Molte persone vivono in maniera quasi meccanica, inconsapevoli di qualsiasi ideale, o progetto di vita. Vengono al mondo, lottano per guadagnarsi da vivere e abbandonano le sponde della mortalità senza sapere perché siano venute sulla Terra, senza conoscere i propri doveri.
A prescindere da quale sia il traguardo della vita, è evidente che l’uomo è insidiato dai bisogni, che si sforza disperatamente di soddisfare. È molto importante concentrarsi sui propri bisogni reali, invece di creare una grande quantità di desideri inutili e superflui.
L’uomo deve distinguere fra i bisogni reali e le “necessità non necessarie”. Chi si circonda di “necessità non necessarie” e lussi materiali, si dimentica di concentrarsi sulle piccole necessità del corpo e sulla grande necessità di sviluppare l’efficienza mentale e la contentezza divina. Queste persone acquistano nuove automobili e nuovi vestiti, pagandoli a rate: di conseguenza, sono perennemente indebitate e costrette a passare tutto il tempo sforzandosi invano di guadagnare.
Non hanno tempo per sviluppare l’efficienza mentale, o coltivare la pace interiore, perché sono assoggettate alle incessanti ri- chieste del Tiranno Lusso Materiale. La prosperità non consiste soltanto nel guadagnare denaro, ma richiede anche lo sviluppo dell’ efficienza mentale, strumento indispensabile per acquisire salute, ricchezza, saggezza e pace in modo costante.
(Paramahansa Yogananda)
BIBLIOGRAFIA
Paramahansa Yogananda
Autobiografia di uno Yogi – Paramahansa Yogananda
Conversazioni con Yogananda – Paramahansa Yogananda
Come essere una persona di successo – Ananda edizioni
Come essere sempre felici – Ananda edizioni
L’amore per gli alberi è, o dovrebbe essere, parte della nostra natura, come respirare. Gli alberi fanno parte della terra come noi, pieni di bellezza, con quel loro strano distacco. Così immobili, pieni di foglie, ricchi e luminosi, proiettano le loro lunghe ombre e la loro gioia selvaggia quando soffia la bufera. Tutte le foglie, anche quelle sul ramo più alto, danzano al minimo soffio di brezza, e l’ombra è accogliente, quando il sole batte forte. Seduti con la schiena contro il tronco, se rimanete in silenzio, stabilite un rapporto durevole con la natura. I più hanno perso questo rapporto; quando passano in automobile o risalgono queste colline chiacchierando, vedono tutte queste montagne, queste valli, i corsi d’acqua e le migliaia di alberi, ma sono troppo assorbiti nei loro problemi per guardarsi intorno e rimanere in silenzio. Un pennacchio di fumo si alza lungo la valle, e sotto passa un autocarro, carico di tronchi appena recisi, non ancora scortecciati. Un gruppo di ragazzi e di ragazze passa chiacchierando, facendo fremere l’immobilità del bosco.
La morte di un albero, nel momento finale, a differenza di quella dell’uomo, è bella. Un albero morto nel deserto, senza più corteccia, ripulito dal sole e dal vento, con tutti i rami nudi spalancati al cielo, è una visione meravigliosa. Una grande sequoia, vecchia di molte centinaia di anni, viene abbattuta in pochi minuti per fare recinzioni e sedili, per costruire case o per arricchire la terra in un giardino. Quel meraviglioso gigante è morto. L’uomo avanza nel cuore delle foreste, distruggendole per creare pascoli e costruire case. Le regioni vergini stanno scomparendo. C’è una valle, circondata da colline che forse sono le più antiche della terra, dove i ghepardi, gli orsi e il daino, che un tempo era possibile vedere, ora sono completamente scomparsi, perché l’uomo è arrivato dappertutto. La bellezza della terra viene lentamente distrutta e inquinata. Macchine e costruzioni a più piani stanno facendo la loro comparsa nei luoghi più inaspettati. Quando perdete il rapporto con la natura e con i cieli immensi, perdete ogni rapporto con l’uomo.
Arrivò insieme alla moglie e parlò quasi sempre lui. Lei era piuttosto timida, e aveva l’aria intelligente. Lui era piuttosto arrogante, e aveva l’aria aggressiva. Disse di essere stato presente a qualcuno dei miei discorsi dopo aver letto uno o due libri e aver assistito a qualche dialogo. ” In realtà, siamo venuti a parlare con lei personalmente del nostro problema più grosso, e spero di non averla disturbata. Abbiamo due figli, un maschio e una femmina che vanno a scuola, fortunatamente per loro. Non vogliamo infliggergli le tensioni che ci sono tra noi, anche se prima o poi le avvertiranno. Mia moglie e io siamo molto innamorati; non userei la parola amore, perché ho capito che cosa lei intende con questo termine. Ci siamo sposati abbastanza giovani; abbiamo una bella casa e un piccolo giardino. Il denaro non rappresenta per noi un problema. Lei sta bene di suo, e io lavoro, anche se mio padre mi ha lasciato qualcosa. Non siamo venuti da lei come da un consulente matrimoniale, ma vogliamo discutere con lei, se ce lo consente, il nostro rapporto. Mia moglie è piuttosto riservata, ma io sono sicuro che fra poco parteciperà anche lei alla discussione. Eravamo d’accordo che avrei incominciato io.
Abbiamo grossi problemi di rapporto. Ne abbiamo parlato spesso, ma non ne è venuto fuori niente. Dopo questa premessa, la domanda che vorrei farle è la seguente: che cosa c’è di sbagliato nel nostro rapporto, e che cos’è il rapporto giusto?”.
Che rapporto avete con queste nuvole, piene della luce della sera, o con questi alberi silenziosi? Non è una domanda a sproposito. Vedete quei ragazzi che giocano là, in quel campo, quella vecchia auto? Quando vedete tutto questo, vi chiedo, qual è la vostra reazione? “Non lo so con esattezza. Mi piace vedere i bambini che giocano. E anche a mia moglie piace. Per quelle nuvole o quell’albero non ho sentimenti speciali. Non ci ho pensato; probabilmente non li ho neanche mai guardati”.
La moglie disse: “Io sì. Per me hanno un significato, ma non riesco a dirlo a parole. I bambini là fuori potrebbero essere i miei figli. Dopo tutto, sono una madre”. Signore, guardi quelle nuvole e quell’albero, come se li vedesse per la prima volta. Li guardi senza che il pensiero interferisca o divaghi. Li guardi senza definirli ‘nuvole’ o ‘albero’. Li guardi semplicemente con il cuore e con gli occhi. Appartengono alla terra come noi, come quei bambini, e come quella vecchia auto. Dar loro un nome fa parte del pensiero.
“Guardarli senza ricorrere alle parole sembra quasi impossibile. La forma è la parola”. Quindi le parole svolgono un ruolo molto importante nella nostra vita. Sembra che la nostra vita sia un intreccio di parole complicate, legate tra loro.
Le parole esercitano una grossa influenza su di noi: parole come dio, democrazia, libertà, totalitarismo. Evocano tutte immagini familiari. Le parole moglie e marito fanno parte delle nostre espressioni quotidiane.
Ma la parola moglie non è in realtà la persona in carne e ossa, con le sue complessità e i suoi problemi. Quindi la parola non è mai la realtà. Quando la parola assume un’importanza totalizzante, la vita, la realtà , viene trascurata. ”Ma non posso sfuggire alla parola e all’immagine che essa evoca”. Non possiamo separare la parola e l’immagine. La parola è l’immagine. Osservare senza parola/immagine, questo è il problema.
“Ma è impossibile!”. Se permette, lei non ha cercato di farlo seriamente. La parola impossibile blocca in lei la possibilità di farlo. Non dica, la prego, che è possibile o impossibile, ma lo faccia semplicemente.
Torniamo un attimo alla sua domanda: che cos’è il rapporto giusto?
Quando noi avremo capito che cos’è il rapporto, sono sicuro che lei scoprirà da solo che cosa è giusto. Che cosa significa per lei il rapporto? “Mi faccia pensare. Significa tantissime cose, a seconda delle circostanze. Un giorno è una certa reazione, il giorno dopo ha una portata completamente diversa. È responsabilità, noia, irritazione, reazioni sensuali e il bisogno di fuggire da tutto questo”.
Questo è quello che lei chiama rapporto. Si tratta di livelli diversi di reazioni sensoriali, di sentimenti – di romanticismo, se si è portati a quello – di tenerezza, attaccamento, solitudine, paura e così via (apprensione, più che paura reale). Questo è quanto viene definito rapporto con una persona o con l’altra. Lei è in rapporto anche con i suoi ideali, le sue speranze, le sue esperienze, le sue decisioni.
Tutto questo è lei e il suo rapporto con un altro; e l’altro è simile a lei, anche se da un punto di vista biologico, culturale e fisico può essere diverso. Ciò non indica forse che lei si muove sempre all’interno dell’egocentrismo e che l’altra persona agisce in maniera simile? Due vite parallele che non si incontrano mai? “Incomincio a capire che cosa lei intende, ma la prego, continui”.
Diventa chiaro che non esiste un rapporto reale. Fondamentalmente ci preoccupiamo di noi stessi, del nostro piacere, cedendo all’altro per ottenere a nostra volta soddisfazione, e così via all’infinito. Diciamola in un altro modo. Perché gli esseri umani sono così centrati su se stessi, o egoisti nei più riposti recessi del loro essere? Perché? Gli animali selvatici non sembrano tanto egocentrici quanto lo sono gli esseri umani.
Se noi dobbiamo scoprire in prima persona qual è il rapporto giusto, dobbiamo approfondire questo interrogativo. È necessario sperimentare la percezione senza movente. La maggior parte di noi trova difficile osservare senza un qualche tipo di movente. Riusciamo a esaminare insieme, con obbiettività, quel che realmente accade in un rapporto fra due persone, si tratti di un rapporto intimo o no? Quasi tutte le reazioni, specialmente quelle dolorose o piacevoli, vengono registrate nel cervello, nella coscienza o a un livello più profondo. Questa registrazione, che inizia nel momento in cui nasciamo e continua fino alla morte, costruisce lentamente un’immagine o un quadro che ognuno ha di sé. Quando ci sposiamo o viviamo con un altro per un mese o per anni , ciascuno dei due si forma un’immagine dell’altro. Le ferite, le irritazioni, le parole dure, quelle dolci, e così via, le reazioni sensuali, le osservazioni intellettuali, il cameratismo e la tenerezza, la fantasia di realizzazione -e le associazioni culturali: tutto questo forma le diverse immagini che si riattivano nelle diverse circostanze.
A parte i rapporti fisici reali, queste immagini distorcono o ostacolano un rapporto d’amore profondo, la compassione con la capacità di comprensione profonda che essa implica
“E allora in che modo è possibile impedire la formazione di queste immagini?”. Non le pare di porre una domanda sbagliata? Chi è che impedisce? Non le sembra che a porre la domanda siano ancora una volta un’immagine o un’idea? Non sta forse ancora lavorando di fantasia, passando da un’immagine all’altra? Questo tipo di indagine non porta da nessuna parte. Quando una persona è colpita o ferita psicologicamente – il che accade fin dall’infanzia – le conseguenze di quella ferita sono ovvie: la paura di subire altre ferite, un ritrarsi costruendosi tutt’intorno una barriera, un ulteriore schermo isolante e così via, un processo che alimenta la nevrosi. Se e quando si ha consapevolezza di queste ferite, di questi conflitti, e li si osserva, allora istintivamente viene fatto di chiedersi in che modo sia possibile evitare di venire feriti.
L’immagine ultima è l’io , il sé con la lettera maiuscola e minuscola. Quando si arriva a cogliere il pieno significato del perché il cervello, il pensiero, formi queste immagini, la verità del perché queste immagini esistano, questa percezione stessa dissolve ogni processo di formazione delle immagini. Questa è la libertà ultima. “Per quale ragione il cervello – o il pensiero, come dice lei – forma delle immagini?”.
Forse per sentirsi protetto? Per essere al sicuro contro il pericolo? Per avere certezze, per evitare la confusione? Anche la più piccola parte del cervello per funzionare bene, in maniera efficiente, deve avere delle certezze, deve sentirsi al sicuro. Se poi quelle certezze e quella sicurezza sono un’illusione o un’invenzione del pensiero, come lo sono la fede o la credenza, in realtà non ha alcuna importanza, purché quell’area agitata del cervello si senta al sicuro, tranquilla, senza incertezze.
Noi moriamo in questa illusione. Accompagnato dalle immagini, come ad esempio il nazionalismo, e le immagini che si trovano in tutti i templi del mondo, l’uomo vive e porta avanti il conflitto, il piacere, il dolore.
Queste immagini vengono fabbricate a non finire.
Ma solo quando noi percepiamo che esse ostacolano e gettano un’ombra sul rapporto reale e rotondo tra noi e gli altri, tra noi e quella nuvola, tra quell’albero e quei bambini, allora soltanto può esserci amore.
(di J. Krishnamurti)
Dal Bulletin 56, 1989 – Saanen, Svizzera, agosto 1981.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
da Lista Sadhana – Yahoo
Io insegno l’amore per se stessi.
Ma ricorda, amore per se stessi non significa orgoglio egocentrico, niente affatto, significa esattamente l’opposto. La persona che ama se stessa scopre che in lei non esiste alcun sé. L’amore dissolve sempre il sé: questo è uno dei segreti alchemici che dev’essere compreso, appreso, sperimentato.
L’amore dissolve sempre il sé. Ogni volta che ami, il sé scompare. Quando ami una donna, almeno nei pochi istanti in cui senti amore reale per lei, in te non esiste un sé, alcun ego.
L’ego e l’amore non possono esistere insieme. Sono come la luce e l’oscurità: quando viene la luce, l’oscurità si dissolve.
Se ami te stesso, ti sorprenderai: l’amore per se stessi implica la scomparsa del sé. Nell’amore per se stessi non esiste mai un sé. Questo è il paradosso: l’amore per se stessi è totale assenza di sé. Non è egocentrismo; perché ogni volta che esiste la luce non c’è alcuna oscurità, e ogni volta che esiste amore non c’è alcun sé.
L’amore scioglie il sé congelato. Il sé è simile a un cubetto di ghiaccio, l’amore è simile al sole del mattino. Il calore dell’amore… e il sé inizia a sciogliersi. Più ami te stesso meno troverai un sé dentro di te, per cui diventa una meditazione profonda, uno slancio appassionato verso il divino.
E tu lo sai! Forse non sai nulla dell’amore per te stesso, perché non ti sei mai amato. Ma hai amato gli altri, e devi aver colto dei bagliori fugaci. Devono esserci stati istanti rarissimi in cui per un secondo, improvvisamente, tu non eri più presente e solo l’amore esisteva, solo l’energia dell’amore fluiva, senza avere un centro: dal nulla verso il nulla.
Quando due amanti sono seduti vicini, due nulla sono seduti vicini, due zero siedono vicini; e questa è la bellezza dell’amore: ti svuota totalmente del tuo sé.
Ricorda, dunque: l’orgoglio egocentrico non è mai amore per se stessi. L’orgoglio egocentrico è esattamente l’opposto. La persona che non è riuscita ad amare se stessa diventa egocentrica.
(da Con te e senza di te – Osho)
-
BIBLIOGRAFIA:
Amore: Il potere dell’accettazione – Lise Bourbeau
Ho bisogno del tuo amore. E’ vero? – Byron Katie
Il nostro bisogno d’amore – Dalai Lama
Amore e libertà – Osho
I fenomeni sono dovuti a cause e condizioni perciò esistono. Noi utilizziamo l’addestramento in cui viene detto che tutti i fenomeni composti sono impermanenti, per impermanenza intendiamo due significati: una grossolana, quella con cui vediamo le cose decadere pian piano, ed una sottile, a livello microscopico.
Se guardassimo una nostra foto di qualche anno fa potremmo notare molti cambiamenti, vediamo qualcosa che esisteva ed ora non esiste più. Se al mattino ci rasiamo il capo, verso sera vediamo che qualcosa sta cominciando a ricrescere. Questi cambiamenti grossolani sono il risultato visibile di un continuo cambiamento microscopico. Il cambiamento che si manifesta in un anno non potrebbe apparire improvvisamente, in un attimo.
Tutto questo arriva gradualmente. Siamo testimoni di questo processo di cambiamento. Vediamo anche gli effetti del mondo tecnologico che ci circonda. Nuovi macchinari vengono rodotti e qui c’è un grande cambiamento progressivo.
La mente anche in un minuto vi son infiniti cambiamenti, ed anche in un secondoo vi sono cambiamenti. Da queste esperienze è noto che non esiste alcun fenomeno che sia permanente. Anche se non vediamo l’impermanenza a livello sottile possiamo percepire quella a livello grossolano. Quindi tutte le cose sono della natura del cambiamento e nulla puo’ fermare questo cambiamento. Quando Buddha insegnò le 4 nobili verità parlò dei due livelli di impermanenza, grossolano e sottile. Tutti i fenomeni dipendono da cause.
Non è possibile che cause qualsiasi diano risultati qualsiasi. Da una causa deriva un risultato congeniale. Quindi c’è questo cambiamento legato alla natura dei fenomeni. Nel bodhisattvacharyavatara troviamo due cause: una a livello fisico ed una a livello mentale. Per quanto riguarda la realtà fisica il processo di causalità è iterabile all’infinito, vi sono cause sostanziali a loro volta causate da altre cause. Mentre a livello della mente la causa fondamentale è il karma. L’azione ed il risultato corrispondono al’intenzione che è la causa. A livello di causa l’elemento dell’intenzione è accompagnato dalla potenzialità di sperimentare un momento piacevole o spiacevole.
A livello finale per quanto riguarda gli esseri viventi la causa principale è l’intenzione. Gioia, felicità e sofferenza non sorgono dal nulla ma sorgono da precise cause e condizioni. Le azioni positive porteranno una intenzione che produrrà gioia. E’ importante considerare le azioni che vengono indotte dall’intenzione. Molte specie di uccelli sembrano essere più vicini alla comprensioni della legge di causa ed effetto. Ci sono fenomeni che sembrano non avere un risultato immediato. Non può esserci una relazione casuale ma sempre causale.
Nella nostra vita quotidiana ci sono così tanti fattori che se guardassimo una particolare relazione la possiamo analizzare con il pssato ed il futuro, penetrando il significato di causa ed effetto otterremo una comprensione maggiore: tutti i fenomeni sono mutuamenti designati. E’ sulle basi di questa profonda conoscenza che dobbiamo coltivare sempre di più la nostra relazione. Il livello sottile dell’originazione interdipendente è proprio questo: ogni fenomeno non esiste di per sé, senza dipendere da altri. Nelle scritture si trova molto chiaramente la linea di demarcazione che stabilisce qual è il livello di esistenza dei fenomeni che non è né eternalismo né nichilismo. Noi Buddhisti siamo profondamente ammirati dalla fisica moderna quando scoprono che Nagarjuna aveva avanzato ipotesi sulla realtà simili a quelle che la scienza modern sta facendo oggi.
La scienza ha un punto di vista imparziale, senza preconcetti, è importante questo. L’omniscienza è molto rara e non si ottiene così facilmente ma è una cosa che va realizzata percorrendo il sentiero. Vi sono delle relazioni tra le cause e l’effettto. Quindi questa produzione viene vista in termini di cause, proprie cause, che portano ad una produzione specifica. Vi deve essere la causa completa perchè vi sia un risultato completo.
Sua Santità il Dalai Lama
Tutte le cose non possono nascere dal nulla, tutti i fenomeni sorgono da cause e tutte le cause evono essere corrette per dar origine ad un’effetto coretto.
Vi sono persone più portate alla gelosia, rabbia ed anche se accumulano molte ricchezze non sono migliorate in questo senso. Se non si prende il Dharma nel proprio cuore tutti i titoli che si possono ricevere saranno sempre macchiati da queste emozioni disturbanti. Nel caso di qualcuno con meno riconoscimenti, una situazione materialmente meno agiata, può essere anche intellettualmente sfavorito ma se ha preso nel cuore anche poco Dharma pian piano otterrà una grande ricchezza spirituale.
Io non incoraggio il praticare divinità mondane per accumulare ricchezza materiale, è molto più importante accumulare ricchezze mentali che materiali, a volte le ricchezze materiali invece che essere di aiuto, potrebbero riultare di danno perchè ci possono portare fuori strada. Gli agi materili non postranno stare per sempre con noi nelle vite future mentre la pace interiore sì. Chiunque può accumulare la concentrazione, penetrare dentro se stessi, raggiungere il calmo dimorare, la visione speciale…dobbiamo impegnarci a studiare ed una volta che abbiamo deciso di imboccare questo sentiero lo dobbiamo praticare fino in fondo.
Nel Buddhismo parliamo di diverse discipline e la più importante è quella spirituale. Nei paesi sviluppati si inizia ad avere interesse tra gli scienziati alle emozioni. Nella tradizine non solo Buddhista ma anche sanscrita si motiva all’applicarsi allo studio graduale. Non tanto sulla recitazione dei testi ma sulla comprensione profonda dei testi fino ad arrivare ad una consapevolezza che abbraccia tutto il mondo interiore.
dal sito http://www.sangye.it
Che cos’é, nella vita, che ci spinge a ‘cercare’, a guardare oltre i meccanismi che ci tengono intrappolati, a non accontentarci degli schemi mentali cui siamo abituati? Qual’é quella molla che volge il nostro sguardo al cuore dell’esistenza, quell’urgenza di vivere ‘più a fondo’? E in che modo questa ricerca interiore si può incontrare con il sentiero indicato, 2500 anni fa, dal Buddha? Quando capita che ci ammaliamo, ci rivolgiamo di solito a un bravo medico il quale, visitandoci, diagnosticherà il tipo di malattia da cui siamo affetti; quindi ci spiegherà da dove viene questa malattia, come ce la siamo presa; infine ci dirà se é possibile guarirne e se lo é ci prescriverà la terapia più adatta al nostro caso.
Il Buddha, con l’insegnamento delle Quattro Nobili Verità, si propone proprio come un medico, offrendo all’uomo la possibilità di guarire dal male che lo affligge. Le Quattro Nobili Verità sono, senza dubbio, alla base di tutto il pensiero buddhista. Si può ritenere che le varie forme in cui il buddhismo é conosciuto e praticato nel mondo esprimono, a tutti gli effetti, questo insegnamento semplice ma di enorme importanza.
Le Quattro Nobili Verità sono:
1) la sofferenza;
2)l’origine della sofferenza;
3) la fine della sofferenza;
4) la via che conduce alla fine della sofferenza.
Esse si presentano dunque come un processo terapeutico che va dal riconoscimento del male al rimedio che estingue il male alla radice. Sebbene questa formula, a un primo approccio, possa sembrare elementare, essa racchiude, in realtà, il significato più profondo dell’esistenza.
L’aspirazione dell’uomo a superare i limiti entro cui é costretto, ad assaporare una felicità non legata a condizioni, una felicità non transitoria, trova, nella dottrina del Buddha, una risposta esauriente. Il Buddha punta il dito verso la condizione dell’uomo, verso quel bisogno, espresso o meno, di pace. Con un insegnamento diretto, privo di speculazioni filosofiche, il Buddha offre all’umanità una via pratica per risolvere definitivamente il problema della sofferenza. “Io insegno soltanto una cosa: la sofferenza e la fine della sofferenza” E in questo senso deve essere considerato l’insegnamento sulle Quattro Nobili Verità, cioè come uno strumento, accessibile a tutti, per conoscere ed estinguere la sofferenza.
Perciò la Prima Nobile Verità mette in luce la presenza inevitabile del dolore e dell’insoddisfazione. Per constatare questa realtà non c’è bisogno di attraversare vicissitudini particolarmente tristi o dolorose, ma é sufficiente osservare la vera qualità delle esperienze di tutti giorni, vedere come queste sono minate da un velato disagio, da un senso di frustrazione spesso appena percettibile. Ma siamo abituati ad evitare, con numerosi stratagemmi, il confronto con questo disagio: lo ignoriamo, tuffandoci nelle esperienze che ci attraggono maggiormente, e rimandiamo così, ogni volta, la soluzione dei nostri problemi più profondi. Diamo per scontato che la questione stia tutta nella capacità di eludere la sofferenza, così fuggiamo dalle esperienze spiacevoli cercando rifugio in quelle piacevoli. Questo modo di agire, secondo l’insegnamentodel Buddha, può soltanto ‘abbellire’ la prigione in cui ci troviamo, ma non porta alla libertà: facciamo uscire il problema dalla porta e ce lo vediamo rientrare dalla finestra. Riflettendoci, non sembra un buon metodo.
Anche quando attraversiamo un periodo felice, in cui ogni cosa sembra andare per il verso giusto, c’è sempre una piccola increspatura, qualcosa che ci impedisce di gustare il momento in tutta la sua pienezza. Infatti questo benessere é comunque condizionato da alcuni fattori (ad esempio una bella vacanza, una promozione nel lavoro) che sono comunque mutevoli, caratterizzati dall’incertezza. Non si può, in altri termini, trovare una felicità incondizionata in ciò che é condizionato, limitato, legato a circostanze. Tuttavia, il nostro rapporto con la sofferenza é, di solito, caratterizzato dagli estenuanti tentativi di fuggire via dalla sensazione sgradevole in cerca di piacere, di gratificazione, di sicurezza.
Il Buddha insegna che questo atteggiamento é causa di ulteriore dolore, e che per risolvere il problema é necessario, per prima cosa, aprirsi alla verità della sofferenza. Il che non significa che il buddhismo suggerisca di rassegnarsi alla sofferenza, di smettere di aspirare a qualcosa di migliore: la soluzione che viene proposta consiste, semplicemente, in un benefico ‘entrare in contatto’ con la nuda energia del disagio esistenziale, con quell’insoddisfazione che ci separa dalla vita e che ci impedisce di assaporare quel che c’è. Grazie a questo contatto é possibile conoscere la vera natura di questa energia, e quindi scoprirne le cause. Secondo Ajahn Chah, rinomato maestro thailandese scomparso da pochi anni, l’investigazione della sofferenza ha un vero e proprio effetto risvegliante: “Quand’é che capirete la verità della sofferenza? Se continuiamo a fuggirla non la conosceremo mai”1. Questo primo passo, molto semplice all’apparenza, é in realtà estremamente difficile, perché ci mette di fronte a una verità scomoda, generalmente rifiutata. Inconsapevolmente, si tende ad evitare la verità del dolore, della vecchiaia e della morte: gli ospizi, gli ospedali, i cimiteri sono, molto spesso, dei luoghi in cui si vogliono confinare gli aspetti più spiacevoli dell’esistenza. Mettiamo continuamente una barriera tra noi e il lato ‘oscuro’ della vita. Il Buddha ci invita ad oltrepassare questo muro, a conoscere e trascendere la problematica esistenziale.
L’investigazione del dolore é il primo passo verso la libertà dal dolore. Il passo successivo consiste nella Seconda Nobile Verità, cioè nel comprendere la causa del dolore. Il Buddha sostiene che l’origine della sofferenza risiede nell’attaccamento. Questa parola, attaccamento, può essere facilmente fraintesa, ed é perciò utile fare qualche precisazione a riguardo: per attaccamento non si intende sollecitudine, amore o vitalità, ma una sorta di dipendenza dalle circostanze esteriori e di assuefazione ai capricci della mente. L’attaccamento non é altro che quella aspettativa di felicità assoluta che costantemente proiettiamo verso il mondo condizionato. É, di fatto, un rapporto errato con l’energia del desiderio.
Se ci si aggrappa al desiderio invece di comprenderlo, invece di vedere come agisce, se ne diviene inevitabilmente schiavi. Quindi il buddhismo non incoraggia, come spesso si ritiene, a torto, uno stato di passività in cui i desideri vengono visti come nemici da scacciare. La fuga dal desiderio (o la lotta contro di esso) non é che una trappola creata proprio dall’attaccamento. L’attaccamento è infatti un rapporto conflittuale, egocentrico, con la vita, una cieca contrazione che ostacola la libertà e quindi la felicità. A volte ci capitano esperienze meravigliose, possiamo trovarci, per esempio, di fronte a un magnifico panorama, ma qualcosa ci impedisce di gustare pienamente questa esperienza: cominciamo a paragonare quello scenario con altri visti in passato, e questo filtro di pensieri, di confronti, ci allontana, ci fa perdere ‘qualcosa’. Oppure, vedendo il medesimo panorama, ci preoccupiamo di dover ridiscendere il sentiero, o della giornata di lavoro che ci aspetta l’indomani, e la sensazione piacevole rimane ‘inquinata’ da questa piccola ansia, da questa ‘goccia’ di avversione.
L’attaccamento alle nostre opinioni, poi, é un problema che ci mette in contrasto con coloro che non sono d’accordo con noi. Più siamo aggrappati ai nostri giudizi, ai nostri punti di vista, meno riusciamo a conoscere e a comprendere chi ci sta davanti. Questa incomprensione di fondo é responsabile dell’odio e dell’egoismo che affliggono l’umanità: i conflitti che avvengono su scala mondiale hanno origine dai conflitti che esistono in ognuno di noi. Come sottolinea Thich Nhat Hanh, poeta e maestro zen vietnamita noto per il suo impegno a favore della pace, la liberazione personale é un seme per la trasformazione dell’umanità stessa: “Praticare la non-violenza significa essere non-violenza”2 Comprendendo la Seconda Nobile Verità, cioè la causa del dolore, si sviluppa un atteggiamento diverso nei confronti della vita, un’apertura verso tutto ciò che ci circonda. Si può, in altre parole, intuire che é possibile vivere liberi dalla schiavitù dell’attaccamento. Questa possibilità é esposta nella Terza Nobile Verità, la verità dell’estinzione della sofferenza. Nella Terza Nobile Verità, infatti, il Buddha parla di una dimensione incondizionata, dove non vi é più dolore perché non vi é più attaccamento: questa dimensione é il nirvana.
Nirvana é una parola sanscrita ormai diffusa anche in Occidente, che letteralmente significa ‘estinzione di una fiamma’. Il termine indica quindi una condizione di freschezza sperimentabile nel momento in cui si spegne il fuoco dell’attaccamento; considerando che il Buddha insegnava in regioni dal clima particolarmente caldo, parlare di freschezza era un modo efficace per descrivere la cessazione della sofferenza. L’aspetto principale dell’insegnamento del Buddha sul raggiungimento della liberazione ultima, o nirvana, é la povertà di descrizioni a riguardo. Il Buddha, conscio dell’impossibilità di definire ciò che é ineffabile, si limita per lo più a spiegare ciò che il nirvana non é:
“Vi é, o monaci, quella condizione ove non v’è né terra né acqua, né fuoco, né aria, ove non é né la sede dello spazio infinito né quella dell’infinita coscienza, né quella della nullità, né quella propria a ‘né-coscienza-né-né-non-coscienza’, ove non é né questo mondo, né un mondo di là da questo, né entrambi assieme, né luna, né sole. Di là, o monaci, io dichiaro, non si viene a nascere: ivi non si va. In questa condizione non v’è permanenza, non v’è decadenza, non v’è nascita. Non é fissa, non si muove, non é fondata su cosa alcuna. Quella é, invero, la fine del dolore” Udana, VIII, 1
Questo insegnamento, quindi, va preso come un invito a trovare e coltivare, dentro noi stessi, l’aspirazione verso la libertà incondizionata. Come fa notare il maestro americano Ajahn Sumedho, la Terza Nobile Verità deve essere vista come una stella cometa, cioè in grado di guidarci ma impossibile da afferrare con le nostre categorie concettuali. La Quarta Nobile Verità é un’esposizione completa e dettagliata del cammino che conduce alla fine della sofferenza. Per estirpare le radici del dolore é necessario, secondo il Buddha, disciplinare la propria mente attraverso il Nobile Ottuplice Sentiero, ovvero attraverso lo sviluppo armonico di questi otto elementi: retta visione, retta intenzione, retta parola, retto comportamento, retto modo di guadagnarsi da vivere, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione. I primi due fattori si riferiscono all’area della saggezza, dal terzo al quinto riguardano la sfera dell’etica e gli ultimi tre costituiscono l’aspetto contemplativo dello sviluppo interiore.
Saggezza, etica e contemplazione in realtà non sono aspetti distinti ma sono strettamente connessi tra loro: colui che intenda percorrere la via indicata dal Buddha deve adoperarsi per accrescere la propria saggezza, o capacità di discernimento, allo stesso modo in cui deve educarsi a una condotta sempre migliore e deve addestrare la propria mente alla calma concentrata. Per questo motivo gli otto elementi del sentiero vengono definiti ‘retti’ o ‘giusti’. Il Buddha, infatti, descrive il Nobile Ottuplice Sentiero come la Via di Mezzo: perché possa davvero indirizzarsi verso la liberazione, il lavoro interiore deve mantenersi in equilibrio, lontano dalla trappola degli estremi. Gli estremi possono essere di vario tipo, a seconda delle nostre inclinazioni individuali. Per esempio, la pratica spirituale può facilmente scivolare in atteggiamenti che ben poco hanno a che fare con la liberazione, come la mortificazione dei sensi, da un lato, o l’indulgenza nei piaceri sensoriali, dall’altro. Oppure gli estremi possono consistere in una mancanza di equilibrio nel coltivare gli elementi del Nobile Ottuplice Sentiero. Può esserci un’attenzione ossessiva e maniacale verso alcuni elementi a scapito di altri. Per chiarire questo punto possiamo prendere in considerazione la crescita morale: se si é troppo rigidi nello sviluppo della propria condotta e, d’altra parte, negligenti nei confronti del discernimento e della pratica contemplativa, si può facilmente cadere in forme di moralismo che danneggiano di fatto tanto il cammino interiore quanto la stessa condotta. Ma se, d’altra parte, si trascurano le proprie qualità morali, il risultato sarà una confusione che coinvolgerà inevitabilmente anche gli altri aspetti del sentiero.
La cosa più importante da osservare é che gli estremi, in ogni caso, sono manifestazioni dell’attaccamento. Perciò il Buddha, indicando la Via di Mezzo, o Nobile Ottuplice Sentiero, offre un modo di procedere inverso rispetto all’attaccamento. Una relazione con la vita, dunque, che non trascini più nella sofferenza, ma che conduca verso la completa e definitiva liberazione dal dolore.
Giuliano Giustarini
Le Quattro Nobili Verità
di Giuliano Giustarini
Copyright © Giuliano Giustarini.
Tutti i diritti riservati.
-
BIBLIOGRAFIA:
Thich Nhat Hanh, Il Segreto della Pace
Thich Nhat Hanh, La Nostra Vera Dimora
Christina Feldman – Meditazione Buddhista
A. Sumedho, Consapevolezza intuitiva
Corrado Pensa, Il silenzio tra due onde