn Medhanandi

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati. – SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Tradotto da Valentino Ferrari – Fonte: www.forestsangha.org/medhanandi12.htm

21 dicembre, 2009 by pomodorozen Categories :
Compassione
Equanimità
Frase del giorno
Madre Teresa
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Comprendere e vivere l’Amore

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Le piogge torrenziali colpivano le strade di Calcutta.  Sia che diluvii o faccia caldo o freddo, i piu’ colpiti risultano essere sempre i poveri. I lavoratori di giornata non possono recarsi al lavoro.  Durante uno di questi acquazzoni, venni a conoscenza di due famiglie  che stavano particolarmente male.  Mancava loro il denaro e, per questo,  non avevano da mangiare poiche’ vivevano – come si dice – alla giornata.  Allora portai un piatto di riso a una di queste. Lo consegnai alla padrona di casa, una donna indu’,  che scomparve immediatamente, per tornare subito dopo con meta’ riso nel piatto.  Subito le chiesi: “Cosa hai fatto con il riso?”. La donna mi rispose:  “Ho diviso cio’ che lei mi ha portato con una famiglia di musulmani nostri vicini”.  Restai sorpresa e pensai:
“Solo se condividiamo il poco che possiamo avere,  comprenderemo il significato della comunita’ umana”.
(Madre Teresa)

15 dicembre, 2009 by pomodorozen Categories :
Amore
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La messinscena della carità

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La carità è in realtà , l’interesse personale mascherato da altruismo. Voi dite che è difficile accettare che ci possano essere delle occasioni in cui non siete genuini nei vostri tentativi di essere affettuosi e fiduciosi nei confronti degli altri. Vorrei semplificare questo concetto. Anzi, semplifichiamolo il più possibile, portiamolo alle estreme conseguenze, almeno per cominciare.

Esistono due tipi di egoismo. Il primo è quando io concedo a me stesso il piacere di compiacermi. Questo è quello che comunemente definiamo egocentrismo. Il secondo è quando mi concedo il piacere di compiacere gli altri. Questo sarebbe un tipo di egoismo più raffinato.

Il primo tipo appare più che evidente, mentre il secondo è nascosto, molto nascosto, e per questo più pericoloso, perché finiamo per sentirci davvero eccezionali. Ma forse, tutto sommato, non siamo poi tanto eccezionali. Vedo che protestate, a questa mia affermazione. Splendido!

Lei signora mi cita il suo caso: lei vive da sola, va in parrocchia, e dedica agli altri parecchie ore del suo tempo. Però ammette anche che in realtà lo fa per egoismo – lei ha bisogno di essere utile – e sa anche che ha bisogno di essere utile in modo tale da sentire di dare un piccolo contributo al mondo. Ma afferma anche che, poiché gli altri hanno bisogno di lei, si tratta di uno scambio bidirezionale.

Lei è quasi illuminata! Dobbiamo tutti imparare da lei. E’ vero. La signora dice:”Io do qualcosa, e ricevo qualcosa”. Ha ragione. Io vado la per aiutare, do qualcosa, ricevo qualcosa. E’ splendido. E’ vero. E’ reale. Questa non è carità, è interesse personale illuminato.

E lei, signore, lei mi fa notare che il vangelo di Gesù è in ultima analisi il vangelo dell’interesse personale. Otteniamo la vita eterna attraverso i nostri atti di carità. “Venite benedetti delpadre mio, perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” e così via. Lei dice che questo conferma esattamente quello che ho detto io. Se guardiamo a Gesù lei dice, ci accorgiamo che i suoi atti di carità erano, a conti fatti, atti di interesse personale, per assicurarsi le anime da destinare all vita eterna. E ritiene che ciò costituisca l’essenza e il significato profondo della vita: il perseguimento dell’interesse personale attraverso gli atti di carità.

Bene. Però, vede, lei sta barando un po’, perché ha inserito la religione in questo discorso. Legittimo, per carità. E’ valido. Ma forse è meglio che mi occupi dei vangeli, della bibbia e di Gesù verso la fine di questo ritiro. Ma ora, tanto per complicare le cose un po’ di più, vorrei dire solo questo: “Ho avuto fame, e mi avete dato da mangiare. Ho avuto sete e mi avete dato da bere.” E loro cosa rispondono? “Quando? Quando l’abbiamo fatto? Non lo sappiamo”. Erano inconsapevoli!

Qualche volta, fantasticando, mi capita di immaginare una scena nella quale il re dice: “avevo fame e mi avete dato da mangiare” e la gente che si trova sulla destra dice: “Esatto Signore lo sappiamo”.

“Non stavo parlando con voi” risponde loro il re.

“Non corrisponde alle scritture; voi non dovreste saperlo”.

Non è interessante? Voi, invece lo sapete. Voi conoscete quella sensazione di piacere che si prova compiendo atti di carità. Esatto, è così!

E’ esattamente il contrario di qualcuno che dica:”cosa c’è di tanto speciale in quel che ho fatto? Ho fatto qualcosa, ho ricevuto qualcosa. Non avevo idea di fare del bene. La mia mano sinistra ignorava quello che stava facendo la destra”

Sapete, il bene assume il suo valore più altro in quelle occasioni in cui non ci si rende conto che si sta facendo del bene. Non si è mai tanto buoni quanto nelle occasioni in cui non ci si rende conto di essere buoni. Ossia, come direbbe il grande Sufi: ”Un santo è tale finché non viene a saperlo”. Non è autocosciente.
Tratto da: Messaggio per un’aquila che si crede un polloAnthony de Mello – Piemme

8 novembre, 2009 by pomodorozen Categories :
Amore
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… in silenzio

sit_01buddhaSedere fermi in silenzio offre la posizione non di colui che respinge l’altro di fronte a sé, ma di colui che è diventato uno.
Quando si accetta all’interno di sé tutto quello che si oppone a se stessi e si diventa uno con quello, non può esserci nient’altro che non sia noi stessi, poiché a quel punto se stessi diventa la pienezza dell’universo stesso.
Essere un solo corpo col tutto, in quell’unità che non è solo uno, è sentire il dolore dell’altro come proprio dolore, la gioia dell’altro come la propria vera gioia”.
(Monastero Zen di Fudenji)