Non sapremo mai quanto può fare un semplice sorriso
Non ricorriamo a bombe e cannoni per conquistare il mondo. Ricorriamo all’ amore e alla compassione. La pace inizia con un sorriso. Sorridete cinque volte al giorno a qualcuno cui in realtà non avreste la minima intenzione di sorridere. Fatelo per la pace. Irradiamo la pace di Dio e accendiamo in tal modo la Sua luce e spegniamo nel mondo e nei cuori di tutti gli uomini tutto l’odio e l’amore del potere. Sorridiamoci a vicenda. Non è sempre facile. A volte ho difficoltà a sorridere alla mia consorella, ma allora prego.
Dio ama il mondo per il tramite vostro e mio. Siamo noi quell’amore e quella compassione? Cristo è venuto sulla terra a rappresentare la compassione del Padre. Dio ama il mondo per il tramite tuo e mio e di tutti coloro i quali rappresentano il Suo amore e la Sua compassione nel mondo.
C’è molta sofferenza nel mondo, moltissima. La sofferenza materiale è la sofferenza di chi ha fame, di chi non ha una casa, di chi è malato, ma continuo a ritenere che la sofferenza più profonda sia quella di chi è solo, di chi non si sente amato, di chi non ha nessuno. Sono giunta a rendermi conto sempre più intimamente che la peggior malattia che un qualsiasi essere umano possa mai sperimentare è quella di non essere desiderati.
In questi tempi di sviluppo, il mondo intero corre e ha una gran fretta. Ma vi sono quelli che cadono lungo il percorso e non hanno la forza di proseguire. Sono questi coloro di cui dobbiamo preoccuparci.
Dobbiamo essere molto sinceri nei nostri vicendevoli rapporti, e avere il coraggio di accettarci a vicenda come siamo. Non sorprendiamoci, né preoccupiamoci dei nostri errori; cerchiamo e troviamo invece ciò che c’è di buono nel nostro prossimo, perché ciascuno di noi è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Gesù l’ha espresso in modo esemplare: “Io sono la vite, voi siete i tralcio. La linfa vitale che dalla vite fluisce in ogni tralcio è la stessa.
Sii gentile nelle tue azioni. Non credere di essere l’unico capace di svolgere un lavoro efficiente, un lavoro degno di essere esibito. Ciò ti rende duro nel giudicare gli altri che forse non possiedono le stesse doti. Fa’ del tuo meglio e confida che gli altri facciano del loro meglio. E sii fedele nelle piccole cose perché è in esse che risiede la tua forza.
I Vangeli ci ricordano che Gesù, prima di predicare alle genti, provò compassione per le moltitudini che lo seguivano. A volte la provava al punto di dimenticare di mangiare. In che modo mise in pratica la sua compassione? Moltiplicò i pani e i pesci per soddisfare la loro fame. Diede loro da mangiare finche non furono completamente sazi, e avanzarono ancora dodici canestri colmi di cibo. Soltanto allora iniziò a predicare.
Amandoci l’un l’altro attraverso le nostre opere, procuriamo un aumento di grazia e una crescita nell’amore divino.
(Madre Teresa di Calcutta – “Nel cuore del mondo”)
“Se dovessi entrare nel tempio
per il solo scopo di chiedere
non dovrai ricevere.
E se dovessi entrarci
per umiliarti
non migliorerai;
o persino se dovessi entrarci
per chiedere il bene per gli altri
non sarai ascoltato.
E’ sufficiente che tu entri nel tempio
invisibile.”
Kahlil Gibran : il Profeta
La ciotola dell’elemosina ha un ruolo centrale nella mia vita. Un simbolo della tradizione monastica della tradizione buddhista theravada nella quale mi sono esercitata, è l’anima della mia mendicanza presentandomi a mani vuote davanti ai laici per ricevere nutrimento materiale e rispondere alla loro generosità. A volte ciò consiste nello scambiarsi un insegnamento del Buddha, a volte un canto di benedizione o semplicemente un’espressione di gratitudine e di gentilezza.
Io sono una mendicante e devo anche essere credibile. Non è facile essere una mendicante credibile. Devo essere meritevole di ricevere la gentilezza degli altri e ricevere tutto ciò di cui ho bisogno. Ciò è molto raro e prezioso che avvenga, poiché gli atti di generosità sono sempre più rari in un mondo legato ad avidità ed egoismo.
Coltivare il sentiero spirituale con integrità richiede molto a una mendicante, soprattutto fedeltà al Vinaya, il codice secondo il quale vivo, così come un apprezzamento sincero e il rispetto per i miei fedeli, la loro devozione, il loro duro lavoro per ottenere, preparare e portare offerte anche a prezzo di un sacrificio considerevole. Richiede anche di accontentarsi di poco – un modo di essere legato alla semplicità e un impegno alla rinuncia a molti livelli.
Queste qualità si sviluppano attraverso un cuore vigile che è difficile da praticare in una istituzione vasta e ben radicata. Nel periodo in cui i beni materiali necessari alla vita monastica, soprattutto i pasti, sono stati completi, assicurati e spesso abbondanti, praticavo l’auto-astinenza per ricordare a me stessa il valore di ciò che ci era dato. A volte andavano per fare tudong o camminavamo in cerca di elemosina nei villaggi vicini accettando qualunque cosa ci venisse offerta come nostro pasto giornaliero. Ma queste erano privazioni temporanee non uno stile di vita consueto, che sostenevano il sapore di un’avventura eroica, ma difficilmente rispecchiavano la fatica di uno sforzo spirituale quotidiano.
Fu soltanto dopo che lasciai il monastero principale per andare a vivere da sola in Nuova Zelanda – un paese non-buddhista – che venni a conoscenza della vera impossibilità di scelta, nei tempi in cui affrontavo la fame fisica o la fatica dell’isolamento. Ciò mi spinse a un livello di fede straordinario, specialmente nei giorni in cui ricevevo molto poco, soltanto qualcosa che mi sarebbe servita da pasto.
Perciò ho imparato a meditare sulla vacuità della mia elemosina – rinunciando consapevolmente al desiderio del cibo e accettando la fame. Sopportare la fame con fede mi ha portata oltre la disperazione ad uno stato di gratitudine e di gioia per ciò che ricevevo – un sentimento di pienezza che non era dovuto al cibo.
Queste difficoltà mi hanno maturato. Ho avuto fame, ma sono stata capace di andare avanti perché ogni parte del mio corpo si nutriva di atti di gentilezza amorevole che ricevevo da gente generosa che per anni si è preoccupata di me e la mia vita è composta da pura gentilezza e gratitudine. Ora nel mio passaggio attraverso la Malesia ho colto di nuovo l’opportunità di fare pindapat nel mercato locale di Penang dove è sorprendentemente facile elemosinare. Sapevo che sarei stata ben nutrita. Con la mia ciotola assicurata alla sua imbracatura attorno alla mia spalla e cullata nei miei palmi, mi trovavo fra i venditori di frutta e verdura e file di fragili bancarelle che mostravano un corredo di abiti per bambino, borse per signora, gioielleria, prodotti artigianali e ciondoli colorati.
Cantavo per ciascuna persona che si fermava a farmi offerte. In pochi minuti la mia ciotola era riempita di frutta, da biscotti, da pancake, da riso e da dolci al cocco e zucca fritta – ciascuna riposta in una confezione di plastica colorata.
Nelle prime ore di domenica mattina i negozianti, soprattutto cinesi locali, sanno cosa fare quando incontrano qualcuno che chiede l’elemosina. In questa società le monache buddhiste raramente praticano il pindapat, e i monaci che chiedono l’elemosina spesso accettano soldi. Oggi hanno visto una monaca – una forestiera – che riceveva soltanto offerte di cibo nella sua ciotola.
Luogo comune. Ogni qualvolta le persone provavano a dare soldi, dovevo velocemente coprire la mia ciotola fra le mani. Sorpresi, ritornavano con dolci, riso impacchettato o frutta. Molti venivano e quando la mia ciotola si stava riempiendo, essi accumulavano le loro offerte in numerose quantità di borse di plastica rosa ai miei piedi. Con tutta questa attenzione, ero distolta dalla mia normale pratica di concentrarmi sulla ciotola e meditare sulla vacuità.
La prima volta che qualcuno si è inginocchiato e ha fatto anjali, velocemente ho tolto i miei sandali prima di recitare una benedizione, Sukhi hotu, avera hotu, abhayapaja hotu. A causa della spazzatura che è dappertutto non avevo girovagato scalza come avrebbe fatto il Buddha ma non me la sentivo di ricevere il suo rispetto indossando le scarpe. Il ricordo di come avevo gettato i miei sandali e percorso le cinquanta strade di Yangon l’anno scorso per chiedere l’elemosina mi ha suggerito di ritornare scalza.
Ho continuato a stare in piedi cantando dolcemente a me stessa il Dhammacakkappavattana Sutta e dando benedizioni ogni volta che qualcuno metteva più cibo nella mia ciotola. Sentivo il movimento della ruota del Dhamma e riflettevo sulle migliaia di anni che questo modo di elemosinare e ricevere ha educato alla fede. Ancora una volta era sostenuto da semplici atti di gentilezza – ora un bambino con un sacco di involtini fritti, ora una donna con un misto di frutta, ora un uomo indiano curioso di conoscere da quale paese io provenissi.
Alcuni chiedevano, quando vedevano la ciotola completamente colma, se collocare le loro offerte direttamente nei sacchi ai miei piedi, volevo accettare ogni offerta nella mia mano qualora non avessi potuto nella mia ciotola e quindi instaurare un senso di connessione e relazione, cantare una benedizione e portare testimonianza della loro gentilezza.
E’ stato in uno di questi momenti fra la sovrabbondanza della ciotola e la febbre da generosità che improvvisamente mi sono sentita un’ipocrita. Ero ben nutrita, insieme ai miei devoti, non mi mancava niente e i sacchi traboccavano di fianco a me. Perché dovevo rimanere lì ad elemosinare? Come potevo osare di riprendere la mia ciotola e chiedere di riempirla all’infinito quando mi era già stato dato tanto? Che diritto avevo perfino di iniziare a elemosinare?
Soffocata e sudata nei miei abiti, queste domande si affollavano nella mia mente. Mi sono ricordata la storia de “L’apprendista stregone” che prova a pulire mentre le scope si moltiplicano e continua a portare acqua. Sembrava assurdo fare giochi di destrezza con così tante borse di cibo quando nella mia pancia non c’era niente.
Non era trascorsa nemmeno mezz’ora che mi sentivo imbarazzata, ansiosa, e incurante di ricevere generosità, cosicché iniziai a sperare di ricevere presto altre elemosine. Quindi, per placare la mia mente iniziai a cantare con voce più alta.
Contemplando le Quattro Nobili Verità, guardavo i piedi di tutti i passanti, indossavano sandali di ogni colore e stile, tacchi alti e scarpe rotte, esseri umani di tutte le età, che si mescolavano, zoppicavano oppure andavano a passo svelto. Guardando i loro volti, ho visto il gobbo, il disabile e il sano, il barbone e il benvestito, il magro e il ciccione, sorrisi e bronci, espressioni preoccupate e distratte, padri, figli, un padre che tiene per mano suo figlio, figli in bicicletta, commercianti che urlano e gli odori del mercato, il mondo – il Mondo.
Il mio cuore si è riempito di compassione. Mi resi conto che io stavo lì per farmi riempire la ciotola all’infinito da coloro che amano la Verità. Affamata o no, avevo ogni diritto di ricevere ciò che essi liberamente mi donavano. Non stavo abusando di quella bellezza perché non era per me che essi riempivano la mia ciotola, elemosinavo l’amore di quel gesto, e il riempirsi e lo svuotarsi della mia ciotola era il processo naturale di ciascuna delle nostre vite ricordate e onorate in atti casuali di gentilezza. Io ricevo e a mia volta dono.
dis Sister Ajahn Medhanandi
© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Tradotto da Valentino Ferrari
Fonte: www.forestsangha.org/medhanandi12.htm
Le persone infelici sono pericolose semplicemente perché non si curano della possibile sopravvivenza del pianeta. Sono così infelici che nell’intimo pensano che sarebbe meglio se tutto finisse una volta per tutte. Che importanza ha, quando si vive nell’infelicità?
Solo le persone felici, che vivono in estasi, danzando, vorrebbero che questo pianeta sopravvivesse per sempre.
La serietà non è altro che una malattia dell’anima, mentre la sincerità è un fenomeno completamente diverso.
Un uomo serio non può ridere, non può danzare, non può giocare; si controlla in continuazione, diventa il carceriere di se stesso. L’uomo schietto può gioire con sincerità, può danzare, ridere con franchezza. E nella risata ritrovate l’unità con il vostro corpo, la vostra mente, il vostro essere; le divisioni scompaiono, scompare la personalità schizofrenica.
La risata riporta a te la tua energia; sottrarti la risata è una castrazione spirituale.
La gente che si è riunita intorno a me sta imparando come essere più felice, come essere più meditativa, come ridere di più, vivere di più, amare di più, e diffondere l’amore e la risata nel mondo intero: questa è la sola protezione possibile contro le armi nucleari.
Se il mondo intero riesce a imparare ad amare e a ridere e a divertirsi e a danzare, Ronald Reagan e Michail Gorbaciov si stupiranno: cos’è successo? Sembra che il mondo intero sia impazzito!
Persone felici, appagate, non possono essere costrette a uccidere altre persone che non hanno fatto loro nulla di male. Non è affatto strano che nel corso dei secoli tutti gli eserciti siano stati repressi sessualmente: è inevitabile che la gente così inibita sessualmente repressa sia distruttiva. La stessa repressione li obbliga a sopprimere qualcosa. Non lo avete mai osservato in voi stessi? Quando siete felici, allegri, volete creare qualcosa; quando siete infelici, tristi, volete distruggere qualcosa.
E’ una vendetta. Tutti gli eserciti sono tenuti a un livello di repressione sessuale tale da rendere una gioia l’istante in cui possono andare a uccidere qualcuno. Per lo meno così riescono a liberare le loro energie soffocate: in maniera disgustosa, inumana, ovviamente; tuttavia le esprimono.
Non avete fatto caso? I pittori, i poeti, gli scultori, i ballerini non sono mai persone represse sessualmente.Al contrario, spesso amano troppo!Amano tantissime persone; forse una sola non è sufficiente per esaurire il loro amore. E nel corso dei secoli sono sempre stati criticati dai preti: “Questi poeti, questi pittori, scultori, musicisti, non sono brave persone”. Invece sono gli unici ad aver dato a questa umanità qualcosa di bello, ad aver donato al mondo qualche fiore di gioia, di musica, qualche splendida danza. Questo è uno dei fondamenti della vita: se non create, non raggiungete la pienezza della vostra dignità.
La vostra creatività porta con sé la libertà, l’intelligenza, la consapevolezza e vi rafforza.
Cos’hanno fatto i preti in questo mondo? Hanno bruciato donne, chiamandole streghe, hanno ucciso persone che appartenevano ad altre fedi; non sono stati creativi in nessun senso. Non hanno portato a fioritura la terra, né hanno alimentato la vita.
Dobbiamo rispettare profondamente le persone creative, in qualsiasi dimensione si esprimano.
Inoltre dovremmo imparare a trasformare le nostre energie in modo tale che non siano represse, ma si esprimano nel nostro amore, nella nostra risata, nella nostra felicità. Questa terra è molto di più che un paradiso: non dovete andare altrove.
Il paradiso non è qualcosa da conseguire, è qualcosa che si deve creare.
Dipende da noi.
Questa crisi offre l’opportunità alle persone coraggiose di slegarsi dal passato e di iniziare a vivere in modo nuovo, non apportando solo qualche modifica, non agendo in continuità rispetto al passato, ma in maniera migliore e assolutamente originale.
E lo si deve fare adesso, perché abbiamo pochissimo tempo. Con la fine del ventesimo secolo, o comincerà una nuova storia dell’umanità, oppure non sopravviverà nessuno, neppure un solo fiore di campo rimarrà in vita. Tutto morirà.
Oltre alle bombe al neutrone, che già esistono, in Russia e forse anche in America si stanno sperimentando raggi della morte. Invece che lanciare bombe, è molto più facile usare raggi mortali che uccidono impunemente esseri viventi, animali, uccelli, alberi. Resteranno solo le cose prive di vita: le case, i templi, le chiese. Sarà un vero incubo. E quei raggi mortali non sono visibili. Sappiamo che esistono, ora stanno solo studiando il modo di diffonderli, come farli arrivare su un obiettivo per distruggere tutti gli esseri viventi in cui si imbattono.
Abbiamo bisogno di popolare il mondo con persone più felici, se vogliamo impedire la terza guerra mondiale. Queste armi nucleari e queste macchine da guerra non possono operare da sole. Sono messe in funzione da esseri umani, dietro di loro ci sono mani umane:
ma una mano che conosce la bellezza di una rosa non può lanciare una bomba su Hiroshima; una mano che conosce la bellezza dell’amore non può imbracciare un fucile carico di morte.
Meditate un attimo su tutto questo e capirete ciò che intendo.
Sto dicendo questo: diffondete la risata, diffondete l’amore, una vita ricca di valori positivi, fate crescere più fiori in tutto il pianeta. Apprezzate tutto ciò che è bello e condannate tutto ciò che è inumano.
Se volete cambiare il mondo per renderlo totalmente nuovo, ricco di una nuova consapevolezza umana, dovrete togliere l’intero pianeta dalle mani dei politici e dei preti: l’uomo deve essere liberato da questi mostri.
Il nostro lavoro è insegnare alla gente una consapevolezza maggiore, ad amare di più, a essere più comprensivi, più felici, e a diffondere la danza e la celebrazione su tutta la terra.
Riducendo tutto questo a una sola frase, posso dire: se possiamo rendere felice l’umanità, non scoppierà mai nessuna terza guerra mondiale.
fonte: www.osho.com
Kalachakra Mandala
IL SIGNIFICATO DEL KALACHAKRA – parte 1
L’iniziazione del Kalachakra è il più grande rituale buddista regolarmente conferito da Sua Santità il Dalai Lama. È data tradizionalmente ad estesi gruppi di persone provenienti da tutto il mondo, ed è associata alla promozione della pace e della tolleranza universale. È considerata una benedizione speciale per tutti coloro che vi partecipano e per l’ambiente in cui è data.
La divinità di Kalachakra (yab-yum) simbolizza l’unione del principio maschile del metodo con quello femminile della saggezza.
La parola Kalachakra significa “La Ruota del Tempo”, in riferimento alla presentazione unica dei cicli del tempo all’interno del Kalachakra Tantra. Questa comprensione del tempo è usata in Kalachakra come base per un sistema finalizzato alla liberazione ed all’illuminazione. La parola tantra significa “un flusso inesauribile di continuità”. I fondamenti del Kalachakra, come tutta la pratica buddista, si basano sulle argomentazioni contenute nelle “Quattro Nobili verità”. Partendo da questo presupposto, per un praticante buddista, ricevere l’iniziazione significa detenere l’autorizzazione ad iniziare lo studio e la pratica del Kalachakra Tantra.
Impegnandosi nella pratica con la motivazione di liberare tutti gli esseri dalla sofferenza, e con le adeguate circostanze interne ed esterne, si possono conseguire all’interno della propria mente le realizzazioni del percorso verso l’illuminazione. Chi non è buddista, o chi, pur essendolo, non desideri prendere attualmente l’iniziazione, può riceverla ugualmente come benedizione. Per tutti coloro che vi partecipano, senza badare al livello di partecipazione, il Kalachakra rappresenta una preghiera universale per lo sviluppo dell’etica di pace e d’armonia in noi stessi e nell’umanità.
PARTECIPARE ALL’INIZIAZIONE DEL KALACHAKRA
Nonostante che le più alte meditazioni della tradizione di Kalachakra siano prerogativa d’una esigue schiera d’eletti, attualmente, a causa d’eventi ormai trascorsi e di quelli ancora da venire, per stabilire un forte rapporto carmico col Kalachakra nelle menti delle persone, vige la tradizione di conferire l’iniziazione di Kalachakra in occasione di grandi incontri pubblici.
Quali sono le qualificazioni di chi desidera ricevere la trasmissione per poi veramente praticare?
Il primo attributo è quello della bodhichitta, l’aspirazione altruistica alla più alta illuminazione, che beneficia gli altri ancor più di sé stessi.
Si dice che il miglior discepolo è chi coltiva l’esperienza ineffabile tramite la sua mente sublime, mentre il praticante dalle capacità intermedie riesce a coglierne un barlume nelle sue meditazioni, invece quello dalle capacità più limitate dovrebbe nutrire almeno un apprezzamento ed un interesse a svilupparlo.
La seconda qualificazione consiste nell’addestramento alla comprensione speciale: in altre parole, alla pratica sulla vacuità. In questo caso si ritiene che il miglior discepolo abbia acquisito un’esperienza precisa sulla natura della realtà ultima, come spiegato nelle scuole Madhyamaka o Yogachara del pensiero Mahayana. Il praticante dalle attitudini intermedie manifesta una comprensione corretta basata sullo studio e sulla razionalità in generale; mentre il discepolo dalle capacità più limitate dovrebbe esprimere almeno un grande apprezzamento ed interesse a conoscere i punti di vista filosofici di una delle due scuole suddette.
In più, un discepolo che chiede l’iniziazione di Kalachakra dovrebbe comunque manifestare una sensibilità ed un interesse per questa particolare tradizione tantrica.
Lo scopo dell’iniziazione consiste nel collocare degli speciali semi carmici nella mente del destinatario. Ma, se il ricevente non possiede una sufficiente apertura, generata da un sostanziale interesse spirituale, sarà molto difficile che questi semi possano attecchire. Chiunque desideri assistere ad una cerimonia d’iniziazione, soltanto per ricevere una benedizione, vale a dire per stabilire un rapporto carmico con il lignaggio di Kalachakra, sarà ammesso all’iniziazione se dimostrerà apprezzamento e rispetto per l’evento.
[...] segue parte 2
da Glenn Mullin: “The practise of Kalachakra” pubblicato da “Snow Lion” www.snowlionpub.com
traduzione tratta dal sito http://www.sangye.it/
Kalachakra Mandala
IL SIGNIFICATO DEL KALACHAKRA – parte 2 [...] ritorna a parte 1
Chi desideri assistere all’iniziazione soltanto da questo punto di vista, non dovrebbe immaginare d’assumerne gli impegni o le discipline connesse all’iniziazione, quali i voti di bodhisattva o i precetti tantrici. Piuttosto, dovrebbero pensare d’essere presente solo per apprezzare l’energia spirituale sprigionata dall’evento. Anche in chi è animato più dalla fede che dalla conoscenza, nonostante non comprenda i principi del percorso che unisce il metodo e la saggezza, possono ancora saldamente attecchire i semi dell’iniziazione, a patto che il continuo mentale del ricevente manifesti almeno un’attitudine spirituale di fondo. Di conseguenza, questa è la qualificazione minima richiesta per assistere all’iniziazione di Kalachakra. Occorre aver generato almeno una interesse spirituale di base, anche se non si è un praticante convenzionale.
IMPEGNARSI NELLA PRATICA QUOTIDIANA
Coloro che assistono all’iniziazione, e desiderano dedicarsi ad un addestramento quotidiano, solitamente iniziano ad applicarsi nella pratica quotidiana del Guruyoga in sei sessioni, di cui è disponibile una varietà di testi. Questo tipo di pratica presenta, all’interno del contesto di una preghiera e di una meditazione di guruyoga, una revisione concisa dei punti salienti degli yoga dello stadio di generazione del sentiero di Kalachakra.
Le pratiche di questa natura sono chiamate “yoga in sei-sessioni” perché sono strutturate per essere recitate e visualizzate tre volte durante il giorno e tre volte alla notte. Se questo non risultasse possibile, dovremmo iniziare il nostro addestramento provando a leggere almeno una volta al giorno il guruyoga, meditandovi sopra, armonizzando il nostro continuo mentale con il significato delle parole.
Non dovremmo tuttavia limitare la nostra pratica soltanto a questo livello dell’attività. Per adempiere al meglio allo scopo dell’iniziazione, dovremmo assumere il metodo del guruyoga in sei-sessioni come la base della nostra meditazione quotidiana, per sforzarci, quindi, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, a provare ad espandere costantemente la nostra mente nell’approfondimento della pratica.
All’inizio, dovremmo studiare approfonditamente la natura del percorso di Kalachakra, la sua generazione e gli yoga dello stadio di completamento, prestando un’attenzione speciale a quegli aspetti che troviamo più difficili da capire. Allora, dopo aver udito e riflettuto sulle istruzioni, dovremmo provare a generare la loro realizzazione all’interno del nostro proprio flusso di essere.
Dal momento che le nostre menti sono condizionate da una modalità di percezione comune, che si rivela distorta ed alterata, dobbiamo dissolvere nella realtà del Dharmadhatu, la natura di vacuità, questi modelli impuri di pensiero e queste false concezioni. Adempiendo a questo compito, allora automaticamente realizziamo gli scopi del Buddhadharma, del Mahayana, del Vajrayana, i più alti yoga tanta, derivanti da conferimento dell’iniziazione di Kalachakra.
Anche se il percorso verso l’illuminazione è un’impresa in qualche modo rigorosa, ne vale proprio la pena. Perciò il saggio vi si applica, quindi, con tutte le sue forze. [...] ritorna a parte 1
da Glenn Mullin: “The practise of Kalachakra” pubblicato da “Snow Lion” www.snowlionpub.com
traduzione tratta dal sito http://www.sangye.it/