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15 febbraio, 2012 by pomodorozen Categories :
Attaccamento
Shunryu Suzuki Roshi
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Il desiderio completo di Buddha – Shunryu Suzuki Roshi

La nostra non è la via dell’ascetismo. Se si interpretetano alla lettera i nostri precetti sembra che non ci sia differenza, ma ciò che intendiamo è completamente diverso. Stasera vorrei parlarvi di questa differenza, che ci farà capire meglio la ragione per la quale così tante persone vanno nei centri Zen per praticare e studiare questa antica via.

La nostra civiltà è in un vicolo cieco. Si sta realizzando che non si può andare più avanti, e dunque ci si reca nei centri Zen per trovare una via d’uscita. Il fondamento della nostra cultura è l’individualismo; l’individualismo si basa sull’idea del sé. Fin dai tempi del Rinascimento siamo divenuti consci della nostra natura umana, e abbiamo cominciato a mettere l’accento su tale natura piuttosto che su quella “divina” o “santa”. Volevamo esprimere la nostra natura umana il più possibile. Pertanto la natura santa o natura buddhica è stata rimpiazzata dalla natura umana. Questo è stato il nostro errore. Qualunque sia il principio: comunismo, capitalismo o individualismo, comunque si basa sul diritto o sul potere individuale – la supremazia dell’individuo.

Per esempio, il capitalismo afferma la libertà di domanda e offerta e dunque di desiderio mentre il comunismo pone l’accento sull’uguaglianza. L’uguaglianza e la libertà non sono compatibili. Se si vuole estendere il proprio desiderio quanto più possibile, e si desidera fare ciò liberamente, senza limiti, non si possono dividere le cose equamente. Diciamo a noi stessi: “dobbiamo essere liberi di estendere il nostro desiderio, liberi di possedere quanto più possiamo, nella misura in cui non disturbiamo gli altri”. Ma se si ha troppo quando gli altri non hanno abbastanza, non ci si sente bene. Pertanto queste due idee non sono compatibili.

La libertà di desiderio, e la parità di diritti sono incompatibili perché il nostro pensiero si basa su un principio individualistico. Quando diciamo “uguaglianza”, uguaglianza vuol dire uguale potere. Quando diciamo “desiderio”, “desiderio illimitato”, “libertà di desiderio o di desiderare” intendiamo la nostra libertà o la libertà di qualcuno. Non c’è l’idea di un essere santo o di un Buddha o di un Dio. Non c’è un principio che faccia da sfondo, che dia una appropriata prospettiva all’uguaglianza, al desiderio e alla libertà. Per dare il giusto peso a questi pensieri, occorre postulare un’idea di desiderio non egoistico grande, o comunque senza confini, che non sia semplicemente materialistica o spirituale. C’è bisogno di qualcosa che sia al di là del materiale e dello spirituale. Fintantoché le nostre vite saranno dominate o basate su un principio egoistico, non sarà possibile a ogni principio di trovare il proprio posto senza scontrarsi con gli altri. Dunque non c’è da meravigliarsi se abbiamo delle difficoltà, visto che la nostra vita si basa solo su un’idea superficiale del sé o dell’individuo.

L’ascetismo prima del buddhismo poneva l’accento su una rinascita buona – rinascere in qualche posto dove si prova molto piacere o in un mondo migliore. Questa è una sorta di estensione della pratica egoistica. Nel buddhismo la motivazione non è basata sul desiderio egoistico. Il fine della nostra è di controllare il nostro desiderio affinché questo trovi il proprio posto. Quando si studia il buddhismo si hanno tante idee egoistiche: “Io studio. Io devo capire di cosa si tratta”. Il motivo per il quale si ha un maestro è perché si apprenda la verità nella sua forma più pura, senza estendere la pratica egoistica o avere una comprensione egocentrica. Si pensa che non ci sia nulla di sbagliato nell’estendere il proprio desiderio. Questo è l’errore. Qualcosa accade; qualcosa è sbagliato. Ci deve essere qualcosa di sbagliato se si estende il proprio desiderio senza pensare, senza riflettere o senza osservare.

Quando dico che occorre limitare il proprio desiderio, voglio dire che non bisogna estenderlo nel suo senso limitato. Per esempio: “questo è il mio desiderio” – In tal modo si è già limitata la natura del desiderio. Senza limitazioni vuol dire avere una più vasta comprensione del desiderio che si può estendere all’infinito. L’unico desiderio che è completo è il desiderio di Buddha. Occorre comprendere ciò. Il desiderio perfetto appartiene unicamente a Buddha – il perfetto, che include tutto. Qualunque cosa egli faccia è corretta, perché è un essere completo. Per lui non ci sono amici o nemici. Ciò che esiste è Buddha stesso.

Occorre praticare zazen senza un’idea di ottenimento – l’idea di ottenimento si basa su un principio egoistico. quando si siede soltanto perché questa è la via, il modo indicato dal Buddha, soltanto perché è la via del Buddha, non c’è più una grossa componente egoistica nella propria pratica. Quando si elimina completamente tale componente, di fatto, la nostra è una pratica non egoistica, cioè il vero modo di praticare la verità.

Nel primo capitolo dello Shobogenzo, Dogen Zenji narra una storia molto interessante. C’era un prete chiamato Gensoku, che si occupava del tempio di Hogen Zenji. Ritenendo egli di comprendere molto bene il buddhismo non pose domande al maestro per tre anni. Alla fine, Hogen Zenji gli chiese: “sono già tre anni da quando sei arrivato qui; perché non ti avvicini e fai qualche domanda?”
“Ho studiato per un lungo periodo con Seiho Zenji, è ritengo di aver capito tutto del buddhismo”.
“Che cosa hai capito del buddhismo?”
“Quando il mio precedente maestro mi ha chiesto cosa avevo compreso del detto: ‘studiare il buddhismo è cercare il fuoco’, ho risposto: ‘è come l’uomo che, nato nell’Anno del Fuoco, cercava il fuoco’. Buddha studia il Buddha. Questo è ciò che ho compreso di come studiamo il buddhismo” “Non hai affato compreso cosa il buddhismo sia”, rispose il maestro. Gensoku rimase molto turbato e se ne andò. Dopo aver viaggiato molto pensò: “Hogen è un famoso maestro Zen. Ci deve essere una ragione per la quale ha affermato ciò. C’è la possibilità che mi possa far comprendere effettivamente il buddhismo”. E dunque tornò indietro e chiese a Hogen quale era la via per studiare il buddhismo, e il maestro rispose: “E’ come il fuoco che cerca il fuoco”.

Come Dogen Zenji spiega, quando Gensoku pensò: “Ho compreso il buddhismo; la mia comprensione è perfetta”, la sua comprensione non era affatto perfetta. Quando rinunciò alla sua comprensione intellettuale, limitata del cercare la verità, la sua mente si aprì e si illuminò. Dogen Zenji dice: “Se si comprende come l’accolito e si pensa che quello è il modo di capire il buddhismo, il buddhismo non sopravviverà ancora a lungo. Se ci attacchiamo a qualche insegnamento, il buddhismo non ci può essere trasmesso. Quando estendiamo all’infinito la nostra vera natura, invece dell’io egoista e limitato, allora il buddhismo è lì. Quando ci dimenticheremo di tutte le limitazioni intellettuali dell’insegnamento, allora il vero buddhismo si espanderà all’infinito”.

Senza essere severi con noi stessi non possiamo fare nulla. Dobbiamo riflettere sulla nostra pratica; prima di affermare qualcosa dobbiamo riflettere. Questo è un punto molto, molto importante. Non bisogna fare assegnamento su un insegnamento, ma occorre riflettere, raffinarsi e sbarazzarsi il più possibile dell’idea egoistica. Anche se si ottiene una meravigliosa illuminazione, se ci si dimentica di raffinarsi, questa illuminazione non funzionerà.

Quando raggiungiamo la realizzazione e diveniamo capaci di vedere le cose “così come sono”, qualunque principio consideriamo, sarà accettabile. Il capitalismo andrà bene; il comunismo andrà bene. Quando la nostra comprensione è basata su un’idea egoistica e quando cerchiamo di forzare gli altri ad accettare la nostra opinione senza riflettere sul nostro modo di pensare, il nostro sforzo finirà in un vicolo cieco. Si combatterà con gli altri, questo è tutto. Non si può sopravvivere perché si perdono le proprie radici, le proprie vere radici.

Dobbiamo costantemente aprire i nostri occhi, aprire le nostre menti, e vedere la situazione. Questo è il punto.

(trad. dall’inglese di Dario Girolami)

14 febbraio, 2012 by pomodorozen Categories :
Consapevolezza
Ramesh Balsekar
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Le cause della scontentezza generale – Ramesh Balsekar

Nessuna confusione potrebbe sorgere nel ricercatore spirituale se i concetti fondamentali della manifestazione e del suo funzionamento che chiamiamo “vita e vivere” fossero profondamente incisi nella sua psiche. Questi concetti sono i seguenti:

1. La manifestazione fenomenica è l’attivazione del potenziale noumenico dell’Energia-Sorgente-Coscienza; quando l’energia scatenata dal Big Bang si esaurisce, la manifestazione attivata torna al potenziale, fino a che non si verifica di nuovo un evento simile.

2. La totalità della manifestazione fenomenica è la totalità di tutti gli oggetti di ogni specie immaginabile; una pietra, un albero, un animale, un essere umano ecc. fanno tutti parte della totalità della manifestazione.

3. Quel che succede in ogni momento per ogni oggetto manifestato può avvenire soltanto in accordo con la Legge Cosmica in vigore fin dal primo giorno della manifestazione e fino a che questa non ha termine. Nessuno può arrivare a conoscere le basi di questa Legge Cosmica impersonale.

4.Il Creatore ha infuso nell’oggetto chiamato essere umano:

a) un’anima-vita animale con i sensi, con una comprensione o consapevolezza attiva in quanto elemento funzionante attraverso i sensi;

b) una mente-intelligenza che crea l’identificazione dell’ego con un corpo particolare e un nome in quanto entità separata, munita di libero arbitrio e del senso di essere l’autore dell’azione.

5. La manifestazione, fondamentalmente, funziona sulla dualità, ossia sull’esistenza costante di opposti polari di ogni genere, come maschio e femmina, bellezza e bruttezza, bene e male, salute e malattia, conoscenza e ignoranza, luce e oscurità ecc.

Il saggio è tale perché ha accettato questo fatto; ha realizzato che la sua programmazione è una combinazione di elementi positivi e negativi, che non può essere un essere umano perfetto (e che nessuno può esserlo); in questo modo è capace di accettare gli eventi, senza giudicare mai niente e nessuno. In altre parole: egli è in grado di accettare, senza difficoltà alcuna, “Ciò che E”, ovvero quello che avviene nel momento presente. La persona non realizzata, generalmente, non è capace di accettare questa dualità come fondamento della vita e del vivere; osserva ogni cosa con occhio critico e, nelle varie situazioni di dualità che la vita le presenta, vive un’altalena di preferenze. Per questa ragione molti si sentono perennemente scontenti e frustrati.

In altre parole: il saggio, avendo accettato le dualità della vita, vive con un atteggiamento di grande tolleranza e quindi gode di una pace costante, sentendosi appagato e tranquillo; al contrario la persona non realizzata vive immersa nel dualismo, e passa da una preferenza all’altra il che la porta a giudicare e a fare dei continui paragoni, rifiutando ciò che il momento presente le offre. Questa situazione porta con sé profondo scontento, cattivo umore e confusione.

6. Un altro aspetto della vita che non viene afferrato chiaramente è quello della sua incertezza. Nessuno può sapere ciò che avverrà il momento seguente, dolore o piacere, e nessuno può evitare né l’uno né l’altro. La ricerca spirituale non ha niente a che vedere con tutto ciò. Ci sono ricercatori che non hanno afferrato questo concetto e si rivolgono a uno Swami nella speranza di ridurre la propria sofferenza fisica, psicologica o economica, ma in questi casi non si può parlare di ricerca spirituale. C’è bisogno di chiarezza. Anche i migliori tra i saggi hanno dovuto sopportare la sofferenza.

Se per ridurre la propria sofferenza una persona compie degli sforzi impegnandosi in pratiche spirituali di ogni genere, non potrà evitare enormi sensi di frustrazione e maggiore confusione. Cito il caso di un importante uomo politico che aveva annunciato pomposamente di aver perso la fede in Dio perché, prima di mettersi in viaggio, sua moglie si era recata in un certo tempio, e nonostante questo, durante il viaggio era morta in un incidente. Un altro devotissimo ricercatore spirituale si vantava di non avere mai omesso, neppure per un solo giorno, di compiere i suoi rituali devozionali (puja). Quando suo figlio morì, l’uomo accettò il fatto con coraggio e adottò un parente come figlio, ma anche questo figlio adottivo morì in un incidente. Questo fatto lo fece sentire così frustrato che entrò nella stanza dove aveva allestito un piccolo altare, raccolse tutte le statuette delle divinità in un sacchetto e le buttò nel pozzo (è accaduto in un villaggio molti anni fa); dopo di che egli non celebrò mai più alcun rito devozionale, né partecipò a cerimonie religiose. Ogni cosa è predeterminata; non esiste pratica spirituale con cui poter ridurre il dolore o aumentare il piacere assegnatoli dal Creatore secondo la Legge Cosmica. Se il ricercatore spirituale ignora questo aspetto rischia di prendere una grossa cantonata.

7. Il Buddha ha affermato: “L’illuminazione significa la fine della sofferenza”. Questo potrebbe creare confusione se non si comprende che la sofferenza è causata dall’individuo che crede di avere il libero arbitrio e d’essere colui che agisce. I sensi di colpa e i rancori sono le conseguenze ovvie di una erronea comprensione. Soltanto la piena accettazione del fatto che non esiste, in nessun caso, un individuo che agisce potrà rimuovere questo tipo di sofferenza e di ansie.

Da Non più confusione di Ramesh Balsekar

14 gennaio, 2012 by pomodorozen Categories :
La mente
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La mente scimmia

Se non credete che la mente si comporti come una scimmia impazzita che salta da un ramo di un albero ad un altro come punta da uno scorpione allora provate per credere.

Chiudete gli occhi per qualche minuto e cercate di concentrarvi su di un punto luminoso.
Questo punto e’ il vostro io, il vostro essere.

Per quanto tempo pensate di potervi concentrare su questo punto senza che la vostra mente non svaghi da un oggetto ad un altro?

La mente che ovviamente non e’ il vostro IO ESISTO ma un insieme di forme e colori non vi permette di concentrarvi su di un punto per piu’ di qualche secondo ecco perche’ la mente e’ stata definita una scimmia impazzita dagli yogi di tutti i tempi che hanno cercato di dominarla e non permetterle di uscire dai confini del proprio essere onde creare un perfetto parallelalismo tra mente e spirito e immergersi nell’oceano infinito chiamato anche nirvana, paradiso, samadhi, verdi praterie e altro.

Questo controllo non puo’ pervenire dallo studio o da altri insegnamenti.
Il controllo della mente puo’ avvenire solamente attraverso la pratica cosi come fece il Budda e tanti altri.

Uno puo’ studiare la storia, le filosofie varie, puo’ andare sulla luna ma solamente quando si rende conto che la conoscenza e’ interna e non esterna potra’ progredire e controllare la propria mente.

fonte http://www.spazioforum.net

10 gennaio, 2012 by pomodorozen Categories :
Ajahn Chah
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Essere accurati – Ajahn Chah

Dal libro “Everything Is Teaching Us”

Traduzione di Chandra Livia Candiani.

In un boschetto di bambù,

le vecchie foglie si ammucchiano attorno agli alberi,

poi si decompongono e diventano concime.

Eppure non ha affatto un bell’aspetto.

IL BUDDHA HA INSEGNATO a contemplare il corpo nel corpo. Cosa significa? Tutti conosciamo le parti del corpo, i capelli, le unghie, i denti e la pelle. Come si contempla dunque il corpo nel corpo? ‘Contemplare il corpo nel corpo ’ significa riconoscere tutte le sue parti come impermanenti, insoddisfacenti e prive di un sé. Non è necessario entrare nei dettagli e meditare sulle singole parti. E’ come avere della frutta in un cesto. Se abbiamo già contato i frutti, sappiamo cosa contiene il cesto, e quando ne abbiamo bisogno, possiamo prendere e portare via il cesto e con esso verranno anche tutti i frutti. Sappiamo che i frutti sono lì e non abbiamo bisogno di contarli di nuovo.

Avendo meditato sulle trentadue parti del corpo e avendole riconosciute come non stabili o impermanenti, non abbiamo più bisogno di sforzarci a separarle e a meditare nei dettagli. Proprio come col cesto di frutta, non dobbiamo tirar fuori ogni volta i frutti e contarli e ricontarli. Ma semplicemente portiamo il cesto con noi, camminando con consapevolezza e attenzione, curando di non inciampare e di non cadere.

Quando contempliamo il corpo nel corpo, che significa vedere il Dhamma nel corpo, conoscendo il nostro corpo e quello degli altri come fenomeni impermanenti, non sono necessarie spiegazioni dettagliate. Qui seduti, siamo costantemente in contatto con la consapevolezza, conosciamo le cose per quello che sono, e la meditazione diventa allora molto semplice. Lo stesso vale per quando meditiamo sulla parola Buddho, se comprendiamo cosa veramente significhi, non abbiamo bisogno di ripeterla. Significa avere piena conoscenza e ferma consapevolezza. Questa è meditazione.

Ma spesso la meditazione non è ben compresa. Pratichiamo in gruppo, ma non sappiamo veramente di cosa si tratti. Alcuni pensano che sia qualcosa di molto difficile. “Vengo al monastero, ma non riesco a stare seduto. Non ho molta pazienza. Mi fanno male le gambe, ho mal di schiena, mi fa male dappertutto.” E così ci rinunciano e non vengono più, pensando di non riuscirci.

Ma in effetti, il samadhi non è sedersi. Non è camminare. Non è sdraiarsi né stare in piedi. Sedersi, camminare, chiudere gli occhi, sono solo azioni. Avere gli occhi chiusi non significa necessariamente che state praticando il samadhi. Potrebbe voler semplicemente dire che siete assonnati e offuscati. Se siete seduti con gli occhi chiusi ma vi state addormentando, se la testa vi ciondola e la bocca si apre, non è sedersi in samadhi. E’ sedersi con gli occhi chiusi. Samadhi e occhi chiusi sono due cose diverse. Il vero samadhi può essere praticato sia con gli occhi aperti che chiusi. Potete sedervi, camminare, stare in piedi o sdraiarvi.

Samadhi significa che la mente è stabilmente focalizzata con omnicomprensiva consapevolezza, contenimento, e attenzione. Siete costantemente consapevoli del giusto e dello sbagliato, in costante osservazione di tutte le condizioni che sorgono nella mente. Quando vi capita improvvisamente di pensare a qualcosa, di sentire avversione o desiderio, ne siete consapevoli. Alcuni si scoraggiano: “Non ci riesco. Appena mi siedo, la mente comincia a pensare a casa mia. E’ male (in tailandese: bahp).” Hey! Se quello fosse il male, il Buddha non sarebbe mai diventato Buddha. Passò cinque anni a lottare con la sua mente, pensando a casa sua e alla sua famiglia. Si risvegliò solo dopo sei anni.

Alcuni pensano che questo improvviso emergere di pensieri sia sbagliato o sia male. Magari sentite l’impulso di uccidere qualcuno. Ma dopo un istante ne siete consapevoli, capite che uccidere è sbagliato, vi fermate e vi contenete. C’è qualcosa di male in questo? Cosa pensate? Oppure vi viene l’idea di rubare qualcosa, subito seguita dal forte richiamo che è sbagliato, e dunque vi trattenete dall’agire, è kamma negativo? Non è che ogni volta che avete un impulso istantaneamente accumulate kamma negativo. Altrimenti, come potrebbe esserci una via alla liberazione? Gli impulsi non sono altro che impulsi. I pensieri sono solo pensieri. All’inizio, non avete creato ancora niente. Solo dopo, se agite col corpo, la parola, o la mente, allora create qualcosa. Avijja (l’ignoranza) ha preso il controllo. Se avete l’impulso di rubare e poi siete consapevoli di voi stessi e del fatto che sarebbe sbagliato, questa è saggezza, ed è presente invece vijja (la conoscenza). L’impulso mentale non viene agito.

Questa è consapevolezza tempestiva, la saggezza che sorge e informa la nostra esperienza. Se c’è un primo impulso mentale di voler rubare e poi lo mettiamo in atto, questo è il dhamma dell’illusione; le azioni del corpo, della parola e della mente che seguono l’impulso porteranno risultati negativi.

E’ così che funziona. Il semplice avere dei pensieri non è kamma negativo. Se non avessimo nessun pensiero, come si svilupperebbe la saggezza? Alcuni vogliono solo sedersi con la mente completamente vuota. E’ una comprensione errata.

Quello di cui parlo è il samadhi accompagnato da saggezza. In effetti, il Buddha non chiedeva moltissimo samadhi. Non voleva jhana e samapatti. Considerò il samadhi come uno dei fattori del sentiero. Sila, samadhi e pañña sono componenti o ingredienti, come gli ingredienti usati in cucina. Usiamo le spezie per rendere il cibo saporito. Il punto non sono le spezie in se stesse, ma il cibo che mangiamo. Praticare il samadhi è lo stesso. Gli insegnanti del Buddha, Uddaka e Alara, mettevano moltissimo l’accento sulla pratica dei jhana e sull’ottenere vari tipi di poteri, come la chiaroveggenza. Ma se vi spingete così lontano è difficile smettere. In certi posti, si insegna una profonda tranquillità, sedersi beatamente nella quiete. I meditanti finiscono per intossicarsi col loro stesso samadhi. Se hanno sila, si intossicano del loro sila. Se camminano sul sentiero, restano intossicati dal sentiero, abbagliati dalla bellezza e dalle meraviglie che sperimentano, e non raggiungono la vera destinazione.

Il Buddha disse che questo è un sottile errore. Ma tuttavia a livello grossolano, è una cosa giusta. In realtà, quel che il Buddha voleva era che avessimo una giusta dose di samadhi, senza restarci intrappolati. Dopo essersi addestrati e aver sviluppato il samadhi, il samadhi dovrebbe sviluppare la saggezza.

Il samadhi a livello di samatha, la tranquillità, è come un sasso che copre l’erba. Nel samadhi che è sicuro e stabile, anche quando gli occhi sono aperti, la saggezza è presente. Quando la saggezza è sorta, include e conosce (‘governa’) tutte le cose. Quindi, il Maestro non vuole raffinati livelli di concentrazione e di cessazione, perché diventano una deviazione e si dimentica il sentiero.

Dunque, non è necessario essere attaccati allo stare seduti o a qualsiasi altra postura. Il samadhi non sta nell’avere gli occhi chiusi, gli occhi aperti, o nel sedersi, stare in piedi, camminare o sdraiarsi. Il samadhi pervade tutte le posture e le attività. Le persone anziane, che spesso non possono stare sedute, possono contemplare benissimo e praticare facilmente il samadhi; anche loro possono sviluppare molta saggezza.

E come sviluppano la saggezza? Tutto può risvegliarli. Quando aprono gli occhi, non vedono le cose con la stessa limpidezza di un tempo. Hanno problemi ai denti che finiscono per cadere. Spessissimo il corpo duole. E proprio questo è il luogo dello studio. Per questo, la meditazione è realmente facile per gli anziani. E’ difficile per i più giovani. I loro denti sono forti e così gustano il cibo. Dormono profondamente. Le loro facoltà sono intatte e il mondo per loro è divertente ed eccitante e restano così più facilmente preda dell’illusione. Gli anziani quando masticano qualcosa di duro, sentono subito male. E proprio in quel momento i devaduta (i messaggeri divini) gli parlano; ogni giorno gli insegnano qualcosa. Quando aprono gli occhi, la loro vista è confusa. Al mattino, gli duole la schiena. Alla sera le gambe. E’ così! E’ un eccellente oggetto di studio. I più vecchi tra voi diranno di non poter meditare. Su cosa volete meditare? Da chi imparerete la meditazione?

Questo è contemplare il corpo nel corpo e la sensazione nella sensazione. Lo state vedendo o state scappando via? Credere di non poter praticare perché si è troppo vecchi è solo una visione errata. La questione è: le cose vi sono chiare? Le persone anziane hanno molti pensieri, molte sensazioni, molto disagio e dolore. Accade di tutto! Se meditano, possono veramente testimoniarlo. Per questo dico che la meditazione è facile per loro. Possono praticarla al meglio. E’ come quelli che dicono: “Quando sarò vecchio, andrò al monastero.” Se lo comprendete, è proprio vero. Osservatelo in voi. Quando sedete, è vero; quando camminate è vero. Ogni cosa è un problema, ogni cosa presenta degli ostacoli, e tutto insegna. Non è così? Adesso potete alzarvi e andarvene facilmente? Quando vi alzate: “Ohi!” O non ci avete fatto caso? E: “Ohi!” quando camminate. Ogni cosa vi pungola.

Quando siete giovani, potete alzarvi e camminare, andarvene per la vostra strada. Ma in realtà non sapete niente. Quando siete vecchi, ogni volta che vi alzate: “Ohi!” Non è così che dite? “Ohi! Ohi!” Ogni volta che vi muovete, imparate qualcosa. E allora perché dite che è difficile meditare? Dove altro volete guardare? E’ tutto a posto. I devaduta vi stanno dicendo qualcosa. E’ chiarissimo. I sankhara vi dicono che non sono stabili né permanenti, che non sono voi né vostri. Ve lo dicono ogni momento.

Ma noi la pensiamo diversamente. Non pensiamo che sia giusto. Nutriamo delle visioni errate e le nostre idee sono lontane dalla verità. In realtà, gli anziani possono vedere l’impermanenza, la sofferenza e l’assenza di un sé e far sorgere equanimità e disincanto, perché l’evidenza è proprio lì, dentro di loro tutto il tempo. Penso che sia una buona cosa.

Avere la sensibilità interiore che è sempre consapevole del giusto e dello sbagliato è chiamato Buddho. Non è necessario ripetere continuamente “Buddho”. Avete già contato la frutta nel cesto. Ogni volta che vi sedete, non dovete affrontare il problema di tirar fuori la frutta e contarla di nuovo. Potete lasciarla nel cesto. Ma chi ha un errato attaccamento continuerà a contare. Si fermerà sotto un alberò, tirerà fuori la frutta, la conterà e la rimetterà nel cestino. E se ne andrà verso il prossimo luogo di sosta e ricomincerà da capo. Ma non farà che ricontare la stessa frutta. Questa è proprio brama. Ha paura che senza contare ci saranno degli errori. Noi abbiamo paura che se non continuiamo a dire “Buddho”, cadremo in errore. Come potremo sbagliarci? E’ solo chi non sa quanti frutti ci sono che ha bisogno di contare. Una volta che lo sapete, potete stare tranquilli e lasciare la frutta nel cestino. Quando vi sedete, semplicemente sedete. Quando vi sdraiate, semplicemente vi sdraiate perché la vostra frutta è tutta lì con voi.

Praticare la virtù e creare meriti, noi lo chiamiamo “Nibbana paccayo hotu” può essere una condizione per realizzare il Nibbana. Come condizione per realizzare il Nibbana, è positivo fare offerte. E’ positivo mantenere i precetti. E praticare la meditazione. E ascoltare gli insegnamenti di Dhamma. Possono diventare condizioni per realizzare il Nibbana.

Ma in realtà cos’è il Nibbana? Nibbana significa non afferrare. Nibbana significa non dare un significato alle cose. Nibbana significa lasciare andare. Fare offerte e azioni meritorie, osservare i precetti morali, e meditare sulla gentilezza amorevole, tutto questo serve a liberarsi dalle contaminazioni e dalla brama, per rendere vuota la mente, vuota di autoriferimento, vuota di concetti di sé e di altro, una mente che non desideri niente, che non desideri essere né diventare niente.

Nibbana paccayo hotu: fai che diventi una causa per il Nibbana. Praticare la generosità significa rinunciare, lasciar andare. Ascoltare gli insegnamenti ha lo scopo di acquisire la conoscenza per rinunciare e lasciar andare, per sradicare l’attaccamento a quel che è buono e a quel che è cattivo. All’inizio, meditiamo per diventare consapevoli di quello che è sbagliato e negativo. Quando lo riconosciamo, ci rinunciamo e pratichiamo quello che è buono. Poi, quando una certa bontà è raggiunta, non restateci attaccati. Restate a metà strada nel bene, o al di sopra del bene, non state sotto il bene. Se restiamo sotto il bene, allora il bene ci comanda a bacchetta e diventiamo suoi schiavi. Diventiamo suoi servi e ci forza a creare ogni sorta di kamma e di azione biasimevole. Può portarci a qualsiasi cosa, e il risultato sarà lo stesso tipo d’infelicità e di circostanze sfortunate in cui ci trovavamo prima.

Rinunciate al male e sviluppate i meriti, rinunciate al negativo e sviluppate il positivo. Coltivando i meriti, rimanete al di sopra dei meriti. Rimanete al di sopra del merito e del demerito, del bene e del male. Continuate a praticare con una mente che rinuncia, lascia andare e si libera. Anche in questo caso, non importa cosa facciate: se lo fate con una mente che lascia andare, allora è una causa per realizzare il Nibbana. Liberi dal desiderio, liberi dalle contaminazioni, liberi dalla brama, ogni cosa allora si fonde col sentiero, cioè con la Nobile Verità, saccadhamma. Con le quattro Nobili Verità, la saggezza che conosce tanha, la causa di dukkha. Kamatanha, bhavatanha, vibhavatanha (il desiderio sensoriale, il desiderio di diventare, il desiderio di non essere): sono questi l’origine, la causa. Se andate in quel luogo, se desiderate qualcosa o volete essere qualsiasi cosa, nutrite dukkha, fate esistere dukkha, perché è questo che dà nascita a dukkha. Queste sono le cause. Se creiamo le cause di dukkha, dukkha accadrà. La causa è tanha: l’irrequieta, ansiosa brama. Si diventa schiavi del desiderio e si crea ogni sorta di kamma e di azioni negative a causa di questo e così nasce la sofferenza. In parole semplici, dukkha è figlio del desiderio. Il desiderio è il padre di dukkha. Quando ci sono i genitori, dukkha può nascere. Se non ci sono i genitori, dukkha non può accadere, non ci saranno figli.

E’ qui che la meditazione andrebbe focalizzata. Dovremmo vedere tutte le forme di tanha, che ci fanno nascere i desideri. Ma parlare di desiderio può creare confusione. Qualcuno può farsi l’idea che ogni tipo di desiderio, come il desiderio di cibo o di mezzi di sostentamento, sia tanha. Ma questo tipo di desiderio può essere ordinario e naturale. Se avete fame e desiderate del cibo, potete mangiare il vostro pasto ed è tutto. E’ molto normale. E’ un desiderio che sta dentro dei confini e non ha effetti negativi. Questo tipo di desiderio non è sensualità. Quando si tratta di sensualità, diventa qualcosa di più di un desiderio. In quel caso, c’è brama di avere più cose da consumare, c’è la ricerca di sapori, del godimento in modi che procurano sofferenza e turbamento, come il bere liquori e birra.

Dei turisti mi hanno parlato di un posto dove si mangia il cervello di scimmie vive. Mettono una scimmia in mezzo al tavolo e le aprono il cranio. Poi estraggono il cervello per mangiarlo. Questo è un modo di mangiare da demoni o da spiriti famelici. Non è nutrirsi in modo naturale e normale. In questo modo, mangiare diventa tanha. Dicono che il sangue delle scimmie li rende forti. Così catturano questi animali e quando li mangiano, bevono liquori e birra. Non è un normale nutrirsi. E’ da spiriti e demoni, e lo scopo è la brama sensuale. E’ mangiare braci, mangiare fuoco, mangiare di tutto dappertutto. E’ questo tipo di desiderio che è chiamato tanha. Non c’è moderazione. Parlare, pensare, vestirsi, tutto quello che queste persone fanno tende all’eccesso. Se mangiare, dormire, e le altre attività necessarie vengono svolte con moderazione, non c’è in esse niente di negativo. Dovreste essere consapevoli di voi stessi riguardo a queste attività dunque; allora, non diventeranno causa di sofferenza. Se sappiamo come essere moderati e frugali nei nostri bisogni, possiamo essere sereni.

Praticare la meditazione e creare meriti e virtù non sono cose molto difficili, purché le comprendiamo bene. Cos’è un’azione negativa? Cos’è il merito? Merito è qualcosa di buono e di bello, non fare del male a noi stessi e agli altri, col pensiero, la parola e l’azione. Allora, c’è felicità. Non si crea niente di negativo. Il merito è questo. Questa è la bravura.

Lo stesso vale per le offerte e la carità. Quando diamo, cosa cerchiamo di dare via? Il dare ha lo scopo di distruggere l’auto-importanza, la credenza in un sé oltre che l’egoismo. L’egoismo è un’intensa, estrema sofferenza. Le persone egoiste vogliono sempre essere migliori degli altri e avere più degli altri. Un semplice esempio è che dopo aver mangiato non vogliono lavarsi i piatti. Lo fanno fare a qualcun altro. Se mangiano in un gruppo lo lasciano fare agli altri. Appena finito di mangiare, se ne vanno. Questo è egoismo, non si è responsabili, e si scarica un peso sugli altri. E’ l’equivalente di una persona che non si cura di se stessa, che non si aiuta e in realtà non si ama. Nel praticare la generosità, cerchiamo di ripulire il cuore da questo atteggiamento. Questo si chiama creare meriti attraverso il dare, per avere una mente compassionevole e aver cura di tutti gli esseri viventi senza eccezioni.

Se riuscissimo a essere liberi anche solo di questo, dell’egoismo, saremmo come il Buddha, che non cercava il suo vantaggio, ma il bene di tutti. Se noi seguiamo il sentiero e nel nostro cuore crescono frutti come questo, certamente possiamo progredire. Con questa libertà dall’egoismo, tutte le nostre attività, le azioni virtuose, la generosità e la meditazione condurranno alla liberazione. Chiunque pratichi così sarà libero e andrà oltre, oltre ogni convenzione e apparenza.

I principi fondamentali della pratica non sono al di là della nostra comprensione. Nel praticare la generosità, per esempio, se manchiamo di saggezza, non ci sarà alcun merito. Senza comprensione, pensiamo che la generosità significhi semplicemente dare qualcosa. “Quando ho voglia di dare, do. Se mi sento di rubare, rubo. Se poi mi sento generoso, allora do qualcosa.” E’ come avere una botte piena d’acqua. La tirate fuori con un secchio e la riversate dentro. Di nuovo la tirate fuori e la riversate, e ancora la cavate e la riversate di nuovo dentro. Quando vuoterete la botte? Ci sarà mai fine? Potete immaginare che questa pratica possa realizzare il Nibbana? La botte sarà mai vuota? Una volta tirate su e una volta ributtate dentro, riuscite a immaginare una fine?

Andare avanti e indietro in questo modo è vatta, la ciclicità. Se si parla di un vero lasciar andare, di rinunciare al bene come al male, allora c’è solo il tirare fuori. Anche se restano solo poche gocce, voi le tirate su. Non versate dentro più niente e continuate a tirar fuori. Anche se avete a disposizione solo un piccolo secchio, fate del vostro meglio e così facendo verrà il momento in cui la botte sarà vuota. Se tirate su un secchio e ne riversate dentro un altro, pensateci. Quando la botte sarà vuota? Il Dhamma non è qualcosa di distante. E’ proprio qui, nella botte. Potete praticarlo a casa. Provate. Riuscite a vuotare una botte d’acqua così? Domani fatelo per tutto il giorno e osservate cosa accade.

“Rinunciare al male, praticare il bene, purificare la mente.” Prima di tutto, smettere le azioni negative, e allora si comincia a coltivare il bene. Cos’è il bene, cos’è meritevole? Dov’è? E’ come un pesce nell’acqua. Se tiriamo via tutta l’acqua, prenderemo il pesce, ecco una spiegazione semplice. Se continuiamo a togliere e a rimettere l’acqua, il pesce resta nel vaso. Se non interrompiamo qualsiasi forma di azione negativa, non vedremo i meriti, e non vedremo cosa è vero e giusto. Tirando fuori e rimettendo dentro, estraendo e riversando, restiamo esattamente come siamo. Andando avanti e indietro in questo modo, non facciamo che sprecare tempo e tutto quel che facciamo non ha senso. Ascoltare gli insegnamenti non ha senso. Fare offerte non ha significato. Tutti i nostri sforzi di praticare sono vani. Non comprendiamo i principi della via del Buddha, e dunque i nostri sforzi non danno i frutti desiderati.

Quando il Buddha insegnò la pratica, non parlava di qualcosa di esclusivo per chi aveva preso l’ordinazione. Parlava di come praticare bene, in modo corretto. Supatipanno significa quelli che praticano bene. Ujupatipanno significa quelli che praticano correttamente. Ñayapatipanno significa quelli che praticano per la realizzazione del sentiero, per l’adempimento e il Nibbana. Samicipatipanno sono quelli che praticano rivolti alla verità. Può essere chiunque. Questi sono il Sangha dei veri discepoli (savaka) del Signore Buddha. I laici possono essere savaka. Portare queste qualità a piena maturazione rende una persona un savaka. Chiunque può essere un vero discepolo del Buddha e realizzare l’illuminazione.

Molti di noi buddhisti non hanno questa piena comprensione. La nostra conoscenza non va così lontano. Facciamo le nostre varie attività, pensando che ne ricaveremo un qualche merito. Pensiamo che ascoltare gli insegnamenti o fare offerte sia meritevole. E’ quello che ci hanno detto. Ma chi fa offerte per ‘guadagnarsi’ meriti crea un kamma negativo.

E’ comprensibile. Chi dà per ottenere meriti accumula istantaneamente un kamma negativo. Se date per lasciar andare e liberare la mente, questo porta merito. Se date per avere in cambio qualcosa, è kamma negativo.

Ascoltare gli insegnamenti per comprendere realmente la via del Buddha è difficile. Il Dhamma è difficile da capire quando la pratica che si segue, mantenere i precetti, sedere in meditazione, dare, è fatta per avere qualcosa in cambio. Vogliamo i meriti, vogliamo qualcosa. Ma, se qualcosa può essere ottenuto, chi è che lo ottiene? Noi. E di chi è quando la perdiamo? La persona che non ha alcunché non perde niente. E quando va persa, chi ne soffre?

Non pensate che vivere la propria vita per ottenere qualcosa vi procuri sofferenza? Altrimenti, potete continuare come prima alla ricerca di qualcosa da ottenere. Ma è solo svuotando la mente, che otteniamo tutto. Dimensioni più elevate, il Nibbana e tutti i loro frutti. Nel fare offerte non abbiamo attaccamenti o mire; la mente è vuota e rilassata. Possiamo lasciar andare e mettere giù. E’ come portare un peso e lamentarsi che è pesante. E se qualcuno vi dicesse di metterlo giù, voi rispondeste: “Se lo faccio, non avrò più niente.” Sì, ora avete qualcosa, avete la pesantezza. Ma non avete la leggerezza. Dunque, volete la leggerezza o volete continuare a portare pesi? Uno dice di posarli a terra, l’altro che ha paura di restare senza niente. E’ un discorso tra sordi.

Noi vogliamo la felicità, vogliamo la serenità, la tranquillità e la pace. Questo significa che vogliamo la leggerezza. Trasportiamo un peso e qualcuno, vedendoci, ci consiglia di metterlo giù. Noi diciamo che non possiamo se no resteremmo senza niente. Ma l’altra persona replica che se lo facciamo, potremo avere qualcosa di meglio. Hanno difficoltà a comunicare a vicenda.

Se facciamo offerte e buone azioni per ottenere qualcosa non funziona. Quel che otteniamo è il divenire e la nascita. Non è una causa per realizzare il Nibbana. Il Nibbana è rinunciare e dare via. Se cerchiamo di ottenere, di aggrapparci, di dare un significato alle cose, non è una causa per realizzare il Nibbana. Il Buddha voleva che mettessimo l’attenzione proprio qui, a questo luogo vuoto del lasciar andare. Questo è il merito. Questa l’abilità.

Praticando un qualsiasi merito o virtù, una volta compiuto, dovremmo sentire di aver fatto quel che ci spettava. Non dovremmo più farcene carico. Lo si fa allo scopo di rinunciare agli inquinanti e alla brama. E non allo scopo di creare altri inquinanti, altra brama, e attaccamento. Dove andremo allora? Non andremo da nessuna parte. La nostra pratica è corretta e vera.

Molti di noi buddhisti, anche se seguiamo queste forme di pratica e di apprendimento, abbiamo difficoltà a comprendere questo tipo di discorso. E’ perché Mara, e cioè l’ignoranza, la brama, il desiderio di ottenere, di avere e di essere, ottenebra la mente. Noi conosciamo solo una felicità temporanea. Per esempio, quando siamo pieni d’odio verso qualcuno, la nostra mente ne è trascinata e non trova pace. Non facciamo che pensare a quella persona, immaginando cosa fare per colpirla. Il pensiero non ci dà tregua. Poi, magari un giorno ci capita di andare a casa sua, e imprecargli contro e dirgliene quattro. E ci dà un certo sollievo. Ma mette fine alle nostre contaminazioni? Troviamo un modo di sfogarci e ci sentiamo meglio. Ma non ci siamo liberati dall’afflizione della rabbia, non è vero? C’è una qualche gioia nella contaminazione e nella brama, ma è fatta così. Continuiamo a conservare dentro di noi la contaminazione e quando ci sono le condizioni, prenderà fuoco anche più di prima. In questo modo, gli inquinanti avranno mai fine?

E’ come quando a qualcuno muore il o la consorte o un figlio o si subisce una grave perdita finanziaria. E la persona beve per alleviare la sofferenza. O va al cinema. Ma la allevia davvero? In realtà, il dolore aumenta; ma al momento si riesce a dimenticare quel che è successo e lo si considera un modo per curare l’infelicità. E’ come avere un taglio sulla pianta del piede che vi rende doloroso camminare. Qualsiasi cosa tocchiate fa male e così ve ne andate in giro lamentandovi del disagio. Ma se vedeste una tigre venire verso di voi, fareste un balzo e vi mettereste a correre senza pensare minimamente al taglio. La paura della tigre è molto più forte del dolore al piede ed è come se il dolore fosse sparito. La paura lo rende più piccolo.

O magari avete dei problemi al lavoro o a casa che vi sembrano molto grandi. Allora vi ubriacate e in quello stato di più forte illusione, quei problemi non vi turbano più così tanto. Pensate di averli risolti e di aver dissolto la vostra infelicità. Ma quando tornate sobri, rispuntano i vecchi problemi. Cosa ne è della vostra soluzione? Continuate a sopprimere i problemi bevendo e loro continuano a riemergere. Finite con la cirrosi epatica, ma senza liberarvi dei problemi e un bel giorno morite.

C’è una sorta di serenità e di felicità in tutto questo: la felicità degli stolti. E’ il modo in cui gli sciocchi fermano la sofferenza. Ma non c’è nessuna saggezza. Queste diverse condizioni di confusione sono mescolate nel cuore che ha una sensazione di benessere. Se si permette alla mente di seguire i suoi umori e le sue tendenze, prova una certa felicità. Ma questa felicità conserva sempre in sé dell’infelicità. Ogni volta che emerge, la sofferenza e la disperazione peggioreranno. E’ come avere una ferita. Se la curiamo superficialmente, ma all’interno è ancora infetta, non è guarita. Per un po’ sembra che vada bene, ma quando l’infezione si propaga, bisogna tagliare. Se l’infezione interna non viene mai curata, continueremo a trattare la superficie senza nessun risultato. Quel che vediamo dall’esterno per un po’ può andar bene, ma all’interno resta tutto come prima.

Questa è la via del mondo. Le questioni mondane non hanno mai fine. Quindi le leggi del mondo nelle varie società tentano continuamente di risolverle. Vengono costantemente create nuove leggi per affrontare diverse situazioni e problemi. Qualcosa si sistema per un po’, ma resta sempre il bisogno di ulteriori leggi e soluzioni. Non c’è mai una risoluzione interna, solo un miglioramento superficiale. L’infezione continua a esistere all’interno e c’è bisogno di tagliare sempre più in profondità. Le persone sono buone solo in superficie, nelle parole e nell’apparenza. Le loro parole sono buone e le loro facce gentili, ma la loro mente non è così buona.

Quando prendiamo un treno e incontriamo un conoscente, diciamo: “Oh, che piacere vederti! Ti ho pensato tantissimo ultimamente! Volevo proprio venirti a trovare!” Ma sono solo parole. Non diciamo sul serio. Siamo buoni alla superficie, ma dentro non così tanto. Diciamo così, ma appena andiamo a fumare una sigaretta o a bere un caffè con quella persona, ce la svigniamo in fretta. Poi, se nel futuro la rincontriamo, ripetiamo le stesse cose: “Ehi, che bello vederti! Dov’eri finito? Volevo venire a trovarti, ma non ho avuto tempo.” Ecco come vanno le cose.

Il Grande Maestro ha insegnato il Dhamma e il vinaya. E’ completo ed esauriente. Niente lo supera, e niente in esso ha bisogno di cambiamenti o aggiustamenti, perché è l’insegnamento supremo. E’ completo e dunque è qui che possiamo fermarci. Non c’è niente da aggiungere o da sottrarre, perché ha la natura di non poter essere accresciuto né diminuito. E’ giusto. E’ vero.

Dunque, noi buddhisti ascoltiamo gli insegnamenti del Dhamma e studiamo per apprendere queste verità. Quando le conosciamo, la nostra mente entra nel Dhamma; il Dhamma entra nella nostra mente. Quando la mente di qualcuno entra nel Dhamma, quella persona ha benessere, ha una mente in pace. La mente ha allora il modo di risolvere le difficoltà e non può corrompersi. Quando dolore e malattia affliggono il corpo, la mente ha molti modi per risolvere la sofferenza. Può risolverla in modo naturale, considerandola un fatto naturale, e non cadendo in depressione o nella paura. Quando otteniamo qualcosa, non ci perdiamo nel piacere. Perdendola, non restiamo eccessivamente turbati, ma capiamo che la natura di tutte le cose è che essendo apparse, poi decadono e scompaiono. Con questo atteggiamento, possiamo seguire il nostro cammino nel mondo. Siamo lokavidu, conosciamo il mondo con chiarezza. Poi samudaya, la causa della sofferenza, non si crea più, e non nasce tanha. C’è vijja, la conoscenza delle cose così come sono ed essa illumina il mondo. Fa luce su lode e biasimo. Su guadagno e perdita. Chiarisce fama e discredito. Rende chiari la nascita, l’invecchiamento, la malattia, e la morte nella mente del praticante.

Questa è una persona che ha raggiunto il Dhamma. Questi non lotta più con la vita e non è più costantemente in cerca di soluzioni. Risolve quel che può essere risolto, agendo in modo appropriato. E’ così che ha insegnato il Buddha: ha insegnato a chi era possibile insegnare. Quelli a cui era impossibile insegnare li ha lasciati perdere. Anche se non li ha esclusi, si sono esclusi da soli e così li ha abbandonati. Forse vi fate l’idea che il Buddha mancasse di metta abbandonando le persone. Ehi! Se buttate via un mango andato a male, mancate di metta? E’ solo che non potete utilizzarlo, tutto lì. Non c’era modo di raggiungere quelle persone. Il Buddha è apprezzato come un essere dalla suprema saggezza. Non riunì tutti e tutto insieme in modo confuso. Aveva l’occhio divino, e riusciva a vedere le cose come veramente sono. Era il conoscitore del mondo.

Come conoscitore del mondo, vide il pericolo nel cerchio del samsara. E lo stesso vale per noi che siamo suoi discepoli. Se conosciamo le cose così come sono, ne risulterà benessere. Dove sono esattamente le cose che ci causano felicità e sofferenza? Pensateci bene. Sono solo cose che noi stessi creiamo. Ogni volta che creiamo l’idea che qualcosa sia noi o nostra, è un’occasione di sofferenza. Le cose possono portarci dolore o benessere, a seconda della nostra comprensione. Per questo, il Buddha ci ha insegnato a prestare attenzione a noi stessi, alle nostre azioni e alle creazioni della nostra mente. Tutte le volte che sentiamo un amore o un’avversione estremi verso qualcuno o qualcosa, tutte le volte che siamo particolarmente ansiosi, entriamo in una grande sofferenza. E’ importante, dunque prestate attenzione. Investigate le sensazioni d’intenso amore o di avversione, e fate un passo indietro. Se vi avvicinate troppo, queste sensazioni vi morderanno. Lo capite? Se vi aggrappate a queste cose e le accarezzate, esse mordono e tirano calci. Quando date dell’erba a un bufalo, dovete fare attenzione. Se state attenti, quando scalcia non vi colpirà. Dovete nutrirlo e prendervene cura, ma dovete essere abbastanza svegli da non farvi colpire. L’amore per i figli, per i parenti, la ricchezza e i possedimenti vi morderà. Lo capite? Quando lo nutrite, non avvicinatevi troppo. Quando lo innaffiate, non fatevi troppo vicino. Tenetelo al laccio quando ne avete bisogno. Questa è la via del Dhamma, riconoscere l’impermanenza, il carattere insoddisfacente e la mancanza di un sé, riconoscere il pericolo e fare attenzione ed esercitare il contenimento in modo consapevole.

Ajahn Tongrat non insegnava molto; ci diceva sempre: “State veramente attenti! Veramente attenti!” E’ così che insegnava: “State davvero attenti! Se non lo siete, ve la vedrete brutta!” E’ proprio così. Anche se lui non l’avesse detto, è proprio così. Se non siete veramente attenti, passerete dei guai. Cercate di capire. Non c’entrano gli altri. Il problema non è che gli altri ci amino o ci odino. Non esiste qualcuno da qualche parte che ci fa creare kamma e sofferenza. Dobbiamo mettere l’attenzione sui nostri averi, la casa, la famiglia. O cosa pensate? In questi giorni, dove avete provato sofferenza? Dove siete stati coinvolti nell’amore, nell’odio, nella paura? Verificate, prendetevi cura di voi stessi. Fate attenzione a non farvi mordere. Se non mordono, magari tirano calci. Non pensate che queste cose non mordano o non tirino calci. Se venite morsi, assicuratevi che sia un piccolo morso. Non fatevi fare a pezzi. Non ditevi che non c’è pericolo. I possedimenti, la ricchezza, la fama, gli affetti, tutto questo può dare calci e mordere se non siete consapevoli. Se siete consapevoli, sarete sereni. Siate prudenti e contenuti. Quando la mente inizia ad aggrapparsi alle cose e ne fa un dramma, dovete fermarla. Polemizzerà con voi, ma dovete opporvi energicamente. State nel mezzo mentre la mente va e viene. Mettete da parte da un lato l’indulgenza sensuale e dall’altro l’auto-tormento. L’amore da un lato e l’odio dall’altro. Felicità e sofferenza. Restate nel mezzo non permettendo alla mente di andare in nessuna delle due direzioni.

Come i nostri corpi: terra, acqua, fuoco e aria, dov’è la persona? Non c’è nessuna persona. Questi diversi elementi stanno insieme e gli diamo il nome di persona. E’ una falsità. Non è reale. E’ vero solo a livello convenzionale. Quando è il momento, gli elementi tornano al loro precedente stato. Siamo stati con loro solo per un po’ e dobbiamo lasciare che facciano ritorno. La parte terra, torna a essere terra. La parte acqua acqua. La parte fuoco torna fuoco. La parte aria aria. O cercherete di seguirli e di tenervi qualcosa? Noi facciamo affidamento su di essi per un po’; quando giunge per loro il tempo di andare, lasciateli andare. Quando arrivano, lasciateli arrivare. Tutti questi fenomeni (sabhava) appaiono e scompaiono. Ecco tutto. Comprendiamo che tutte queste cose fluiscono, costantemente appaiono e scompaiono.

Fare offerte, ascoltare gli insegnamenti, praticare la meditazione, tutto quello che facciamo dovrebbe essere fatto allo scopo di sviluppare la saggezza. Sviluppare la saggezza ha per scopo la liberazione, la libertà da tutte queste condizioni e fenomeni. Quando siamo liberi, a prescindere dalla situazione in cui ci troviamo, non c’è sofferenza. Se abbiamo figli, non soffriamo. Se lavoriamo, non c’è sofferenza. Se abbiamo una casa, non dobbiamo soffrire. Come un loto nell’acqua. “Cresco nell’acqua, ma non soffro a causa dell’acqua. Non posso annegare o bruciare, perché vivo nell’acqua.” Quando l’acqua cala e rifluisce non nuoce al loto. L’acqua e il loto possono esistere insieme senza conflitto. Sono insieme ma separati. Quel che c’è nell’acqua nutre il loto e lo fa bello.

Lo stesso per noi. La ricchezza, la casa, la famiglia e tutti gli inquinanti della mente non ci contaminano più, ma invece ci aiutano a sviluppare le parami, le perfezioni spirituali. In un boschetto di bambù, le vecchie foglie s’ammucchiano ai piedi degli alberi e quando piove, si decompongono e diventano concime. I germogli crescono e gli alberi si rinforzano grazie al concime e abbiamo una fonte di cibo e di reddito. Eppure non ha affatto un bell’aspetto. Dunque, fate attenzione, nella stagione secca, se accendete dei fuochi nel bosco, bruceranno tutto il futuro concime che si trasformerà in fuoco che brucerà i bambù. Non avrete germogli di bambù da mangiare. Se bruciate il bosco, bruciate il concime dei bambù. Se bruciate il concime, bruciate gli alberi e il boschetto morirà.

Capite? Voi e le vostre famiglie potete vivere nella gioia e nell’armonia con la vostra casa e i vostri averi, liberi dal pericolo di alluvioni e di incendi. Se una famiglia subisce alluvioni o incendi è solo a causa dei componenti della famiglia. Come il concime dei bambù. A causa sua il boschetto può restare bruciato oppure crescere in bellezza.

Le cose cresceranno meravigliosamente e poi non più e poi di nuovo. Crescere e degenerare, poi crescere di nuovo e di nuovo degenerare, questa è la via dei fenomeni mondani. Se conosciamo crescita e degenerazione per quel che sono possiamo vederne la conclusione. Le cose crescono e raggiungono un limite. Le cose degenerano e raggiungono un limite. Ma noi restiamo costanti. E’ come quando ci fu un incendio nella città di Ubon. Le persone lamentarono la distruzione e versarono lacrime su lacrime. Ma dopo l’incendio, le cose vennero ricostruite e le nuove costruzioni ora sono più grandi e molto migliori di quelle di prima, e le persone si godono la città più di prima.

E’ così con i cicli di perdita e sviluppo. Tutto ha dei limiti. Il Buddha voleva che contemplassimo sempre. Mentre continuiamo a vivere dovremmo pensare alla morte. Non considerarla qualcosa di lontano. Se siete poveri, non cercate di danneggiare o di sfruttare gli altri. Affrontate la situazione e lavorate sodo per aiutarvi. Se state bene, non diventate distratti a causa della ricchezza e dell’agio. Non è difficile perdersi in qualunque cosa. Una persona abbiente può diventare indigente in pochi giorni. Una persona povera può diventare ricca. Tutto dipende dal fatto che le condizioni sono impermanenti e instabili. Perciò, il Buddha disse: ” Pamado maccuno padam: la disattenzione è la via diretta alla morte.” Chi è disattento è come morto. Non siate disattenti! Tutti gli esseri e tutti i sankhara sono instabili e impermanenti. Non nutrite alcuna forma di attaccamento a essi! Felice o triste, in crescita o in decadimento, alla fine tutto giunge allo stesso posto. Comprendetelo, per favore.

Vivendo nel mondo con questa prospettiva possiamo essere liberi dal pericolo. Qualsiasi cosa guadagniamo o conquistiamo nel mondo grazie al nostro buon kamma, è pur sempre del mondo e soggetto a decadenza e perdita, dunque non lasciatevi trasportare via. E’ come uno scarafaggio che raspa la terra. Può farne un mucchietto molto più grande di lui, ma resta sempre un mucchietto di fango. Se lavora sodo, crea un buco profondo nel terreno, ma non è che un buco nel fango. Se un bufalo ci lascia cadere dello sterco, sarà più grosso del mucchietto di terra dello scarafaggio, ma ugualmente non è qualcosa che raggiunga il cielo. Non è che fango. Lo stesso sono le conquiste mondane. Non importa quanto duramente lavorino gli scarafaggi, sono semplicemente alle prese col fango, facendo buchi e mucchietti.

Le persone che hanno un buon kamma mondano hanno l’intelligenza per riuscire nel mondo. Ma per quanto possano avere buoni risultati, vivono pur sempre nel mondo. Tutte le cose che fanno sono mondane e hanno dei limiti, come lo scarafaggio che gratta via la terra. Il buco può essere profondo, ma è nella terra. Il mucchietto di terra può essere alto, ma non è che fango. Riuscire, ottenere un sacco di cose, non è che riuscire e ottenere nel mondo.

Vi prego di capirlo e di cercare di sviluppare il non attaccamento. Se non guadagnate molto, siate contenti, comprendendo che è solo mondano. Se guadagnate molto, comprendete che è solo mondano. Contemplate queste verità e non siate distratti. Vedete entrambi i lati delle cose, non fermatevi su un lato. Quando qualcosa vi piace, trattenete una parte di voi, perché il piacere non durerà. Quando siete felici, non buttatevi totalmente da quella parte, perché presto vi troverete dalla parte opposta nell’infelicità.

° ° ° ° ° °

 

Essere accurati – del venerabile Ajahn Chah

© Ass. Santacittarama, 2006. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

17 dicembre, 2011 by pomodorozen Categories :
Gedun Tharchin
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Uscire dalla confusione – Gedun Tharchin

Portare il Dharma in un’altra nazione non è cosa facile. Anche in Tibet, territorio sconfinato, il suo avvento dall’India ha incontrato numerosi ostacoli, e le difficoltà non sono nemmeno mancate quando lo si è reintrodotto alla fonte originaria, in Nepal e in India e, ovviamente, gli impedimenti maggiori si sono presentati quando è approdato in occidente.

E’ dunque positivo e particolare che esistano luoghi in cui le persone possano incontrarsi per parlare di Dharma approfondendone la conoscenza.

In passato nel Tibet vivevano grandi Lama, che purtroppo stanno scomparendo e, quando non ne resterà in vita nessuno, si compirà la fine di un periodo fertile e si cementeranno questi tempi bui. I grandi maestri scompaiono, il mondo moderno è cambiato e la pratica del Dharma deve affrontare più impedimenti e meno agevolazioni e condizioni favorevoli; così si prospetta un periodo particolarmente arduo per l’insegnamento, per l’ascolto e per la pratica del Dharma.

Le difficoltà e gli ostacoli alla pratica del Dharma non dipendono dalla colpa di qualcuno in particolare, sono il risultato del momento storico decadente in cui, in inscindibile connessione, i tempi e la mente si deteriorano, le qualità si depotenziano e sviliscono e tutto degenera.

Se da un lato la modernità ha apportato un rinnovamento, un miglioramento delle condizioni di vita, dall’altro non vi è altrettanta corrispondenza in una crescita delle qualità umane, della mente umana.

Possiamo constatare la decadenza quotidianamente: viviamo in Italia, un paese bellissimo, con un buon clima, economicamente sviluppato, in cui usufruiamo di tutte le comodità, abbiamo ottimo cibo, case belle e confortevoli e spesso ne possediamo più di una, in città, al mare e in montagna, abbiamo un lavoro ben retribuito, una o più automobili, godiamo di periodi di vacanza da trascorrere dove e come vogliamo, seguiamo la moda cambiando frequentemente abiti e possiamo soddisfare tanti desideri.

Abbiamo tante comodità, ma cosa apportano alla nostra vita? un giorno dovremo comunque abbandonarle, e non ci accorgiamo nemmeno che questi agi in realtà ci incatenano ad un sistema consumistico, intrinsecamente insaziabile, che

incrementa ogni tipo di complicazioni e ci allontana definitivamente dalla semplicità di una vita sana e costruttiva; questa è decadenza.

La visione materialistica del pensiero moderno definisce questo fenomeno “sviluppo”, ma dal punto di vista dell’essenza della realtà è assoluta “degenerazione”.

Usufruiamo di un’efficiente assistenza medica, accessibile a tutti, ma, nel contempo la medicina è diventata troppo potente, ha travalicato i confini dell’umano e spesso condiziona tragicamente la vita delle persone rendendole assolutamente dipendenti dal rimedio adottato, quasi fossero automi condannati a vivere in uno stato di dipendenza ininterrotto.

Oggi la medicina non lascia la libertà di morire, vuole mantenere in vita ad ogni costo, non si sa bene cosa.

Nella medicina moderna l’essere umano è stato trasformato in un anonima macchina in cui si deve intervenire ad ogni costo aggiustando, sostituendo i pezzi difettosi, affinché continui a funzionare all’infinito, se malamente non importa, basta che non si fermi. In questo modo il corpo è diventato qualcosa di materiale, di meccanico, e ha perduto ogni sua qualità spirituale.

Questa è la degenerazione della medicina.

Non nego assolutamente che esista un effetto positivo e degno di tutto rispetto della medicina moderna, sono stati scoperti farmaci efficaci contro la tubercolosi, i tumori e tante malattie, ma quando si oltrepassano i limiti umani significa che si è caduti in concezioni errate, degenerate.

La stessa decadenza ha coinvolto il sistema economico mondiale; si è in fibrillazione per il crollo delle borse, un tipo di affari che non maneggia direttamente il denaro, si tratta di un gioco perverso di numeri ipotetici che appaiono convulsamente su uno schermo, tutto è virtuale completamente illusorio e le persone non sanno assolutamente cosa succeda al loro denaro, tutto può scomparire in un istante.

Questa è la degenerazione dei nostri tempi che si manifesta nel progressivo aumento della confusione generale.

Al contrario il Dharma non incrementa il disordine o l’illusione, non si ferma nemmeno al sogno delle terre pure o del paradiso, è un’essenza concreta che permette di uscire dalle nebbie del caos e percorrere la chiara via della realizzazione.

Il Dharma non pretende di allontanarci dai problemi, e non sarebbe comunque possibile perché ne siamo immersi, e il desiderio di rifuggirli non è altro che un’ulteriore illusione; ci mostra invece, nella stessa confusione, la visione corretta della realtà, ci permette di comprenderla con chiarezza e di affrontare serenamente e costruttivamente ogni ostacolo.

Un aspetto particolarmente grave della degenerazione dei tempi moderni è la corsa ad armamenti sempre più sofisticati e devastanti. In epoche antiche le armi erano limitate, si poteva uccidere in battaglia un certo numero di nemici con lance, frecce o altro, ma oggi il potenziale distruttivo è in grado di annientare tutto, di sterminare indiscriminatamente militari e civili, sino a cancellare dal pianeta intere aree geografiche.

Con la scusa della sicurezza nazionale si impegnano capitali enormi nella ricerca e fabbricazione di macchine belliche inimmaginabili, sperperando denaro pubblico che dovrebbe essere utilizzato per servizi e benefici a favore delle persone.

Come definire questo stato di cose? “sviluppo” o “degenerazione”?

Dal punto di vista del Dharma è degenerazione, decadenza, senza ombra di dubbio, e su questo dobbiamo riflettere seriamente.

La visione storica dell’universo suddivide il tempo in “eoni”, che possono essere piccoli o grandi. Pare che negli eoni più remoti la vita umana sulla terra fosse lunghissima e che si sia man mano accorciata fino ad arrivare, oggi, ad una durata massima di un centinaio di anni.

Si dice che nei lontani eoni la vita individuale durasse senza difficoltà migliaia di anni, invece in questo eone, pur caratterizzato da manifestazioni di esseri spirituali di grande levatura come il Buddha, il Cristo, Maometto sino ai più recenti Gandhi, Krishnamurti, Martin Luther King, madre Teresa di Calcutta, e tanti altri, la vita è corta, a dimostrazione che siamo in un’epoca difficile, tormentata.

Per realizzare qualcosa di significativo cento anni sono un periodo davvero troppo breve:

1. i primi vent’anni sono dedicati alla crescita;

2. i successivi venti trascorrono nelle fantasie, nel sogno di un futuro infinito;

3. dopo i quarant’anni si è più maturi ed occupatissimi, ci si affanna costruire la solidità, la stabilità, la propria sicurezza;

4. a sessant’anni si manifestano i primi acciacchi, il corpo e la mente si indeboliscono progressivamente e tante porte cominciano a chiudersi;

5. a ottant’anni si è nella vecchiaia, le forze sono definitivamente perdute e, se anche si raggiungono i cent’anni, osservando nel dettaglio ogni fase si vede che il tempo dell’esistenza umana in realtà è brevissimo. Questa è la degenerazione dell’età, del tempo di vita.

L’argomento dell’insegnamento del nostro incontro è il “Lo Jong”, la trasformazione della mente, ed è strettamente connesso al riconoscimento della degenerazione dell’attuale era.

Nella confusione quotidiana lo stato mentale è completamente occupato dalle ansie, dai timori, dalle difficoltà, dai problemi.

Il termine Lo Jong è suddiviso in due sillabe, “Lo” significa mente, ma non la mente di Buddha che è già sviluppata, liberata, si riferisce alla mente degli esseri comuni che vivono in questa epoca, e che ha bisogno di essere addestrata, educata, esercitata, come indica appunto il termine “Jong”, così che possa essere liberata dal caos.

La mente confusa non è felice, né soddisfatta, né serena, all’interno del meccanismo, “non è giusto”, “non mi piace”, “non va bene”…… si deprime e affonda nel più assoluto condizionamento. Un problema ne porta mille altri, una mente infelice ne genera infinite altre, si alimenta così una situazione progressivamente negativa.

Il Lo Jong è il metodo che trasforma la mente sofferente e problematica in una mente capace di superare ogni tormento e difficoltà, rendendoli anzi strumento di illuminazione.

Il Lo Jong non tende a creare artificiosamente uno stato di gioia, di felicità o di allegria, ma è l’esercizio attraverso il quale la mente impara a riconoscere il reale significato della sofferenza di cui è ammantata e, in questa capacità di capire, apprende la modalità per trasformarla in sentiero verso l’illuminazione.

Praticando il Lo Jong si ha la sensazione di penetrare più profondamente nel tormento riconoscendone con maggior chiarezza l’essenza.

Se invece non si pratica il Lo Jong, ma qualche altro tipo di Dharma con lo scopo di eliminare il dolore e realizzare uno stato di felicità, il benessere apparentemente ottenuto ha una durata limitata e, nel momento immediatamente successivo, ci si ritrova immersi negli stessi problemi, nulla è effettivamente cambiato.

Nel Lo Jong, al contrario, si manifesta visibilmente di giorno in giorno l’effetto della mente che muta nella conoscenza e accoglienza di una sofferenza in grado di divenire cammino verso una stabile pace e serenità.

Il Lo Jong può sembrare difficile, incoerente, ma in realtà è meraviglioso, la sua introduzione in Tibet risale al X° – XI° secolo, era praticato dai grandi maestri Kadampa, di cui il primo è stato Atīsa.

Il Lo Jong, promosso e portato avanti in questo lignaggio, è penetrato in seguito in tutte le grandi tradizioni delle scuole tibetane e ne ha costituito di fatto il cuore, la pratica essenziale, indispensabile, la bodhicitta, la vera intenzione o motivazione che è alla base del Dharma.

Certamente non è facile modificare le situazioni problematiche, complicate e spesso estremamente dolorose, ma se si osserva l’effettiva potenzialità della mente e si inizia lentamente e sistematicamente ad addestrarla nell’intenzione altruistica, poco per volta si scoprirà che si possono affrontare condizioni pesantissime e trasformarle in via di realizzazione, in altrettante occasioni di Dharma. Si comincia piano piano, affrontando dapprima semplici circostanze, sino a giungere a quelle più complesse e difficili.

Avete capito bene il significato del Lo Jong?

“Lo” è riferito alla mente ordinaria, che affronta la vita quotidiana, e “Jong” è l’addestramento, la trasformazione della mente ordinaria.

A questo punto possiamo chiederci: “cos’è la mente ordinaria?”

La mente ordinaria è totalmente condizionata, resa confusa dagli stessi problemi dell’esistenza, una mente che non trova pace, serenità, riposo, essendo costantemente agitata, mossa dalle ansie e dalle preoccupazioni.

Lo stato ordinario della vita quotidiana è difficile da contrastare, siamo nati con questa mente e siamo abituati a pensare secondo canoni predefiniti, ma ciò che conta è essere consapevoli di questa condizione e riconoscerla, la situazione caotica in cui siamo immersi non ci deve disturbare, perchè solo così abbiamo la possibilità di imparare a confrontarci con una sofferenza che può divenire fonte di gioia e di pace.

Se la sofferenza si mantiene statica e inalterata è causa di ulteriore sofferenza e ciò indica chiaramente che non si è dato inizio al processo di trasformazione della mente, che invece è ben evidente nel momento in cui la sofferenza diventa opportunità di gioia, di pace.

Nel Lo Jong non si afferma di dover riconoscere un particolare Buddha, nel suo palazzo divino, con le sue specifiche eccelse qualità, ma si insegna semplicemente ad entrare in contatto con la situazione immediata, concreta, della propria vita, con la realtà del condizionamento e della sofferenza e a scoprirne l’essenza, così da poter trasformare il negativo in positivo, le circostanze difficili in favorevoli, il nemico in amico; questa è la pratica del Lo Jong, della trasformazione della mente.

Si soffre per gli amici, si è preoccupati, si è attaccati, possessivi, e l’amicizia è fonte di sofferenza, e poi si soffre per i nemici, si matura risentimento, offesa, avversione; in entrambi i casi si soffre.

Si soffre perchè si cercano facilitazioni nella vita e non si ottiene nulla o se ne riceve solo una parte, si soffre per la moltitudine di problemi che la quotidianità ci propone, si è insoddisfatti di ciò che si possiede e angosciati dai problemi che non si vogliono.

Il primo passo del Lo Jong consiste proprio nel comprendere che tutti gli aspetti dualistici sono fonte di sofferenza, e nel voler uscire dalla costante dicotomia di giudizio: “bianco – nero”, “buono -cattivo”, “bello brutto”.

Il Lo Jong insegna a liberarsi dal dualismo che produce ulteriore sofferenza.

Il Lo Jong è una pratica importante, e non necessita di nulla, ovunque voi siate, in qualsiasi circostanza e tempo, potete praticare.

Il Lo Jong e il Tong Len sono due pratiche interconnesse.

Si soffre perché si desidera la felicità e il benessere e si soffre perché non si vuole la sofferenza e si fugge dai problemi.

Nel Tong Len, la pratica del “dare e ricevere”, si prova l’immensa gioia di offrire agli altri le proprie virtù, qualità e meriti, e di prendere i loro problemi e negatività.

Agendo in questo modo la sofferenza che nasce dalla preoccupazione di felicità e dalla preoccupazione del dolore svanisce, c’è la gioia, nel Tong Len, di dare agli altri la felicità e accogliere la loro sofferenza.

Il desiderio di felicità e di non sofferenza è sostituito e superato dalla compassione che non teme il dolore e non desidera una felicità illusoria.

La pratica del Tong Len è semplice, consiste nel maturare l’attitudine a dare le qualità e prendere i problemi, offrire agli altri la felicità e accogliere la loro infelicità, è come trovarsi in una condizione in tutti siamo ugualmente affamati, ma noi abbiamo del pane che, con gioia, diamo agli altri, tutto qui, è semplice.

Riguardo al Tong Len ci sono interpretazioni estremamente fantasiose, qualcuno pensa che sia una pratica di guarigione “Prendo su di me la malattia dell’altro, lui si risana, e io mi posso ammalare”, ma questa è follia totale, perché si ridurrebbe la realtà profonda, universale, incommensurabile, della bodhicitta ad una piccola attività per curare il mal di testa.

Simili fraintendimenti sono quasi scontati nelle società sviluppate, è normale manipolare gli eventi secondo concetti di efficienza industriale, tanto da inquadrare anche il Tong Len in parametri pragmatici e utilitaristici, lo si pubblicizza scrivendo libri di facile lettura e di cui si vendono moltissime copie diventando anche famosi e ricchi, un ulteriore espressione del condizionamento del Dharma in un’epoca degenerata.

Per praticare il Tong Len è necessario prima comprendere il significato del Lo Jong, la trasformazione della mente, e solo sulla base di questa consapevole acquisizione è possibile attuare la pratica del “dare e ricevere”.

Il Lo Jong insegna ad addestrare la mente che soffre, e il primo risultato è perlomeno imparare a non soffrire più del necessario.

E’ necessario osservare con chiarezza alcuni interrogativi di base: “cos’è questa mente?” “cos’è questa mente sofferente?”, “cos’è questa sofferenza della mente?”

Si apprende a penetrare nel significato della sofferenza esaminandone tutti gli aspetti: è attaccamento? avversione? confusione?

Senza questa analisi si rimani bloccati nel desiderio di essere felici, senza sapere cos’è la felicità, nel desiderio di non soffrire, senza sapere cos’è la sofferenza.

Riflettere su questi aspetti induce la cognizione della sofferenza e genera l’attitudine alla trasformazione della mente: la sofferenza che non si voleva, diventa l’oggetto da ricevere, e la felicità che si è sempre cercata, diventa l’oggetto da dare. In questo modo si esce dal dualismo che impediva la corretta visione della realtà, si è liberi da ogni giudizio e pregiudizio su felicità e sofferenza.

Questa è la via di uscita e, anche se non esiste nessuna coercizione, né obbligo, né punizione in caso non la si applichi, non c’è comunque nulla da perdere, dunque perché non provarci?

Lo Jong e Tong Len sono solo quattro parole, ma talmente affascinanti e misteriose per cui potremmo essere indotti a pensare che forse solo Buddha ne possedesse la piena comprensione, trasmessa direttamente ai suoi discepoli, di generazione in generazione che, di conseguenza, ne sarebbero gli unici depositari.

Ma non è così, Lo Jong e Tong Len sono una realtà che ciascun essere ha dentro di sé. I discepoli del Buddha attraverso il dono della spiegazione ci facilitano la comprensione, il riconoscimento del suo immenso valore. E’ come trovarsi di fronte ad una grande torta, tutti se ne possono servire, ma chi non ne vuole lascia liberamente la sua fetta nel piatto, ne godrà qualcun altro, non c’è coercizione, né obbligo.

Io viaggio spesso e alla stazione Termini incontro tanti barboni, ieri, alla partenza per Torino, ho visto due signore che dormivano su una panchina, probabilmente due sorelle, una accanto all’altra, con tanti sacchi di plastica intorno, la loro intera ricchezza. Anche alla stazione di Zurigo è praticamente stanziale un’anziana signora su una sedia a rotelle, e allora ho pensato che forse queste persone sono grandi praticanti, non posseggono nulla, proprio come gli yogi del passato che donavano tutto, e non ho potuto non paragonarli ai Lama di oggi, così imponenti in palazzi riccamente decorati, serviti in ogni necessità e per i loro spostamenti dispongono di automobili con tanto di seguito. Questo non è Lo Jong, non è Tong Len, anzi è esattamente l’opposto.

La pratica del Lo Jong e del Tong Len è caratterizzata dal dare e non dal preoccuparsi di ricevere, è una qualità intrinseca all’essere umano, è un Dharma naturale, è parte della natura dell’essere e nessuno può rivendicare di esserne depositario esclusivo.

L’attuale società è sopraffatta dalla confusione e proprio per questo è necessario praticare il Lo Jong, la trasformazione della mente, in modo da contrapporre al caos una poderosa accumulazione collettiva di meriti.

Riguardo all’acquisizione di meriti nel sentiero spirituale ci sono tanti modi differenti di concepirla, ordinariamente si offrono ad esempio centomila candele, centomila incensi, centomila prosternazioni, ma nel Lo Jong si esprime in modo profondamente diverso, e la stessa confusione stessa diventa fonte di merito.

Quanti più problemi, difficoltà, caos la persona abbia, attraverso la loro trasformazione, tanti più meriti realizza. Quindi la propria modalità di acquisizione di meriti esiste già di fatto, è sufficiente prendere atto dell’enorme ricchezza disponibile, costituita da disordine, problemi, difficoltà; non c’è null’altro da fare.

Probabilmente conoscete la storia di Bodhidharma, un prezioso yogi indiano che portò il buddhismo in Cina. Egli rimase per nove anni in meditazione silenziosa rivolto verso un muro.

L’imperatore cinese dell’epoca, fervente seguace del buddhismo, edificava monasteri e sosteneva numerosi monasteri con generose elargizioni; un giorno invitò Bodhidharma nel suo palazzo affinché insegnasse il Dharma e gli confidò di essere un devoto scrupoloso e generoso e di aver operato in modo da acquisire tanti meriti e,

a questo punto, desiderava conoscere dal maestro quanti ne avesse accumulati grazie a tutte queste attività.

Bodhidharma lo guardò e gli rispose: “In questo modo tu hai distrutto tutta l’accumulazione di meriti che avevi, ora hai finito i tuoi meriti, io non verrò nel tuo palazzo”.

Bodhidharma era un praticante solidissimo, come Milarepa, e molta gente gli chiedeva insegnamenti, che però non era in grado di capire, per questa ragione egli smise di insegnare e si rivolse verso il muro in meditazione silenziosa, aveva constatato che nessuno recepiva quell’insegnamento, ad eccezione di una persona che fu in grado di comprenderlo pienamente nel silenzio, senza che fosse pronunciata una sola sillaba. Il Dharma va oltre le parole.

Nel mondo moderno invece tutto deve essere catalogato, quantificato: due ore di lezione corrispondono a venti euro, tre ore trenta euro, quattro ore quaranta euro e così via; il prezzo dipende da quanto si chiacchiera, così è nella visione materialista dell’industrializzazione e commercializzazione che ha inquinato anche il Dharma e, se lo si pesa in base alla lunghezza del discorso, significa che non lo si è capito per nulla e non se ne conoscono le incommensurabili qualità.

Nel Lo Jong l’accumulazione di meriti non dipende da quante attività meritorie si sono compiute, come costruire templi, sostenere monasteri o altro, ma esclusivamente dall’effettiva trasformazione della mente.

Il sovrano cinese che si affannava a compiere tante azioni per accumulare meriti non avrebbe potuto nemmeno confrontarli con quelli ottenuti dalle anziane signore che, nella loro vita da barbone, praticano probabilmente il Tong Len in assoluto rilassamento e serenità.

Quando ieri sera arrivando in stazione ho visto queste due anziane donne serenamente addormentate una accanto all’altra, completamente serene, rilassate, mi sono fermato a contemplarle e ho paragonato la loro pace con la frenesia del mondo moderno così teso, insicuro, aggressivo, in cui ben pochi possono dormire con tanta serenità.

Questa è l’attitudine degli yogi, dei meditatori del Tong Len, pacificati, già oltre, non più soggetti ad ansie, né paure; eppure, nell’ignoranza ordinaria, la gente si allontana infastidita dai barboni, con paura, pensando a quanto sono sporchi, senza scarpe, a cosa mangiano, a come vivono, a chissà quali batteri e virus possano trasmettere…..

La società industrializzata è schiava di una mentalità ristretta, e lo yogi del Tong Len non vi corrisponde affatto, ne è l’esatto contrario, in qualsiasi circostanza è a proprio agio, ha un’accettazione serena e totale di ogni difficoltà e accumula infiniti meriti.

Il vero yogi meditatore del Tong Len non è riconosciuto come Lama, perché non si veste come un Lama, non abita in palazzi adeguati al suo rango, non esibisce le certificazioni di Lama, non sta seduto in una certa posizione davanti a testi rari, non possiede nessun oggetto prezioso che attesti la sua diretta discendenza dal Buddha nel lignaggio del Tong Len.

Ma così non è scritto da nessuna parte che così dovrebbe essere, è pura e folle fantasia, strutturata solamente a nostra gratificazione, il Buddha non ha mai sostenuto la necessità di tali credenziali.

Il praticante del Tong Len è un perfetto, inosservato, sconosciuto, come ce ne sono tanti e ovunque, camminano per le strade senza esibire segni particolari, né distintivi, né diplomi o autorizzazioni.

Ripeto, in occidente si pensa assurdamente che il Tong Len sia una pratica taumaturgica e molti fantasticano di poter diventare guaritori e di avere il potere di curare il mal di testa di qualcuno, anche se immediatamente dopo si preoccupano di doverne sperimentare personalmente il dolore. Pura follia!

Poiché questa pratica deve essere mantenuta nel segreto, le fantasie si moltiplicano illimitatamente, si vuole scoprirne il potere nascosto, e tutto questo è veramente assurdo e sciocco.

In questo modo si snatura e riduce il Tong Len ad una mera arida tecnica per togliere il mal di testa e si potenzia il proprio ego perché si pensa di avere il potere magico di guarire il prossimo.

Ma il Tong Len è ben più radicale e profondo, è una pratica meditativa semplicissima e potentissima in grado di liberare gli esseri dalla sofferenza, possiede l’attitudine di donare tutte le qualità e di sciogliere completamente dalla sofferenza universale con grande equanimità.

Il Tong Len cambia la persona ordinaria in straordinaria, non è limitato all’eliminazione dei malanni altrui, non muta le condizioni dell’altro perché ognuno ha il proprio karma e risponde personalmente di se stesso.

Il Tong Len trasforma la persona che lo pratica, mostra al meditante la via per uscire dalla sofferenza.

Se è presente qui un guaritore per favore, con tanta compassione, prenda il mio raffreddore così fastidioso!…. No, questo non è proprio possibile, quello che invece è realizzabile è la trasformazione della sofferenza in fonte di gioia, di accumulazione di infiniti meriti. Per questo bisogna essere forti come Milarepa, Bodhidharma e San Francesco.

 

Lama Geshe Gedun Tharchin

 

Estratto da:

n. 31 rivista “DHARMA” Aprile 2009