Mia nonna è il primo essere umano che ho visto morto. Era sdraiata, e appariva così bianca e cοsì in pace, così silente e felice, aperta e al tempo stesso chiusa. Ne fui geloso, e al tempo stesso ebbi paura. Pensai che doveva sentirsi sola: non la potevo più avvicinare.
Quando ti ho visto, amato Maestro, !a sera del tuo compleanno, ho avuto la stessa, identica sensazione: non ti sentivi solo nonostante i nostri canti, danze, musiche? Eri così lontano e immerso in un silenzio sacro… come non mai, per me!
Sei vivo e morto allo stesso tempo?
La morte è bellissima, così come è bella la vita, se sai comunicare con la morte. È bella perché è un rilassamento. È bella perché, chi muore, cade di nuovo nella fonte dell’esistenza, per rilassarsi, per riposarsi, per prepararsi a tornare di nuovo.
Nell’oceano si alza un’onda, poi ricade e poi si rialza ancora … avrà un altro giorno, vivrà ancora, con un’altra forma… per poi ricadere e svanire.
La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio.
Di nuovo tornerai a fiorire. Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di nuovo e ancora… fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza.
Solo allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte suprema.
La morte comune è temporanea: tornerai a vivere ancora.
Quando un Buddha muore, muore per sempre. La sua morte ha in sé la qualità dell’eterno…
Hai ragione: io sono vivo e morto, allo stesso tempo. Come persona, sono morto, come entità, sono morto. Come “nessuno”, sono vivo.
E tu, accanto a me, puoi essere geloso e al tempo stesso aver paura. Ma dovrai mettere da parte la paura; potrebbe ostacolarti; potrebbe impedirti di godere questa opportunità che ora hai a portata di mano: è molto difficile incontrare un “nessuno”.
Tu l’hai trovato. E se tu, come me, non diventi un “nessuno”, avrai mancato questa occasione, ricordalo! Muori, così come sono morto io, e allora sarai vivo, così come lο sono io.
Esiste una vita che non ha nulla a che vedere con le singole persone, chiunque esse siano. Esiste una vita che non ha nulla a che vedere con i singoli sé. Esiste una vita di vuoto, innocente e vergine: io la metto alla vostra portata… mettete da parte ogni paura, e avvicinatevi a me. Lasciate che io diventi la vostra morte e la vostra resurrezione.
Un Maestro Zen, Bunon, ha detto:
“Mentre sei vivo, sii come un uomo morto; sii totalmente morto,
comportati come più ti piace, e tutto andrà bene“.
(Osho – Tao: The Three Treasures, vol. III – 30 giugno 1975)
(Fotografia in testata by Martinica)
Bibliografia sulla morte:
Morte: La grande finzione – Osho
La mente oltre la morte – Dzogchen Ponlop Rinpoche
Cenni sulla morte – Annie Besant
La vita dopo la morte – Pietro Archiati
“Dunque ero lì, in un paese straniero, impegnandomi così tanto e rinunciando a così tanto, e per cosa? Non lo sapevo affatto.”
Quand’ero piccolo, desideravo appassionatamente diventare un guidatore di treni. Mio nonno aveva portato me e mio fratello alla stazione Euston di Londra dove mi innamorai di quelle massicce macchine d’acciaio nere e verdi che fischiavano con tanta forza. Sarebbe stato meraviglioso, sognavo, se un giorno…
Qualche anno dopo, desideravo appassionatamente illuminarmi. Avevo letto di tutto sull’illuminazione nei libri. Per un ragazzo sognatore, l’idea di vivere in permanente beatitudine e nello stesso tempo di salvare l’umanità era di un fascino irresistibile. Sarebbe stato meraviglioso, sognavo, se un giorno…
Quando per la prima volta ascoltai il racconto dell’illuminazione del signore Buddha ero ancora molti bicchieri di birra lontano dall’essere un monaco. Ero uno studente, dedito a quel genere di smoderate attività che gli studenti apprezzavano alla fine degli anni sessanta e di cui si sarebbero pentiti alla fine degli anni settanta. Ma per un certo periodo avevo meditato con alti e bassi, per lo più bassi, e avevo cominciato a notare degli inequivocabili cambiamenti nella mia vita quotidiana. Durante la festa del Vesak, alla locale Buddhist Society, mentre il venerabile monaco dello Sri Lanka leggeva la storia dell’illuminazione, mi sentii sempre più ispirato ed entusiasta. Mi piacque soprattutto il punto in cui il futuro Buddha si mise a sedere ai piedi dell’albero della Bodhi e prese la risoluzione che scosse il mondo intero: anche se il mio sangue si dovesse prosciugare e le mie ossa dovessero diventare polvere, non mi muoverò da questo posto, finché non penetrerò nella suprema e completa illuminazione.
Uhao! Col procedere della storia, un pensiero cominciò a prendere forma nella mia mente. A fatica, riuscii ad aspettare la fine dei canti. Con impazienza trangugiai la tazza di té inevitabile in quell’occasione, e finalmente mi precipitai nella mia stanza al college. Avevo ascoltato un sacco di discorsi sul buddhismo, avevo letto un’infinità di libri su questo argomento. Inoltre meditavo da un anno, quasi sempre almeno una volta alla settimana. Se ce l’aveva fatta il Buddha, perché non provarci anch’io? Ecco come, nell’arrogante stupidità della giovinezza, io, meditante novizio, che a malapena riusciva a sedere fermo per mezz’ora, decisi che era ora di illuminarsi. Presi la risoluzione: ora o mai più perché il giorno dopo avevo un esame. Chiusi a chiave la porta della mia stanza. Sedetti sul cuscino di meditazione. Mi raccolsi. Poi, pronunciai, con voce profonda, chiara, solenne:
“Anche se il mio sangue si dovesse prosciugare e le mie ossa dovessero diventare polvere, non mi muoverò da questo cuscino finché anch’io non mi sarò illuminato.”
Proprio così. Basta col perdere tempo. Ero mortalmente serio.
Quaranta minuti dopo ero in piena agonia. Anche se il mio sangue sembrava liquido come sempre e le mie ossa ancora distinguibili, il male alle ginocchia mi spediva all’inferno. Quello che mi preoccupava seriamente era che, passata un’ora e mezza, non avevo ancora visto le luci tanto attese brillare e lampeggiare. Nemmeno un luccichìo per segnalare che mi stavo avvicinando. Era deprimente e molto doloroso. Mi arresi. Mi alzai delusissimo. Non illuminarmi aveva rovinato tutta la giornata.
Qualche anno dopo, un po’ più assennato, anche se solo un po’, mi trovavo all’ aeroporto di Londra in partenza per la Thailandia e mi accomiatavo da due bhikkhu thailandesi. Andavo a Bangkok per ricevere l’ordinazione. Ricordo ancora le parole di commiato del bhikkhu più anziano, che era allora il mio insegnante: “Per favore, ritorna, quando ti sei illuminato.” Avevo programmato di restare in Thailandia come monaco per due anni al massimo. Avevo detto a parenti e amici che avrei fatto ritorno non appena trascorse due estati. Dopo tutto, due anni interi come monaco buddhista in Thailandia sarebbero stati sicuramente sufficienti per consentire l’illuminazione anche ad una persona dall’intelligenza un po’ scarsa. Per quanto mi concerneva, io avevo una laurea, dunque non avevo dubbi che sarei tornato in Inghilterra, nel giro di due anni, illuminato. Una volta ottenuta questa cosa straordinaria, mi sarei sposato e sarei andato a vivere in una comune, in Galles naturalmente. Avevo già fatto ricerche prima di partire.
Dopo due anni di percorso, stava diventando evidente che questa impresa dell’illuminazione non sarebbe stata così facile. Per qualche ragione, benché fossi un occidentale, laureato a pieni voti in un’ottima università, mi comportavo molto più stupidamente dei monaci thailandesi che avevano a malapena la licenza elementare di una scuola di paese. La mia presunzione aveva bisogno di un lungo lavoro di martello. La cosa strana era che, benché non fossi ancora illuminato, godevo della pace, della semplicità e della moralità della vita monastica. Non volevo andarmene. Il progetto della comune in Galles aveva perso il suo fascino.
Nel mio quarto ritiro delle piogge avevo tentato l’impossibile. In Thailandia, era giunta voce dell’acquisto di Chithurst House e che si era formato un Sangha in Inghilterra che aveva bisogno di più bhikkhu. Ecco una grande occasione per illuminarsi. Stavo in un monastero molto tranquillo. La mia pratica di meditazione procedeva spedita. Gli auspici erano tutti favorevoli. E infine: accadde!
Una sera, camminando sul mio sentiero di meditazione, la mente già calma dopo lunghe ore di sedute, compresi all’improvviso la causa di tutti i problemi e il mio cuore provò immediatamente la gioia della liberazione. Attorno tutto sembrava fulgente. La beatitudine colmava tutto il mio essere. Avevo energia e chiarezza in abbondanza. Benché fosse notte alta, sedetti in meditazione, perfettamente consapevole, perfettamente fermo. Poi mi sdraiai per riposare, dormendo, oh tanto lievemente, per poche ore. Mi alzai alle tre ed ero il primo in sala per la meditazione del mattino. Sedetti fino all’alba senza sforzo e senza la più lieve sonnolenza. Proprio così! Era una gioia incommensurabile essere illuminato. Peccato che non durasse a lungo.
Il monastero in cui tutto questo si svolse era molto povero e il cibo era assai scadente. Era quel genere di monastero thailandese del nord-est, in cui ti sentivi felice di mangiare solo un pasto al giorno, trovando iniquo affrontare tale tremenda prova due volte in un giorno. Tuttavia, il giorno dopo la mia esperienza di “liberazione”, il cibo era più accettabile. Insieme con l’alimento base che consisteva in curry di pesce marcio, stufato di pesciolini mantenuti nel modo più antigienico finché non sarebbero andati a male, c’era un tegame di curry di maiale. Quel giorno anche l’abate thailandese visibilmente si ritrasse alla vista del maleodorante pesce stufato e prese un’enorme porzione di curry di maiale. Non me ne curai, ero il secondo della fila e ne restava tantissimo per me. Tuttavia, la pentola di maiale non mi arrivò mai. L’abate versò il curry di maiale rimasto in mezzo al pesce marcio stufato e mescolò il tutto dicendo che tanto si sarebbe comunque mischiato nello stomaco. Ero furibondo. Razza d’ipocrita! Se lo pensava davvero, allora perché non aveva mischiato i curry prima di servirsi. Sbirciai rabbioso dentro il tegame che lui mi porgeva: i marci maleodoranti pezzi di pesce gommoso che galleggiavano fianco a fianco col mio delizioso maiale, il mio unico pasto felice rovinato. Oh, quell’abate, ero furioso con lui! Ero pieno di rabbia! Poi, un pensiero mi colpì, come un tonfo deprimente, o meglio come un disgustoso splash nel fango: forse non ero affatto illuminato. Si presume che gli illuminati non si arrabbino. Agli arahant non interessa mangiare pesce putrido piuttosto che delizioso maiale. Dovevo ammettere di essere arrabbiato, e perciò dovevo desumere di non essere illuminato. Che delusione! Profondamente depresso, mi misi nella ciotola un mestolo di pesce marcio con maiale. Ero troppo frustrato per notare il sapore del cibo quel giorno.
Nonostante questi singhiozzi spirituali causati da indigestione dharmica (una forma di cattiva assimilazione degli insegnamenti), i miei anni successivi di bhikkhu produssero sicuramente risultati di maggiore tranquillità, chiarezza e gioia. Furono gli umili insight, le comprensioni che arrivano senza suono di fanfara, a risultare più efficaci. Il mio desiderio di diventare illuminato mi appariva ora sospettosamente affine al desiderio della mia infanzia di diventare guidatore di treno, o più tardi alla mia ambizione di diventare il primo astronauta inglese… un calciatore professionista… primo chitarrista in un complesso rock… il miglior amante del college… (è troppo imbarazzante menzionare le mie altre aspirazioni). In un certo senso voler diventare illuminato era anche più insensato. Per lo meno una qualche idea di cosa significasse guidare un treno ce l’avevo. Riguardo all’illuminazione, non ero affatto sicuro di cosa fosse! E ogni volta che avevo tentato di scoprirlo chiedendolo a uno dei monaci anziani, non avevo mai ottenuto una risposta chiara. Dunque ero lì, in un paese straniero, mangiando pesce marcio e cose anche peggiori, sopportando voraci zanzare e caldo senza fine, sforzandomi tanto e a tanto rinunciando, e per cosa? Nemmeno lo sapevo. Dunque l’unica cosa razionale da fare era rinunciare a cercare di illuminarmi finché non avessi saputo cos’era l’illuminazione! Non volevo rinunciare a essere un bhikkhu, questo l’avevo compreso e aveva un senso. Dovevo solo smettere di seguire le mie fantasie, e la mia idea di illuminazione era l’ultima fantasia.
L’altra faccia dell’insight è che raramente si pensa di essere saggi “adesso”, nel presente, perché si è sommersi dal pensiero di quanto si è stati stupidi prima. Come potevo essere stato tanto ottuso? E’ scritto in così tanti testi buddhisti ed è sottolineato da tanti bravi insegnanti, che DIVENTARE E’ SOFFERENZA, diventare qualsiasi cosa. Il Buddha, parlando chiaro come sempre, sottolineò con veemenza che non proponeva alcun divenire. Diventare è quel che fa l’Io tutto il giorno. Diventare modella l’identità. Diventare è la pelle che tiene insieme la bolla del sé. Smetti ogni diventare e l’illusione è in frantumi.
Dunque, quella fu la fine del mio sforzo di diventare illuminato. Mi concentrai invece sulla domanda riguardante CHI volesse diventare illuminato, ammesso che esistesse un qualcuno. Investigai il non-sé, che è assai più illuminante del cercare di diventare illuminati. Ma ancora le persone mi rivolgono, come ad altri bhikkhu, la domanda fondamentale: sei illuminato? Ora ho una splendida replica, che ho plagiato dal compianto Venerabile Ananda Mangala Mahanayakathera (so che non se ne curerebbe), che, da straordinario maestro qual era, diede la risposta perfetta a questa domanda:
“No, sir! – rispondeva il venerabile thera di Sri Lanka – Non sono illuminato. Ma sono in buona parte eliminato!”
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AJAHN Brahmavamso nasce a Londra nel 1951. Il suo primo contatto col buddhismo avviene sfogliando dei libri in una libreria di Londra quando è ancora studente. Infatti studia fisica alla Cambridge University e in quel periodo diventa membro della locale Buddhist Society e comincia a praticare la meditazione. Dopo essersi laureato col massimo dei voti, insegna fisica alle scuole superiori in Devon. Il contatto con i bhikkhu thailandesi di Londra lo ispira ad andare in Thailandia per intraprendere anche lui la vita monastica cosicché,a 23 anni, riceve l’ordinazione al Wat Sraket con Tan Chao Khun Prom Gunaphorn.
Dal 1975 studia e pratica con Ajahn Chah ed è uno dei primi residenti a Wat Pah Nanachat. Nel 1983 raggiunge il venerabile Jagaro al Bodhinyana, un monastero appena fondato a Perth, nell’Australia occidentale, dove tuttora vive, adesso come abate. Si impegna attivamente nel programma principale di strutturazione ed oggi insegna buddhismo a un uditorio vasto e vario, che va dai bambini ai prigionieri della zona.
Il venerabile Brahmavamso è noto nella comunità dei monaci occidentali per la sua erudizione nel Vinaya, il codice di condotta monastica, e il suo lavoro in questo campo è attualmente fondamentale per l’istruzione nel Vinaya degli occidentali presenti nei monasteri in Inghilterra, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda.
del venerabile Ajahn Brahmavamso
© Ass. Santacittarama, 2005. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Traduzione di Chandra Candiani.
Uno dei malesseri più sottili e serpeggianti della nostra attuale società è dovuto a un malinteso di fondo circa la nostra reale natura di esseri umani. Partiamo tutti – o quasi – dal presupposto di essere soli. Nel bene e nel male. Soli nella lotta per la sopravvivenza, soli nell’avere diritto alle ricchezze e gioie che la vita ci dispensa come giusto compenso per le nostre fatiche, ma a volte anche soltanto per puro caso o fortuna. Il peso di questa presunta solitudine è immenso perché ci impedisce di prestare orecchio ai tanti richiami del mondo che ci circonda, da una parte, e dall’altra ai nostri valori più alti – innati, ma non sempre riconosciuti – che ci guidano verso una visione più vasta di ciò che siamo.
“Siamo tutti foglie dello stesso albero” è un concetto spesso attribuito alla tradizione orientale, ma è anche il famoso verso di una poesia di Seneca, è un concetto che illustra con semplicità ed efficacia il tipo di interrelazione che ci lega al mondo di cui facciamo parte. Il bodhissattva, nella tradizione buddista, è colui che una volta raggiunta l’illuminazione e compresa questa stretta interelazione che ci accomuna, decide di reincarnarsi sulla Terra sino a quando anche l’ultimo essere non avrà raggiunto la stessa realizzazione.
Siamo abituati a pensarci solo come foglie, non come albero; siamo abituati a concentrarci sul benessere della nostra foglia e, al massimo, di quelle del nostro ramo, considerando nemiche, perché diverse, le foglie del ramo esposto a ovest, per esempio, perché nella luce del mattino ci sembrano più scure. E questo atteggiamento ci rende chiusi, piccoli, gretti e, soprattutto, insoddisfatti. Perché la fortuna materiale è ben poca cosa rispetto…
Perché la fortuna materiale è ben poca cosa rispetto alla fortuna spirituale di sapersi parte di una immensa famiglia, una famiglia che abbraccia l’intero pianeta, se ancora non vogliamo supporre una dimensione ancor più vasta. E molti, già, se ne stanno accorgendo.
Non occorre essere buddisti, o dedicare la propria esistenza alla via monastica, per sentire fortemente il richiamo verso gli altri, per capire che non c’è vera soddisfazione, nella vita, fino a quanto non guardiamo oltre i confini del nostro piccolo orticello e non siamo un senso più vasto alla nostra esistenza facendo qualche cosa di utile anche per gli altri. “Se non io, chi per me? – è un famoso aforisma di rabbi Hillel, contemporaneo di Gesù – Se non ora quando? E – soprattutto – se solo per me, chi sono io?”.
Sono sempre di più, infatti le persone che, singolarmente o appoggiandosi a associazioni e organizzazioni, decidono di dedicare del tempo e dell’energia – in termini di presenza o in termini economici, quando la presenza non è possibile – ad attività generalmente definite come di volontariato. L’Italia, e questo sicuramente ci rende onore, sembra che sia tra le prime nazioni al mondo in quanto a impegno delle singole persone in questo senso.
Ed è proprio dalle testimonianze di tutte le persone che a queste attività si dedicano – anonime o di chiara fama, ricche o povere, semplici o dotte – che si scopre la motivazione profonda di questo agire, il segreto di questo successo silenzioso, si scopre che il sincero dono di sé viene contraccambiato con un dono ancor più grande: la consapevolezza di non essere più soli, ma di essere inseriti in un più vasto contesto di cui si fa indissolubilmente parte e allora – come il bodhissattva – come poter trascurare la foglia del ramo di fronte, se siamo entrambe parte dello stesso albero?
(Marcella Danon)
1. Colpevolizza gli altri in nome del legame familiare, dell’amicizia, dell’amore, della coscienza professionale.
2. Riporta la sua responsabilità su degli altri, o si dimette dalle sue.
3. Non comunica chiaramente le sue richieste, i suoi bisogni, sentimenti e opinioni.
4. Risponde molto spesso in modo sfocato.
5. Cambia le sue opinioni, i suoi comportamenti, i suoi sentimenti a seconda delle persone o delle situazioni.
6. Invoca ragioni logiche per travestire le sue domande.
7. Fa credere agli altri che devono essere perfetti, che non devono mai cambiare opinione, che devono sapere tutto e rispondere subito alle domandee richieste.
8. Mette in dubbio le qualità, le competenze, la personalità degli altri : critica senza averne l’aria, svalorizza e giudica.
9. Fa fare i suoi messaggi da altrui.
10. Sparge la zizzania e crea sospetti, divide per meglio regnare.
11. Sa impostarsi da vittima affinchè lo si commiseri.
12. Ignora le richieste anche dicendo di occuparsene.
13. Utilizza i principi morali altrui per appagare i suoi bisogni.
14. Minaccia in modo mascherato, o pratica il ricatto all’aperto.
15. Cambia addirittura soggetto nel bel mezzo di una conversazione.
16. Schiva o scappa dal colloquio, o dalla riunione.
17. Punta sull’ignoranza altrui e fa credere nella sua superiorità.
18. Mente
19. Predica il falso per sapere il vero.
20. E’ egocentrico.
21. Può dimostrarsi geloso.
22. Non sopporta né critica né evidenze.
23. Non tiene alcun conto dei diritti, dei bisogni, e dei desideri altrui.
24. Utilizza spesso l’ultimo momento per comandare o far agire gli altri.
25. Il suo discorso pare logico o coerente, mentre i suoi atteggiamenti corrispondono allo schema opposto.
26. Lusinga per compiacerti, offre regali, si premura improvvisamente verso di te.
27. Produce un senso di disagio o di non-libertà.
28. E’ perfettamente efficiente per attingere ai suoi propri scopi, ma a spese altrui.
29. Ci fa fare cose che non avremmo probabilmente fatte di grado nostro.
30. E’ costantemente oggetto di conversazione, anche quando non è presente.
- di Mickael Tussier -
(Tratto da: ” Les manipulateurs sont parmi nous” d’ Isabelle Nazare-Aga).
ricevuto da Lista Sadhana – Guido da Todi
Il successo non viene dal mondo esterno, ma dalla vostra mente. Non appena formulate un pensiero giusto, mettetelo in pratica. Alcuni hanno delle buone idee, ma non hanno la tenacia di elaborarle e di attuarle. Dovete avere coraggio e perseveranza e pensare:
“Realizzerò la mia idea. Può darsi che non ci riesca in questa vita, ma farò comunque di tutto per realizzarla”. Pensate e agite, pensate e agite. Questo è il modo di sviluppare il potere della mente. Ogni idea è un piccolo seme, ma dovete farlo germogliare.
Supponiamo che abbiate deciso di guadagnare mille dollari. Continuate a pensarci, vi date da fare e guadagnate i mille dollari. In effetti è la mente che li ha guadagnati, perché se non fosse esistito il pensiero di volere i mille dollari, non li avreste guadagnati.
I semi sono così piccoli, eppure da un minuscolo seme potrebbe nascere un enorme albero, dal tronco torreggiante e dai frondosi rami. Ma il seme non fa l’albero; dovete seminarlo, innaffiarlo e averne cura. Poi, quando l’albero sarà completamente cresciuto, potrete dire che quel piccolo seme ha prodotto l’albero gigantesco. La stessa cosa accade con il successo: è un piccolo pensiero-seme che dovete sviluppare; non crescerà senza il vostro aiuto, proprio come i semi non crescono senza le vostre cure. Tutti i semi del potere sono racchiusi dentro di voi e aspettano che li facciate crescere.
- Il pensiero può essere materializzato -
La verità è più reale del pensiero o della fantasia, ma qualsiasi cosa pensiamo o immaginiamo può, talvolta, avverarsi. Anni fa, Jules Verne scrisse numerosi romanzi di avventura scientifica che a quel tempo furono considerati mera fantasia, ma da allora molte delle sue idee sono divenute realtà. L’immaginazione è un’importantissima componente del pensiero creativo, ma deve trasformarsi in un forte convincimento e ciò non accade senon ricorrete alla forza di volontà; ma se immaginate qualcosa con tutto il potere della vostra volontà, l’immaginazione si trasformerà in una convinzione.
E quando manterrete tale convinzione contro tutti i pronostici negativi, diventerà una realtà. Il maestro [lo Swami Sri Yukteswar] diceva che se la vostra volontà è forte, qualsiasi cosa immaginiate sarà creata per voi.
Proprio così.
Voi potete sviluppare questo tipo di immaginazione.
Ad esempio, potreste figurarvi un castello che fluttui nell’etere e, se la vostra fantasia è abbastanza forte, potete vederlo; se poi l’immaginazione si trasforma in una convinzione, riuscirete a materializzarlo, o a causarne la costruzione con mezzi naturali. Non si tratta di un sogno, ma di una cosa possibile. Nel Kashmir e in parecchie altre occasioni, molto tempo prima che io venissi in America, mi è apparso in una visione questo edificio che ora ospita la Casa Madre di Mount Washington. Ho trovato e scelto il posto io stesso, senza l’aiuto di nessuno; è stato costruito a tale scopo perché questo pensiero era nell’etere.
Il pensiero funziona! E una forza meravigliosa. Credete nel potere del pensiero, che viene da Dio, e usate tutta la forza del cuore e tutta la volontà per cercare di materializzare il pensiero. Ricordate, Dio è con voi. State esercitando il potere che proviene da Lui, e quando lo fate, egli vi sarà vicino per aiutarvi.
Molte delle cose che ho pensato si sono avverate. Tanto tempo fa pensavo che avremmo avuto bisogno di un Tempio più vicino a Hollywood di quanto non fosse Mount Washington. Rivolsi la volontà su questo pensiero e ottenemmo il nostro secondo Tempio. Avevo anche desiderato un Tempio lungo il Gange in India. È stato grazie al desiderio e alla benedizione di Lahiri Mahasaya e di Babaji che ho potuto acquistare una bellissima proprietà proprio sulle rive del Gange a Dakshineswar, il nostro Yogoda Math. Si trova a circa venti minuti da Calcutta ed è un’importante risorsa per la nostra opera. Ne sono molto soddisfatto.
“Ogni cosa che domanderete con fede, l’otterrete”. Dovete crederlo. I devoti che si recano in pellegrinaggio al Tempio di Tarakeswar in India, famoso per le guarigioni miracolose, se pensano e immaginano con forza che Dio li guarirà, saranno guariti. Le guarigioni istantanee testimoniano la loro fede. Le vostre preghiere, o i vostri desideri, non vengono esauditi perché non avete volontà e non avete fede. Se chiedete a Dio di guarirvi, e al tempo stesso continuate a dubitare, non guarirete. Oppure se chiedete debolmente: ” Signore, avrò un eremitaggio sulle rive del Gange? Lo so che è impossibile, ma mi piacerebbe averlo”, Dio vi risponderà: “Non lo avrai”.
Ma se dite: “Lo avrò; sarò come un mastino che non molla la presa”, e poi vi servite della volontà per raggiungere il vostro scopo, ci riuscirete.
Tratto da: Il Divino Romanzo di Yoganandaji
Ricevuto da Lista Sadhana – Guido da Todi
Bibliografia Yogananda:
Come Essere una Persona di Successo
Diario Spirituale
Come Amare ed Essere Amati
Aforismi per la Vita
Vincere lo Stress
Vincere l’Insonnia