Il gran cielo era aperto e compatto. Non c’erano i grossi uccelli dalle ali spalancate che volteggiano con tanta facilità da una valle all’altra, non si vedeva nemmeno una nube passeggeera. Gli alberi erano immobili e le pieghe arcuate dei monti si addensavano d’ombra. L’agile cervo, consumato dalla curiosità, spiava intento, per sfrecciar poi via ad un tratto al nostro avvicinarsi. Sotto un cespuglio, dello stesso color della terra, guatava un piatto rospo cornuto, gli occhi brillanti, immobile. A occidente le montagne si stagliavano nitide e taglienti contro il tramonto. Molto in basso e lontano si vedeva una grande villa; aveva una piscina, dove si bagnavano alcune persone. Un giardino delizioso circondava la villa, che aveva un’aria benestante e risentita, quella particolare atmosfera che circonda la ricchezza. Ancor più giù, in fondo a una strada polverosa, si levava una capanna in un campo arido e secco. Anche a quella distanza, erano visibili povertà, squallore, fatica. Viste dall’alto, le due case non erano molto lontane l’una dall’altra; bruttura e bellezza si sfioravano.
La semplicità di cuore è di gran lunga più importante e significativa della semplicità di possessi. Accontentarsi del poco è faccenda relativamente facile. Rinunciare alle comodità, o al vizio del fumo e ad altre abitudini, non indica semplicità di cuore. Cingersi i fianchi di un perizoma in un mondo avvezzo a indumenti, comodità e distrazioni non indica un essere libero. C’era un uomo che aveva rinunciato al mondo e alle sue usanze, ma desideri e passioni lo consumavano; aveva indossato la tunica del monaco, ma non conosceva pace. I suoi occhi cercavano di continuo qualche cosa e la sua mente era combattuta fra dubbi e speranze. Esternamente, vi disciplinate e rinunciate, stabilite la vostra linea di condotta, per filo e per segno, per raggiungere la meta. Misurate i progressi della vostra ascesa in base alle norme della virtù: come abbiate rinunciato a questo e a quello, come la vostra condotta sia controllata, quanto siate tollerante e gentile, e così via di questo passo. Avete imparato l’arte della concentrazione, e vi ritirate in una foresta, in un monastero o in una camera buia per meditare; passate i vostri giorni nella preghiera e nella vigilia. Esternamente avete reso la vostra vita semplice e grazie a questa pensosa e calcolata organizzazione sperate di raggiungere la beatitudine che non è di questo mondo.
Ma si giunge alla realtà attraverso sanzioni e controlli esterni? Sebbene la semplicità esteriore, la rinuncia alle comodità siano ovviamente necessarie, aprirà questo modo di essere la porta alla realtà? Essere volti alle comodità e al successo appesantisce la mente e il cuore, e ci deve essere libertà di viaggiare; ma perché siamo tanto interessati a questo gesto esteriore? Per-ché siamo così appassionatamente risoluti a dare un’espressione esteriore alla nostra intenzione? È forse paura di illudersi, o di ciò che un altro potrebbe dire? Perché desideriamo convincere noi stessi della nostra integrità? Non sta l’intero problema nel desiderio di essere certi, di essere convinti della nostra propria importanza nel divenire?
Il desiderio di essere è il principio della complessità. Spinti dal desiderio sempre crescente di essere, internamente ed esteriormente, noi accumuliamo o rinunciamo, coltiviamo o neghiamo. Vedendo che il tempo rapisce ogni cosa, ci aggrappiamo a ciò che è senza tempo. Questa lotta per essere, positivamente o negativamente, attraverso l’attaccamento o il distacco, non può mai essere risolta da nessun gesto esteriore, da nessuna disciplina o pratica; ma la comprensione di questa lotta porterà, naturalmente e spontaneamente, alla libertà dall’accumulo esterno e interiore dei loro conflitti. La realtà non si consegue attraverso il distacco; non è raggiungibile con nessun mezzo. Tutti i mezzi e tutti i fini sono una forma di attaccamento e devono cessare perché la realtà sia.
(Tratto da: La ricerca della felicità – Jiddu Krishnamurti )
Bibliografia:
Riflessioni sull’io – Jiddu Krishnamurti – Astrolabio Ubaldini – 2009
Come siamo – Jiddu Krishnamurti – Astrolabio Ubaldini – Dic. 2008
Liberarsi dai condizionamenti – Jiddu Krishnamurti – Mondadori – 2006
Il silenzio della mente – Jiddu Krishnamurti – Mondadori – Mar. 2005
GM: Gary, per cominciare ci vuoi parlare del posto dove vivi, della tua casa, della comunità locale e della più ampia comunità dei viventi del bacino fluviale del fiume Yuba?
GS: Vivo a media altitudine sulle montagne della Sierra Nevada in California, in un’area principalmente ricoperta da foreste e abitata da circa ottocento persone sparse su di un ampio territorio. Non è terra buona per fare agricoltura; gli orti sono piccoli, ma è ottima per il bosco, così il potenziale economico della zona sono gli alberi, grossi alberi di pino ponderosa che producono legname di alta qualità. Tutti noi ci rendiamo conto che è la foresta la nostra principale fonte di benessere. L’acqua è poca e le estati sono calde e secche, il clima è mediterraneo.
La gente vive sparsa nei boschi e ognuno ha un modo diverso di guadagnarsi da vivere, molti hanno poco denaro, ma il tenore di vita è buono, oltre che semplice. Metà dei residenti non ha l’elettricità, per il nostro fabbisogno d’energia usiamo pannelli solari e generatori, alcuni usano semplici lampade a petrolio. Le ho usate anch’io per quindici anni, prima di installare i pannelli solari. Usiamo legna per cucinare e per il riscaldamento, principalmente legna di quercia, proveniente da piante secche o cadute durante l’anno. Davvero, non abbiamo mai bisogno di tagliare alberi verdi. Per trent’anni ho usato solo legna secca o caduta senza mai rimanerne a corto. Così questa è una risorsa sostenibile (sorride). Ma, certamente, devi avere abbastanza bosco attorno per essere sostenibile in questa maniera. Sì, siamo benedetti da tanto spazio e da molte foreste.
La gente vive in media da un quarto a mezzo miglio l’uno dall’altro. A parte qualche occasionale prato naturale, il paesaggio è un mix di conifere (pino ponderosa) e querce (quercia nera, quercia viva, e altre specie a legno duro.) E’ un posto ad alto rischio incendio, così ci sono sempre chiazze di foresta in ricrescita.
Ogni giorno vediamo un gruppo di circa venticinque tacchini selvatici e quasi tutti i giorni dai cinque agl’otto cervi. Una volta ogni due o tre mesi vediamo tracce d’orso e una volta all’anno tracce di puma; e anche volpi, procioni, porcospini e quasi cinquanta differenti specie di uccelli che vanno e vengono dalla nostra zona.
La popolazione umana è di due tipi. Un piccolo gruppo di anziani residenti, le cui famiglie sono arrivate molti anni or sono per fare i minatori, i boscaioli e allevatori di bestiame. Poi, a partire dagl’anni ‘70 è arrivata una seconda ondata di gente, giovani provenienti dalla controcultura. Ora, dopo trent’anni che sono qui, si sono ambientati molto bene. Si danno da fare nella comunità. I loro figli, che hanno dai venti ai trent’anni, hanno molti modelli disponibili per trovare uno stile di vita adatto a loro fra queste montagne. L’impronta bioregionale del nostro vivere qui si può cogliere principalmente osservando come la gente si esprime, in termini di identità di “bacino fluviale del fiume Yuba” piuttosto che di giurisdizione di contea o di stato. Discutiamo molto su temi come la sostenibilità economica ed ecologica.
C’era un vecchio edificio scolastico, che la comunità ha ristrutturato e ne ha fatto un centro culturale. Così, oltre a condurre uno stile di vita economico ed ecologico rigenerante la gente dello spartiacque lavora pure per una sua cultura artistica. Abbiamo in programma spettacoli e manifestazioni tutte le settimane: musica, teatro, letture di poesia, lezioni varie, conferenze su funghi, su insetti, informazioni di biologia, sfilate di moda con modelli auto prodotti dalle donne, e così via. Non abbiamo bisogno di andare in città per la cultura, di fatto è la gente di città che viene nel nostro centro culturale perché qui gli spettacoli sono davvero buoni.
Sì, c’è un ottimo spirito di collaborazione e di lavoro collettivo.
GM: Pensi che la vostra particolare esperienza di ri-abitanti bioregionali possa essere un esempio utile solo per chi vive in America, oppure è uno stile di vita che può essere ripetuto in altre parti del mondo?
GS: Mutatis mutandis, cambiare in base alla situazione. Sì, ma non letteralmente, bisogna adattarlo al posto. Qui nel Nord America stiamo ancora imparando dove ci troviamo, così ci troviamo nella situazione di avere l’opportunità di inventare la nostra cultura. Non siamo una cultura stabile e non abbiamo il fardello di una grande storia alle spalle, possiamo semplicemente concentrarci nella creazione di una cultura che si adatti a quest’antico paesaggio, e che rispetti non solo la tradizione degli umani ma anche la geologia, i tempi geologici. Dobbiamo arrivare a dire che vogliamo vivere qui per migliaia d’anni a venire.
Questo è appena l’inizio della vita nel Nord America. Molti di noi sono appena arrivati, e il paesaggio non è granché cambiato da com’era prima dell’arrivo dell’uomo bianco. Gran parte della vegetazione originale è tuttora presente. In buona parte degli Stati Uniti, ad ovest del fiume Mississippi, sono passati solo centocinquant’anni da quando la terra apparteneva ai nativi. Sulla terra dove vivo io si sono succeduti solo tre proprietari da allora.
Il modello bioregionale è chiaramente istruttivo per chi vuole sviluppare uno stile di vita sostenibile oggi in Nord America, Sud America, Australia e Nuova Zelanda. Abbiamo ancora la possibilità di imparare dalle culture tradizionali del posto ovunque nel mondo. C’è un gruppo in Giappone, denominato buzoku, che dopo aver percepito la perdita del contatto con la natura e con la preistoria, da parte della propria cultura tradizionale, è tornato ad abitare la campagna più remota riattivando tecnologie dimenticate, semi dimenticati e uno stile di vita antico. Così sappiamo che un po’ del nostro modello ri-abitativo sta avendo un’influenza significativa in alcune piccole parti del Giappone.
GM: Certamente, l’America ha una storia breve. L’Europa invece ha una lunga storia, ciononostante abbiamo distrutto l’ambiente, abbiamo distrutto la natura. Perciò, pensi che l’idea bioregionale possa essere utile anche qui?
GS: Certo che lo penso. Ma lasciami dire questo, non devi pensare che avete distrutto la natura, non si può distruggere la natura, quello che invece avete fatto è cambiarle direzione. Gli umani provocano un cambiamento e la natura si adatta, essa continua comunque il suo percorso attraverso vie diverse. Se tagli tutti gli alberi la collina si trasformerà in una macchia—quasi sempre qualcosa ricrescerà; non puoi distruggerla ma puoi spingerla in una direzione diversa. Noi umani abbiamo il potere di piegare la natura in questa o in quella direzione, e spesso lo facciamo per egoismo e ignoranza. La produttività e la diversità possono essere ridotte, ma dobbiamo rispettare l’energia e la creatività della natura e amarla sempre. Non commettiamo l’errore di odiare la macchia e amare invece solo la foresta bellissima—anche la macchia può essere bella. Dobbiamo rispettare la natura nella sua totalità.
GM: Già…. ma permettimi di essere più preciso, la ragione per cui ho fatto quella domanda è che molti in Europa, Italia in particolare, guardano all’idea bioregionale con scetticismo sostenendo che è specifica per l’America. Qui, dicono, abbiamo una storia diversa, ed è vero, ma come dicevamo ieri, la nostra relazione con la natura è stata distrutta.
GS: Non è stata distrutta, è stata ridotta, dobbiamo essere precisi: ridotta è la parola giusta (ride).
GM: Sì certo…. comunque, quello che voglio dire è che dobbiamo guarire noi stessi e la nostra relazione con la terra, perciò l’idea bioregionale, che è la consapevolezza di vivere in un luogo di relazioni, può essere utile pure per noi.
GS: Sì, credo proprio sia così.
GM: Questo è quello che volevo dire.
GS: Bene. Allora diciamo che, per rispondere a chi in Europa ti critica, basta guardare alla storia e vedere come le preoccupazioni nazionalistiche e il mutare dei poteri politici, le guerre e lo spostamento avanti e indietro delle popolazioni attraverso l’Europa sia diventata la cosa principale nella coscienza della gente, ed è quello che studiamo nei libri. E’ quindi un tipo di sforzo diverso che si deve compiere per superare tutto ciò e ritornare al paesaggio, coi suoi bacini fluviali e le connessioni ecologiche, come substrato principale per l’abitare umano.
Ecco, lì si trovano le indicazioni di come può l’Europa di nuovo diventare. Il mondo intero è cominciato come un grande mosaico di giurisdizioni naturali e territori bioregionali, e l’agricoltura si è sviluppata all’interno di tutto questo, con i vegetali appropriati, con una microfauna appropriata e così via. Ri-abitare significa imparare di nuovo a vivere nel proprio luogo. E per l’Europa questo significa ritornare a vederla come un luogo naturale; non importa quanto ridotto possa essere, è ancora un luogo naturale e si può sempre ri-abitare.
GM: Tu sei un poeta e fai parte di un ampio movimento di persone che stanno cercando di guarire se stessi da quei modelli culturali che ci hanno portato lontano dalla voce della terra, dalla natura, dalla natura selvatica. Quale pensi sia il ruolo del poeta oggi?
GS: I poeti e gli artisti hanno molti ruoli. Mi stai chiedendo quale sia il ruolo del poeta oggi, nell’attuale situazione del mondo contemporaneo?
GM: Sì, oggi nel mondo.
GS: Una parte del lavoro del poeta oggi è essere testimone. Essere testimoni di quello che sta succedendo. Il testimone forse può cambiare le cose, forse può fermare le cose, forse può fornire un modello alternativo, oltre a far conoscere al mondo ciò che sta succedendo. Siamo testimoni del comportamento distruttivo della modernità globale, del capitalismo che avanza e della dissacrante alleanza fra tecnologia ed egoismo. Siamo testimoni di un traviato idealismo intellettuale che diventa totalitario. Gli artisti europei sono stati dei veri testimoni per il ventesimo secolo.
Poi c’è un altro ruolo, che è quello del guaritore, il ruolo dello sciamano, che ci rammenta di andare oltre l’essere dei semplici testimoni, e cioè, diventare voce in contatto con le altre forme viventi, che parla per la natura, ma anche per i diseredati e la gente povera della terra. Parlare per gli altri che non hanno voce.
Inoltre ci sono alcuni compiti specifici che l’artista compie per la propria comunità, deve aiutare la gente a celebrare, ad esempio, quando un bambino nasce, quando una ragazza diventa donna, quando un giovane decide di sposarsi, ma anche dare il proprio aiuto per celebrare la ‘battaglia’ e la ‘guerra’, oppure quando è il momento di combattere (ridiamo tutti), oltre ad essere voce per la guarigione, e infine, aiutare la gente a morire (ridiamo tutti) e ricordare tutti quelli che sono morti.
Ecco, questi sono gli antichi compiti dell’artista e questo è quello che vorrei davvero essere in grado di fare, ma siccome viviamo in tempi irrequieti, dobbiamo pure essere guerrieri spirituali oltre che testimoni.
GM: Come poeta sei conosciuto anche come voce che parla per le “Old Ways” (“Vecchie Maniere”), e dell’importanza di mantenerne viva la memoria; e pure, della necessità di iniziare a coltivare fin d’ora—nel guscio del mondo moderno—una cultura della selvaticità. Ci vuoi dire il perché della loro importanza e qual è il significato del loro valore, specialmente oggi in un mondo sempre più diretto nell’opposta direzione?
GS: Qual è l’importanza delle “Old Ways” (“Vecchie Maniere”)? Penso che tutte queste vecchie conoscenze, capacità, intuizioni, e stili sono il modello fondamentale di ciò che può essere fatto con intelligenza e consapevolezza, e con meno tecnologia e dispendio d’energia. Esse rappresentano le basi per una sostenibilità spirituale ed economica. Quando il mondo post-fossile si dispiegherà; saranno di inestimabile aiuto per tutti noi. Oltre a questo esse contengono la conoscenza spirituale e l’appropriata etichetta attraverso la quale passiamo dirci veramente esseri umani, in qualsiasi età, con qualsiasi strumento, in qualsiasi luogo.
Qual è l’importanza del capire e rispettare la “selvaticità”? La selvaticità è l’essenziale qualità della natura, il processo di realtà stessa. E’ nel nostro corpo e nella nostra immaginazione, è ciò che rende possibile il linguaggio. Uno può vivere ignorando la selvaticità e il mondo va avanti lo stesso. Essere consapevoli della selvaticità significa vivere con più eleganza.
GM: Gary, un’altra domanda sul selvatico. Nella conversazione che abbiamo avuto ieri, circa la necessità di ripristinare la vegetazione nativa, ad un certo punto hai affermato che viviamo in “una wilderness fantasma che attende di rinascere”. Vorresti brevemente elaborare su questo ancora una volta per i lettori di Lato Selvatico e pure, quali passi si dovrebbero compiere per diventare di nuovo consapevoli del selvatico dentro e fuori di noi?
GS: Il termine “wilderness fantasma” si riferisce all’ampio potenziale che flora e fauna hanno di ricolonizzare il paesaggio nel momento in cui la supremazia dell’uomo cessa. Tutta questa flora e fauna è, per così dire, pronta a spiccare il volo, e sono i tanti semi e geni che il mondo naturale ha già sviluppato e adattoato per ogni specifico paesaggio. Alcune specie di piante e animali sono andate perdute, è vero, ma ne rimangono migliaia per ricostituire un dato bioma.
Diventare consapevole del selvatico? Dentro e fuori? Apprezziamo quello che la mente e corpo fa per noi, in modo naturale, senza particolari istruzioni. Come respirare. In una poesia dedicata a Washington D.C. scrissi, “il mondo fa ciò che vuole”. Intendo dire, il mondo naturale.
GM: In una vecchia intervista del 1974, pubblicata su “The Beat Diary”, parlando del movimento controculturale degli anni cinquanta e sessanta, dicesti che, realisticamente parlando, ha aiutato a “smuovere il mondo di un milionesimo di millimetro”. Ora, circa trent’anni dopo, in un mondo sempre più dominato da interessi egoistici da parte dei poteri politici ed economici, che continuano a mantenere povertà e miseria, così come a diminuire la ricchezza delle risorse genetiche della terra, come consideri il lavoro del movimento. E inoltre qual è il contributo del bioregionalismo in tutto questo?
GS: Non sarei stato onesto se avessi espresso molto ottimismo sulla situazione planetaria. Cionondimeno ci sono in atto, nel profondo del mondo civilizzato, alcune piccole, magiche e mitiche istruzioni. Gli esseri umani vogliono vivere una vita espressiva, profonda, gioiosa e spirituale. Il bioregionalismo è l’arte di vivere ad un livello più ampio di quello personale. Alcuni ne saranno inevitabilmente attratti. Sarà d’aiuto.
GM: Per finire, stai lavorando a qualcosa di nuovo?
GS: Sì, sto lavorando ad un paio di cose, grazie di avermelo chiesto. Sto preparando un’altra collezione di brevi saggi su diversi argomenti, tra questi alcuni su temi di politica bioregionale e poi un libro di poesie che definirei in qualche modo diverse dalle mie precedenti. Seguono la forma dell’haibun giapponese, prosa più brevi poesie.
GM: Sì, sì.
GS: Conosci l’haibun?
GM: Sì, quando Gary Lawless venne in Italia alcuni anni fa, scrisse “Haibun Italia”, ecco perché lo so.
GS: Vero, vero, Anche Gary sta scrivendo haibun, così come molti altri poeti americani. E’ una forma di scrittura che consiste nello scrivere un piccolo brano di prosa e una breve poesia, poi si mettono assieme formando un pezzo unico. Comunque entrambi funzionano autonomamente e questo può essere eccitante.
GM: Grazie Gary per questa intervista.
GS: Dopo tutti questi anni di corrispondenza, è bellissimo incontrarci di nuovo ed è stato un vero piacere condividere queste idee di persona, Giuseppe. Sono io che ti ringrazio.
(Intervista effettuata nella hall dell’Hotel Mercure di Parigi il 7 dicembre 2002. Erano presenti Kutsunori Yamasato, Vassilis Stavropoulos e Nicola Licciardello. L’intervista è stata successivamente editata in collaborazione con Gary Snyder).
Fonte filosofiatv.org
Sarà l’immoralità a salvare il mondo, saranno il rilassamento e la mollezza, sarà il rifiuto dei sacrifici di qualsiasi genere e l’abbandono delle virtù militanti, saranno il disprezzo per tutto ciò che giudichiamo rispettabile e il consenso alla frivolezza, sarà l’effeminamento a liberarci dall’incubo verso cui la virilità ci indirizza e da cui essa non uscirà mai.
(Albert Caraco – L’abbandono delle virtù militanti – p. 43).
Se la moralità è lo sforzo della volontà, l’impegno contratto a essere in un modo piuttosto che un altro, allora che sia lode all’immoralità, vista per esempio come l’accettazione dolce di se stessi, anche di quello che riteniamo non debba esserci, cattivi despoti delle nostre persone.
Se la fatica fatta di costante sforzo, nervi tesi come modalità del vivere la vita è l’atteggiamento ordinario di ciò che presentiamo di noi al mondo, allora che ci salvino rilassamento e mollezza. Che ci diano quella tranquillità e quella resa che ci permettano finalmente di riconoscerci e di dire sì a ciò che è.
Se la nostra preoccupazione è quella di un atteggiamento impeccabile, consono a un ideale immaginario, degno di quella che persona che vorrebbe diventare, stimabile ai nostri occhi – una preoccupazione che evidentemente è tutta dell’ego, allora che il disprezzo per la rispettabilità e il darsi alla frivolezza siano l’insegnamento che ci conduca alla fuoriuscita da tutto ciò.
Perché l’ideale è sempre allontanamento della meta (meta che è nell’essere qui e ora); perché l’impeccabilità è masturbazione mentale. Che siano quelle virtù originariamente femminili come l’arrendevolezza, l’abbandono, la docilità e che siano le doti acquee come la non resistenza, la non rigidità, la non durezza a salvarci dal maschilsmo di una certa pratica meditativa. Pratichiamo per essere senza nome nel flusso, non per costruire la nostra statua di virtuosi.
(da lameditazioecomevia.it – newsletter del 18/09/2010)
“Il fatto che esistano metodi e visioni differenti risponde alla natura e alle disposizioni dei vari esseri”.
Un articolo del Dalai Lama per spiegare come sia giusto che esistano diverse religioni: percorsi e linguaggi diversi per una unica meta
La distinzione tra bene e male non è un concetto assoluto, astratto: è esattamente il bene e il male che i nostri stati dell’essere, i nostri modi di pensare, producono in termini di benessere o malessere.
Il vero senso di una religione, di una spiritualità, è esattamente quello di preoccuparsi di fornire gli strumenti per sviluppare le qualità costruttive ed eliminare i pensieri distruttivi. Vi possono essere molte credenze religiose connesse a questa aspirazione di evitare la sofferenza e trovare il benessere. Queste credenze possono avere forme primitive o essere più complesse.
Da benefici estremamente terreni, limitati alla sopravvivenza, nacque un insieme di credenze attribuite alla luce, al potere del sole e degli elementi naturali; possiamo supporre che in esse non vi fossero inizialmente profondità filosofiche.
Queste religioni primitive, nei secoli, hanno cominciato a diventare più complesse, più profonde, incorporando delle visioni metafisiche e filosofiche sulla vita e il suo senso. Allora si è istaurata una visione più vasta, una conoscenza più profonda delle cose, dei meccanismi della felicità e della sofferenza.
Possiamo distinguere varie posizioni metafisiche che si sono sviluppare nel corso del tempo: alcune per esempio hanno affermato l’esistenza di un dio creatore, dando vita alle spiritualità teiste; altre si sono orientate verso la legge di causalità e non hanno formulato l’idea di un creatore… insomma, nelle diverse parti della Terra, riguardo le religioni si sono stabilite delle differenze di carattere metafisico.
Lasciando da parte le credenze primitive, con la loro venerazione degli elementi naturali e così via, se osserviamo le grandi religioni o le grandi spiritualità fondate su visioni metafisiche e filosofiche molto profonde, notiamo che tutte incoraggiano, stimolano e considerano essenziale lo sviluppo dell’amore verso il prossimo, l’amore altruista e la compassione. Non ce n’è una che, alla base, non ritenga essenziale sviluppare tali qualità.
L’accento sull’importanza dell’amore altruista e della compassione lo ritroviamo nel cristianesimo, nell’ebraismo, nell’islamismo, nelle varie correnti dell’induismo, nel buddhismo, nel jainismo, insomma, in tutte le grandi religioni.
Per quanto riguarda le religioni monoteiste, è chiaro che quando si descrivono le qualità di un dio creatore o di un creatore in quanto principio assoluto, gli si attribuiranno tutte le qualità positive, come amore infinito, grande compassione, grande pazienza, e grandi qualità di conoscenza, fino all’onniscienza. Saranno quindi tali qualità attribuite che ispireranno la nostra fede in quella religione. Infatti, nessuno aspirerebbe ad affidarsi a un dio che sarebbe incessantemente in collera, che vorrebbe incessantemente nuocere alle proprie creature, che sarebbe irritato e geloso.
È chiaro che nella loro essenza, nel loro fondamento, le religioni, teiste o no, accordano un valore essenziale all’amore del prossimo e alla compassione. Il modo per coltivare amore e compassione, i motivi per cui dobbiamo farlo, differiscono a causa delle differenti filosofie e a seconda che si tratti di religioni teiste o no. La ragione di tante differenze filosofiche dipende dalle differenti condizioni umane, dalle differenti culture sviluppate nelle varie epoche e regioni della Terra. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che tutte le religioni, nelle loro diversità, mirano a migliorarci in quanto esseri umani; per questo è importante avvicinarsi a queste grandi religioni, conoscerle, promuovere rapporti armoniosi con i loro praticanti, evitare di comportarsi con ostilità.
È esattamente con lo scopo di esprimere l’altruismo nei confronti degli esseri umani, di fare il loro bene, che Buddha, per esempio, ha dato insegnamenti in apparenza contraddittori. In varie situazioni, di fronte a individui con facoltà intellettive, attitudini e disposizioni differenti, il Buddha ha dato risposte apparentemente in contraddizione tra loro. Perché? Perché nel suo desiderio di aiutarli a migliorare, in funzione del loro sviluppo e del loro bene, ha compreso che era necessario un insegnamento che tenesse conto di tale diversità.
Il fatto che esistano metodi e visioni differenti risponde alla natura e alle disposizioni dei vari esseri, perché gli esseri umani in questo senso non sono tutti uguali, non possono essere aiutati nello stesso modo, non si può dare a tutti gli stessi strumenti per migliorare in un modo unico, uguale per tutti. Le differenze tra le varie tradizioni religiose, quindi, non solo sono accettabili, ma auspicabili.
Come si possono conciliare, allora, le diversità filosofiche e metafisiche? Si può parlare di vari tipi di verità, ognuna in un certo senso valida, giustificata. Ma allora, con quale criterio scegliere? Come conciliare questa relatività con il fatto che quando noi personalmente percorriamo un sentiero spirituale abbiamo bisogno di credere a una sola verità, così come non possiamo andare nello stesso tempo in tutte le direzioni? Se guardate questo uditorio [Il discorso si è svolto davanti a oltre 6.000 persone, n.d.r.], vedrete che tra voi vi sono credenti e non credenti di diverse religioni, persone che applicano una pratica religiosa, ma tra loro la pratica non è la stessa, e persone che non hanno nessun credo religioso ma hanno una filosofia e una visione della vita.
È chiaro che qui, in questo momento, c’è una pluralità di credi e non-credi, è come uno specchio del mondo, una pluralità che è necessaria e benvenuta. Nello stesso tempo vedete bene che tutti noi manifestiamo rispetto gli uni per gli altri e che queste differenti visioni e fedi in questi giorni coabitano in modo armonioso.
Sul piano individuale, però, quando si tratta di percorrere il nostro cammino spirituale, quello che abbiamo scelto, dobbiamo concentrarci completamente su tale sentiero di trasformazione e apprezzare nel suo giusto valore l’aspetto di verità che riflette. Dobbiamo sentire, avere fiducia che ‘questa, per me, è la verità’, perché altrimenti faremo davvero fatica a sviluppare la forte determinazione necessaria a progredire sul nostro sentiero. Dovremmo quindi avere una convinzione personale, nel nostro intimo, che ‘questo è per me il modo in cui prende forma la verità’ e tuttavia rimanere aperti alla realtà di una pluralità di verità.
(Dalai Lama – Tratto da SIDDHI, periodico di Buddhismo Mahayana)
Il testo recita:“ Non esiste ignoranza o estinzione dell’ignoranza, a non esistono vecchiaia e morte né estinzione della vecchiaia e della morte – ”riferendosi ai ‘dodici anelli’.
Vediamo brevemente quali sono i dodici anelli del ciclo dell’esistenza.
Essi possono essere considerati dal punto di vista dell’ordine progressivo del condizionamento del samsara oppure dal punto di vista del decondizionamento o della purificazione.
1) Il primo dei dodici anelli è l’ignoranza. Considerando anche gli altri undici, possiamo ugualmente affermare che non esistono ultimamente
2) Le formazioni karmiche
3) La coscienza,
4) Del nome e forma,
5) Le sei entrate,
6) Il contatto,
7) Le sensazioni,
8) La bramosia
9) L’afferrarsi
10) Il divenire,
11) La nascita,
12) La vecchiaia e la morte.
1) Con ignoranza si intende la non conoscenza della reale natura dei fenomeni. Le ignoranze sono innumerevoli,ma si possono raggruppare in due:una è la non conoscenza della ‘talità’, la reale natura di ciò che esiste,l’altra è la non conoscenza delle cause e degli effetti, della legge del karma.
2) Il secondo anello è chiamato formazioni karmiche, e sono le azioni .Le azioni hanno il potere di proiettarci nelle rinascite successive e possono essere meritorie, non meritorie e inamovibili. Le azioni meritorie sono le dieci azioni positive di non uccidere, non rubare, non avere una sessualità scorretta, non mentire, non creare discordia, non ingiuriare, non parlare a vanvera, non avere bramosia, malvagità e non sostenere visioni errate .Le azioni non meritorie sono l’opposto di quelle elencate, quindi uccidere e così via. Quelle virtuose hanno il potere di spingerci in esistenze superiori come quella umana o divina.
Ovviamente, la positività o negatività delle azioni ha varie sfumature. Il risultato dipende dal livello dell’intensità. Le azioni negative possono essere di vari gradi. Quelle che ci conducono a rinascite come animali sono di intensità minore, quelle di intensità intermedia come spiriti famelici e quelle maggiori come esseri infernali. Poi c’è una categoria di azioni dette inamovibili. Sono quei livelli di concentrazione che ci possono portare a stati superiori di esistenza,nei reami della forma e del senza forma.Si parla di diciassette livelli del reame della forma e di quattro assorbimenti meditativi del reame del senza forma.
3) Il terzo anello è quello della coscienza; si intende la coscienza mentale, la quale contiene le impronte delle azioni che abbiamo compiuto.
4) Il quarto dei dodici anelli è quello del nome e forma.È riferito al concepimento nel grembo materno.L’ovulo fecondato è l’anello della forma che contiene la coscienza non ancora manifesta, indicata con ‘nome’in quanto non sono ancora manifesti i vari fattori mentali quali le sensazioni, la discriminazione, i fattori di composizione.Fino al momento in cui l’embrione non sviluppa completamente le sue facoltà sensoriali viene indicato come ‘nome e forma’.
5) Il quinto dei dodici anelli è quello delle sei entrate o facoltà sensoriali e s iriferisce all’embrione fino al momento in cui avrà il primo contatto.
6) Quando poi avviene il primo contatto tra oggetto,facoltà sensoriale e coscienza,sorge l’anello del contatto.
7) Dal contatto nasce l’esperienza, cioè la sensazione;si indica, quindi, l’anello delle sensazioni che è il settimo.
8) L’ottavo è l’anello della bramosia Si riferisce all’attaccamento per questo corpo.Durante il processo della morte, quando non possiamo più aggrapparci a questo corpo, la nostra tendenza è quella di ricercarne uno nuovo.
9) Il nono anello è l’afferrarsi. Attaccamento per il corpo che è l’intensificarsi della bramosia di averne un altro.
10) Queste due forme di attaccamento attivano le impronte delle azioni passate depositate nella nostra coscienza. Questo karma, o azione attivante, è l’anello del divenire.
11) L’anello della nascita è ciò che ci porta a rinascere, per cui entriamo nel ventre materno, veniamo concepiti e, secondo il buddhismo, il primo istante di concepimento è la nascita.
12) Poi c’è l’evoluzione dell’embrione e il corpo continua ad evolversi. Questo è ciò che indica il termine invecchiamento, mentre la morte può avvenire anche nel grembo della propria madre.Dunque il dodicesimo anello della morte può realizzarsi anche finché siamo ancora nel grembo materno.
Questa è una descrizione abbreviata dei dodici anelli.Ponendo fine all’ignoranza avranno fine anche le formazioni karmiche, o azioni contaminate; quindi, avrà fine anche il terzo anello che si riferisce alle impronte karmiche nella coscienza;avendo fine la coscienza avranno fine anche nome e forma, allora porremo fine anche alla nascita e all’invecchiamento e alla morte.
Questa è un’esposizione dell’ordine di decondizionamento, di abbattimento dei dodici anelli dell’esistenza ciclica.
Come porre fine all’ignoranza? Realizzando la vacuità,il non-sé, la mancanza di un io a sé stante, per tale ragione nel testo del Sutra del Cuore è scritto:“ Non c’è vecchiaia e morte, né estinzione della vecchiaia e della morte.”
(la coproduzione condizionata, insegnata da Gotamo Buddha)
(di Ghesce Ciampa Ghiatso – tratto da ” Introduzione al sutra del cuore”)
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