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Insegnamenti sul Buddhismo

9 settembre, 2010 by pomodorozen Categories :
Giuliano Giustarini
Insegnamenti sul Buddhismo
Quatto nobili verità
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Le quattro nobili verità – Giuliano Giustarini

Che cos’é, nella vita, che ci spinge a ‘cercare’, a guardare oltre i meccanismi che ci tengono intrappolati, a non accontentarci degli schemi mentali cui siamo abituati? Qual’é quella molla che volge il nostro sguardo al cuore dell’esistenza, quell’urgenza di vivere ‘più a fondo’? E in che modo questa ricerca interiore si può incontrare con il sentiero indicato, 2500 anni fa, dal Buddha? Quando capita che ci ammaliamo, ci rivolgiamo di solito a un bravo medico il quale, visitandoci, diagnosticherà il tipo di malattia da cui siamo affetti; quindi ci spiegherà da dove viene questa malattia, come ce la siamo presa; infine ci dirà se é possibile guarirne e se lo é ci prescriverà la terapia più adatta al nostro caso.

Il Buddha, con l’insegnamento delle Quattro Nobili Verità, si propone proprio come un medico, offrendo all’uomo la possibilità di guarire dal male che lo affligge. Le Quattro Nobili Verità sono, senza dubbio, alla base di tutto il pensiero buddhista. Si può ritenere che le varie forme in cui il buddhismo é conosciuto e praticato nel mondo esprimono, a tutti gli effetti, questo insegnamento semplice ma di enorme importanza.

Le Quattro Nobili Verità sono:
1) la sofferenza;
2)l’origine della sofferenza;
3) la fine della sofferenza;
4) la via che conduce alla fine della sofferenza.

Esse si presentano dunque come un processo terapeutico che va dal riconoscimento del male al rimedio che estingue il male alla radice. Sebbene questa formula, a un primo approccio, possa sembrare elementare, essa racchiude, in realtà, il significato più profondo dell’esistenza.

L’aspirazione dell’uomo a superare i limiti entro cui é costretto, ad assaporare una felicità non legata a condizioni, una felicità non transitoria, trova, nella dottrina del Buddha, una risposta esauriente. Il Buddha punta il dito verso la condizione dell’uomo, verso quel bisogno, espresso o meno, di pace. Con un insegnamento diretto, privo di speculazioni filosofiche, il Buddha offre all’umanità una via pratica per risolvere definitivamente il problema della sofferenza. “Io insegno soltanto una cosa: la sofferenza e la fine della sofferenza” E in questo senso deve essere considerato l’insegnamento sulle Quattro Nobili Verità, cioè come uno strumento, accessibile a tutti, per conoscere ed estinguere la sofferenza.

Perciò la Prima Nobile Verità mette in luce la presenza inevitabile del dolore e dell’insoddisfazione. Per constatare questa realtà non c’è bisogno di attraversare vicissitudini particolarmente tristi o dolorose, ma é sufficiente osservare la vera qualità delle esperienze di tutti giorni, vedere come queste sono minate da un velato disagio, da un senso di frustrazione spesso appena percettibile. Ma siamo abituati ad evitare, con numerosi stratagemmi, il confronto con questo disagio: lo ignoriamo, tuffandoci nelle esperienze che ci attraggono maggiormente, e rimandiamo così, ogni volta, la soluzione dei nostri problemi più profondi. Diamo per scontato che la questione stia tutta nella capacità di eludere la sofferenza, così fuggiamo dalle esperienze spiacevoli cercando rifugio in quelle piacevoli. Questo modo di agire, secondo l’insegnamentodel Buddha, può soltanto ‘abbellire’ la prigione in cui ci troviamo, ma non porta alla libertà: facciamo uscire il problema dalla porta e ce lo vediamo rientrare dalla finestra. Riflettendoci, non sembra un buon metodo.

Anche quando attraversiamo un periodo felice, in cui ogni cosa sembra andare per il verso giusto, c’è sempre una piccola increspatura, qualcosa che ci impedisce di gustare il momento in tutta la sua pienezza. Infatti questo benessere é comunque condizionato da alcuni fattori (ad esempio una bella vacanza, una promozione nel lavoro) che sono comunque mutevoli, caratterizzati dall’incertezza. Non si può, in altri termini, trovare una felicità incondizionata in ciò che é condizionato, limitato, legato a circostanze. Tuttavia, il nostro rapporto con la sofferenza é, di solito, caratterizzato dagli estenuanti tentativi di fuggire via dalla sensazione sgradevole in cerca di piacere, di gratificazione, di sicurezza.

Il Buddha insegna che questo atteggiamento é causa di ulteriore dolore, e che per risolvere il problema é necessario, per prima cosa, aprirsi alla verità della sofferenza. Il che non significa che il buddhismo suggerisca di rassegnarsi alla sofferenza, di smettere di aspirare a qualcosa di migliore: la soluzione che viene proposta consiste, semplicemente, in un benefico ‘entrare in contatto’ con la nuda energia del disagio esistenziale, con quell’insoddisfazione che ci separa dalla vita e che ci impedisce di assaporare quel che c’è. Grazie a questo contatto é possibile conoscere la vera natura di questa energia, e quindi scoprirne le cause. Secondo Ajahn Chah, rinomato maestro thailandese scomparso da pochi anni, l’investigazione della sofferenza ha un vero e proprio effetto risvegliante: “Quand’é che capirete la verità della sofferenza? Se continuiamo a fuggirla non la conosceremo mai”1. Questo primo passo, molto semplice all’apparenza, é in realtà estremamente difficile, perché ci mette di fronte a una verità scomoda, generalmente rifiutata. Inconsapevolmente, si tende ad evitare la verità del dolore, della vecchiaia e della morte: gli ospizi, gli ospedali, i cimiteri sono, molto spesso, dei luoghi in cui si vogliono confinare gli aspetti più spiacevoli dell’esistenza. Mettiamo continuamente una barriera tra noi e il lato ‘oscuro’ della vita. Il Buddha ci invita ad oltrepassare questo muro, a conoscere e trascendere la problematica esistenziale.

L’investigazione del dolore é il primo passo verso la libertà dal dolore. Il passo successivo consiste nella Seconda Nobile Verità, cioè nel comprendere la causa del dolore. Il Buddha sostiene che l’origine della sofferenza risiede nell’attaccamento. Questa parola, attaccamento, può essere facilmente fraintesa, ed é perciò utile fare qualche precisazione a riguardo: per attaccamento non si intende sollecitudine, amore o vitalità, ma una sorta di dipendenza dalle circostanze esteriori e di assuefazione ai capricci della mente. L’attaccamento non é altro che quella aspettativa di felicità assoluta che costantemente proiettiamo verso il mondo condizionato. É, di fatto, un rapporto errato con l’energia del desiderio.

Se ci si aggrappa al desiderio invece di comprenderlo, invece di vedere come agisce, se ne diviene inevitabilmente schiavi. Quindi il buddhismo non incoraggia, come spesso si ritiene, a torto, uno stato di passività in cui i desideri vengono visti come nemici da scacciare. La fuga dal desiderio (o la lotta contro di esso) non é che una trappola creata proprio dall’attaccamento.  L’attaccamento è infatti un rapporto conflittuale, egocentrico, con la vita, una cieca contrazione che ostacola la libertà e quindi la felicità. A volte ci capitano esperienze meravigliose, possiamo trovarci, per esempio, di fronte a un magnifico panorama, ma qualcosa ci impedisce di gustare pienamente questa esperienza: cominciamo a paragonare quello scenario con altri visti in passato, e questo filtro di pensieri, di confronti, ci allontana, ci fa perdere ‘qualcosa’. Oppure, vedendo il medesimo panorama, ci preoccupiamo di dover ridiscendere il sentiero, o della giornata di lavoro che ci aspetta l’indomani, e la sensazione piacevole rimane ‘inquinata’ da questa piccola ansia, da questa ‘goccia’ di avversione.

L’attaccamento alle nostre opinioni, poi, é un problema che ci mette in contrasto con coloro che non sono d’accordo con noi. Più siamo aggrappati ai nostri giudizi, ai nostri punti di vista, meno riusciamo a conoscere e a comprendere chi ci sta davanti. Questa incomprensione di fondo é responsabile dell’odio e dell’egoismo che affliggono l’umanità: i conflitti che avvengono su scala mondiale hanno origine dai conflitti che esistono in ognuno di noi. Come sottolinea Thich Nhat Hanh, poeta e maestro zen vietnamita noto per il suo impegno a favore della pace, la liberazione personale é un seme per la trasformazione dell’umanità stessa: “Praticare la non-violenza significa essere non-violenza”2 Comprendendo la Seconda Nobile Verità, cioè la causa del dolore, si sviluppa un atteggiamento diverso nei confronti della vita, un’apertura verso tutto ciò che ci circonda. Si può, in altre parole, intuire che é possibile vivere liberi dalla schiavitù dell’attaccamento. Questa possibilità é esposta nella Terza Nobile Verità, la verità dell’estinzione della sofferenza. Nella Terza Nobile Verità, infatti, il Buddha parla di una dimensione incondizionata, dove non vi é più dolore perché non vi é più attaccamento: questa dimensione é il nirvana.

Nirvana é una parola sanscrita ormai diffusa anche in Occidente, che letteralmente significa ‘estinzione di una fiamma’. Il termine indica quindi una condizione di freschezza sperimentabile nel momento in cui si spegne il fuoco dell’attaccamento; considerando che il Buddha insegnava in regioni dal clima particolarmente caldo, parlare di freschezza era un modo efficace per descrivere la cessazione della sofferenza. L’aspetto principale dell’insegnamento del Buddha sul raggiungimento della liberazione ultima, o nirvana, é la povertà di descrizioni a riguardo. Il Buddha, conscio dell’impossibilità di definire ciò che é ineffabile, si limita per lo più a spiegare ciò che il nirvana non é:
“Vi é, o monaci, quella condizione ove non v’è né terra né acqua, né fuoco, né aria, ove non é né la sede dello spazio infinito né quella dell’infinita coscienza, né quella della nullità, né quella propria a ‘né-coscienza-né-né-non-coscienza’, ove non é né questo mondo, né un mondo di là da questo, né entrambi assieme, né luna, né sole. Di là, o monaci, io dichiaro, non si viene a nascere: ivi non si va. In questa condizione non v’è permanenza, non v’è decadenza, non v’è nascita. Non é fissa, non si muove, non é fondata su cosa alcuna. Quella é, invero, la fine del dolore” Udana, VIII, 1

Questo insegnamento, quindi, va preso come un invito a trovare e coltivare, dentro noi stessi, l’aspirazione verso la libertà incondizionata. Come fa notare il maestro americano Ajahn Sumedho, la Terza Nobile Verità deve essere vista come una stella cometa, cioè in grado di guidarci ma impossibile da afferrare con le nostre categorie concettuali. La Quarta Nobile Verità é un’esposizione completa e dettagliata del cammino che conduce alla fine della sofferenza. Per estirpare le radici del dolore é necessario, secondo il Buddha, disciplinare la propria mente attraverso il Nobile Ottuplice Sentiero, ovvero attraverso lo sviluppo armonico di questi otto elementi: retta visione, retta intenzione, retta parola, retto comportamento, retto modo di guadagnarsi da vivere, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione. I primi due fattori si riferiscono all’area della saggezza, dal terzo al quinto riguardano la sfera dell’etica e gli ultimi tre costituiscono l’aspetto contemplativo dello sviluppo interiore.

Saggezza, etica e contemplazione in realtà non sono aspetti distinti ma sono strettamente connessi tra loro: colui che intenda percorrere la via indicata dal Buddha deve adoperarsi per accrescere la propria saggezza, o capacità di discernimento, allo stesso modo in cui deve educarsi a una condotta sempre migliore e deve addestrare la propria mente alla calma concentrata. Per questo motivo gli otto elementi del sentiero vengono definiti ‘retti’ o ‘giusti’. Il Buddha, infatti, descrive il Nobile Ottuplice Sentiero come la Via di Mezzo: perché possa davvero indirizzarsi verso la liberazione, il lavoro interiore deve mantenersi in equilibrio, lontano dalla trappola degli estremi. Gli estremi possono essere di vario tipo, a seconda delle nostre inclinazioni individuali. Per esempio, la pratica spirituale può facilmente scivolare in atteggiamenti che ben poco hanno a che fare con la liberazione, come la mortificazione dei sensi, da un lato, o l’indulgenza nei piaceri sensoriali, dall’altro. Oppure gli estremi possono consistere in una mancanza di equilibrio nel coltivare gli elementi del Nobile Ottuplice Sentiero. Può esserci un’attenzione ossessiva e maniacale verso alcuni elementi a scapito di altri. Per chiarire questo punto possiamo prendere in considerazione la crescita morale: se si é troppo rigidi nello sviluppo della propria condotta e, d’altra parte, negligenti nei confronti del discernimento e della pratica contemplativa, si può facilmente cadere in forme di moralismo che danneggiano di fatto tanto il cammino interiore quanto la stessa condotta. Ma se, d’altra parte, si trascurano le proprie qualità morali, il risultato sarà una confusione che coinvolgerà inevitabilmente anche gli altri aspetti del sentiero.

La cosa più importante da osservare é che gli estremi, in ogni caso, sono manifestazioni dell’attaccamento. Perciò il Buddha, indicando la Via di Mezzo, o Nobile Ottuplice Sentiero, offre un modo di procedere inverso rispetto all’attaccamento. Una relazione con la vita, dunque, che non trascini più nella sofferenza, ma che conduca verso la completa e definitiva liberazione dal dolore.
Giuliano Giustarini

Le Quattro Nobili Verità
di Giuliano Giustarini
Copyright © Giuliano Giustarini.
Tutti i diritti riservati.
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BIBLIOGRAFIA:
Thich Nhat Hanh, Il Segreto della Pace
Thich Nhat Hanh, La Nostra Vera Dimora
Christina Feldman – Meditazione Buddhista
A. Sumedho, Consapevolezza intuitiva
Corrado Pensa, Il silenzio tra due onde

26 luglio, 2010 by pomodorozen Categories :
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Termini del buddismo
Vita e morte
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Samsara

Mi rendo conto adesso, che il mio cammino non è terminato, e tornerò nel ciclo della trasmigrazione delle anime, nel samsara. Sò che prima o poi ci riincontreremo, e spero vivamente che quando ci rivedremo, tu sarai in grado di dirmi quale sia la cosa più importante correre dietro a migliaia di desideri o conquistarne uno solo.
Ti auguro ogni bene e felicità.
Il tuo Apo.
(Lettera del maestro morente a Tashi – dal film “Samsara“)
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Bibliografia:
Samsara – Dalai Lama

L’ultimo viaggio – Stanislav Grov

L’ultimo
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SAMSARA
Il termine sanscrito samsara indica, nelle religioni dell’India quali il Brahmanesimo,
il Buddhismo, il Giainismo e l’Induismo, la dottrina inerente al ciclo di vita, morte e rinascita. È talora raffigurato come una ruota.

In senso lato e in un significato più tardo, viene ad indicare anche “l’oceano dell’esistenza”, la vita terrena, il mondo materiale, che è permeato di dolore e di sofferenza, ed è, soprattutto, insustanziale: infatti, il mondo quale noi lo vediamo, e nel quale viviamo, altro non è che miraggio, illusione maya.

Immerso in questa illusione, l’uomo è afflitto quindi da una sorta di ignoranza metafisica, ossia da una visione inadeguata della vita terrena e di quella ultraterrena:  tale ignoranza conduce l’uomo ad agire trattenendolo così nel sasara.
fonte: wikipedia

Estratto dal film Samsara – Pan Nalin

26 febbraio, 2010 by pomodorozen Categories :
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Prendere rifugio – nel Sangha

Rifugio nel Sangha

Il rifugio nel Sangha, l’ultimo, è il rifugio nella nobile amicizia – kalyanamitta. Simboleggia la comunità di uomini e donne, che hanno preso gli ordini o che vivono nel mondo, che hanno preso rifugio in una vita di saggezza e di compassione, in accordo con il Dhamma. Prendono rifugio nell’innocuità, nella gentilezza amorevole e nel rispetto nei confronti di tutti gli esseri viventi. Sono persone che hanno una coscienza morale. Sono consapevoli quando non stanno facendo proprio la cosa giusta o quando stanno agendo in maniera sciocca o dannosa.

Questo rifugio simboleggia la purezza del cuore umano. Ricordo quando per la prima volta ho sentito parlare del concetto di ‘Cuore Puro’. Essere un cuore puro sembrava una cosa buona. E questo rifugio è proprio questo: è un rifugio in ciò che c’è di buono, di sano, di compassionevole e saggio in noi.

Prima che iniziassi ad essere interessata al Buddhismo, andavo nei monasteri Cristiani a fare dei brevi ritiri da sola. La cosa che mi colpì di più in quei posti (allora non sapevo niente dei monasteri buddhisti), era questa grandiosa, pervadente sensazione di rispetto per la vita e per gli altri. Anche il silenzio sembrava essere una specie di attestazione di grande rispetto, che onora il meglio negli esseri umani. Era molto commovente. Non sapevo spiegare cos’era, ma sentivo che le persone erano devote a qualcosa di veramente buono, a qualcosa di realmente vero.

Quando sono venuta a Chithurst e ho incontrato la comunità per la prima volta, ho avuto la stessa identica sensazione di incontrare persone completamente dedite ad onorare la verità, ad essere verità e vivere in conformità con essa. E così il rifugio nel Sangha fu la prima cosa che mi portò alla vita monastica.

Il mio interesse ad unirmi al Sangha monastico è venuto dal desiderio di avere un veicolo e un rifugio sano in me stessa, che mi potesse fare da guida. Mi sono resa conto, per esempio, che senza uno standard etico per contenere e comprendere l’energia dei miei desideri, ero proprio nei guai. Ero sempre molto brava nel sapere cosa fare, cosa essere; ero proprio un’esperta nel creare ideali. Ma, per qualche motivo, l’energia dei miei desideri aveva idee molto diverse al riguardo. Le mie abitudini all’auto-gratificazione da una parte, e il mio forte desiderio di verità dall’altra, non si incontravano, non sembravano essere buoni amici.

Uno delle prime cose che mi fu subito chiara quando mi unii al Sangha, fu che i precetti erano i miei migliori amici e i miei protettori. Non ho mai avuto la sensazione che fossero invadenti. Al contrario, sapevo che mi sostenevano e mi ricordavano di essere più consapevole quando parlavo, agivo, pensavo o mangiavo o anche quando dormivo.

L’addestramento del corpo e della mente richiede un’enorme quantità di pazienza e di compassione. Le nostre abitudini sono forti e se in passato abbiamo vissuto una vita abbastanza superficiale, non possiamo pretendere di diventare subito virtuosi. Quando si arriva al monastero, non si diventa santi in una notte. E non è un ritiro di meditazione o il fatto di rispettare i precetti per dieci giorni che ci farà trasformare, non è vero? Ma, almeno, abbiamo una situazione e un insegnamento che ci possono aiutare a guardare ciò che non è corretto o abile nel nostro comportamento e nelle nostre abitudini, e a farci pace.

Così prendiamo rifugio nel Sangha e usiamo gli standard seguiti da quelli che hanno percorso il sentiero prima di noi e che si sono liberati. Questo rifugio pone in evidenza il nostro impegno in una condotta virtuosa, in un modo di vivere che protegge e nutre la pace del cuore e ci ricorda la nostra intenzione di liberarlo. Se non avessimo queste linee guida, ci dimenticheremmo facilmente di noi stessi. E in questo siamo molto bravi. Infatti questo è quello che la mente è più intenta a fare, e lo fa tutto il tempo, dimentica. Ma quando prendiamo rifugio nella presenza mentale, nel Dhamma e nella purezza delle nostre intenzioni di liberarci dalle illusioni, ci ricordiamo di avere gli strumenti necessari per addestrare il cuore e per vedere con chiarezza l’incompetenza delle nostre abitudini, delle nostre parole, dei nostri pensieri, ecc.

Questi rifugi possono sembrare tre: Buddha, Dhamma e Sangha, ma, in realtà, sono soltanto uno. Non c’è uno senza l’altro. Quando ci sono virtù e intenzione di vivere in armonia, con compassione e rispetto per se stessi e per gli altri, allora c’è una crescita naturale della consapevolezza, in armonia con il Dhamma, e siamo più in sintonia con la verità. Tutti interagiscono e si condizionano a vicenda.

All’inizio non sappiamo bene che cosa siano e dove siano questi rifugi. Sembra che siano soltanto parole. Ci si può sentire persino confusi e non avere fede. Ma, con la pratica, continuando a lasciare andare il nostro attaccamento a pensieri, sentimenti e percezioni, essi diventano una realtà crescente.

Possiamo realmente fare esperienza di questi rifugi. Diventano una parte della nostra vita, parte di qualcosa al quale possiamo tornare, proprio qui, proprio ora. Non dobbiamo aspettare. Sono sempre presenti nel nostro cuore. Qui, ora, nel momento presente. Questa è la vera bellezza della pratica del Sentiero. Questa totale semplicità, questa immediatezza, in sé completa. Non c’è altro di cui avere bisogno. Prendendo solo i Tre Rifugi abbiamo tutti gli strumenti che ci servono per liberare il cuore.

Prendere rifugio – Introduzione
Prendere rifugio – nel Buddha
Prendere rifugio – nel Dhamma
Prendere rifugio – nel Dhamma (2 parte)
Prendere rifugio – nel Sangha

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(di Sister Ajahn Sundara)

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© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Tradotto da Gabriella De Franchis

[Tratto dal libro "Freeing the heart", reperibile dal sito www.amaravati.org.]

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14 febbraio, 2010 by pomodorozen Categories :
Insegnamenti sul Buddhismo
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Introduzione al Buddhismo – Virtù

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Virtù

Si può esprimere formalmente il proprio impegno nella pratica buddhista chiedendo a un monaco o a una monaca di prendere i tre Rifugi e i cinque Precetti, in un monastero buddhista, oppure informalmente, a casa propria, con un atto di deliberata adesione personale. Prendere i Rifugi implica l’impegno a vivere in accordo con i principi della saggezza, della verità e della virtù, giovandosi degli insegnamenti e dell’esempio del Buddha. I cinque Precetti sono regole di autodisciplina da applicare nella vita quotidiana:

1. Astenersi dall’uccidere o danneggiare qualunque creatura vivente

2. Astenersi dal prendere ciò che non ci è stato dato

3. Astenersi da una condotta sessuale irresponsabile

4. Astenersi da un linguaggio falso o offensivo

5. Astenersi dall’assumere bevande alcoliche e droghe

Vivendo in questo modo si incoraggiano la disciplina e la sensibilità necessarie per chi voglia coltivare la meditazione, che è il secondo aspetto del sentiero.

12 febbraio, 2010 by pomodorozen Categories :
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Introduzione al Buddhismo – Il sentiero Buddhista

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Il sentiero buddhista

Il Buddha ha insegnato una via di risveglio spirituale, una disciplina che è possibile applicare nella propria vita quotidiana. Il sentiero della pratica si può suddividere in tre aspetti che si sostengono a vicenda: virtù, meditazione e saggezza.

“Dove c’è virtù c’è saggezza, e dove c’è saggezza c’è virtù. Il virtuoso ha saggezza, il saggio ha virtù, e saggezza e bontà sono quanto vi è di più desiderabile al mondo”