QUANDO il Papalagi pronuncia la parola «spirito», i suoi occhi si fanno grandi, rotondi e fissi; gonfia il petto, respira profondamente e si erge come un guerriero che ha battuto il nemico. Perché è particolarmente orgoglioso di questo «spìrito». Qui non si tratta dello spirito grande e potente che il missionario chiama «Dio», di cui noi tutti non siamo che una povera immagine, ma del piccolo spirito, quello che appartiene all’uomo e che fa i suoi pensieri. Se da qui vedo l’albero di mango dietro la chiesa della missione, non entra in azione lo spirito, perché lo vedo soltanto. Ma se riconosco che è più grande della chiesa della missione, allora ciò è spirito. Quindi non devo solo vedere qualcosa, devo anche sapere qualcosa. Il Papalagi esercita questo sapere dall’alba al tramonto. Il suo spirito è sempre come un tubo di fuoco carico o come un amo gettato. E perciò prova compassione per noi, popoli delle molte isole, perché non adoperiamo nessuna conoscenza. Secondo lui siamo poveri di spirito e stupidi come l’animale della giungla.
È certamente vero che adoperiamo poco la conoscenza, quel che il Papalagi chiama «pensare». Ma c’è da chiedersi se stupido è chi non pensa molto, o chi pensa troppo. Il Papalagi pensa in continuazione. La mia capanna è più piccola della palma. La palma si piega sotto la tempesta. La tempesta parla con voce grossa. Così pensa: naturalmente a suo modo. Pensa però anche a se stesso. Sono cresciuto poco. Il mio cuore è sempre felice alla vista di una fanciulla. Amo molto viaggiare. Eccetera.
Ciò è divertente e buono, e può essere che abbia anche una qualche utilità nascosta per chi ama fare questo gioco nella sua testa. Ma il Papalagi pensa così tanto che pensare per lui è diventata un’abitudine, una necessità, addirittura un obbligo. Riesce solo con difficoltà a non pensare e a vivere con tutte le sua membra insieme.
Spesso vive solo con la testa, mentre tutti i suoi sensi sono profondamente addormentati. Anche se va in giro, parla, mangia e ride. Il pensare, i pensieri, che sono i frutti del pensare, lo tengono prigioniero. È una specie di ubriacatura dei suoi pensieri. Quando il sole splende bene nel cielo, pensa subito: «Come splende bene!». E sta sempre lì a pensare come splende bene. Ciò è sbagliato. Sbagliatissimo. Folle. Perché quando splende è meglio non pensare affatto. Un abitante delle Samoa intelligente
distende le sue membra alla calda luce e non sta a pensare niente. Accoglie in sé il sole non solo con la testa, ma anche con le mani, i piedi, le gambe, la pancia, con tutte le membra. Lascia che la pelle e le membra pensino da sole. E queste da parte loro pensano, anche se in modo diverso dalla testa. Il pensare sbarra il cammino al Papalagi in molti modi, come un blocco di lava che non si può scansare. Pensa lietamente, ma poi non ride; pensa cose tristi, ma non piange. Ha fame, ma non coglie frutti di taro. È per lo più un uomo con i sensi che vivono in inimicizia con lo spirito: una persona che è divisa in due parti.
La vita del Papalagi somiglia molto alla situazione di un uomo che fa un viaggio in barca alla volta di Savaii e che quando ha appena lasciato il porto pensa: quanto mi ci vorrà per arrivare a Savaii? Pensa, ma non vede il piacevole paesaggio che attraversa con il suo viaggio. Ora gli si presenta sulla sinistra il dorso di una montagna. E non appena il suo occhio lo coglie, non può fare a meno di pensare: «Cosa ci sarà dietro la montagna? Ci sarà una baia profonda o stretta?» Preso da questi pensieri dimentica di cantare insieme agli altri le canzoni del mare; non sente neanche gli allegri scherzi delle fanciulle. Si è appena lasciato alle spalle il dorso della montagna e la baia, quando lo tormenta un nuovo pensiero: ci sarà una tempesta entro sera? Proprio così, se entro sera ci sarà una tempesta.
Cerca nel cielo chiaro scure nuvole. Pensa sempre alla tempesta che si potrebbe abbattere su di lui. La tempesta non arriva e raggiunge Savaii senza danni. Però è come se non avesse compiuto il viaggio, perché i suoi pensieri erano sempre lontani dal suo corpo e fuori dalla barca. Sarebbe potuto benissimo rimanere nella sua capanna a Upolu.
Uno spirito che tanto ci tormenta è un demone, e non capisco perché dovrei amarlo tanto. Il Papalagi ama e ammira il suo spirito e lo nutre con i pensieri della sua testa. Non gli fa mai soffrire la fame, e quando i pensieri si divorano tra loro non lo rimprovera neanche tanto. Fa molto rumore con i suoi pensieri, e li fa diventare chiassosi come bambini maleducati. Si comporta come se i suoi pensieri fossero preziosi come i fiori, le montagne e le foreste. Parla dei suoi pensieri come se al confronto il valore di un uomo o l’umore lieto di una fanciulla non contassero niente. Agisce come se ci fosse da qualche parte un comandamento che obbliga a pensare molto. Come se questo comandamento venisse da Dio. Quando le palme e le montagne pensano, non fanno molto rumore. E sicuramente se le palme pensassero con tanto chiasso e intensità come il Papalagi, non avrebbero belle foglie verdi e frutti dorati (perché è un dato di fatto, il pensare rende velocemente vecchi e brutti). Cadrebbero prima di maturarsi. Ma credo proprio che pensino molto poco.
E ci sono ancora molti modi per pensare e tanti bersagli per la freccia dello spirito. Triste è il destino del pensatori, che vanno lontano con il pensiero. Cosa accadrà alla prossima aurora? Cosa avrà in mente per me il Grande Spirito quando arriverò nel mondo di là? Dove ero quando i messaggeri del più grande di tutti gli spiriti mi donarono l’anima? Questo pensare è tanto inutile quanto voler vedere il sole a occhi chiusi. Non va. E non è neanche possibile pensare fino in fondo l’inizio e la fine delle cose. Se ne accorgono coloro che ci provano. Stanno accovacciati sempre nello stesso punto come un martin pescatore, dalla giovinezza fino all’età adulta. Non vedono più il sole, il vasto mare, le care fanciulle, nessuna gioia, niente di niente, e ancora niente. La kava stessa non ha più nessun sapore per loro, e alle danze nella piazza del villaggio se ne stanno in disparte e guardano per terra. Non vivono, anche se non sono morti. Sono stati colpiti dalla grave malattia del pensare.
Questo pensare dovrebbe far grande ed elevata la testa. Quando uno pensa molto e velocemente, in Europa si dice che ha una gran testa. E anziché avere compassione di queste grandi teste, le ammirano molto. I villaggi ne fanno i loro capi, e una gran testa ovunque arrivi deve pensare pubblicamente, il che suscita in tutti un gran piacere e ammirazione. Quando una gran testa muore tutto il paese è in lutto e si levano molti lamenti per quel che è andato perduto. Si fa una riproduzione in pietra della grande testa morta e la si mette davanti agli occhi di tutti sulla piazza del mercato. Proprio così, si fanno queste teste di pietra molto più grandi di quanto lo erano in vita, in modo che il popolo le possa ben ammirare e ricordarsi della propria piccola testa.
Se si chiede a un Papalagi: «Perché pensi tanto?» questi risponde: «Perché non voglio e non mi piace rimanere sciocco». È sciocco ogni Papalagi che non pensa; anche se invece è saggio chi non pensa e tuttavia trova la sua strada.
Credo però che questa sia solo una scusa e che il Papalagi sia spinto da un desiderio cattivo. Penso che il vero scopo del suo pensare sia scoprire l’origine dei poteri del Grande Spirito. Cosa che egli chiama in modo altisonante «comprendere». Comprendere significa avere una cosa così vicina davanti agli occhi da ficcarci dentro il naso. Questo ficcare il naso e frugare in tutte le cose è una brama volgare e spregevole dell’uomo. Prende la scolopendra, vi ficca una piccola lancia, le strappa una gamba. Che aspetto ha una zampa divìsa dal suo corpo? Come era fissata al corpo? Rompe la zampa per misurarne lo spessore. È importante, è essenziale. Stacca un pezzetto di carne grande quanto un granello di sabbia e lo mette sotto un lungo tubo che ha un potere misterioso e fa vedere molto meglio. Con quest’occhio grande e potente guarda dentro ogni cosa, che siano lacrime, un brandello di pelle, un capello, assolutamente tutto. Taglia tutte queste cose finché non è più possibile romperle e tagliarle.
Anche se questo punto è senz’altro il più piccolo, è anche il più essenziale di tutti, perché è l’accesso alla conoscenza suprema, quella che possiede solo il Grande Spirito. Questo accesso è vietato anche al Papalagi, e i suoi migliori occhi magici non ci hanno ancora guardato dentro. Il Grande Spirito non si fa carpire mai i suoi segreti.
Nessuno si è mai arrampicato più in alto della palma che si stringeva tra le gambe. Una volta giunti in cima si deve tornare indietro: viene a mancare il tronco per arrampicarsi ancora più in alto. Il Grande Spirito non ama neanche la curiosità degli uomini, per questo ha steso grandi liane senza inizio e senza fine su tutte le cose. Per questo chiunque segua il pensare fino in fondo si accorgerà sicuramente che alla fine rimane sempre come uno stupido, e deve lasciare al Grande Spirito le risposte che non può dare lui stesso. Lo ammettono anche i Papalagi più valorosi e saggi. Tuttavia la maggior parte degli ammalati di pensiero non riescono a staccarsi dalla fonte del loro godimento, e a furia di percorrere le vie del pensiero l’uomo perde l’orientamento, proprio come se andasse per la foresta vergine senza seguire nessun sentiero. Si perdono nei loro pensieri finché improvvisamente i loro sensi non riescono più a distinguere un uomo da un animale. Affermano che l’uomo è un animale e che l’animale è umano.
È male e pericoloso quindi che tutti i pensieri, che siano buoni o cattivi, vengano gettati immediatamente su sottili stuoie bianche. «Vengono stampati» dice il Papalagi. Il che vuoi dire che quel che quei malati pensano viene trascritto con una macchina misteriosa e prodigiosa, che ha mille mani e la forte volontà di molti grandi capi. E non solo per una o due volte, ma molte, infinite volte, sempre gli stessi pensieri. Si pressano poi insieme, in fasci, molte stuoie di pensieri – «libri» li chiama il Papalagi – che poi vengono inviate in tutte le parti del grande Paese. Tutti quelli che ricevono questi pensieri vengono subito contagiati. Divorano queste stuoie di pensieri come fossero dolci banane; si trovano in ogni capanna, se ne riempiono casse intere, e vecchi e giovani stanno a rosicchiarli come topi la canna da zucchero. È per questo motivo che in così pochi riescono ancora a pensare ragionevolmente, con pensieri naturali come quelli di qualsiasi onesto abitante delle Samoa.
Allo stesso modo vengono ficcati nella testa dei bambini tanti pensieri quanti ce ne entrano. Ogni giorno devono per forza ingoiare la loro dose di stuoie di pensieri. Solo i più sani si sbarazzano di questi pensieri o li lasciano passare attraverso il loro spirito come attraverso una rete. I più però sovraccaricano la loro testa con così tanti pensieri che non avanza più spazio e non vi penetra più nessun raggio di luce. Questo si chiama: «formare lo spirito» e lo stato permanente di tale confusione: «cultura», cosa ampiamente diffusa.
Cultura significa: riempire la propria testa con le conoscenze fino all’orlo estremo. L’uomo colto conosce la lunghezza della palma, il peso della noce di cocco, i nomi di tutti i suoi grandi capi e la data delle loro guerre. Conosce la grandezza della luna, delle stelle e di tutti i Paesi. Conosce per nome ogni fiume, e ogni animale e pianta. Conosce tutto, proprio tutto. Poni una domanda a una persona colta, e ti spara addosso la risposta ancor prima che tu chiuda bocca. La sua testa è sempre carica di munizioni, è sempre pronta a sparare. Ogni Europeo dedica la più bella età della vita a fare della sua testa la canna da fuoco più veloce. Chi non vuole partecipare, viene obbligato.
Ogni Papalagi deve conoscere, deve pensare. L’oblio – disfarsi dei pensieri – non viene esercitato, quando invece sarebbe l’unica cosa che potrebbe guarire tutti gli ammalati di pensiero; e quindi sono in pochissimi a sapervi ricorrere. I più si portano dietro, nella testa, un carico che affatica il corpo per quanto è pesante, lo indebolisce e fa appassire prima del tempo.
Dobbiamo quindi, cari fratelli non pensanti – dopo quello che vi ho annunciato in tutta onestà – emulare davvero il Papalagi e imparare a pensare come lui? lo dico: «No!». Perché non dobbiamo e non possiamo fare niente che non ci fortifichi il corpo e non renda migliori e più lieti i nostri sensi. Ci dobbiamo guardare da tutto quel che ci vorrebbe togliere la gioia di vivere, da tutto quello che mette in lite la nostra testa con il nostro corpo. Il Papalagi ci dimostra con il suo esempio che il pensare è una grave malattia, una malattia che diminuisce di molto il valore di un uomo.
La grave malattia del pensare (un capitolo dal Papalagi)
Papalagi è il resoconto sugli usi e i costumi dell’uomo bianco (il papalagi, appunto), fatto da Tuiavii, capo indigeno delle isole della Samoa, dopo un suo viaggio in Europa agli inizi dello scorso secolo. Qui sotto il capitolo sulla “grave malattia del pensare”.
Bibliografia:
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Discorso del Capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa
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Si deve diventare un’altra volta
semplici e senza parole
come il grano che cresce,
o la pioggia che cade.
Si deve semplicemente essere.
(Etty Hillesum)
Il testo recita:“ Non esiste ignoranza o estinzione dell’ignoranza, a non esistono vecchiaia e morte né estinzione della vecchiaia e della morte – ”riferendosi ai ‘dodici anelli’.
Vediamo brevemente quali sono i dodici anelli del ciclo dell’esistenza.
Essi possono essere considerati dal punto di vista dell’ordine progressivo del condizionamento del samsara oppure dal punto di vista del decondizionamento o della purificazione.
1) Il primo dei dodici anelli è l’ignoranza. Considerando anche gli altri undici, possiamo ugualmente affermare che non esistono ultimamente
2) Le formazioni karmiche
3) La coscienza,
4) Del nome e forma,
5) Le sei entrate,
6) Il contatto,
7) Le sensazioni,
8) La bramosia
9) L’afferrarsi
10) Il divenire,
11) La nascita,
12) La vecchiaia e la morte.
1) Con ignoranza si intende la non conoscenza della reale natura dei fenomeni. Le ignoranze sono innumerevoli,ma si possono raggruppare in due:una è la non conoscenza della ‘talità’, la reale natura di ciò che esiste,l’altra è la non conoscenza delle cause e degli effetti, della legge del karma.
2) Il secondo anello è chiamato formazioni karmiche, e sono le azioni .Le azioni hanno il potere di proiettarci nelle rinascite successive e possono essere meritorie, non meritorie e inamovibili. Le azioni meritorie sono le dieci azioni positive di non uccidere, non rubare, non avere una sessualità scorretta, non mentire, non creare discordia, non ingiuriare, non parlare a vanvera, non avere bramosia, malvagità e non sostenere visioni errate .Le azioni non meritorie sono l’opposto di quelle elencate, quindi uccidere e così via. Quelle virtuose hanno il potere di spingerci in esistenze superiori come quella umana o divina.
Ovviamente, la positività o negatività delle azioni ha varie sfumature. Il risultato dipende dal livello dell’intensità. Le azioni negative possono essere di vari gradi. Quelle che ci conducono a rinascite come animali sono di intensità minore, quelle di intensità intermedia come spiriti famelici e quelle maggiori come esseri infernali. Poi c’è una categoria di azioni dette inamovibili. Sono quei livelli di concentrazione che ci possono portare a stati superiori di esistenza,nei reami della forma e del senza forma.Si parla di diciassette livelli del reame della forma e di quattro assorbimenti meditativi del reame del senza forma.
3) Il terzo anello è quello della coscienza; si intende la coscienza mentale, la quale contiene le impronte delle azioni che abbiamo compiuto.
4) Il quarto dei dodici anelli è quello del nome e forma.È riferito al concepimento nel grembo materno.L’ovulo fecondato è l’anello della forma che contiene la coscienza non ancora manifesta, indicata con ‘nome’in quanto non sono ancora manifesti i vari fattori mentali quali le sensazioni, la discriminazione, i fattori di composizione.Fino al momento in cui l’embrione non sviluppa completamente le sue facoltà sensoriali viene indicato come ‘nome e forma’.
5) Il quinto dei dodici anelli è quello delle sei entrate o facoltà sensoriali e s iriferisce all’embrione fino al momento in cui avrà il primo contatto.
6) Quando poi avviene il primo contatto tra oggetto,facoltà sensoriale e coscienza,sorge l’anello del contatto.
7) Dal contatto nasce l’esperienza, cioè la sensazione;si indica, quindi, l’anello delle sensazioni che è il settimo.
8) L’ottavo è l’anello della bramosia Si riferisce all’attaccamento per questo corpo.Durante il processo della morte, quando non possiamo più aggrapparci a questo corpo, la nostra tendenza è quella di ricercarne uno nuovo.
9) Il nono anello è l’afferrarsi. Attaccamento per il corpo che è l’intensificarsi della bramosia di averne un altro.
10) Queste due forme di attaccamento attivano le impronte delle azioni passate depositate nella nostra coscienza. Questo karma, o azione attivante, è l’anello del divenire.
11) L’anello della nascita è ciò che ci porta a rinascere, per cui entriamo nel ventre materno, veniamo concepiti e, secondo il buddhismo, il primo istante di concepimento è la nascita.
12) Poi c’è l’evoluzione dell’embrione e il corpo continua ad evolversi. Questo è ciò che indica il termine invecchiamento, mentre la morte può avvenire anche nel grembo della propria madre.Dunque il dodicesimo anello della morte può realizzarsi anche finché siamo ancora nel grembo materno.
Questa è una descrizione abbreviata dei dodici anelli.Ponendo fine all’ignoranza avranno fine anche le formazioni karmiche, o azioni contaminate; quindi, avrà fine anche il terzo anello che si riferisce alle impronte karmiche nella coscienza;avendo fine la coscienza avranno fine anche nome e forma, allora porremo fine anche alla nascita e all’invecchiamento e alla morte.
Questa è un’esposizione dell’ordine di decondizionamento, di abbattimento dei dodici anelli dell’esistenza ciclica.
Come porre fine all’ignoranza? Realizzando la vacuità,il non-sé, la mancanza di un io a sé stante, per tale ragione nel testo del Sutra del Cuore è scritto:“ Non c’è vecchiaia e morte, né estinzione della vecchiaia e della morte.”
(la coproduzione condizionata, insegnata da Gotamo Buddha)
(di Ghesce Ciampa Ghiatso – tratto da ” Introduzione al sutra del cuore”)
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Molte persone vivono in maniera quasi meccanica, inconsapevoli di qualsiasi ideale, o progetto di vita. Vengono al mondo, lottano per guadagnarsi da vivere e abbandonano le sponde della mortalità senza sapere perché siano venute sulla Terra, senza conoscere i propri doveri.
A prescindere da quale sia il traguardo della vita, è evidente che l’uomo è insidiato dai bisogni, che si sforza disperatamente di soddisfare. È molto importante concentrarsi sui propri bisogni reali, invece di creare una grande quantità di desideri inutili e superflui.
L’uomo deve distinguere fra i bisogni reali e le “necessità non necessarie”. Chi si circonda di “necessità non necessarie” e lussi materiali, si dimentica di concentrarsi sulle piccole necessità del corpo e sulla grande necessità di sviluppare l’efficienza mentale e la contentezza divina. Queste persone acquistano nuove automobili e nuovi vestiti, pagandoli a rate: di conseguenza, sono perennemente indebitate e costrette a passare tutto il tempo sforzandosi invano di guadagnare.
Non hanno tempo per sviluppare l’efficienza mentale, o coltivare la pace interiore, perché sono assoggettate alle incessanti ri- chieste del Tiranno Lusso Materiale. La prosperità non consiste soltanto nel guadagnare denaro, ma richiede anche lo sviluppo dell’ efficienza mentale, strumento indispensabile per acquisire salute, ricchezza, saggezza e pace in modo costante.
(Paramahansa Yogananda)
BIBLIOGRAFIA
Paramahansa Yogananda
Autobiografia di uno Yogi – Paramahansa Yogananda
Conversazioni con Yogananda – Paramahansa Yogananda
Come essere una persona di successo – Ananda edizioni
Come essere sempre felici – Ananda edizioni
L’amore per gli alberi è, o dovrebbe essere, parte della nostra natura, come respirare. Gli alberi fanno parte della terra come noi, pieni di bellezza, con quel loro strano distacco. Così immobili, pieni di foglie, ricchi e luminosi, proiettano le loro lunghe ombre e la loro gioia selvaggia quando soffia la bufera. Tutte le foglie, anche quelle sul ramo più alto, danzano al minimo soffio di brezza, e l’ombra è accogliente, quando il sole batte forte. Seduti con la schiena contro il tronco, se rimanete in silenzio, stabilite un rapporto durevole con la natura. I più hanno perso questo rapporto; quando passano in automobile o risalgono queste colline chiacchierando, vedono tutte queste montagne, queste valli, i corsi d’acqua e le migliaia di alberi, ma sono troppo assorbiti nei loro problemi per guardarsi intorno e rimanere in silenzio. Un pennacchio di fumo si alza lungo la valle, e sotto passa un autocarro, carico di tronchi appena recisi, non ancora scortecciati. Un gruppo di ragazzi e di ragazze passa chiacchierando, facendo fremere l’immobilità del bosco.
La morte di un albero, nel momento finale, a differenza di quella dell’uomo, è bella. Un albero morto nel deserto, senza più corteccia, ripulito dal sole e dal vento, con tutti i rami nudi spalancati al cielo, è una visione meravigliosa. Una grande sequoia, vecchia di molte centinaia di anni, viene abbattuta in pochi minuti per fare recinzioni e sedili, per costruire case o per arricchire la terra in un giardino. Quel meraviglioso gigante è morto. L’uomo avanza nel cuore delle foreste, distruggendole per creare pascoli e costruire case. Le regioni vergini stanno scomparendo. C’è una valle, circondata da colline che forse sono le più antiche della terra, dove i ghepardi, gli orsi e il daino, che un tempo era possibile vedere, ora sono completamente scomparsi, perché l’uomo è arrivato dappertutto. La bellezza della terra viene lentamente distrutta e inquinata. Macchine e costruzioni a più piani stanno facendo la loro comparsa nei luoghi più inaspettati. Quando perdete il rapporto con la natura e con i cieli immensi, perdete ogni rapporto con l’uomo.
Arrivò insieme alla moglie e parlò quasi sempre lui. Lei era piuttosto timida, e aveva l’aria intelligente. Lui era piuttosto arrogante, e aveva l’aria aggressiva. Disse di essere stato presente a qualcuno dei miei discorsi dopo aver letto uno o due libri e aver assistito a qualche dialogo. ” In realtà, siamo venuti a parlare con lei personalmente del nostro problema più grosso, e spero di non averla disturbata. Abbiamo due figli, un maschio e una femmina che vanno a scuola, fortunatamente per loro. Non vogliamo infliggergli le tensioni che ci sono tra noi, anche se prima o poi le avvertiranno. Mia moglie e io siamo molto innamorati; non userei la parola amore, perché ho capito che cosa lei intende con questo termine. Ci siamo sposati abbastanza giovani; abbiamo una bella casa e un piccolo giardino. Il denaro non rappresenta per noi un problema. Lei sta bene di suo, e io lavoro, anche se mio padre mi ha lasciato qualcosa. Non siamo venuti da lei come da un consulente matrimoniale, ma vogliamo discutere con lei, se ce lo consente, il nostro rapporto. Mia moglie è piuttosto riservata, ma io sono sicuro che fra poco parteciperà anche lei alla discussione. Eravamo d’accordo che avrei incominciato io.
Abbiamo grossi problemi di rapporto. Ne abbiamo parlato spesso, ma non ne è venuto fuori niente. Dopo questa premessa, la domanda che vorrei farle è la seguente: che cosa c’è di sbagliato nel nostro rapporto, e che cos’è il rapporto giusto?”.
Che rapporto avete con queste nuvole, piene della luce della sera, o con questi alberi silenziosi? Non è una domanda a sproposito. Vedete quei ragazzi che giocano là, in quel campo, quella vecchia auto? Quando vedete tutto questo, vi chiedo, qual è la vostra reazione? “Non lo so con esattezza. Mi piace vedere i bambini che giocano. E anche a mia moglie piace. Per quelle nuvole o quell’albero non ho sentimenti speciali. Non ci ho pensato; probabilmente non li ho neanche mai guardati”.
La moglie disse: “Io sì. Per me hanno un significato, ma non riesco a dirlo a parole. I bambini là fuori potrebbero essere i miei figli. Dopo tutto, sono una madre”. Signore, guardi quelle nuvole e quell’albero, come se li vedesse per la prima volta. Li guardi senza che il pensiero interferisca o divaghi. Li guardi senza definirli ‘nuvole’ o ‘albero’. Li guardi semplicemente con il cuore e con gli occhi. Appartengono alla terra come noi, come quei bambini, e come quella vecchia auto. Dar loro un nome fa parte del pensiero.
“Guardarli senza ricorrere alle parole sembra quasi impossibile. La forma è la parola”. Quindi le parole svolgono un ruolo molto importante nella nostra vita. Sembra che la nostra vita sia un intreccio di parole complicate, legate tra loro.
Le parole esercitano una grossa influenza su di noi: parole come dio, democrazia, libertà, totalitarismo. Evocano tutte immagini familiari. Le parole moglie e marito fanno parte delle nostre espressioni quotidiane.
Ma la parola moglie non è in realtà la persona in carne e ossa, con le sue complessità e i suoi problemi. Quindi la parola non è mai la realtà. Quando la parola assume un’importanza totalizzante, la vita, la realtà , viene trascurata. ”Ma non posso sfuggire alla parola e all’immagine che essa evoca”. Non possiamo separare la parola e l’immagine. La parola è l’immagine. Osservare senza parola/immagine, questo è il problema.
“Ma è impossibile!”. Se permette, lei non ha cercato di farlo seriamente. La parola impossibile blocca in lei la possibilità di farlo. Non dica, la prego, che è possibile o impossibile, ma lo faccia semplicemente.
Torniamo un attimo alla sua domanda: che cos’è il rapporto giusto?
Quando noi avremo capito che cos’è il rapporto, sono sicuro che lei scoprirà da solo che cosa è giusto. Che cosa significa per lei il rapporto? “Mi faccia pensare. Significa tantissime cose, a seconda delle circostanze. Un giorno è una certa reazione, il giorno dopo ha una portata completamente diversa. È responsabilità, noia, irritazione, reazioni sensuali e il bisogno di fuggire da tutto questo”.
Questo è quello che lei chiama rapporto. Si tratta di livelli diversi di reazioni sensoriali, di sentimenti – di romanticismo, se si è portati a quello – di tenerezza, attaccamento, solitudine, paura e così via (apprensione, più che paura reale). Questo è quanto viene definito rapporto con una persona o con l’altra. Lei è in rapporto anche con i suoi ideali, le sue speranze, le sue esperienze, le sue decisioni.
Tutto questo è lei e il suo rapporto con un altro; e l’altro è simile a lei, anche se da un punto di vista biologico, culturale e fisico può essere diverso. Ciò non indica forse che lei si muove sempre all’interno dell’egocentrismo e che l’altra persona agisce in maniera simile? Due vite parallele che non si incontrano mai? “Incomincio a capire che cosa lei intende, ma la prego, continui”.
Diventa chiaro che non esiste un rapporto reale. Fondamentalmente ci preoccupiamo di noi stessi, del nostro piacere, cedendo all’altro per ottenere a nostra volta soddisfazione, e così via all’infinito. Diciamola in un altro modo. Perché gli esseri umani sono così centrati su se stessi, o egoisti nei più riposti recessi del loro essere? Perché? Gli animali selvatici non sembrano tanto egocentrici quanto lo sono gli esseri umani.
Se noi dobbiamo scoprire in prima persona qual è il rapporto giusto, dobbiamo approfondire questo interrogativo. È necessario sperimentare la percezione senza movente. La maggior parte di noi trova difficile osservare senza un qualche tipo di movente. Riusciamo a esaminare insieme, con obbiettività, quel che realmente accade in un rapporto fra due persone, si tratti di un rapporto intimo o no? Quasi tutte le reazioni, specialmente quelle dolorose o piacevoli, vengono registrate nel cervello, nella coscienza o a un livello più profondo. Questa registrazione, che inizia nel momento in cui nasciamo e continua fino alla morte, costruisce lentamente un’immagine o un quadro che ognuno ha di sé. Quando ci sposiamo o viviamo con un altro per un mese o per anni , ciascuno dei due si forma un’immagine dell’altro. Le ferite, le irritazioni, le parole dure, quelle dolci, e così via, le reazioni sensuali, le osservazioni intellettuali, il cameratismo e la tenerezza, la fantasia di realizzazione -e le associazioni culturali: tutto questo forma le diverse immagini che si riattivano nelle diverse circostanze.
A parte i rapporti fisici reali, queste immagini distorcono o ostacolano un rapporto d’amore profondo, la compassione con la capacità di comprensione profonda che essa implica
“E allora in che modo è possibile impedire la formazione di queste immagini?”. Non le pare di porre una domanda sbagliata? Chi è che impedisce? Non le sembra che a porre la domanda siano ancora una volta un’immagine o un’idea? Non sta forse ancora lavorando di fantasia, passando da un’immagine all’altra? Questo tipo di indagine non porta da nessuna parte. Quando una persona è colpita o ferita psicologicamente – il che accade fin dall’infanzia – le conseguenze di quella ferita sono ovvie: la paura di subire altre ferite, un ritrarsi costruendosi tutt’intorno una barriera, un ulteriore schermo isolante e così via, un processo che alimenta la nevrosi. Se e quando si ha consapevolezza di queste ferite, di questi conflitti, e li si osserva, allora istintivamente viene fatto di chiedersi in che modo sia possibile evitare di venire feriti.
L’immagine ultima è l’io , il sé con la lettera maiuscola e minuscola. Quando si arriva a cogliere il pieno significato del perché il cervello, il pensiero, formi queste immagini, la verità del perché queste immagini esistano, questa percezione stessa dissolve ogni processo di formazione delle immagini. Questa è la libertà ultima. “Per quale ragione il cervello – o il pensiero, come dice lei – forma delle immagini?”.
Forse per sentirsi protetto? Per essere al sicuro contro il pericolo? Per avere certezze, per evitare la confusione? Anche la più piccola parte del cervello per funzionare bene, in maniera efficiente, deve avere delle certezze, deve sentirsi al sicuro. Se poi quelle certezze e quella sicurezza sono un’illusione o un’invenzione del pensiero, come lo sono la fede o la credenza, in realtà non ha alcuna importanza, purché quell’area agitata del cervello si senta al sicuro, tranquilla, senza incertezze.
Noi moriamo in questa illusione. Accompagnato dalle immagini, come ad esempio il nazionalismo, e le immagini che si trovano in tutti i templi del mondo, l’uomo vive e porta avanti il conflitto, il piacere, il dolore.
Queste immagini vengono fabbricate a non finire.
Ma solo quando noi percepiamo che esse ostacolano e gettano un’ombra sul rapporto reale e rotondo tra noi e gli altri, tra noi e quella nuvola, tra quell’albero e quei bambini, allora soltanto può esserci amore.
(di J. Krishnamurti)
Dal Bulletin 56, 1989 – Saanen, Svizzera, agosto 1981.
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