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18 febbraio, 2011 by pomodorozen Categories :
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Insegnamenti sul Buddhismo
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Il Buddhismo – Divisione dei veicoli – Dalai Lama

La letteratura buddhista classica cita vari sistemi di pensie ro e pratica.l Tali sistemi sono detti yana, owero veicoli.

Oltre ai veicoli buddhisti, che sono: il veicolo della libera zione individuale (hlnayana), il veicolo della salvezza uni versale (mahayana) e il veicolo del tantra (vajrayana), esisto no vari altri veicoli degli esseri umani e degli esseri divini. In questo contesto, veicoli degli esseri umani e degli esseri divi ni si riferisce a sistemi che indicano la pratica e i metodi es senziali sia per realizzare le maggiori aspirazioni di questa vita sia per ottenere una rinascita propizia come essere umano o come essere divino. Tali sistemi sottolineano la ne cessità di mantenere uno stile di vita eticamente corretto  fondato sull’astensione dal commettere azioni negative  poich‚ il condurre vita retta e mantenere un buon compor tamento è considerato il fattore più importante per assicu rarsi una rinascita positiva.

Il Buddha ha parlato anche di un altro tipo di veicolo, il veicolo brahmanico, che comprende le tecniche di me ditazione che mirano al raggiungimento della più elevata forma di vita possibile all’interno del samsara (il ciclo dell’esistenza condizionato dal karma). Tali tecniche com prendono, tra l’altro, il ritrarre la mente da tutti gli ogget ti esterni, il che conduce a uno stato di concentrazione univoca. Gli stati meditativi esperiti come risultato dell’aver generato concentrazione univoca costituiscono stati di coscienza modificati che, per quanto riguarda i lo ro aspetti fenomenologici e anche il modo di rapporto con gli oggetti, corrispondono strettamente a stati di esi stenza nei mondi della forma e senza forma.2   Dal punto di vista buddhista tutti i veicoli sono degni di rispetto, in quanto tutti hanno il potenziale per arrecare grande beneficio a un grande numero di esseri senzienti.

Cio’ non significa, tuttavia, che tutti questi siano completi nel presentare una via che conduca alla piena liberazione dalla sofferenza e dal ciclo dell’esistenza. Vera libertà e vera liberazione possono essere raggiunte solo quando sia totalmente superata la nostra fondamentale ignoranza, la nostra abituale errata percezione della natura della realtà. Questa ignoranza è alla base di tutti i nostri stati emotivi e cognitivi ed è il fattore principale che ci lega al ciclo pe renne di vita e morte nel samsara. n sistema di pensiero e di pratica che presenta una via completa di liberazione da questa schiavitù è denominato veicolo del Buddha (buddhaydna).

Il veicolo del Buddha contiene due sistemi principali di pensiero e pratica: il Veicolo Individuale, o Hmayana, e il Veicolo Universale, o Mahayana. Il primo include il sistema Theravada, forma di buddhismo prevalente in molti paesi asiatici, per esempio Sri Lanka, Thailandia, Birmania, Cam bogia e altri. La letteratura buddhista classica presenta due divisioni principali del Veicolo Individuale: il Veicolo degli Uditori e il Veicolo dei Realizzatori Solitari. Una fondamen tale differenza tra il Veicolo Individuale e il Veicolo Univer sale consiste nella diversa visione della dottrina buddhista della non esistenza del s‚ e del suo raggio di applicazione.

Il Veicolo Individuale interpreta la visione della non esisten za del s‚ solo in rapporto alla persona o all’identità perso nale, e non in rapporto alle cose e agli eventi in generale; mentrè nel Veicolo Universale tale principio non è confina to a quell’ambito limitato, ma abbraccia l’intero spettro dell’esistenza, tutti i fenomeni. In altre parole, il sistema del Veicolo Universale considera la non esistenza del s‚ un principio universale. Interpretato in questo modo, quel concetto acquista maggiore profondità. Secondo gli inse gnamenti del Veicolo Universale, solo quando l’esperienza di non esistenza del s‚ è radicata dal praticante nell’inter pretazione universale, l’esperienza stessa porterà all’elimi nazione delle afflizioni mentali e degli stati di ignoranza ad esse sottesi. Eliminando tali stati di ignoranza possiamo ta gliare la radice del samsara. Inoltre, una profonda esperien za di non esistenza del s‚ puo’ anche condurre, in ultima analisi, alla piena illuminazione: uno stato di totale libertà dai condizionamenti sottili e dalle tendenze abituali ostrut tive create dalla nostra errata interpretazione della natura della realtà. Il sistema di pensiero e pratica che presenta tale visione del s‚ viene denominato Mahayana, cioè Veicolo Universale.

Il Veicolo Tantrico, o Vajrayana, che la tradizione tibeta na considera il veicolo più alto, è incluso nel Veicolo Uni versale. Oltre a pratiche meditative volte a potenziare la comprensione della vacuità e di bodhicitta,3 questo sistema comprende anche particolari tecniche avanzate per utiliz zare i vari elementi del corpo fisico nella pratica meditati va, sulla base di sofisticate tecniche yoga che comportano il penetrare mentalmente i punti all’interno del corpo do ve sono localizzati i cakra, o centri dell’energia.

Grazie a questa sottile, raffinata coordinazione di mente e corpo, il praticante è in grado di accelerare il processo per arrivare alla radice dell’ignoranza e superare completamente i suoi effetti e condizionamenti, processo che culmina, infi ne, nel raggiungimento della piena illuminazione. L’im pegnarsi in pratiche di meditazione che comportano la sottile coordinazione di elementi fisiologici e mentali del praticante è una caratteristica particolare e unica del Vei colo Tantrico.

Spiegher• ora brevemente il quadro storico del buddhi smo quale noi lo conosciamo. Secondo il pandit kashmiro gakya grl, che giunse in Tibet all’inizio del secolo XIII, il Buddha nacque in India circa 2500 anni fa. Ci• concorda con la posizione generalmente accettata dalla tradizione Theravada, ma, secondo alcuni studiosi tibetani, il Buddha apparve nel mondo più di 3000 anni fa.4 C’è poi una terza opinione che fa risalire la nascita del Buddha all’VIII secolo avanti Cristo. Riflettendo su queste contrastanti opinioni riguardo alla data forse più importante della storia del buddhismo, trovo a volte piuttosto imbarazzante che non si sia ancora raggiunta l’unanimità su quando effettiva mente visse il maestro Buddha gakyamuni!

Penso seria mente che sarebbe utile se, con tutto il rispetto necessario, si conducessero test scientifici sulle reliquie del Buddha rite nute autentiche. Oueste reliquie si trovano in diversi paesi come l’India, il Nepal e il Tibet. Forse esperimenti scientifici che si awalessero delle risorse sofisticate della tecnologia e della chimica moderna sarebbero in grado di stabilire con un maggior grado di precisione le date dell’esistenza stori ca del Buddha. Ci• sarebbe utilissimo. Gli eruditi buddhisti del passato si sono valsi soprattutto di strumenti logici e dialettici per dimostrare la veridicità della loro versione dei fatti relativi alla vita storica del Buddha. Data la natura del la questione, tuttavia, ritengo che tale genere di prove non possa mai essere definitivo.

Nonostante le contrastanti asserzioni sulla data di na scita del Buddha, la letteratura mostra generale accordo riguardo agli eventi principali della sua vita. Sappiamo che egli era in origine una persona normale, come noi, con tutti i difetti e le debolezze dell’essere umano. Nacque da una famiglia reale, si sposo’ ed ebbe un figlio. In seguito, tuttavia, la insoddisfacente natura di sofferenza della vita gli si rivelo’  nella forma di inaspettati incontri con persone afflitte da malattia, vecchiaia e morte.

Profondamente tur bato da cio” che vedeva, il principe fin per abbandonare il palazzo paterno e rinunciare alla vita agiata e protetta che aveva condotto fino a quel momento. Inizialmente la sua reazione fu quella di adottare l’austero stile di vita dell’asceta, impegnandosi in una via spirituale che com portava grandi penitenze fisiche. In seguito, scopri’ che la vera via che allontana dalla sofferenza si trova in una via di mezzo tra gli estremi del severo ascetismo e del lusso indulgente con se stesso. La sua risoluta ricerca spirituale sboccio’ infine nel pieno risveglio, o illuminazione: lo stato di buddhità.
Sento che la storia della vita del Buddha ha grande si gnificato per noi. Essa esemplifica le immense potenzia lità e capacità che sono intrinseche alla natura umana. Mi pare che gli awenimenti che portarono alla piena illumi nazione del Buddha costituiscano un esempio degno e ispiratore per i suoi seguaci. In breve, la sua vita ci tra smette questo messaggio: Ouesto è il modo in cui dovre ste percorrere il cammino spirituale. Tenete a mente che il raggiungimento dell’illuminazione non è compito facile. Esso richiede tempo, volontà e perseveranza. Percio’, fin dall’inizio, è fondamentale non illudersi che il cammino sia semplice e rapido.

In quanto apprendisti spirituali dovete essere preparati ad affrontare le difficoltà connesse a una vera ricerca spirituale, ed essere decisi a rispettare il vostro impegno e a mantenere salda la volontà. Dovete aspettarvi i molteplici ostacoli che necessariamente incontrerete sul cammino, e comprendere che la chiave di una pratica coronata da successo sta nel non perdere mai la determinazione. Tale fermo atteggiamento è molto importante. La storia della vita del Buddha, come abbiamo visto, è la storia di una persona giunta all’illuminazione attraverso un duro lavoro e una inflessibile dedizione. E un po’ ridicolo che noi, che seguiamo i passi del Buddha, possiamo a volte pensare di poter raggiungere la piena illuminazione con maggiore facilità e minore fatica! Il primo giro della ruota del Dharma

Tratto da “La via del Buddhismo Tibetano – SS Dalai Lama”

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10 settembre, 2010 by pomodorozen Categories :
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Impermanenza
Insegnamenti sul Buddhismo
Tenzin Gyatzo
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Impermanenza – S.S. Dalai Lama

I fenomeni sono dovuti a cause e condizioni perciò esistono. Noi utilizziamo l’addestramento in cui viene detto che tutti i fenomeni composti sono impermanenti, per impermanenza intendiamo due significati: una grossolana, quella con cui vediamo le cose decadere pian piano, ed una sottile, a livello microscopico.

Se guardassimo una nostra foto di qualche anno fa potremmo notare molti cambiamenti, vediamo qualcosa che esisteva ed ora non esiste più. Se al mattino ci rasiamo il capo, verso sera vediamo che qualcosa sta cominciando a ricrescere. Questi cambiamenti grossolani sono il risultato visibile di un continuo cambiamento microscopico. Il cambiamento che si manifesta in un anno non potrebbe apparire improvvisamente, in un attimo.

Tutto questo arriva gradualmente. Siamo testimoni di questo processo di cambiamento. Vediamo anche gli effetti del mondo tecnologico che ci circonda. Nuovi macchinari vengono rodotti e qui c’è un grande cambiamento progressivo.

La mente anche in un minuto vi son infiniti cambiamenti, ed anche in un secondoo vi sono cambiamenti. Da queste esperienze è noto che non esiste alcun fenomeno che sia permanente. Anche se non vediamo l’impermanenza a livello sottile possiamo percepire quella a livello grossolano. Quindi tutte le cose sono della natura del cambiamento e nulla puo’ fermare questo cambiamento. Quando Buddha insegnò le 4 nobili verità parlò dei due livelli di impermanenza, grossolano e sottile. Tutti i fenomeni dipendono da cause.

Non è possibile che cause qualsiasi diano risultati qualsiasi. Da una causa deriva un risultato congeniale. Quindi c’è questo cambiamento legato alla natura dei fenomeni. Nel bodhisattvacharyavatara troviamo due cause: una a livello fisico ed una a livello mentale. Per quanto riguarda la realtà fisica il processo di causalità è iterabile all’infinito, vi sono cause sostanziali a loro volta causate da altre cause. Mentre a livello della mente la causa fondamentale è il karma. L’azione ed il risultato corrispondono al’intenzione che è la causa. A livello di causa l’elemento dell’intenzione è accompagnato dalla potenzialità di sperimentare un momento piacevole o spiacevole.

A livello finale per quanto riguarda gli esseri viventi la causa principale è l’intenzione. Gioia, felicità e sofferenza non sorgono dal nulla ma sorgono da precise cause e condizioni. Le azioni positive porteranno una intenzione che produrrà gioia. E’ importante considerare le azioni che vengono indotte dall’intenzione. Molte specie di uccelli sembrano essere più vicini alla comprensioni della legge di causa ed effetto. Ci sono fenomeni che sembrano non avere un risultato immediato. Non può esserci una relazione casuale ma sempre causale.

Nella nostra vita quotidiana ci sono così tanti fattori che se guardassimo una particolare relazione la possiamo analizzare con il pssato ed il futuro, penetrando il significato di causa ed effetto otterremo una comprensione maggiore: tutti i fenomeni sono mutuamenti designati. E’ sulle basi di questa profonda conoscenza che dobbiamo coltivare sempre di più la nostra relazione. Il livello sottile dell’originazione interdipendente è proprio questo: ogni fenomeno non esiste di per sé, senza dipendere da altri. Nelle scritture si trova molto chiaramente la linea di demarcazione che stabilisce qual è il livello di esistenza dei fenomeni che non è né eternalismo né nichilismo. Noi Buddhisti siamo profondamente ammirati dalla fisica moderna quando scoprono che Nagarjuna aveva avanzato ipotesi sulla realtà simili a quelle che la scienza modern sta facendo oggi.

La scienza ha un punto di vista imparziale, senza preconcetti, è importante questo. L’omniscienza è molto rara e non si ottiene così facilmente ma è una cosa che va realizzata percorrendo il sentiero. Vi sono delle relazioni tra le cause e l’effettto. Quindi questa produzione viene vista in termini di cause, proprie cause, che portano ad una produzione specifica. Vi deve essere la causa completa perchè vi sia un risultato completo.

Sua Santità il Dalai Lama

Tutte le cose non possono nascere dal nulla, tutti i fenomeni sorgono da cause e tutte le cause evono essere corrette per dar origine ad un’effetto coretto.

Vi sono persone più portate alla gelosia, rabbia ed anche se accumulano molte ricchezze non sono migliorate in questo senso. Se non si prende il Dharma nel proprio cuore tutti i titoli che si possono ricevere saranno sempre macchiati da queste emozioni disturbanti. Nel caso di qualcuno con meno riconoscimenti, una situazione materialmente meno agiata, può essere anche intellettualmente sfavorito ma se ha preso nel cuore anche poco Dharma pian piano otterrà una grande ricchezza spirituale.

Io non incoraggio il praticare divinità mondane per accumulare ricchezza materiale, è molto più importante accumulare ricchezze mentali che materiali, a volte le ricchezze materiali invece che essere di aiuto, potrebbero riultare di danno perchè ci possono portare fuori strada. Gli agi materili non postranno stare per sempre con noi nelle vite future mentre la pace interiore sì. Chiunque può accumulare la concentrazione, penetrare dentro se stessi, raggiungere il calmo dimorare, la visione speciale…dobbiamo impegnarci a studiare ed una volta che abbiamo deciso di imboccare questo sentiero lo dobbiamo praticare fino in fondo.

Nel Buddhismo parliamo di diverse discipline e la più importante è quella spirituale. Nei paesi sviluppati si inizia ad avere interesse tra gli scienziati alle emozioni. Nella tradizine non solo Buddhista ma anche sanscrita si motiva all’applicarsi allo studio graduale. Non tanto sulla recitazione dei testi ma sulla comprensione profonda dei testi fino ad arrivare ad una consapevolezza che abbraccia tutto il mondo interiore.

dal sito http://www.sangye.it

26 aprile, 2010 by pomodorozen Categories :
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Ottenere la pace

La felicità non può nascere dalla rabbia o dall’odio. Nessuno dice: “Oggi sono felice perché
stamattina mi sono arrabbiato assai”. Al contrario, la gente si sente a disagio e dice: “Oggi
non sono contento perché stamattina ho perso le staffe”. Tramite la gentilezza, tanto al
livello personale, quanto a livello nazionale e internazionale, col rispetto reciproco e la
reciproca comprensione, otterremo la pace, unitamente a una genuina soddisfazione.
(Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama)

11 febbraio, 2010 by pomodorozen Categories :
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Lo scopo della vita

Il diritto alla felicità

“Perseguire la felicità è lo scopo stesso della vita: è evidente. Che crediamo o no in una religione, che crediamo o no in questa o quella religione, tutti noi, nella vita, cerchiamo qualcosa di meglio. Perciò penso che la direzione stessa dell’esistenza sia la felicità…”

Con queste parole, pronunciate davanti al folto pubblico dell’Arizona, il Dalai Lama andò subito al nocciolo della questione. Ma il fatto che avesse definito la felicità lo scopo della vita mi indusse a pormi in cuor mio una domanda. In seguito, quando fummo soli, gli chiesi: “Lei è felice?”.

“Sì” rispose. Fece una pausa, poi confermò: “Sì… senza dubbio”.

La pacata sincerità del suo tono non lasciava adito a dubbi; e questa sincerità si rifletteva anche nell’espressione degli occhi.

“Ma la felicità è un obiettivo ragionevole per la maggior parte della gente?” domandai. “E’ davvero possibile?”

“Sì. Credo che la felicità si possa ottenere addestrando la mente.” A livello puramente umano, non potevo non approvare l’idea che la felicità fosse un obiettivo raggiungibile. Ma, come psichiatra, ero condizionato da concezioni come quella di Freud, secondo il quale “viene da pensare che la volontà che l’uomo fosse “felice” non rientrasse nel piano della “Creazione”". Questo bagaglio culturale ha indotto molti miei colleghi a concludere tristemente che il massimo che si possa sperare sia di “trasformare l’infelicità isterica in infelicità comune”.

In questo senso l’idea che vi fosse un preciso sentiero diretto verso la gioia mi pareva rivoluzionaria. Se riflettevo sui miei anni di esperienza in campo psichiatrico, non riuscivo praticamente a ricordare di aver sentito anche solo nominare il termine “felicità” nell’ambito degli obiettivi terapeutici. Certo, si parlava molto di alleviare nei pazienti sintomi come la depressione o l’ansia, di risolvere conflitti interni o problemi di relazione, ma non si diceva mai esplicitamente che lo scopo fosse quello di perseguire la felicità.

In Occidente l’idea del raggiungimento della vera letizia è sempre parsa nebulosa, elusiva, inafferrabile. In inglese perfino il termine happy [felice] è ambiguo, in quanto deriva dall’islandese happ, che significa caso o fortuna. Sembriamo condividere tutti l’opinione che la gioia sia di natura misteriosa. Le volte in cui la vita ce la concede, essa ci appare come un quid inaspettato. Data la mia mentalità occidentale, non giudicavo quello stato dell’anima una cosa che si potesse ottenere e conservare solo “addestrando la mente”.

Appena sollevai l’obiezione, il Dalai Lama mi diede immediati chiarimenti. “In questo contesto, quando parlo di “addestramento della mente” non intendo con “mente” solo le capacità cognitive o l’intelletto, ma assegno al termine il significato della parola tibetana sem, che è assai più ampio, più simile a “psiche” o “spirito”, e include sentimento e intelletto, cuore e cervello. Adottando una certa disciplina interiore, possiamo mutare il nostro atteggiamento, la nostra intera visione del mondo e il nostro approccio alla vita.

“Tale disciplina interiore può naturalmente comprendere molte cose, molti metodi. Ma in genere si inizia con l’identificare i fattori che conducono alla felicità e quelli che conducono alla sofferenza. Fatto questo, bisogna cominciare a eliminare a poco a poco i secondi e a coltivare i primi. Questo è il sistema.”

Il Dalai Lama afferma di aver trovato il suo equilibrio, la sua felicità personale. E per tutta la settimana da lui trascorsa in Arizona, osservai spesso come questa felicità personale si traducesse nella volontà di andare incontro agli altri, di esprimere sentimenti di empatia e comprensione anche negli incontri più brevi.

Una mattina, dopo aver tenuto la consueta conferenza, s’incamminò, circondato dal seguito, lungo il patio esterno che conduceva alla sua stanza d’albergo. Avendo notato vicino all’ascensore una delle cameriere dell’hotel, si fermò e le chiese di dove fosse. Per un attimo la donna parve intimidita da quel personaggio esotico con la veste rosso scuro e da quell’entourage che lo trattava con deferenza, poi però sorrise e rispose schiva: “Sono messicana”. Egli si trattenne un attimo a parlare con lei, poi proseguì, lasciandola visibilmente contenta ed emozionata.

La mattina dopo, alla stessa ora, la cameriera si fece trovare nello stesso luogo assieme a una compagna, e le due salutarono calorosamente il Dalai Lama quando questi entrò in ascensore. Lo scambio di cortesie fu breve, ma le due donne tornarono al lavoro con aria assai felice. Giorno dopo giorno, il gruppo di tibetani incontrò sempre più cameriere nell’ora e nel luogo designati, finchè al termine della settimana, lungo il patio che conduceva agli ascensori, a salutare l’ospite illustre c’era un’intera fila di donne con l’impeccabile divisa bianca e grigia.  Abbiamo i giorni contati. Ogni momento nascono nel mondo molte migliaia di bambini e, di questi, alcuni vivranno solo pochi giorni o settimane per poi soccombere tragicamente a una malattia o ad altre disgrazie, mentre altri camperanno cento o più anni, assaporando tutte le cose che la vita ha da offrire: successo, disperazione, gioia, odio e amore. Non sappiamo chi avrà una buona o una cattiva sorte. Ma che viviamo un giorno o un secolo, la domanda fondamentale è la stessa: che senso ha la vita? Che cosa la rende degna di essere vissuta?

Lo scopo della nostra esistenza è cercare la felicità. Pare un  concetto dettato dal senso comune e diversi pensatori occidentali, da Aristotele a William James, ne sono stati alfieri. Ma una vita basata sul perseguimento della felicità personale non è, quasi per definizione, improntata all’egocentrismo e all’autoindulgenza? Non necessariamente. Anzi, da numerose ricerche risulta che sono le persone infelici a essere più egocentriche, socialmente isolate, propense a rimuginare e perfino antagonistiche. Si è riscontrato, invece, che quelle felici sono più socievoli, duttili e creative, e riescono a tollerare meglio delle altre le frustrazioni quotidiane della vita; inoltre, particolare più importante di tutti, appaiono più inclini all’amore e al perdono.

Gli scienziati hanno ideato degli interessanti esperimenti che dimostrano come le persone felici siano aperte verso il mondo esterno e pronte ad andare incontro agli altri e ad aiutarli. Sono per esempio riusciti a indurre uno stato di felicità in uno dei loro soggetti facendogli trovare inaspettatamente del denaro in una cabina telefonica.

Subito dopo uno degli sperimentatori, fingendosi un comune passante, ha lasciato cadere “accidentalmente” un pacco di documenti accanto alla cabina per verificare se il soggetto “felice” si fermasse ad aiutarlo. In un altro contesto sperimentale, ai volontari, i quali avevano appena ascoltato delle storielle comiche, è stato fatto avvicinare un finto indigente che era in combutta con gli sperimentatori e che ha chiesto loro in prestito dei soldi. I ricercatori hanno scoperto che i soggetti di buon umore tendevano ad aiutare o a prestar denaro al prossimo più degli individui del gruppo di controllo che ricevevano le stesse sollecitazioni, ma non erano stati preventivamente gratificati dalla “fortuna” o da altri eventi positivi.

Tali indagini smentiscono l’ipotesi secondo la quale porsi come scopo la felicità personale – e ottenerla – condurrebbe in qualche modo all’egoismo e all’egocentrismo; ma noi tutti possiamo condurre per conto nostro degli esperimenti nel laboratorio della vita quotidiana. Supponiamo, per esempio, di essere intrappolati nel traffico.

Dopo venti minuti le auto ricominciano finalmente a muoversi, ma a passo d’uomo. Su un’altra macchina vediamo il guidatore che segnala con la freccia di voler immettersi nella nostra stessa corsia davanti a noi. Se siamo di buon umore forse rallenteremo e lo faremo passare, se invece ci sentiamo infelici, accelereremo per impedirgli l’accesso pensando: “Eh no, io sono bloccato qui da tanto tempo, che restino bloccati anche gli altri!”.

Partiamo dunque dalla premessa fondamentale che lo scopo della vita sia la ricerca della felicità e che la felicità costituisca un obiettivo reale, uno stato dell’essere raggiungibile compiendo passi concreti. A mano a mano che identificheremo i fattori capaci di condurre a una vita gioiosa, vedremo come la ricerca della felicità giovi non solo ai singoli individui, ma anche alle loro famiglie e alla società nel suo complesso.

tratto da “L’arte della felicita‘” – Dalai Lama

26 gennaio, 2010 by pomodorozen Categories :
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Kalachakra – parte 2

Kalachakra Mandala

IL SIGNIFICATO DEL KALACHAKRA – parte 2 [...] ritorna a parte 1

Chi desideri assistere all’iniziazione soltanto da questo punto di vista, non dovrebbe immaginare d’assumerne gli impegni o le discipline connesse all’iniziazione, quali i voti di bodhisattva o i precetti tantrici. Piuttosto, dovrebbero pensare d’essere presente solo per apprezzare l’energia spirituale sprigionata dall’evento. Anche in chi è animato più dalla fede che dalla conoscenza, nonostante non comprenda i principi del percorso che unisce il metodo e la saggezza, possono ancora saldamente attecchire i semi dell’iniziazione, a patto che il continuo mentale del ricevente manifesti almeno un’attitudine spirituale di fondo. Di conseguenza, questa è la qualificazione minima richiesta per assistere all’iniziazione di Kalachakra. Occorre aver generato almeno una interesse spirituale di base, anche se non si è un praticante convenzionale.

IMPEGNARSI NELLA PRATICA QUOTIDIANA
Coloro che assistono all’iniziazione, e desiderano dedicarsi ad un addestramento quotidiano, solitamente iniziano ad applicarsi nella pratica quotidiana del Guruyoga in sei sessioni, di cui è disponibile una varietà di testi. Questo tipo di pratica presenta, all’interno del contesto di una preghiera e di una meditazione di guruyoga, una revisione concisa dei punti salienti degli yoga dello stadio di generazione del sentiero di Kalachakra.

Le pratiche di questa natura sono chiamate “yoga in sei-sessioni” perché sono strutturate per essere recitate e visualizzate tre volte durante il giorno e tre volte alla notte. Se questo non risultasse possibile, dovremmo iniziare il nostro addestramento provando a leggere almeno una volta al giorno il guruyoga, meditandovi sopra, armonizzando il nostro continuo mentale con il significato delle parole.

Non dovremmo tuttavia limitare la nostra pratica soltanto a questo livello dell’attività. Per adempiere al meglio allo scopo dell’iniziazione, dovremmo assumere il metodo del guruyoga in sei-sessioni come la base della nostra meditazione quotidiana, per sforzarci, quindi, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, a provare ad espandere costantemente la nostra mente nell’approfondimento della pratica.

All’inizio, dovremmo studiare approfonditamente la natura del percorso di Kalachakra, la sua generazione e gli yoga dello stadio di completamento, prestando un’attenzione speciale a quegli aspetti che troviamo più difficili da capire. Allora, dopo aver udito e riflettuto sulle istruzioni, dovremmo provare a generare la loro realizzazione all’interno del nostro proprio flusso di essere.

Dal momento che le nostre menti sono condizionate da una modalità di percezione comune, che si rivela distorta ed alterata, dobbiamo dissolvere nella realtà del Dharmadhatu, la natura di vacuità, questi modelli impuri di pensiero e queste false concezioni. Adempiendo a questo compito, allora automaticamente realizziamo gli scopi del Buddhadharma, del Mahayana, del Vajrayana, i più alti yoga tanta, derivanti da conferimento dell’iniziazione di Kalachakra.

Anche se il percorso verso l’illuminazione è un’impresa in qualche modo rigorosa, ne vale proprio la pena. Perciò il saggio vi si applica, quindi, con tutte le sue forze. [...] ritorna a parte 1

da Glenn Mullin: “The practise of Kalachakra” pubblicato da “Snow Lion” www.snowlionpub.com

traduzione tratta dal sito http://www.sangye.it/