
Obiettivo felicità
Nell’era della globalizzazione il modo migliore per farsi i propri interessi è interessarsi agli altri. Perché l’altruismo ci farà bene.
Intervista di Piero Verni
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Guerre religiose, terrorismo internazionale, scontro tra civiltà, globalizzazione, espansione della superpotenza cinese. Il Dalai Lama, leader in esilio del popolo tibetano, per la sua particolare posizione di capo politico e spirituale si trova in questo periodo al centro di molte delle grandi questioni internazionali. In questa intervista spiega la sua posizione, la sua ricetta e le sue speranze per il 2004.
Afghanistan, Iraq, terrorismo; legittimità della guerra preventiva ed esportazione della democrazia con le armi. Qual è l’opinione del Dalai Lama su questi temi così caldi?
“Il terrorismo è un problema gravissimo, il principale problema di questi giorni. E certo dobbiamo trovare dei metodi per contrastarlo. Ma reagire alla violenza con altra violenza non mi pare una buona soluzione. È difficile che da una simile scelta possano derivare degli effetti positivi.
Quando parliamo di terrorismo dobbiamo anche comprendere cosa c’è alla base di scelte così estreme. A me pare che per lo più vi siano degli atteggiamenti di paura, di ostilità preconcetta, di disadattamento, le cui cause possono essere molteplici. Ma quali che siano, reagire a tutto ciò con un’altra violenza non credo possa portare a una soluzione effettiva del problema. Anzi, il più delle volte innesca una spirale del terrore che non è di alcun beneficio. Ovviamente mi rendo conto che solo l’amore e la compassione non sono sufficienti, ma bisogna impostare un lavoro serio per far fronte al terrorismo. Ma dovremmo cominciare a cambiare prospettiva e mettere al centro delle nostre azioni l’idea del dialogo, della non violenza, della riconciliazione. Non bastano nemmeno le dimostrazioni, le proteste, ma si deve fare qualche cosa di concreto ed effettivo che dia corpo a queste idee”.
Vale a dire?
“Impegnarsi per mettere in pratica queste idee nei nostri comportamenti quotidiani, far diventare noi stessi, le nostre azioni, un’alternativa credibile. Essere un esempio concreto del fatto che esiste una via d’uscita che non sia la guerra o gli attentati. Non si può continuare in questa spirale di violenze contrapposte: è indispensabile creare un clima di fiducia reciproca e fare ogni sforzo per riuscire a risolvere i grandi problemi politici ed economici che sono sull’agenda della politica internazionale in una dimensione pacifica, di reciproco rispetto e tolleranza. Così, forse, riusciremo a superare i sentimenti di collera e di odio che purtroppo oggi si manifestano con questa allarmante frequenza”.
È quella “Politica della Gentilezza” di cui lei parla da molti anni?
“Che ci piaccia o meno abitiamo tutti sullo stesso pianeta e facciamo tutti parte della medesima famiglia umana. Europei o asiatici, americani o africani, ricchi o poveri, uomini o donne, credenti o non credenti. In ultima analisi ognuno di noi è un essere umano come tutti gli altri. E tutti noi, tutti gli esseri umani, desideriamo essere felici e non provare dolore. E tutti possediamo l’identico diritto a questa felicità, a questa assenza di dolore. Fino a pochi decenni or sono, esistevano delle nazioni che potevano vivere in parziale o totale isolamento. Oggi non esistono più. Sotto ogni aspetto, politico, economico, culturale, ecologico. Quello che avviene in una determinata parte del mondo, magari remota e poco accessibile, si ripercuote subito in tutto il pianeta. Le informazioni viaggiano alla velocità della luce, radio, televisioni, mass-media, Internet le trasmettono in un baleno ovunque… È il villaggio globale o, se preferisce, la teoria dell’interdipendenza buddista: tutto quello che noi facciamo interagisce con gli altri e tutto quello che fanno gli altri interagisce con noi. Quindi in questa situazione di interdipendenza il modo più conveniente di fare i nostri interessi è di avere presenti anche quegli degli altri. In questo contesto ritengo che si debba fare ricorso alla compassione, all’altruismo, all’amore che sono i migliori strumenti per operare nel mondo e per il mondo la “Politica della Gentilezza”.
Lei parla di egoismo ed altruismo come chiavi per capire e affrontare il presente, compresa la grande politica internazionale. Non è un po’ semplicistico?
“L’egoismo è una delle malattie peggiori dei nostri tempi. Ci rende il cuore piccolo e crea le condizioni per una vita peggiore per noi e per gli altri. Questo non lo dovremmo dimenticare mai. La compassione, l’altruismo, il buon cuore non sono unicamente nobili sentimenti di cui trae vantaggio il nostro prossimo. Sono stati mentali, condizioni mentali di cui beneficiamo anche noi stessi. Una persona altruista e compassionevole è in genere una donna o un uomo più felice, più sereno. Del resto è la stessa scienza a sostenerlo, non solo i lama del Tibet. In questi ultimi anni ho avuto modo di parlare con molti scienziati e tutti mi hanno detto che coloro che vivono un’esistenza basata su tali sentimenti sono di solito anche individui più sani da un punto di vista fisico perché le tensioni prodotte da un eccesso di competitività, che a sua volta si basa su di una prospettiva egotica, sono dannose sia per il corpo sia per la mente”.
Torniamo al terrorismo: spesso è di matrice religiosa…
“Il buddismo, il cristianesimo, l’Islam, tutte le vie spirituali hanno il medesimo fine: essere uno strumento a disposizione degli esseri umani per raggiungere la felicità, la pace interiore e l’armonia. Quando invece, in nome di un’ideale religioso, si persegue l’odio, l’intolleranza, si perseguita il diverso, colui che non la pensa come te, credo che non ci sia più alcuna traccia di spiritualità in queste idee e di religioso sia rimasto solo il nome. Quando agiscono in questo modo, un modo che non ha alcun punto di contatto con l’autentica spiritualità, allora le religioni sono veramente, come diceva Karl Marx, una sorta di oppio dei popoli…”.
Fa un po’ specie sentire il Dalai Lama che cita Marx…
“Un conto è il marxismo e un conto sono le differenti forme di comunismo che si sono realizzate concretamente. Certo, alcune teorizzazioni del marxismo come la concezione del partito unico e della dittatura del proletariato mi trovano contrario in quanto sono un convinto assertore della democrazia e dei diritti civili. Così come sono in completo disaccordo con l’uso della violenza intesa come strumento per portare avanti la lotta di classe. Però vi è un aspetto del marxismo a cui, come dire, mi sento piuttosto vicino: l’aspirazione a una certa uguaglianza degli esseri umani, l’idea che tutti dovrebbero avere almeno una condizione economica dignitosa, che esista un livello di povertà e indigenza sotto il quale non si dovrebbe mai scendere. E l’idea che, per realizzare tutto questo, chi ha molto dovrebbe sacrificare parte delle sue ricchezze per dare a chi non ha nulla. Trovo che vi sia qualcosa di etico in questa attitudine. Qualcosa di etico che ha delle consonanze profonde con il buddismo Mahayana e con il mio personale modo di sentire. Ovviamente questa eticità viene calpestata se, in suo nome, si compiono violenze e privazioni delle libertà e dei diritti umani dei popoli e delle persone, se in suo nome si uccide, si tortura, si opprime, come purtroppo è avvenuto in molte occasioni in cui i partiti comunisti sono andati al potere”.
Che cosa pensa della politica dell’amministrazione Bush che ritiene, in accordo con l’ideologia neo-conservatrice, che la superpotenza Usa debba svolgere un ruolo guida nel mondo?
“Parlando in generale dobbiamo ammettere che oggi gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza rimasta e quindi hanno delle maggiori responsabilità. Certamente l’America non è uno Stato dittatoriale. Ha un governo eletto democraticamente e da sempre la democrazia fa parte dello stile di vita degli americani, quindi credo che l’America abbia una grande responsabilità da questo punto di vista. Certo non sempre i governi americani compiono le scelte migliori ma questo fa parte della dimensione democratica. C’è anche la libertà di sbagliare (ride)”.
Qual è la sua opinione sul fenomeno della globalizzazione, che tante critiche sta suscitando nel mondo, specialmente nel Terzo mondo?
“Se con il termine globalizzazione intendiamo che questo pianeta è divenuto più piccolo e, ad esempio, ci vestiamo tutti nello stesso modo e tante cose sono divenute universali, beh, non mi sembra che in questo ci sia niente di tragico o particolarmente sbagliato. Ma quando globalizzazione significa che dei poteri economici forti si espandono a danno delle economie dei paesi più piccoli e meno potenti, allora la trovo assolutamente sbagliata e pericolosa. Il dominio di pochi gruppi economici è un vero errore. Credo che ogni nazione, ogni individuo dovrebbe avere la possibilità di sviluppare liberamente la propria economia. Quindi, questo secondo tipo di globalizzazione, dovrebbe essere contrastata perché, anziché diminuirlo, accresce sempre più il divario tra ricchi e poveri. È una situazione malsana. Perfino all’interno di una stessa nazione a volte accade una cosa del genere. I grandi gruppi strangolano quelli piccoli. Quando le differenze economiche crescono oltre misura, siamo davanti non solo a un qualcosa di sbagliato dal punto di vista morale, ma anche a una situazione che a livello sociale sarà prima o poi fonte di ogni sorta di problemi. Anche nella vita economica, come in quella interiore, dovrebbero esserci equilibrio ed armonia”.
In Europa sembra montare un senso di allarme, perfino di paura, nei confronti del crescente potere – soprattutto economico – della Cina. Lei ritiene giustificati questi timori?
“La Cina è la nazione più popolosa del mondo. Mi sembra che, insieme ai notevoli cambiamenti economici che sono avvenuti nell’ultimo decennio all’interno della Repubblica Popolare Cinese, oggi nella società civile di quel paese cresca una domanda di maggiori libertà. E credo che anche la stessa leadership cinese, molto consapevolmente, voglia andare verso quella direzione… E questo mi sembra uno sviluppo positivo. Ritengo che anche loro sappiano bene che per un regime autoritario non c’è futuro, però hanno paura che dei cambiamenti troppo repentini possano determinare una situazione di caos, di disordine come nella ex Unione Sovietica. O, peggio ancora, che si possa giungere a un vero e proprio bagno di sangue. Quindi penso che un approccio cauto al cambiamento sia giusto, comprensibile”.
A proposito di incontro tra Asia ed Europa, un altro fenomeno evidente è la diffusione in Occidente del buddismo. Quali differenze e quali analogie vede tra buddismo e cristianesimo?
“La maggior differenza tra buddismo e cristianesimo risiede nella concezione di un Dio creatore, assolutamente fondamentale nel cristianesimo. Tutto l’orizzonte di questa religione si fonda sul concetto di un Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Il concetto di Dio, e dell’obbedienza dell’uomo a Dio, permea l’intera struttura spirituale del cristianesimo. Invece il buddismo pone l’accento sulla sofferenza insita nella condizione umana e sui mezzi per poterla prima alleviare e infine superare definitivamente tramite l’Illuminazione interiore. Potremmo dire che il concetto di Illuminazione sta alla base della concezione buddista così come quello di Dio sta alla base del cristianesimo. Sembrerebbe quindi che non si potrebbero immaginare due vie spirituali più distanti. Eppure, se andiamo oltre questa constatazione di massima, vediamo che invece vi sono anche moltissime analogie, profonde similitudini…”.
Per esempio?
“L’idea cristiana dell’amore universale è per molti versi assolutamente simile alla compassione buddhista. In un certo senso la figura di Gesù che scende sulla Terra assumendo un corpo di uomo e si sacrifica per l’umanità affrontando, proprio in quanto essere umano, tutti i dolori e le sofferenze peculiari di questa condizione non può non considerarsi come una rappresentazione dell’ideale del bodhisattva che rinuncia all’Illuminazione per vivere nel mondo per il beneficio dell’umanità. I bodhisattva infatti si reincarnano come uomini e in quanto tali sono sottoposti a tutte le limitazioni della condizione umana”.
Quali sono le speranze del Dalai Lama per il 2004?
“Riguardano principalmente tre ambiti. Il primo è quello di promuovere i valori umani, il secondo l’ armonia religiosa e in questi due ambiti sono molto ottimista. Il terzo è la questione tibetana e anche per questa, nel lungo periodo, sono ottimista. Nell’immediato però, le cose non vanno per niente bene, si potrebbe perfino perdere ogni speranza. Ma se guardiamo le cose da una prospettiva più ampia, proprio per quello che le ho appena detto della Cina, mi sembra di poter vedere che le cose potranno cambiare e imboccare finalmente la giusta direzione”.
Fonte http://www.followingdalailama.it
Bibliografia
Dalai Lama, Howard C. Cutler – (2009) – L’arte della felicità
Dalai Lama – (2007) – La via dell’Amore
Dalai Lama – (2003) - La vita, l’Amore e la Felicità

<Come trovare il proprio “Luogo Segreto”>
(di Emilie Cady)
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Non è necessario essere ansiosi o aver fretta di ottenere una completa manifestazione. Non perdiamo mai di vista il fatto che il nostro desiderio, grande che sia, non è altro che il desiderio di Dio in noi. “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv. 6,44). Il Padre in noi desidera rivelarci il segreto della Sua presenza, altrimenti non avremmo mai avuto alcun desiderio di conoscere il segreto, o la Verità.
DIO VI STA CERCANDO
Sappiate ora e per sempre che non siete voi a cercare Dio, ma è Dio a cercare voi. Il vostro anelito a manifestare cose più grandi è l’eterna energia che mantiene i pianeti nelle loro orbite, che promana attraverso di voi per manifestarsi in maniera più completa. Non c’è bisogno di aver paura. Non c’è bisogno di essere ansiosi. Non c’è bisogno di lottare. Lasciate soltanto che sia. Imparate come lasciare che sia.
Dopo tutto il nostro tergiversare, cercando qua e là il desiderio del nostro cuore, dobbiamo andare direttamente da Colui che è l’appagamento di ogni desiderio; che attende di manifestarsi sempre più a noi e attraverso di noi. Se voleste il mio amore, o qualsiasi altra cosa che sono (non che ho), non andreste a prenderlo da Tom Jones o da Mary Smith. Entrambe queste persone potrebbero dirvi che io posso e voglio darvi me stessa, ma dovreste venire direttamente da me per ricevere ciò che soltanto io sono, perché lo sono.
Dopo tutte le nostre ricerche per trovare la Luce e la Verità, dobbiamo in qualche modo imparare a porci in attesa di Dio, ognuno per conto proprio, per ottenere l’intima rivelazione della Verità e della nostra unità con Lui.
La luce che vogliamo non è qualcosa che Dio ci deve dare; è Dio stesso. Dio non ci dà vita o amore come cose. Dio è vita e luce e amore. Ciò che tutti noi vogliamo è, perciò, avere sempre più Lui nella nostra consapevolezza, a prescindere da quale altro nome possiamo dargli.
Il potere di cui vengo investita deve giungere “dall’alto”, da un luogo, all’interno di me, più elevato rispetto alla mia attuale mente cosciente; e così deve essere anche per voi. Deve trattarsi di una discesa dello Spirito Santo (ossia lo spirito completo, integro, totale), che è al centro del vostro essere, nella vostra mente cosciente. L’illuminazione che vogliamo non potrà mai giungere in altro modo, e neppure può farlo il potere di rendere il bene manifesto.
STARE NEL SILENZIO
Sentiamo tanto parlare dello “stare in silenzio”. Per molti questa frase non significa granché, perché non hanno ancora imparato a “attendere… Dio in silenzio” (Sal. 62,5), o ad ascoltare voci che non siano quelle esterne. Ilrumore appartiene al mondo esterno, non a Dio. Dio opera nell’immobilità, e possiamo metterci così in attesa del Padre da essere consapevoli del quieto lavorio interiore, consapevoli dell’appagamento dei nostri desideri.
“Stare in silenzio” non costituisce un mero, indolente vagare con la mente. E’ un passivo ma determinato attendere Dio. Quando volete farlo, prendetevi un momento in cui potete, per un po’, lasciare da parte tutte le preoccupazioni. Iniziate il silenzio levando il vostro cuore in preghiera al Padre del vostro essere. Non temete che, se cominciate a pregare, sarete troppo “ortodossi”. Non state per supplicare Dio, che vi ha già dato “tutto quello che desiderate (Marco 11,24). Avete già imparato che, prima che Lo chiamiate, Lui ha già mandato ciò che desiderate, altrimenti non lo desiderereste.
Avete abbastanza buon senso da non supplicare o implorare Dio con una preghiera scettica. Ma passare i primi momenti del vostro silenzio a parlare direttamente al Padre fa sì che la vostra mente si concentri sull’Eterno.
LA VERA PREGHIERA
Molti che cercano seriamente di acquietarsi e attendere Dio si sono accorti che, nel momento in cui si siedono e chiudono gli occhi, i loro pensieri, invece di essere concentrati, si riempiono di ogni genere di vana immaginazione. Nella loro mente si susseguono, in rapida successione, le cose più banali, dal riparare un laccio di scarpe ai pettegolezzi durante una conversazione della settimana precedente, e alla fine, dopo un’ora, queste persone non hanno raggiunto un bel nulla. Questo li scoraggia.
Si tratta semplicemente di una naturale conseguenza del tentativo di non pensare a nulla. La natura aborrisce il vuoto, e se fate (o provate a fare) vuoto nella vostra mente, le immagini mentali di altri, che riempiono l’atmosfera intorno a voi, accorreranno per riempirla, lasciandovi distanti come sempre dalla consapevolezza della presenza divina. Potete evitare tutto questo iniziando il silenzio con la preghiera.
E’ sempre più facile per la mente dire con consapevolezza “Si compie ora la Tua volontà in me”, dopo aver pregato: “Sia fatta la Tua volontà in me”. E’ sempre più facile dire con convinzione “Dio fluisce in me come vita, pace e potere”, dopo aver pregato: “Fai che la Tua vita fluisca nuova in me, mentre attendo”.
Naturalmente, la preghiera non muta l’atteggiamento di Dio nei nostri confronti, ma risulta più semplice alla mente umana compiere i vari passi che si susseguono con fermezza e sicurezza, piuttosto che fare un grande e ardito balzo fino ad un livello di eminenza e mantenervisi salda sopra.
APRIRE LA MENTE SOLTANTO A DIO
Mentre state concentrando in questo modo i vostri pensieri su Dio, in una chiara conversazione con l’autore del vostro essere, nessuna immagine mentale esterna può riuscire ad entrare per tormentarvi o distrarvi. La vostra mente, invece di essere aperta verso l’esterno, è chiusa ad esso, ed aperta soltanto a Dio, la fonte di tutto il bene che desiderate.
Ripetete le parole molte volte, senza ansia e senza sforzo, non cercando di raggiungere un Dio esterno, là fuori e in alto; ma lasciate che la vostra richiesta sia un quieto, sincero elevarsi del cuore verso qualcosa di più elevato proprio dentro di voi, verso il “Padre in me” (Giovanni 14,11). Lasciate che ciò sia fatto con la placidità e la fiducia di un bambino che parla al suo amorevole padre.
Mentre aspettiamo Dio, dovremmo il più possibile rilassarci sia mentalmente sia fisicamente. Per usare un esempio molto semplice ma concreto, assumete l’atteggiamento del vostro intero essere, come fanno gli uccelli quando si godono un bagno di sole nella sabbia. Anche in questo caso, è necessario mantenere, durante questa esperienza, qualcosa in più di una vaga passività. Dev’esserci una sorta di consapevole, attiva assimilazione di ciò che Dio generosamente ci dà.
Vediamo se riesco a spiegarlo chiaramente. Innanzitutto, ci ritraiamo fisicamente e mentalmente dal mondo esterno. Entriamo “nella tua camera e, chiusa la porta…” (Matteo 6,6) (la stanza più intima del nostro essere, la parte più recondita di noi stessi), volgendo i nostri pensieri all’interno.
Basta dire: “Tu dimori in me; Tu sei qui, ora, vivo; Tu hai tutto il potere; Tu sei ora la risposta a tutto ciò che desidero; Tu ora Ti irradi dal centro del mio essere fino ai sui confini, e fuori nel mondo visibile, come pienezza del mio desiderio”.
Poi rimanete quieti, assolutamente quieti. Rilassate ogni parte del vostro essere, e fidatevi che ciò sta accadendo. La sostanza divina fluisce al centro e fuori nel mondo visibile ogni volta che voi aspettate; poiché è una legge immutabile che “chiunque chiede riceve” (Matteo 7,8). E la sostanza emergerà sotto forma di appagamento del vostro desiderio, se aspettate che accada. “Sia fatto a voi secondo la vostra fede” (Matteo 9,29).
IL POTERE DELLA GRATITUDINE
Se vi accorgete che la vostra mente sta vagando, riportatela indietro dicendo di nuovo: “Si sta compiendo; Tu stai operando in me; sto ricevendo ciò che desidero”, e così di seguito. Non state lì a cercare segni e prodigi, ma rimanete semplicemente quieti e sappiate che proprio la cosa che volete sta affluendo in voi e emergerà sotto forma di manifestazione subito o con un po’ di tempo.
Andate anche al di là di questo e pronunciate parole di gratitudine per questa intima Presenza, perché vi ha ascoltato e risposto, ed ora emergerà nel mondo visibile.
C’è qualcosa nell’atto mentale di ringraziare che sembra portare la mente umana ben oltre la terra del dubbio, in una limpida atmosfera di fede e fiducia, dove “tutto è possibile” (Matteo 19,26). Anche se all’inizio non siete consapevoli di aver ricevuto qualcosa da Dio, non preoccupatevi né smettete di ringraziare. Non tornate a chiedere di nuovo, ma continuate a rendere grazie perché, mentre aspettavate, avete ricevuto, e quel che avete ricevuto diverrà ora manifesto.
E credetemi, presto vi rallegrerete e ringrazierete; non in modo rigido, per senso di dovere, ma per il sicuro ed evidente appagamento del vostro desiderio.
articolo tratto da Lista Sadhana – Guido da Todi – www.guruji.it

Come è difficile trovare la traccia divina in mezzo alla vita che facciamo, in questo tempo così soddisfatto, così borghese, così privo di spirito, alla vista di queste architetture, di questi negozi, di questa politica, di questi uomini!

GIOIA è una parola che abita poco il linguaggio e l’immaginazione. FELICITÀ è una parola presente nel pensiero come l’obbiettivo da raggiungere; eppure, a soffermarsi sul dettaglio, è davvero impercettibile la differenza fra le due.
Cosa ci dicono etimo e vocabolario?
GIOIA da GAUDIO, CONTENTEZZA: stato d’animo di intensa allegria e contentezza.
FELICITÀ da FELICE, FERTILE, NUTRIENTE (dalla stessa radice di FECONDO) : condizione di chi è pienamente appagato nei suoi desideri.
La differenza fra i due termini diventa adesso più significativa, perché la FELICITÀ è l’effetto di una causa: l’appagamento dei desideri; mentre la GIOIA è la causa, in quanto stato d’animo, in sé, di intensa allegria e contentezza.
E se provassimo ad unirli in un’unica causa/effetto? E se questo stato d’animo di intensa allegria e contentezza causasse una condizione – fertile e feconda – di chi è pienamente appagato nei suoi desideri? Sembra quasi un gioco di parole o forse un girare in tondo, ma solo perché GIOIA è uno stato d’animo pressoché sconosciuto. È la gioia a rappresentare l’apice, molto più della felicità, perché non dipende dalla realizzazione dei tanti desideri, ma da quell’unico desiderio, che splende nel centro del nostro universo, nel nostro cuore.
A tale proposito, Aïvanhov suggerisce una riflessione interessante:
« Il giorno in cui avrete respirato, anche solo per qualche minuto, l’aria pura di una vetta, capirete di cosa vi parlo. La parola “vetta” simbolizza ciò che vi è di più elevato nella coscienza umana. E ciò che rappresenta la vetta per uno, può non essere la vetta per un altro. Per alcuni la vetta è, modestamente, non fumare più; per altri vincere la paura, l’egoismo, la pigrizia, l’impazienza, la cupidigia, la collera… Ė un lavoro quotidiano. Ogni giorno, ognuno deve darsi una vetta da raggiungere, e una volta raggiunta, tendere verso una vetta più elevata: è così che troverà il tono fondamentale ed entrerà in armonia con tutte le creature… Il tono fondamentale verso il quale dobbiamo tendere è la presenza divina in noi che armonizza tutte le nostre tendenze contraddittorie. » *
Stato d’animo d’intensa allegria e contentezza, e presenza divina che armonizza le nostre tendenze contraddittorie si fondono per esprimere una realtà dinamica e sempre in movimento, capace, nella più grande pace, di evolversi per adattare, modificare e aggiustare parti di noi in disaccordo, con il potere di neutralizzare l’ansia e l’insoddisfazione in cui si ricade tutte le volte che un atteggiamento sbagliato viene ripetuto, o ci si scoraggia perché riaffiorano aspetti poco piacevoli che si credevano già modificati.
Si era dimenticato quanto la consapevolezza della presenza divina sia intermittente e soprattutto rara per l’attuale sviluppo di coscienza. Ma le cose possono cambiare…
Armonizzare le contraddizioni libera dall’idea di sopprimere o reprimere il difetto, l’errore, la colpa e ci regala i doni dell’accettazione di ciò che non piace e della pazienza di lavorare per cambiare; qualità indispensabili per proseguire con determinazione e costanza l’unico viaggio veramente importante, quello verso l’interiorità; dimensione della nostra più autentica essenza, che dalla profondità sale verso l’Alto per diventare goccia della sorgente inalterabile della gioia, dove diventeremo esseri completi e coscienti.
Importa poco come e quando ci arriveremo, ma è sicuro che ci arriveremo.
Certezza che Aïvanhov scolpisce con un semplice tocco.
« Da milioni e milioni di anni, Dio attende che le pietre diventino uomini, e nulla turba la sua pace. » *
Ufficio Stampa Prosveta
elisabetta.mastrocola@alice.it
* Alle sorgenti inalterabili della gioia
di Omraam Mikhaël Aïvanhov
Edizioni Prosveta
Progetto
“I CARE”
Accoglienza Minori Stranieri non Accompagnati
Cosa succede in Italia …
Ogni anno arrivano in Italia dai 7.000 ai 10.000 minori stranieri non accompagnati. Si tratta di ragazzi che giungono “irregolarmente” nel nostro Paese, sono prevalentemente di sesso maschile e provengono specialmente dall’Albania, dal Marocco, dall’Europa dell’Est, dall’Asia.
Le motivazioni sono frammentate e rappresentano complessivamente un riassunto delle più antiche e delle più moderne aspirazioni migratorie: la fuga dalla guerra, la ricerca di nuove opportunità lavorative e l’inquietudine generazionale che spinge verso la sperimentazione di nuovi modelli di vita (e di consumo).
A Venezia in particolare …
Nella città di Venezia arrivano ragazzi provenienti principalmente dall’Albania, dal Kosovo, dall’Afghanistan, e dal Kurdistan Irakeno. Il fenomeno dei minori stranieri non accompagnati presenta elementi di forte problematicità per i minori in particolare, costretti a crescere rapidamente attraverso l’esperienza traumatica di una migrazione in età precoce e in solitudine, aggravata, in molti casi, da esperienze violente come la tratta, la clandestinità e la devianza.
La presenza dei minori stranieri non accompagnati pone complesse sfide operative in termini di protezione, da assicurare fin dall’inizio alle frontiere, ed anche in termini di concreta gestione della presenza sui territori.
Il progetto I CARE …
E’ in questo contesto che nasce il progetto “I CARE”. Un progetto che accoglie presso Forte Rossarol a Tessera, circa 40 ragazzi dai 15 ai 18 anni. Il progetto è realizzato grazie alla stretta collaborazione tra la cooperativa Sociale Coges, il comune di Venezia, il centro di solidarietà Don Lorenzo Milani, l’associazione di volontariato Pari.
I ragazzi dopo un primo periodo di accoglienza presso la comunità Cavana (primi accertamenti medici, prima regolarizzazione burocratica, prima alfabetizzazione) iniziano una fase più residenziale presso le strutture Rosa dei Venti, Sestante, Bricola (inserimento nelle scuola pubbliche, corsi di orientamento al lavoro, graduale inserimento nella società locale).
Siamo convinti che per la realizzazione piena del progetto, oltre alle figure istituzionali, come i servizi sociali, le scuole, le cooperative sociali, … ci sia bisogno di persone che, a vario titolo, possano dare del proprio tempo in base alle proprie competenze, passioni, disponibilità.
COME AIUTARE CONCRETAMENTE QUESTI RAGAZZI
QUANDO SONO NELLA COMUNITA’
E QUANDO COMPIONO DICIOTTO ANNI E DEVONO LASCIARE LA COMUNITA’ CHE SUCCEDE?!
Fino a qui abbiamo parlato di ciò che il mondo istituzionale seguendo le leggi dello stato può fare e fa per questi ragazzi fino al compleanno dei loro diciotto anni. Da lì inizia una fase molto delicata che è quella dell’uscita da una struttura protetta. Hanno i documenti per risiedere in Italia, hanno una certa padronanza della lingua italiana avendo seguito corsi anche professionali ma, ora, si trovano a dover affrontare la vita in un paese straniero inserendosi, cercando lavoro e, ovviamente, un alloggio.
E’ in questa fase che potete essere di grande aiuto ospitando per un periodo un ragazzo, così dandogli la possibilità di cercare per sé degli sbocchi sapendo che, almeno per un po’, ha una casa a cui tornare. Non si tratta di adozione o affido, lui è maggiorenne, si tratta di fargli da ponte magari aiutandolo, come si può, a cercare lavoro, ad inserirsi nella società aiutato dal calore di un ambiente familiare. Una cosa è essere soli ad affrontare un mondo sconosciuto e un’altra è imparare a conoscerlo attraverso volti amici.
Già alcuni italiani hanno accolto questi ragazzi ricevendo da loro molto di più di quanto hanno dato.
Se volete conoscere la loro esperienza contattate Angela scrivendo a jacopadue@yahoo.it
Anche tu puoi far parte del progetto I care, ti invitiamo a visitarci a Tessera (Ve) o a contattarci
Renato Mingardi 340 3947841